Disambiguazione. Questa scheda riguarda l’archeologo. Il Museo Archeologico Regionale Paolo Orsi di Siracusa, il viale omonimo e l’istituto comprensivo cittadino prendono da lui il nome ma sono soggetti distinti.
Paolo Orsi nel 1898, a trentanove anni. Fotografia di autore ignoto, pubblico dominio | |
| Nome completo | Pietro Paolo Giorgio Orsi |
|---|---|
| Nascita | Rovereto, 17 ottobre 1859 |
| Morte | Rovereto, 8 novembre 1935 |
| Sepoltura | Cimitero di San Marco, Rovereto |
| Attività | Archeologo, paletnologo, soprintendente, senatore |
| A Siracusa | Dal maggio 1888 al maggio 1935; direttore del museo dal 1891, soprintendente dal 1907 |
| Opere principali | Esplorazioni dentro ed intorno al tempio di Athena in Siracusa (1910); Gela. Scavi del 1900-1905 (1906); Pantalica e Cassibile (1899) |
| Accademie | Lincei (corrispondente 1896, nazionale 1914); Accademia delle Scienze di Torino (1908) |
| Senatore | Nominato il 18 settembre 1924, giuramento il 2 dicembre |
| Wikidata | Q1394882 |
| Memoria | Museo Archeologico Regionale Paolo Orsi, viale Paolo Orsi e istituto comprensivo omonimo a Siracusa |
Il nome, le date, la nazionalità
All’anagrafe fu registrato con più nomi: il Dizionario Biografico degli Italiani lo dà come Pietro Paolo Giorgio, la tradizione roveretana come Pietropaolo Giorgio Cesare Maria. Firmò sempre Paolo Orsi.Nacque il 17 ottobre 1859, data concorde nel Dizionario Biografico e nelle voci enciclopediche italiana, inglese e tedesca; la scheda di Wikidata indica il 18 ottobre e il Dizionario Biografico degli Storici Trentini il 17 settembre: sono dati isolati che non trovano riscontro nelle fonti principali. Morì a Rovereto l’8 novembre 1935 e fu sepolto due giorni dopo, nel cimitero di San Marco.Un punto che di solito si dà per scontato merita di essere detto: quando arrivò a Siracusa, Orsi era nato suddito austriaco. Rovereto apparteneva all’Impero, e la cittadinanza italiana la chiese nel 1884, a venticinque anni, prima di entrare nell’amministrazione delle antichità del Regno. L’uomo che avrebbe scritto la preistoria della Sicilia veniva da una città di frontiera e da una famiglia di tradizione mazziniana.Formazione
Settimo di otto figli di Pietro Orsi e Maria Keppel, crebbe nella Rovereto positivista di fine Ottocento. A sedici anni era già assistente di archeologia ed entomologia di Fortunato Zeni al Museo civico cittadino, fondato da Zeni nel 1851: nel 1879 ricevette l’incarico di catalogare la collezione numismatica, l’anno dopo divenne conservatore della sezione archeologica e numismatica, carica che, condivisa dal 1890 al 1895 con Federico Halbherr, tenne poi da solo per tutta la vita.Dopo il ginnasio-liceo imperial regio di Rovereto, nel 1877 andò a Padova per gli studi umanistici, li proseguì a Vienna con Otto Hirschfeld e Otto Benndorf, che ne formarono la sensibilità storico-antiquaria ed epigrafica, e all’inizio degli anni ottanta a Roma seguì le lezioni di paletnologia di Luigi Pigorini, che lo segnarono in profondità. Si laureò a Padova nel 1882.Negli stessi anni percorreva le valli trentine con un metodo che sarebbe rimasto il suo per mezzo secolo: ricognizione sistematica del territorio, annotazione dei reperti mobili, degli indizi toponomastici ed epigrafici, dei dati naturalistici, tutto registrato in taccuini. Fra il 1881 e il 1883 aprì i primi scavi in tre siti preistorici trentini, il Colombo di Mori, la Busa dell’Adamo e Castel Tierno.Dopo un trimestre di insegnamento liceale ad Alatri nel 1883, dal gennaio 1884 al maggio 1885 lavorò a Roma nell’Ufficio speciale per le antichità di Roma e del suburbio, sotto Felice Bernabei e Giuseppe Fiorelli. Dall’estate del 1885 fu sottobibliotecario alla Biblioteca Nazionale di Firenze, dove conobbe Domenico Comparetti. In quegli anni la pubblicazione con Halbherr delle Antichità dell’antro di Zeus Ideo in Creta (Firenze, 1888) gli diede una prima notorietà internazionale.L’arrivo a Siracusa
Nel maggio del 1888 fu nominato ispettore di terza classe degli scavi, musei e gallerie del Regno e destinato a Siracusa, dove secondo la guida ufficiale del museo prese servizio il 7 settembre come coadiutore del direttore del museo, Francesco Saverio Cavallari, l’architetto e archeologo che con Adolf Holm aveva firmato nel 1883 la Topografia archeologica di Siracusa. Aveva ventotto anni.Nel 1889 ottenne la libera docenza in archeologia all’Università di Catania, dove insegnò senza mai avere un ruolo fino al 1899, quando vi rinunciò per incompatibilità con la carica di ispettore. Fra il dicembre del 1900 e il marzo del 1901 fu direttore reggente del Museo nazionale di Napoli, succedendo a Fiorelli, e vi impostò il riordino che sarebbe stato poi condotto da Ettore Pais. Ma il suo posto era ormai in Sicilia, dove restò dal 1888 al 1935, quarantasette anni.Il museo
Che cosa trovò
Quando Orsi arrivò, nel 1888, il museo di Siracusa aveva già una storia lunga un secolo. Era nato come raccolta del Seminario vescovile voluta dal vescovo Giovanni Battista Alagona intorno al 1780, quel «patrio Museo» che Giuseppe Maria Capodieci alimentava con le sue donazioni; era diventato Museo Civico nei primi decenni dell’Ottocento; un regio decreto del 17 giugno 1878 lo aveva trasformato in Museo Archeologico Nazionale, e l’11 aprile 1886 la nuova sede era stata inaugurata in piazza Duomo, nell’ex convento dei Fatebenefratelli riadattato su progetto di Luigi Mauceri. Primo direttore era stato Francesco Saverio Cavallari.Orsi vi entrò come coadiutore e ne divenne direttore nell’autunno del 1891: il primo documento firmato da Orsi come direttore del museo è del primo dicembre di quell’anno. Altre fonti anticipano al 1890 o posticipano al 1895, e il repertorio dei senatori del Regno registra come data della nomina il 19 settembre 1907, che è però con ogni probabilità l’atto amministrativo emanato nel quadro della riforma delle soprintendenze.Il passaggio di consegne non fu del tutto sereno. Alla vigilia del pensionamento Cavallari aveva scritto una relazione riassuntiva della propria attività al museo e ne aveva chiesto la pubblicazione al ministero; il ministro Pasquale Villari domandò un parere riservato a Orsi, che fu negativo, e il testo non fu mai stampato. Nelle relazioni degli anni successivi Orsi tornò più volte sul lavoro del predecessore con formule cortesi e correzioni tecniche puntuali: della prima campagna megarese del 1879, diretta da Cavallari, osservò seccamente che «su tale campagna non esiste alcuna relazione», e della Topografia archeologica di Siracusa scrisse che, «pur essendo opera magistrale, è piuttosto larga sintesi in servizio dello storico che dettagliata indagine per l’archeologo».
