![]() Ritratto coevo di Emanuele Francica Pancali (autore ignoto, sec. XIX, pubblico dominio per anzianità). | |
| Nascita | Siracusa, 13 marzo 1783 |
|---|---|
| Morte | Siracusa, 10 maggio 1868 (86 anni) |
| Titolo | Barone di Pancali |
| Soprannomi | il padre degli infelici; primo soldato dell’isola |
| Padre | Giacinto Francica, senatore patrizio di Siracusa |
| Attività | Patriota, carbonaro, massone, primo sindaco di Siracusa (1837), deputato del Parlamento siciliano (1848) |
| Affiliazioni | Carboneria; loggia massonica Timoleonte di Siracusa (Grande Oriente d’Italia); Comitato Mazziniano di Malta |
| Esili | Napoli e Palermo (1837-1847); Malta (1849-1860) |
| Toponimo | Piazza Emanuele Pancali, Ortigia, Siracusa |
Emanuele Francica barone di Pancali (Siracusa, 13 marzo 1783 – Siracusa, 10 maggio 1868) fu un patriota italiano del Risorgimento, carbonaro, massone, e primo sindaco di Siracusa nel 1837. Il suo nome è legato alla rivolta antiborbonica scoppiata in città durante l’epidemia di colera dello stesso anno, di cui firmò il proclama come “presidente patrizio”. Condannato all’esilio e poi a morte, visse oltre vent’anni in esilio fra Napoli, Lentini e Malta, dove fu membro del Comitato Mazziniano degli esuli. Rientrò definitivamente in Sicilia nel 1860 appoggiando l’impresa garibaldina. Nel 1848 il Parlamento siciliano lo proclamò primo soldato dell’isola. A lui è intitolata la piazza Emanuele Pancali all’ingresso di Ortigia, sede del Tempio di Apollo.
Origini e famiglia
Emanuele nacque a Siracusa il 13 marzo 1783 da don Giacinto Francica, senatore patrizio della città attestato nei ruoli civici nel 1786. La famiglia Francica era di origine tarantina: il capostipite siciliano Nicolò Francica fu esiliato nel 1417 dal re Alfonso d’Aragona e si stabilì a Lentini, dove suo figlio Francesco fu senatore nel 1431. Pochi decenni più tardi un altro ramo familiare, i Pancali, casata ispano-sicula investita del feudo omonimo nel 1423, si estinse nella seconda metà del Seicento; i Francica subentrarono al cognome, allo stemma e alle baronie. Lo stemma comune dei due rami si blasona «di rosso, al giglio d’oro, accompagnato da quattro besanti dello stesso, con la fascia del secondo attraversante». Un antenato diretto, Pietro Francica barone di Pancali, fu capitano di giustizia a Siracusa fra il 1717 e il 1718.
Le condizioni economiche e sociali in cui versava la Siracusa di fine Settecento, città-fortezza borbonica chiusa entro le mura di Ortigia, indussero don Giacinto a trasferire l’intera famiglia a Palermo, dove Emanuele crebbe e si formò. Pancali non ebbe figli: lo annotano tutte le fonti contemporanee. Una lettera datata 16 ottobre 1862 di un parente di nome Pasquale Francica, da identificare con un nipote o cugino, è l’unica testimonianza epistolare familiare nota.
Formazione palermitana e adesione alla Carboneria
A Palermo il giovane Francica entrò nei circoli liberali ispirati al pensiero di Francesco Paolo Di Blasi (giurista palermitano morto nel 1795, considerato precursore del giacobinismo siciliano) e strinse amicizia con il barone Gaetano Abela, già Cavaliere del Sovrano Militare Ordine di Malta. Abela, di ritorno dalla Terra Santa, aveva fondato nel 1817 a Siracusa una delle quattro vendite carbonare cittadine: quella del castello, detta «Vezzosa». Le altre tre erano collocate nella «cianca», cioè il quartiere nuovo, nel quartiere vecchio e presso l’infermeria dei Frati Cappuccini.
Pancali aderì alla Carboneria e prese parte ai moti palermitani del 1820-1821 contro Ferdinando I di Borbone. Nel 1820 fondò una propria società segreta a sfondo umanitario denominata Amici dell’Umanità. Dopo l’affiliazione alla Massoneria fu inviato a Siracusa dalle reti liberali per organizzare la cospirazione locale.