Che cosa ne fece
Il museo che Orsi lasciò non somigliava a quello che aveva trovato. Vi riversò per quasi mezzo secolo il prodotto dei propri scavi, allestì le sale, ampliò le collezioni preistoriche, romane e medievali, e ne fece l’archivio materiale della sua stessa ricostruzione della Sicilia antica: le serie che aveva ordinato scavando, dalle necropoli del Bronzo alle colonie greche, prendevano forma nelle vetrine come nelle sue pubblicazioni.Il rovescio di quel successo fu lo spazio. Nel 1925, dalla tribuna del Senato, Orsi disse che il museo si sarebbe dovuto quasi chiudere, con le raccolte «accatastate» in sale rese «quasi intransitabili» dalle nuove vetrine, e chiese un milione e un quarto per l’ampliamento. La battaglia per una sede nuova lo occupò dal 1906 fino agli ultimi anni di servizio, con memoriali, lettere ai ministeri e infine al capo del governo, in cui usava per ottenere fondi il lessico del tempo. Non la vide mai conclusa. Nel 1934, però, mentre era ancora in vita, un comitato civico cittadino deliberò di intitolargli una sala del museo destinata a biblioteca archeologica: quella biblioteca portava ancora il suo nome mezzo secolo dopo.Il museo che porta il suo nome
La sede nuova arrivò mezzo secolo dopo la sua morte. Il progetto per il parco di Villa Landolina fu avviato nel 1967 su disegno di Franco Minissi e Vincenzo Cabianca, e il museo aprì il 16 gennaio 1988 sotto la direzione di Giuseppe Voza. Fu in quell’occasione, con il trasferimento, che l’istituto prese il nome di Museo Archeologico Regionale Paolo Orsi: nella vecchia sede di piazza Duomo il suo nome non compariva.Oggi il museo di viale Teocrito espone oltre ventisettemila reperti su circa novemila metri quadrati, distribuiti nei settori dalla preistoria alle colonie greche, dalle subcolonie all’età romana e cristiana, con il medagliere e, dal 12 ottobre 2024, il settore dedicato alla Sicilia centro-orientale di età ellenistica e romana. Nel parco si trova anche il cimitero acattolico che ospita, fra gli altri, la tomba del poeta August von Platen.Va detto per intero anche il capitolo meno lineare. Con testamento olografo del 23 novembre 1926 Orsi lasciò la propria collezione archeologica personale, formata da materiali dell’Italia meridionale e della Sicilia, al Museo Civico di Rovereto, dove arrivò nel 1935: motivò la scelta come una garanzia contro la dispersione e l’esportazione all’estero. La biblioteca privata restò invece a Siracusa, alla Soprintendenza, dove si conserva anche il busto bronzeo che lo raffigura.Gli scavi siracusani
Fra il 1888 e il 1935 non ci fu quartiere antico di Siracusa in cui Orsi non mettesse mano. La città in cui arrivò aveva monumenti noti da secoli e quasi nessun dato: le antichità si conoscevano dalle descrizioni degli eruditi, da Vincenzo Mirabella a Giuseppe Maria Capodieci, e dai rilievi ottocenteschi di Cavallari. Quella che lasciò aveva una cronologia.Le necropoli e la preistoria di Ortigia
Cominciò dalle necropoli preistoriche, che nessuno aveva ancora scavato con metodo. Nel giugno del 1889, in tre giorni, esplorò il predio Reale in contrada Targia e ne pubblicò subito i risultati nel Bullettino di Paletnologia Italiana come Necropoli del Podere Reale: una ventina di tombe a grotticella artificiale del Bronzo antico, della facies che avrebbe preso il nome di Castelluccio. Nel 1905, durante i lavori all’angolo fra la Passeggiata Adorno e via Maniace, documentò una tomba a grotticella dell’età del Bronzo, già violata in antico, con anticella, breve dromos e letto funebre scolpito nella roccia: fu lui, per primo, ad affermare la presenza umana preistorica sull’isola di Ortigia, che fino ad allora si riteneva abitata solo dai coloni greci in poi.Il tempio di Atena e la cattedrale
L’impresa siracusana più densa è del 1910 ed è quella che portò nelle Notizie degli Scavi con il titolo Esplorazioni dentro ed intorno al tempio di Athena in Siracusa. Scavando dentro e attorno alla cattedrale, cioè dentro il tempio dorico del quinto secolo inglobato nel Duomo, ricostruì la successione delle fasi dalla colonia arcaica all’età cristiana: è grazie a quello scavo che la trasformazione del tempio in chiesa si conosce nel dettaglio, e non per congettura. Nello stesso anno individuò sotto il palazzo del Senato, in piazza Duomo, i resti dell’Artemision, il tempio ionico che sarebbe stato scavato negli anni sessanta da Gino Vinicio Gentili e Paola Pelagatti.Le catacombe e l’epigrafe di Euskia
Il capitolo più importante per la storia religiosa della città è quello delle catacombe. Orsi vi condusse indagini sistematiche fra gli anni novanta e il primo Novecento, riprendendo un lavoro che dal Cinquecento in poi era stato di eruditi e di curiosi, e lo trasformò in archeologia.Nel 1894, nella catacomba di San Giovanni, trovò l’iscrizione greca di Euskia, che la tradizione locale data al 10 maggio, giorno che però nella relazione a stampa di Orsi non compare: una giovane donna morta, dice l’epigrafe, nel giorno della festa della sua signora Lucia, «per la quale non v’è elogio adeguato». È il più antico documento del culto di santa Lucia a Siracusa, e sposta la questione dal terreno della tradizione a quello della prova: la festa del 13 dicembre era già una solennità urbana nel quinto secolo, e il sepolcro venerato come quello della martire esisteva ed era noto ai fedeli. Fino a quel giorno, tutto ciò che si sapeva del culto luciano veniva dalle fonti agiografiche.Nella cripta di San Marciano descrisse un edificio che definì una piccola basilica bizantina su preesistenze tardoantiche, e lesse per primo la didascalia greca dell’affresco del santo; il dibattito sulla cronologia di quel complesso, aperto da lui e proseguito dagli Agnello, non è ancora chiuso.Il Teatro, le mura, il tempio di Apollo