La loggia Timoleonte
Nel 1825 a Siracusa si formò ufficialmente la loggia Timoleonte, prima loggia siracusana dichiarata, posta da subito all’obbedienza del Grande Oriente d’Italia. Pancali figura fra i principali esponenti dell’officina e in alcune fonti è indicato come fondatore. Della loggia furono membri, oltre a lui, Salvatore Chindemi, Greco Cassia e il canonico Emilio Bufardeci. La Timoleonte rimase l’unica loggia siracusana fino al 1894, quando nacque la loggia Archimede; le due si fusero nel 1898 in Timoleonte-Archimede, denominazione poi ridotta al solo titolo distintivo Archimede, ancora attiva come Rispettabile Loggia n. 342 del GOI dal 1947.
Una memoria coeva sull’attività cospirativa sopravvive nel manoscritto autobiografico pubblicato postumo da Enrico Mauceri nel 1939 sulla Rassegna storica del Risorgimento (vol. XXVI, pp. 1061-1100) con il titolo Siracusa nel colera del 1837: si tratta dell’unica fonte di prima mano scritta di pugno da Pancali stesso che sia oggi nota.
Primo sindaco di Siracusa e rivolta del 1837
L’incarico e l’epidemia di colera
Nel 1837, anno in cui fu istituita la carica di sindaco civico in sostituzione del Senato patrizio, Pancali fu nominato primo sindaco di Siracusa. L’estate dello stesso anno la città fu travolta dall’epidemia di colera asiatico che dalla primavera aveva colpito Napoli, Palermo, Messina e Catania. Pancali si distinse nell’assistenza diretta ai colerosi: visitò personalmente i quartieri poveri, pagò di propria tasca medicinali e cure per gli indigenti, guadagnandosi il soprannome popolare di «padre degli infelici». Solo nella Valle di Siracusa il colera causò oltre 7000 morti (2257 nel distretto di Siracusa, 1523 a Noto, 3314 a Modica) sui 65 000-70 000 dell’intera Sicilia.
Il proclama del 21 luglio 1837
Il panico per il contagio si saldò con la convinzione popolare, diffusa fin da Palermo, che il morbo fosse opera di untori al soldo del governo borbonico. Il 18 luglio scoppiò a Siracusa una sommossa generale: la folla uccise diversi funzionari pubblici, fra cui l’intendente Andrea Vaccaro, l’ispettore Li Greci con il figlio percettore e il commissario di polizia Giovanni Vigo; a Floridia, due giorni prima, era stato linciato il presidente della Gran Corte Giuseppe Ricciardi.
Il 21 luglio 1837 una commissione di sessanta cittadini istituita per indagare sui presunti avvelenatori redasse un proclama destinato a tutta l’isola. Materialmente lo scrisse l’avvocato Mario Adorno; come ricostruisce il canonico Emilio Bufardeci nelle sue memorie (1868), il tipografo Camparozzi si rifiutò di stamparlo senza firma ufficiale, e Pancali stesso, pur ritenendo il testo troppo dogmatico, lo sottoscrisse alla fine come sindaco. Il documento, intitolato I Siracusani ai confratelli Siciliani, attribuiva esplicitamente l’epidemia al governo borbonico. Ne è oggi noto il testo integrale:
«Ci affrettiamo a darvi conoscenza che il terribile cholera-morbus asiatico, onde tanta strage ha risentita Napoli e Palermo, ha di già ritrovato sua tomba nella patria dell’immortale Archimede. Appena scoppiato fra noi il supposto morbo micidiale, venne discoperto non altro essere lo stesso che il risultato unico e solo di polveri e liquidi venefici, i quali agiscono nelle sostanze cibarie, nei potabili, e sin anche per la via degli organi respiratorii, infettando l’aria con micidiale fetore. Il cosmorama Giuseppe Schwentzer, figlio di Giorgio, di Tolone, e marito di Maria Lepik, in un suo primo interrogatorio, ricevuto nelle forme da una Commissione all’uopo destinata, e guidata su questo particolare dal signor giudice istruttore don Francesco Mistretta, ha dichiarato di essere il propinatore delle venefiche sostanze Bainard, di nazione tedesca, ed aggiunge di essersi costui teste partito da Siracusa onde recare l’infernale flagello in Messina ed in Catania. […] Siracusa, 21 luglio 1837. Il presidente patrizio Barone Pancali».