Sul Teatro greco il suo ruolo va detto con esattezza, perché la vulgata lo esagera. I grandi sterri erano stati fatti prima, da Serradifalco nel 1839 e poi da Cavallari; le campagne di Orsi, fra il 1907 e il 1916, furono soprattutto indagini stratigrafiche puntuali, revisione delle iscrizioni del diazoma e inquadramento del monumento nel contesto della Neapolis. Il suo contributo maggiore al Teatro fu semmai amministrativo e ostinato: nel 1914 ottenne il decreto di pubblica utilità per espropriare i mulini che occupavano la cavea da secoli, nel 1917 fu espropriato il Mulino della Grotta per ventimilatrecentocinquantotto lire e ottantacinque centesimi, fra il 1918 e il 1919 il Mulino Nuovo per dodicimilasettecento. L’ultimo lo avrebbe rimosso Luigi Bernabò Brea nel 1952, e il Parco della Neapolis, realizzato negli anni cinquanta, raccoglie un’eredità progettuale che è sua.Scavò la Porta Scea alla Scala Greca nel 1893 e, nei primi anni del secolo, il Trypilon sul fronte d’attacco del castello Eurialo, dentro quel sistema difensivo dionigiano che indagò a cavallo fra Otto e Novecento e che oggi fa parte del sito UNESCO.Del tempio di Apollo fu il più tenace sostenitore della liberazione: già nel 1922 lo definiva «il più vetusto non solo di Siracusa, ma della Sicilia» e sollecitava le istituzioni a completarne lo scavo, che sarebbe stato condotto sistematicamente dal suo successore Giuseppe Cultrera fra gli anni trenta e i primi anni quaranta, cioè dopo la sua morte: gli scavi dell’Apollonion che diverse fonti gli attribuiscono non sono suoi.L’Olympieion
Al tempio di Zeus Olimpio, alle porte della città sulla riva destra dell’Anapo, dedicò due campagne, nel 1893 e nel 1902, pubblicate poi insieme nel tredicesimo volume dei Monumenti Antichi.La necropoli del Fusco e le necropoli minori
Fra il dicembre del 1892 e il gennaio del 1893 Orsi condusse la prima campagna nella necropoli del Fusco, la grande area funeraria della Siracusa arcaica, e vi tornò da giugno a dicembre dello stesso anno con una ventina di operai. Da quel lavoro e dalle decine di sepolcreti minori indagati negli stessi anni nacque nel 1897 Di alcune necropoli secondarie di Siracusa, che è il suo manifesto di archeologia urbana: la città antica si ricostruisce dai suoi cimiteri, letti tutti insieme e non uno per volta.
Il Castello Eurialo
Dal luglio del 1909 al giugno del 1911 lavorò al castello Eurialo, la fortezza dionigiana all’estremità degli Epipoli. Vi stabilì un punto che ha cambiato la lettura del monumento: le cortine fra le torri sono posteriori alle torri stesse, e in origine fra le cinque torri si aprivano quattro passaggi, un tetrapylon poi chiuso. Vi recuperò anche la grondaia a protome leonina che è fra i pezzi più noti del complesso.L’Athenaion, il grande cantiere
Fra il 1912 e il 1917 Orsi condusse la campagna maggiore della sua vita siracusana, dentro e attorno alla cattedrale, con il cantiere di piazza Minerva aperto fra il 1912 e il 1914. Scavando sotto il pavimento del Duomo e nell’area circostante mise in luce le fasi anteriori al tempio dorico del quinto secolo, i resti di un edificio sacro più antico e i depositi votivi che documentano la continuità del culto sull’acropoli dalla colonia arcaica in avanti. Ne uscì Gli scavi intorno a l’Athenaion di Siracusa negli anni 1912-1917, pubblicato nel 1918 nel venticinquesimo volume dei Monumenti Antichi: quattrocento colonne a stampa, che restano la base di ogni discussione sul tempio di Atena e sulla Siracusa delle origini. È la ragione per cui, ancora oggi, chi studia la cattedrale parte da lui.La Neapolis, il Foro, le latomie
Fra il 1903 e il 1904 intervenne su più fronti nella parte alta della città: il Foro romano nell’area di piazza d’Armi, la caverna sotto l’Ara di Ierone II, alcuni saggi nell’Orecchio di Dionisio e, nel gennaio del 1904, uno scavo nella Latomia di Santa Venera. Sono interventi minori rispetto alle grandi campagne, ma rientrano nel disegno che perseguiva da sempre: leggere la Neapolis come un insieme, e non come una collezione di monumenti isolati.Le catacombe di vigna Cassia e la catacomba Führer
Accanto a San Giovanni, Orsi indagò gli altri complessi cimiteriali cristiani della città. Nel dicembre del 1894 scavò la catacomba della vigna Cassia e, nella stessa campagna, riconobbe presso Santa Lucia un piccolo cimitero rimasto quasi intatto, con novantadue sepolcri: lo intitolò a Joseph Führer, lo studioso che lo aveva individuato. Sono i contesti che gli permisero di costruire la cronologia dell’archeologia cristiana siracusana, che secondo chi la usa oggi non ha subito modifiche sostanziali.La catacomba di Santa Lucia e i Quaranta Martiri
Fra il 1916 e il 1919 indagò la catacomba di Santa Lucia e riportò alla luce, nell’oratorio detto dei Quaranta Martiri, un ciclo di affreschi che datò fra l’ottavo e il nono secolo: una datazione che la ricerca successiva ha confermato. Nel marzo del 1919 scavò i sepolcri siculi sul ciglione meridionale dell’Epipole, tornando dove aveva cominciato trent’anni prima.I siti del territorio
Molti dei cantieri che hanno dato il nome alle fasi della preistoria siciliana stanno nel territorio siracusano, e Orsi li scavò tutti nei suoi primi quindici anni: Stentinello, il villaggio neolitico a nord della città, Thapsos sulla penisola di Magnisi, che pubblicò nel 1896 nei Monumenti Antichi, Cozzo del Pantano, Plemmirio, Cassibile, Finocchito, Melilli. Al Plemmirio, nel 1899, chiuse una questione che si trascinava da decenni dichiarando con rara onestà di non avere trovato, in otto anni di ricerche, alcuna traccia delle fattorie fenicie che la letteratura vi collocava.Pantalica