Il 5 agosto la folla lapidò sul Piano del Duomo il cosmorama tolonese Giuseppe (Joseph) Schwentzer, sua moglie Anna Maria Lepik diciottenne madre di una bambina di sei mesi, e altri sospetti untori; il 6 agosto i rivoltosi assalirono le Vecchie Prigioni.
La repressione di Del Carretto
Il 10 agosto 1837 le truppe del generale Francesco Saverio Del Carretto, ministro di Polizia investito da Ferdinando II di poteri straordinari, occuparono Siracusa con duemila soldati svizzeri. Seguirono circa 750 arresti tra Siracusa e Catania e 123-127 condanne capitali. Il 18 agosto, davanti alla Cattedrale, furono fucilati Mario Adorno e il figlio Carmelo: la giunta militare era presieduta dal maggiore M. Grazia. Il padre dovette assistere alla fucilazione del figlio prima della propria.
Pancali, condannato inizialmente a dieci anni di esilio a Napoli, riuscì a salvarsi grazie a una difesa abile davanti allo stesso Del Carretto. Sostenne «di essere stato costretto a firmare dalle minacce del popolo, come Ferdinando I fu costretto a concedere la Costituzione nel 1820»: l’argomento gli risparmiò la fucilazione. Il 23 agosto 1837 il Real Decreto n. 4209 di Ferdinando II punì Siracusa privandola della dignità di capoluogo di Valle, dignità trasferita a Noto con effetti che si protrassero fino alla legge Lanza n. 2248 del 20 marzo 1865.
Esilio e amnistie (1837-1848)
Trasferito a Napoli, Pancali fu poi autorizzato dopo due anni a tornare a Palermo e quindi a Lentini, con divieto assoluto di rientrare a Siracusa. La condanna lo segnò profondamente: secondo Chindemi «lo prostrò talmente che divenne una larva di se stesso». Mantenne comunque i contatti con le reti carbonare e massoniche dell’isola.
Parlamento siciliano e Comitato rivoluzionario aretuseo (1848-1849)
Lo scoppio della rivoluzione siciliana del 12 gennaio 1848 permise a Pancali di rientrare a Siracusa il 20 febbraio 1848, accolto da una popolazione entusiasta. Alle elezioni del 15-18 marzo fu eletto deputato del General Parlamento di Sicilia, sedendo nella Camera dei Comuni che si insediò il 25 marzo 1848 nella chiesa di San Domenico a Palermo. Il Parlamento siciliano lo proclamò ufficialmente primo soldato dell’isola per il valore mostrato nelle giornate palermitane di gennaio.
A Siracusa Pancali ricoprì la carica di presidente del Comitato rivoluzionario aretuseo. La notte fra il 26 e il 27 marzo 1848 si consumò l’episodio della nave britannica HMS Harlequin: undici navi napoletane agli ordini dell’ammiraglio Yauch, con centosessanta artiglieri del generale Raffaele Carrascosa, tentarono lo sbarco a Siracusa per disarmare la piazza in violazione dell’armistizio già concordato. Pancali protestò energicamente accusando il generale Palma di non aver rispettato il preavviso di otto giorni. Il comandante britannico John Moore intervenne dichiarando che «prima del proprio re viene il proprio onore» e ordinò ai napoletani di non sbarcare; il 3 aprile le truppe regie sgomberarono la città.
Pasquale Calvi, nelle Memorie storiche e critiche della rivoluzione siciliana del 1848 (pubblicate anonime con falsa indicazione «Londra 1851», in realtà stampate a Malta fra il 1851 e il 1853), riporta che, durante i tumulti seguiti alla caduta di Messina nel settembre 1848, Pancali tentò di salvare dalla folla il colonnello Lanzirotti, deputato di Augusta e comandante militare di Siracusa, accusato di tradimento per il furto di polveri e per i cannoni inchiodati. Riconosciuto dalla «marmaglia» come «amico a Lanzirotti, ed uomo assai bene accetto alla siracusana plebe», ne «mitigò l’effervescenza», ma fu costretto poi ad abbandonarlo: il colonnello fu linciato.