Fuori città, il cantiere che più lo segnò fu Pantalica, la necropoli rupestre sull’Anapo che aveva visto per la prima volta nel febbraio del 1889 e che esplorò dal primo al ventuno giugno del 1895. Lì studiò l’edificio che chiamò con voce greca anaktoron, la casa del principe: l’interpretazione come palazzo di tipo miceneo è stata poi rivista, ma il nome che gli diede è rimasto.Piazza San Giuseppe, 1810 e 1921
C’è uno scavo, piccolo, che vale come parabola. Il 6 febbraio 1810 Giuseppe Maria Capodieci, scavando nel piano allora detto di San Fantino, aveva trovato due sepolcri coperti da lastre di terracotta, ne aveva fatti trasportare i materiali al museo del Seminario e aveva concluso che lì sotto doveva esserci «qualche antichissimo cimitero». Nel 1921, un secolo dopo, Orsi condusse nella stessa piazza San Giuseppe uno scavo regolare, pubblicandolo nelle Notizie degli Scavi del 1925: da allora quel sito è entrato nella letteratura archeologica internazionale come uno dei nuclei della Siracusa arcaica, con ceramica riferibile alla prima generazione della colonia.L’intuizione dell’erudito settecentesco era giusta, e a dimostrarlo fu l’archeologo che di quegli eruditi si serviva pur diffidandone.Megara Hyblaea e il primo piano regolatore d’Occidente
Megara Hyblaea è il cantiere in cui si misura meglio che cosa Orsi vide, che cosa non poté vedere e come la ricerca successiva ha fatto i conti con lui.Nel febbraio del 1892, mentre in un podere si impiantava un agrumeto, Orsi arrivò sul posto a lavori già iniziati e annotò nel taccuino le fondazioni di case quadrate, misurandone una di quasi dodici metri per dodici, allineate lungo strade in un reticolo di piccole isole. Trent’anni dopo tornò su quell’osservazione in una pagina delle Notizie degli Scavi, riportata dagli studiosi francesi che hanno ripreso lo scavo, in cui ricorda di avere visto nel 1892 un preciso avanzo di reticolato urbano e osserva che quel sistema a rete non è invenzione esclusiva di Ippodamo, auspicando che un giorno, tolto l’agrumeto, le esplorazioni riprendano.Dal 1949 il sito è scavato dall’École française de Rome. Nel volume che ha ripreso l’intera storia degli studi, uscito nel 2004, Michel Gras e Henri Tréziny commentano quel passo scrivendo, in francese, che Orsi «ha perfettamente colto la straordinaria importanza della sua osservazione» e che «è uno dei primi, se non il primo, a sottolineare la priorità cronologica dell’urbanistica greca arcaica d’Occidente rispetto alle esperienze di Ippodamo di Mileto». E aggiungono un dettaglio che è insieme un omaggio e una piccola ironia della storia: quando nel 1965 gli archeologi francesi conclusero che a Megara esisteva fin dall’età arcaica un’organizzazione urbana rispondente a un piano d’insieme, «ritrovavano senza saperlo un’osservazione di Orsi».Dove i francesi lo hanno corretto
La revisione principale riguarda la data di fondazione, e nasce da un limite di metodo che i francesi hanno indicato con chiarezza. Orsi aveva scavato soprattutto necropoli, e il materiale più antico delle tombe non risaliva oltre il secondo quarto del VII secolo, mentre Tucidide collocava la fondazione nel 728 avanti Cristo. Nel 1952 François Villard e Georges Vallet, scavando l’abitato e non le tombe, proposero una cronologia più alta, intorno al 750, e scrissero, in un passo che qui si traduce, che «soltanto lo scavo all’interno di una città, che dia in più punti diversi una successione di livelli concordanti, permette di ottenere risultati decisivi dal punto di vista cronologico»: gli scavi di Orsi, «che pure avevano fornito un materiale considerevole, proveniente essenzialmente dalla necropoli, non avevano dato il minimo indizio sui periodi più antichi, né d’altronde sui più recenti, della città».È la critica più seria che gli sia stata mossa, ed è una critica che riguarda il metodo più che l’accuratezza: gli mancava lo scavo stratigrafico dell’abitato, che sarebbe diventato pratica corrente decenni dopo. Gli stessi autori francesi, nel 2004, la accompagnano con una notazione di equità: fra gli anni venti e gli anni cinquanta le conoscenze sulla ceramica erano cambiate, e i loro scavatori disponevano di una pratica di lettura dei frammenti d’abitato che Orsi, abituato ai vasi interi delle tombe, non aveva.La discarica ritrovata
C’è poi un episodio che dice come lo scavo di ieri diventi il documento di oggi. Nel 1951 la missione francese trovò ai piedi della rupe, poco fuori dal terreno degli scavi di Orsi, un grande ammasso di frammenti ceramici concentrato in pochi metri quadrati, e ne fece la base del volume sulla ceramica arcaica del 1964. Nel 2004 Gras e Tréziny avanzarono l’ipotesi che quell’ammasso fosse in realtà lo scarico degli scavi di Orsi del 1917-1922: il punto era il più comodo dove gli operai potessero rovesciare la terra di risulta, e insieme ai frammenti arcaici c’erano cocci neolitici di facies Stentinello, ossidiana, selce, vernice nera ellenistica e persino stoviglie moderne, quella che i due studiosi chiamano «la firma dei rifiuti dello scavo Orsi». L’ipotesi è stata confermata nel 2015 dallo studio dei materiali preistorici condotto da Anita Crispino, del Museo Orsi, e Massimo Cultraro, con conseguenze sulla datazione del santuario nord-occidentale.Orsi e gli eruditi siracusani