Serafino Privitera, nella sua Storia di Siracusa, annota un episodio cerimoniale del 1848: in occasione della festa di Santa Lucia, Pancali, il barone Giuseppe Bonanno, il cavalier Orazio Russo, Salvatore Chindemi, Giuseppe Cassola e Antonino Cozzo, eletti senatori dal consiglio municipale, usarono «vestiti in toga “con codazzo di mazzieri, sergenti e servitori in vestito verde all’antica”, la carrozza del senato, reliquia dell’aristocrazia senatoria del settecento».
Secondo esilio a Malta (1849-1860)
La restaurazione borbonica del maggio 1849 mise nuovamente Pancali nei guai. Il 10 maggio 1849 il console di Francia Pellisier consegnò ai vincitori la lista dei quarantatre «cittadini benemeriti della patria» esclusi dall’amnistia. La lista, riportata da Giovanni Mulè Bertòlo, comprendeva fra gli altri Ruggero Settimo, il duca di Serradifalco, Salvatore Chindemi, «il barone Pancali di Siracusa» e Raffaele Lanza di Siracusa. Pancali, di nuovo condannato a morte, salpò per Malta nel maggio 1849 insieme a oltre seicento patrioti siciliani.
A Malta rimase undici anni. La sua casa, secondo la storiografia siracusana, divenne luogo di accoglienza per gli altri esuli, ai quali «dava sostegno economico e morale», fino a impoverirsi. Aderì al Comitato Mazziniano formatosi nell’isola nel 1851 e poi al Comitato d’Azione guidato da Nicola Fabrizi, vero centro operativo della preparazione dell’impresa siciliana. Convisse i primi quindici mesi con il suo compagno di esilio Salvatore Chindemi, che nelle sue Memorie lo descrisse come «intraprendente, operoso, di ferrei propositi, d’indole ardente, scaltrito nel foro e nelle sette, storia vivente del suo tempo, che attraeva, affascinava i giovani, ne esaltava l’entusiasmo, ne accendeva le passioni». Nello stesso periodo soggiornarono a Malta, in tempi e zone differenti, Francesco Crispi (Tarxien e Floriana, 1853-1854) e Rosolino Pilo (1856-1858). Nel 1858 Pancali fu eletto in absentia presidente del Comitato Segreto d’Agitazione di Siracusa, organismo che nei due anni seguenti preparò il terreno cittadino allo sbarco garibaldino.
In una sua dichiarazione autobiografica, pubblicata da Mauceri nel 1939, Pancali sintetizzò così l’esperienza dell’esilio:
«Gravato d’anni, gittato in esilio per la causa più nobile che potea concepire la mia mente, allettare di prestigi il cuor mio; tormentato da grandi passioni, fiaccata la salute, rovinata la mia piccola fortuna, ma lieto della mia coscienza, accetto sereno la sventura che mi è toccata; rassegnato del pane amaro dell’esilio, mi spingo innanzi come il pellegrino con fede indomita, con salda speranza, con santa carità alla mèta».
1860 e l’Unità d’Italia
Pancali rientrò in Sicilia nel 1860, in concomitanza con la spedizione garibaldina, e sostenne attivamente l’impresa. La sua firma non figura però nell’elenco ufficiale dei Mille di Marsala pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia del 12 novembre 1878: né «Francica» né «Pancali» compaiono fra i 1089 nominativi ufficiali, e considerato che nel 1860 il barone aveva settantasette anni ed era reduce da undici anni di esilio maltese, la formula corretta delle fonti scolastiche locali parla di «appoggio diretto» all’impresa garibaldina più che di partecipazione armata alla traversata. Dopo l’Unità d’Italia ricevette automaticamente la cittadinanza del Regno (17 marzo 1861) ma non assunse cariche pubbliche, ritirandosi nella propria proprietà di campagna nei pressi di Siracusa. Una frase a lui attribuita, contenuta in una lettera del 1862 al parente Pasquale Francica, ne sintetizza l’orizzonte ideale: «Finché vivono Garibaldi e Mazzini, io spero sempre».
Ultimi anni e morte
L’ultima fase della sua vita fu segnata, secondo le fonti coeve, dalle «preoccupazioni che gli venivano dalle varie cause civili che era costretto ad affrontare ad età così avanzata personalmente, non avendo avuto figli che potessero badare alla sua assistenza». Morì a Siracusa il 10 maggio 1868, a 86 anni, due anni dopo aver assistito al ritorno del capoluogo provinciale alla città. Nell’anno stesso della morte uscirono a Siracusa, per la tipografia di Francesco Miuccio, due opuscoli di immediata commemorazione: la Memoria sopra Emmanuele Francica Barone di Pancali di Salvatore Chindemi (Palermo, 9 giugno 1868), e le Osservazioni di Gaetano Adorno Puma, controreplica polemica del figlio di Mario Adorno.
Carattere e ritratto morale
Le testimonianze contemporanee descrivono Pancali come uomo di temperamento ardente. Chindemi ne sottolineò la capacità di trascinare i giovani, mentre la storiografia scolastica locale, ricavando il dato dalla monografia di Salvatore Santuccio (2012), registra «un’intensa passionalità sia per la moglie che per le amanti, accompagnata da una totale incapacità di gestione del patrimonio economico». Il nome della moglie e i nomi degli eventuali fratelli non sono stati conservati dalle fonti edite consultabili. Il manoscritto autobiografico curato da Mauceri (1939) parla esplicitamente di salute fiaccata, di fortuna rovinata e di grandi passioni che lo tormentavano.
| 13 marzo 1783 | Nasce a Siracusa da Giacinto Francica |
|---|---|
| 1817 | Gaetano Abela fonda la vendita carbonara «Vezzosa» nel castello di Siracusa |
| 1820 | Partecipa ai moti palermitani; fonda la società Amici dell’Umanità |
| 1825 | Fra i fondatori della loggia massonica Timoleonte a Siracusa (Grande Oriente d’Italia) |
| 1837 | Primo sindaco di Siracusa; firma il proclama I Siracusani ai confratelli Siciliani (21 luglio); rivolta repressa da Del Carretto; condannato all’esilio |
| 23 agosto 1837 | Real Decreto n. 4209: capoluogo di Valle trasferito da Siracusa a Noto |
| 20 febbraio 1848 | Rientra a Siracusa; eletto deputato al Parlamento siciliano (Camera dei Comuni) |
| 26-27 marzo 1848 | Trattativa sulla nave britannica HMS Harlequin con il comandante John Moore |
| 10 maggio 1849 | Inserito nella lista dei 43 esuli esclusi dall’amnistia borbonica |
| 1849-1860 | Esilio a Malta; membro del Comitato Mazziniano e poi del Comitato d’Azione di Fabrizi |
| 1858 | Eletto presidente del Comitato Segreto d’Agitazione di Siracusa |
| 1860 | Rientra a Siracusa in concomitanza con la spedizione dei Mille |
| 20 marzo 1865 | Legge Lanza n. 2248: Siracusa torna capoluogo di provincia |
| 10 maggio 1868 | Muore a Siracusa a 86 anni |
Memoria e toponomastica
Piazza Emanuele Pancali
La piazza Emanuele Pancali, già Piazza del Popolo, è la prima piazza che si incontra entrando in Ortigia provenendo da terraferma. Vi si affacciano i resti del Tempio di Apollo, il più antico tempio dorico della Magna Grecia (inizio VI secolo a.C.), e da essa parte il rettifilo di corso Umberto I. L’area attuale è il risultato della demolizione, decretata nel 1893, della Porta di Ligny, fatta costruire nel 1671-1673 dal viceré Claudio Lamoral principe di Ligny, e dell’antica Porta Reale; in epoca borbonica le caserme che inglobavano i resti del tempio occupavano lo stesso spazio.


La piazza è collegata alla terraferma dal Ponte Umbertino, detto Ponte Nuovo, costruito sulla darsena, ultimo dei canali artificiali scavati da Dionisio I per separare Ortigia dalla terraferma.

Palazzo Pancali
Un Palazzo Pancali è documentato nel tessuto barocco di via della Maestranza in Ortigia, con ingresso dal vicolo Olivo; la sua attribuzione come residenza ottocentesca del barone Emanuele non è confermata dalle fonti edite consultabili e necessita di riscontro archivistico.