Il rapporto di Orsi con la tradizione erudita che lo aveva preceduto si misura su un caso in particolare.Nello spoglio di trentasei annate delle Notizie degli Scavi, dal 1886 al 1924, il nome di Capodieci compare due volte soltanto, e nella stessa relazione: quella sulla catacomba di Santa Lucia, esplorata fra il 1916 e il 1919 e pubblicata nel 1918. Le due citazioni stanno in due note consecutive e dicono cose opposte.Nella prima, Orsi lo usa come fonte per capire a che cosa servisse un ambiente: «Il Capodieci che fece vari tentativi nel cimitero di S. Lucia, e deve essere penetrato, ma fugacemente, anche in taluna delle gallerie oggi definitivamente rese accessibili, dice testualmente […] Questo passo parmi recare molta luce anche sulla destinazione dell’ambiente». Nella seconda, alla pagina successiva, lo respinge: «Nè è verosimile che questa galleria corrispondesse nel suo prolungamento a quella, ricca di pitture e sepolcri, visitata […] da un erudito siracusano […] e che sarebbesi spinta fin sotto la croce attuale del piazzale, il che parmi poco verosimile, attesa la soverchia distanza». Nella nota Orsi non lo chiama per nome nel corpo del testo: lo chiama «un erudito siracusano», e nel rinvio bibliografico la data della visita è stampata come 1870, che è impossibile, perché Capodieci era morto nel 1828: la data giusta, che si legge nell’originale, è 1780.Quella galleria esisteva. Le regioni meridionali della catacomba, di cui si era perso il ricordo, riemersero per caso nel 1942, quando gli operai della protezione antiaerea vi scavarono i rifugi, e con esse l’oratorio bizantino affrescato che oggi è uno dei luoghi più importanti per la storia del culto luciano. Chi ne ha curato la pubblicazione moderna riconduce la prima conoscenza di quel settore proprio alla pagina degli Antichi monumenti che Orsi aveva giudicato poco verosimile.Va detto con precisione che nessuno studioso scrive per esteso che in quel punto Orsi ebbe torto: il confronto fra la nota del 1918 e la letteratura recente è una deduzione, per quanto documentata riga per riga. Ma il caso resta esemplare, e lo è in entrambe le direzioni: Orsi si serviva degli eruditi quando lo scavo non bastava, e li correggeva quando gli sembravano fantasiosi; una volta si sbagliò, e l’erudito aveva visto giusto centoquarant’anni prima.Con gli altri predecessori fu altrettanto netto. Di Landolina, nel 1915, liquidò gli scarichi degli scavi ottocenteschi dell’anfiteatro come «archeologicamente sterili», che per un archeologo è la condanna peggiore: significa che chi aveva scavato aveva preso gli oggetti e buttato via il contesto. In pubblico, però, nel 1921, ne parlò con rispetto, ricordando che aveva visto «felicemente coronati i suoi sforzi colla scoperta della celebre Venere, oggi la gemma del Museo Siracusano».Il giudizio d’insieme sulla tradizione erudita lo diede parlando ad Akrai nel 1921, e non fece sconti: «Si fece molto di erudizione, e sovente di una erudizione fantastica ed errata, priva di buon senzo critico, e diretta sovratutto alla glorificazione a qualunque costo della propria città». Nella stessa pagina, però, riconosceva al barone Iudica «il merito incontestato di avere per primo rivelati e messi in valore scientifico i monumenti acrensi», e lo nominava «a titolo di onore e con riconoscenza di studioso».La Sicilia antica ricostruita da capo
Fuori da Siracusa, Orsi lavorò su tutta la Sicilia orientale, con decine di campagne in poco più di quarant’anni. I siti che aprì sono quelli che ancora oggi danno il nome alle fasi della preistoria isolana, per quanto la nomenclatura per siti tipo sia stata introdotta più tardi: Stentinello per il neolitico, Castelluccio per il Bronzo antico, Thapsos per il Bronzo medio, Pantalica e poi Cassibile e Finocchito per le fasi successive, fino alla soglia della colonizzazione greca. A questi si aggiungono Plemmirio, Melilli, Cozzo Pantano, Monte Tabuto e le decine di necropoli minori da cui ricavò la sequenza.Per le colonie greche il lavoro fu altrettanto esteso: Megara Hyblaea, Gela, Camarina, Lentini, e nell’interno Terravecchia di Grammichele e Monte San Mauro di Caltagirone, dove nel 1904 recuperò i frammenti di una legge greca arcaica incisa su lamine di bronzo. A Eloro, presso Noto, condusse nel 1899 una campagna di dieci settimane che ne fissò le mura, il piccolo teatro e l’ipogeo sotto la Colonna Pizzuta, con la porta monolitica ancora chiusa e i letti funebri intatti; vi tornò nel 1927. Ad Akrai, invece, il suo intervento fu limitato a saggi nelle necropoli fra il 1888 e il 1898, rimasti in gran parte inediti: il teatro e il bouleuterion erano stati scoperti dal barone Gabriele Iudica negli anni venti dell’Ottocento, e il santuario rupestre dei Santoni sarebbe stato studiato da Bernabò Brea a metà Novecento. La monografia su Gela, che raccoglie gli scavi dal 1900 al 1905, occupa da sola un intero volume dei Monumenti Antichi dei Lincei, dalla pagina 5 alla 758, con cinquantasei tavole: è una delle pubblicazioni archeologiche italiane più estese del primo Novecento.La Calabria e la Magna Grecia
Nel 1907, insieme alle tre soprintendenze siciliane, Orsi assunse la direzione della neonata Soprintendenza agli scavi e musei di Reggio Calabria, che tenne fino al 1924, lavorando su un territorio che l’archeologia non aveva ancora toccato e in condizioni rese peggiori dal terremoto del 1908, dagli scavi clandestini e dalla scarsità di fondi.Vi ottenne identificazioni che restano: Caulonia a Monasterace Marina fra il 1911 e il 1915, Hipponion a Monteleone, oggi Vibo Valentia, fra il 1912 e il 1915, la colonia locrese Medma a Rosarno fra il 1912 e il 1924. A Locri, dove aveva già scavato nel 1889 in contrada Marasà con Eugen Petersen, tornò da soprintendente sul santuario di Persefone alla Mannella e in contrada Marafioti. Nel 1910-1911 indagò il santuario di Hera Lacinia a Capo Colonna presso Crotone, e nel 1924 diresse la sua ultima grande campagna a Cirò Marina, dove riportò alla luce il santuario di Apollo Aleo e l’acrolito marmoreo del dio.Anche in Calabria si occupò dell’età bizantina, promuovendo la salvaguardia di edifici dimenticati come la Cattolica di Stilo, restaurata nel 1911 grazie all’intervento di Umberto Zanotti Bianco e della regina Margherita.Con lo stesso Zanotti Bianco fondò nel 1920 la Società Magna Grecia, che presiedette fino alla morte e che in una dozzina d’anni permise alle soprintendenze del Mezzogiorno di condurre una trentina di campagne con fondi privati; nel 1931 fondò e diresse l’Archivio storico per la Calabria e la Lucania.Il metodo
Quello che Orsi portò in Sicilia, oltre a una capacità di lavoro fuori misura, fu un modo di procedere che si può descrivere con precisione, e che va giudicato con la stessa precisione, senza il registro dell’elogio.Il primo elemento è la ricognizione sistematica del territorio, imparata nelle valli trentine da ragazzo: si percorre a piedi, si annota tutto, si tiene un taccuino. I taccuini di Orsi, centocinquanta solo quelli conservati al museo di Siracusa, sono il suo strumento vero, e insieme la sua opera meno nota.Il secondo è l’analisi comparata dei corredi funerari. Scavando centinaia di tombe e confrontandone sistematicamente il contenuto, le forme dei vasi, i tipi di sepoltura e i dati antropologici, Orsi costruì per la prima volta una cronologia relativa della Sicilia preellenica: nel 1892 elaborò una prima classificazione della preistoria siciliana, articolata in tre periodi, e il quarto periodo prese forma solo fra il 1897 e il 1898, con lo scavo delle necropoli di Licodia Eubea; a monte di tutto pose il neolitico di Stentinello. Fu inoltre il primo a riconoscere tracce micenee nell’isola. È il contributo che gli è sopravvissuto, sia pure in una forma che non è la sua: Orsi numerava i periodi, e furono Luigi Bernabò Brea e la ricerca successiva a sostituire ai numeri i nomi dei siti che lui aveva scavato e pubblicato, da Stentinello a Castelluccio, da Thapsos a Pantalica, da Cassibile a Finocchito. La nomenclatura odierna della preistoria siciliana è fatta con i suoi cantieri.Il terzo è la pubblicazione immediata. Non tenne quasi nulla nel cassetto, e questa è la ragione per cui i suoi scavi continuano a essere usati: chi voglia oggi studiare una necropoli che lui scavò nel 1895 ha una relazione a stampa, con i corredi, mentre di cantieri coevi condotti da altri non resta niente.I limiti, detti dagli archeologi
La storiografia recente non è tenera, e non lo è proprio sul metodo. La formula più netta è di Fabrizio Nicoletti, che nel 2014 lo definisce «grandissimo interprete di necropoli, incerto scavatore di abitati». Il sistema orsiano, scrive, «era un corollario di precisione archeologica, costruito senza alcuna sovrapposizione stratigrafica, ma con il sistema delle tre età, l’evoluzionismo lineare, una vasta rete di confronti e le necropoli come materia prima quasi esclusiva».La tecnica di scavo era quella del suo tempo e mostrava la corda sugli abitati: si procedeva per tagli di spessore uguale, ricostruendo la successione degli strati a posteriori, dai materiali o dalle pareti dello scavo. Funzionava nelle grotte e nelle tombe; nei villaggi no. I due tentativi di portare alla luce un abitato intero, a Sante Croci nel 1911 e a Monte Casale negli anni venti, andarono male: il primo restò inedito per quindici anni, il secondo non fu mai concluso.Anche la documentazione grafica, che le celebrazioni esaltano, va vista per quello che era: i disegni di Rosario Carta, secondo Nicoletti, «non erano veri rilievi ma letture di immediata comprensione». E Carta, aggiunge, fu «assai più che un disegnatore», perché divise con Orsi la direzione dei cantieri e in alcuni «fu l’effettivo direttore»: su questo punto gli studiosi si dividono, e Paola Pelagatti ha difeso Orsi distinguendolo dalla pratica, allora corrente, di delegare lo scavo agli assistenti.Vincenzo La Rosa, che pure lo ammirava, ha indicato il difetto di fondo nell’ostinazione etnica: «il chiodo fisso dell’ethnos siculo, della sua unità e della sua provenienza, dimostrerà di non adattarsi ai dati e alle scoperte dei suoi stessi scavi». Le ricostruzioni etniche, scrive, sono «fra le cose più caduche» dell’opera orsiana, e appartengono ormai alla storia degli studi. Su un punto La Rosa è particolarmente severo: la dipendenza dai responsi dell’antropologia fisica gli impedì di riconoscere il carattere italico della necropoli di Molino della Badia, e lo portò ad attribuire ai Siculi anche Sant’Angelo Muxaro, «sacrificato sull’altare dell’unità dell’ethnos».Manca infine la grande sintesi. La annunciò nel programma del 1889 e non la scrisse mai per esteso: quanto di più vicino le somigli è una relazione congressuale del 1923, La Sicilia preellenica, una trentina di pagine. glielo rimproverò già nel 1897 Giovanni Patroni, in un saggio pubblicato in francese, con parole che si traducono così: «la scienza non ha ancora utilizzato convenientemente i materiali riuniti dal signor Orsi» e che «il signor Orsi non ha mai tentato di riassumere lui stesso i risultati delle sue ricerche». Su questo, osserva La Rosa, Patroni aveva visto giusto.Che cosa regge