Documenti personali

Onorificenze postume
Una via Pancali esiste a Carlentini, in provincia di Siracusa; non risulta alcun teatro né alcuna fontana intitolati al barone. Il sito della Gran Loggia Garibaldini d’Italia gli ha dedicato una scheda biografica all’interno della sezione Elenco logge, denominandolo «Emanuele Fràncica Barone di Pàncali».
Bibliografia
Fonti coeve
- Salvatore Chindemi, Memoria sopra Emmanuele Francica Barone di Pancali, Palermo, 9 giugno 1868.
- Salvatore Chindemi, Siracusa dal 1826 al 1860, Siracusa, Tipografia di Antonino Pulejo, 1869, 420 pp.
- Gaetano Adorno Puma, Osservazioni alla memoria sopra Emmanuele Francica barone di Pancali scritta dal professore Salvatore Chindemi, Siracusa, Francesco Miuccio, 1868, 34 pp.
- Emilio Bufardeci, Le funeste conseguenze di un pregiudizio popolare. Memorie storiche, Firenze, 1868 (digitalizzato su Internet Archive): contiene il testo integrale del proclama del 21 luglio 1837.
- Pasquale Calvi, Memorie storiche e critiche della rivoluzione siciliana del 1848, pubblicate anonime con falsa indicazione «Londra 1851» ma in realtà stampate a Malta fra il 1851 e il 1853 (digitalizzato su Internet Archive).
- Giovanni Mulè Bertòlo, La rivoluzione del 1848 e la provincia di Caltanissetta, cap. cronologia 1849-1860.
Memoriale autobiografico
- Barone di Pancali, Siracusa nel colera del 1837, a cura di Enrico Mauceri, in Rassegna storica del Risorgimento, XXVI (1939), pp. 1061-1100. Unico testo edito di pugno di Pancali.
Letteratura secondaria
- Vittorio Guardo, Emanuele Francica barone di Pancali. Lotte e ideali nella Sicilia borbonica, Roma, Editrice Ciranna, 1960, 179 pp.
- Salvatore Santuccio, Un protagonista del Risorgimento siciliano. Emanuele Francica barone di Pancali (1783-1868), Siracusa, VerbaVolant, 2012, 240 pp., ISBN 9788889122372. Recensita da Lavinia Gazzè (2017) sul portale IRIS dell’Università di Catania. È la monografia accademica di riferimento.
Identificatori autoritativi
- Wikidata Q27999346
- VIAF 299963859
- GND 1034395750 (Deutsche Nationalbibliothek)
- Library of Congress n2013074626 (nome canonico: «Francica, Emanuele, barone di Pancali, 1783-1868»)
- ISNI 0000 0004 0343 8534
- BnF ark:/12148/cb16911035n
Voci correlate
- Mario Adorno, avvocato siracusano fucilato il 18 agosto 1837 a Siracusa, autore materiale del proclama del 21 luglio 1837.
- Salvatore Chindemi, patriota e storico siracusano, compagno di loggia, di rivoluzione e di esilio a Malta.
- Emilio Bufardeci, canonico siracusano che pubblicò nel 1868 il testo integrale del proclama del 1837.
- Tempio di Apollo, monumento principale di piazza Pancali.
- Piazza Duomo di Siracusa, teatro delle uccisioni del 5 agosto 1837 e delle fucilazioni del 18 agosto.
- Chiesa di Santa Maria della Misericordia e dei Pericoli, sede di una delle quattro vendite carbonare siracusane.
- Michele Bonanno, famiglia patrizia siracusana coeva.
- Saverio Landolina Nava, patrizio siracusano del periodo immediatamente precedente.
Collegamenti esterni
- Voce su Wikipedia in italiano
- Voce su Wikipedia in olandese
- Scheda didattica del Liceo Vittorini di Siracusa (progetto «I Siracusani e il Risorgimento»)
- Scheda della Gran Loggia Garibaldini d’Italia
- Recensione IRIS UniCT della monografia Santuccio 2012
- Storia della loggia Archimede 342 (continuatrice della Timoleonte di cui fu fondatore)