Il bilancio che ne esce non è però quello di uno studioso superato. Reggono i siti che scelse e pubblicò, che sono tuttora i riferimenti della cronologia preistorica isolana, e regge il riconoscimento della presenza micenea in Sicilia, la sua intuizione più solida, corretta poi solo nei dettagli. È invece caduta la partizione nei quattro periodi siculi, mentre l’origine peninsulare dei Siculi e la lettura dell’anaktoron di Pantalica come palazzo miceneo sono oggi posizioni di minoranza, in un dibattito che resta aperto. Reggono i dati: pubblicati subito e per intero, sono la base su cui hanno lavorato generazioni successive, compresa la storiografia che poi lo ha corretto. E regge un’impostazione che la lettura post-coloniale degli ultimi decenni gli riconosce come merito, non come colpa: mentre l’archeologia classica del suo tempo leggeva la Sicilia come provincia periferica del mondo greco, Orsi lavorava sia sulla preistoria sia sull’età classica e, come ha scritto Stephen Dyson in un libro sulla storia dell’archeologia, aveva privilegiato modelli interpretativi che guardavano agli sviluppi dell’isola da una prospettiva indigena.La frase che meglio riassume il suo peso è di La Rosa, ed è insieme un omaggio e un lamento: «sul futuro degli studiosi di preistoria siciliana veglierà ingombrante, ancora per molto tempo e con loro imbarazzo, la burbera figura di Paolo Orsi».Le pubblicazioni
La bibliografia compilata da Giuseppe Agnello per il volume commemorativo del 1935 conta trecentoventisette pubblicazioni scientifiche, alle quali si aggiungono trecentoventicinque recensioni e un centinaio di scritti minori: la sola bibliografia occupa centotrentasei pagine a stampa. La formula «oltre trecento scavi», che circola nelle sintesi divulgative, nasce da un fraintendimento di quel «oltre trecento lavori». Il tratto che i contemporanei gli riconoscevano, più della quantità, era la velocità: l’appunto ufficiale con cui fu proposto per il Senato lo dice con precisione, «con raro esempio, è venuto illustrando senza indugio le sue scoperte». Scavare e pubblicare erano per lui la stessa operazione, e questo spiega perché i suoi scavi restino utilizzabili a un secolo di distanza mentre di tanti altri, condotti negli stessi anni, non è rimasto nulla.Le sedi principali furono le Notizie degli Scavi di Antichità dell’Accademia dei Lincei, il Bullettino di Paletnologia Italiana, che diresse, e i Monumenti Antichi dei Lincei, dove pubblicò le monografie maggiori. Tre di queste danno la misura dell’impresa: nel volume nono del 1899 uscirono insieme Pantalica e Cassibile, alle pagine 33-146, e la campagna del 1896 a Camarina, alle pagine 201-278; il volume diciassettesimo del 1906 è occupato per intero, dalle pagine 5 a 758, da Gela. Scavi del 1900-1905, con cinquantasei tavole; il volume ventitreesimo del 1914 ospita alle pagine 685-948 le campagne di Caulonia. Per l’archeologia cristiana si servì anche della Römische Quartalschrift, e per la Calabria dell’Archivio storico per la Calabria e la Lucania, la rivista che fondò nel 1931 e diresse.A Siracusa la pubblicazione più densa resta Esplorazioni dentro ed intorno al tempio di Athena in Siracusa, uscita nelle Notizie degli Scavi del 1910 alle pagine 519-541, dove la storia della colonia viene ricostruita dalle origini all’età cristiana partendo da ciò che si vede sotto la cattedrale.Le raccolte bibliografiche complete sono due: quella curata da Giuseppe Agnello nel volume commemorativo del 1935 e la Bibliografia degli scritti di Paolo Orsi di Anna Maria e Giovanni Marchese, uscita a Pisa nel 2000.Senatore del Regno
Come arrivò la nomina
Il 18 settembre 1924, con regio decreto dato a San Rossore, Paolo Orsi fu nominato senatore del Regno; giurò nella tornata del 2 dicembre. La categoria di nomina era la diciottesima, quella riservata ai membri della Regia Accademia delle scienze dopo sette anni: Orsi era socio nazionale dei Lincei dal 13 agosto 1914, e il requisito era soddisfatto da un pezzo.La nomina fu chiesta a Mussolini dal senatore roveretano Ettore Tolomei, compagno di ginnasio di Orsi e poi teorico dell’italianizzazione dell’Alto Adige, con una lettera del 2 maggio 1924, alla vigilia del viaggio del capo del governo in Sicilia. Il documento, conservato all’Archivio Centrale dello Stato, è esplicito sulla natura dello scambio:Alla vigilia della visita alla Sicilia, della visita a Siracusa, permetta l’E.V. ch’io rinnovi un fervido voto, ch’è di tutti i Trentini, come di tutti gl’intellettuali d’Italia: che il genius loci di Siracusa, che l’archeologo trentino di fama mondiale, Paolo Orsi, sia ascritto al Senato, per volontà del Duce. […] Mi permetto solo d’aggiungere una considerazione politica, d’ordine regionale, ch’è questa: il Trentino, nelle recenti elezioni politiche avendo votato con disciplina la Lista Nazionale, nella quale di 6 posti solo uno era dato a un nativo, sentirebbe la più viva gratitudine per codesto atto di benevolo riconoscimento dei suoi meriti verso l’alta cultura della Patria nella persona di Paolo Orsi.In alto a destra del foglio, a matita blu, sta l’annotazione «Raccomandato da S.M. il Re».L’appunto ufficiale di motivazione, conservato nello stesso fascicolo, è il ritratto che il Regno fece di lui: «Paolo Orsi in trentacinque anni di prodigiose ricerche ha rivelato la civiltà primitiva dei Siculi, dianzi assolutamente ignota», e la sua produzione a stampa, «nelle quali, con raro esempio, è venuto illustrando senza indugio le sue scoperte», costituisce «un complesso di altissimo valore scientifico e metodico». Poi la formula che lo definisce meglio di qualunque biografia: «tutta la sua cenobitica vita di lavoro fa di questo cittadino, che ha vissuto la passione del più fervido irredentismo, un esempio di compiuta probità civica. Non si esagera dicendo che in Paolo Orsi l’Italia possiede oggi la più insigne personalità di archeologia militante del mondo».
Due discorsi in undici anni
In Senato Orsi parlò due volte. Il primo intervento è della tornata del 16 maggio 1925, sul bilancio della Pubblica Istruzione, e riguarda in gran parte Siracusa. Il museo che dirigeva era arrivato al punto di rottura, e lui lo disse in aula:Qui vorrei anche dire che si deve quasi chiudere il museo […] dove un complesso di raccolte mirabili si viene via via accatastando nelle sale che, con l’esposizione di sempre nuove vetrine, sono quasi intransitabili. Occorre un milione ed un quarto per l’ampliamento, né io dispero di aver contributi dagli enti locali (città e province) malgrado le loro stremate finanze, se lo Stato darà il più. […] E volevo rivolgermi a lui per pregarlo, con umiltà, ma con altrettanto fervore, ed in nome dell’arte, perché volesse almeno restituirci il prodotto della tassa d’ingresso che, per antica disposizione, era roba nostra.Il secondo discorso è del 1927. Vi sostenne che in Italia gli atenei erano più del necessario, che i bilanci per il settore storico-artistico erano insufficienti, che servivano biblioteche nelle città medio-piccole e organici più larghi nelle soprintendenze. E vi lasciò una frase che dice molto del suo modo di vedere il mestiere: «Ed in particolare io, archeologo, oso affermare, forse anche sfidando il malumore dei fulmini di qualche mio collega che non vive sul terreno pratico della necessità, che qualche archeologo di meno sarebbe largamente compensato da qualche architetto di più».
Il rifiuto dell’Accademia d’Italia
Nel 1926, per una indiscrezione dell’onorevole Pennavaria, Orsi seppe di essere fra i candidati quotati alla Reale Accademia d’Italia, appena istituita, e che la nomina era «quasi assicurata». Scrisse allora a Giovanni Gentile, da Siracusa, il 3 agosto 1926, per far sapere al capo del governo che non avrebbe accettato.La lettera merita di essere letta per esteso. Le ragioni sono due. La prima è scientifica: «io non mi sento di essere degno di rappresentare l’archeologia italiana di fronte a tutto il mondo nell’altissimo consesso. So molto bene quello che sono e quello che valgo», e aggiunge che «di fronte alle ambizioni talora sfrenate di giovani pur valorosissimi, vi sono degli anziani silenziosi ed operosissimi, i cui meriti passano inosservati, e pur vanno assai al di là dei miei». La seconda ragione è che quel posto, secondo lui, spettava a un altro: Federico Halbherr, il compagno di ginnasio con cui aveva diviso il museo di Rovereto e firmato il primo libro, e che «da 40 anni dirige i grandi scavi che hanno rivelato a tutto il mondo la civiltà minoica». Di Halbherr scrive che «visse sempre nel silenzio ed in umiltà, servendo la Scienza e la Patria», ricompensato appena con una commenda, «ma ha voluto che intorno a sé si facesse il silenzio, mentre altri si sarebbe fatta erigere, dalla réclame, una statua d’oro». La conclusione è netta: «Si dia a lui ciò che voleva darsi a me, già abbastanza onorato, ed io ne sarò felice».Per sé chiedeva una cosa sola: «Per me null’altro chiedo, che di essere lasciato alla pace serena dei miei studi». E sul contorno della faccenda fu durissimo, parlando della «concorrenza ai posti di Accademico, ed alla lautissima prebenda, cotanto ambita, che attorno al Capo del Governo determinano una ridda sfrenata di ambizioni non meno che di avidità».Come stare dentro il quadro
Il rapporto di Orsi con il fascismo non si lascia ridurre a una formula. Che avesse frequentato le sedute del partito lo scrive lui stesso a Gentile; l’iscrizione al Partito Nazionale Fascista nel 1925 è riferita da fonti giornalistiche recenti e non da documenti d’archivio. Usò il lessico e i canali del regime quando gli servivano fondi: nelle lettere a Mussolini per l’ampliamento del museo arriva a scrivere che Siracusa «possa più fascisticamente contribuire». La nomina a senatore gli arrivò come contropartita politica di un voto regionale, e la motivazione ufficiale valorizzava il suo irredentismo giovanile. Nel 1929 mise la propria autorità di studioso al servizio della politica di italianizzazione dell’Alto Adige, scrivendo a Mussolini a proposito dei monumenti di Bolzano: è il punto più compromettente della sua biografia politica, e va detto. Nello stesso tempo rifiutò l’onore accademico più alto che quel regime potesse dargli, e lo rifiutò per darlo a un altro. Va aggiunto che il sodalizio più duraturo della sua vita, la Società Magna Grecia fondata con Umberto Zanotti Bianco, fu sciolto d’autorità nel 1934, e che Zanotti Bianco era un antifascista dichiarato.Lo storico dell’archeologia Maurizio Paoletti lo ha definito un cattolico di destra dubbioso verso il fascismo ma non ostile, distinguendolo da chi vi aderì per convinzione. È la formula che regge meglio ai documenti: un uomo di formazione risorgimentale che accettò la cornice di potere entro cui far funzionare le proprie soprintendenze, senza esserne un ideologo e senza opporvisi.L’uomo
Rimase orfano di padre a tre anni, in una famiglia numerosa e di modeste condizioni. Non si sposò e non ebbe figli. Il repertorio dei senatori del Regno, che ha campi appositi per la famiglia, registra il padre Pietro, la madre Maria Keppel, il fratello Osvaldo e la nipote Anita, e nessun coniuge; gli eredi che nel 1977 donarono altri suoi reperti al museo di Rovereto furono appunto i nipoti. L’appunto con cui il governo motivò la nomina senatoriale parlava della sua «cenobitica vita di lavoro», e la parola non era un ornamento retorico.Per quarantasette anni, a Siracusa, abitò in una stanza dell’hotel Roma arredata con un letto, un tavolo e due sedie. La sua casa vera era il museo. Della città disse di andarle «debitore della sua gloria». Arnaldo Momigliano ne ha dato la formula più esatta, e vale anche per l’amico Halbherr: «Orsi dedicò tutta la vita a una terra, in cui non volle mai prendere radice».Il ritratto più preciso che ne abbiamo è quello che ne fece l’anno dopo la morte Enrico Gagliardi, che lo aveva ospitato nei soggiorni calabresi: «alta, solida la persona, la nobile testa eretta, la fronte spaziosa, pochi capelli lisci modellavano il cranio, la barbetta grigia, il portamento rigido, quasi militare, lo avrebbero fatto scambiare per un ufficiale; ma un solco profondo sulla fronte e lo sguardo penetrante ben rilevavano in lui l’uomo di studio e di scienza». E sul modo di stare al mondo: «La sua vita austera, d’una semplicità francescana, che rifuggiva dagli onori e da ogni teatrale popolarità, gli ha permesso di operare in silenzio in luoghi disagiati».La salute lo accompagnò male per tutta la seconda metà della carriera. Già in Calabria lavorava, come scrive il suo biografo, nonostante problemi economici e di salute; nel 1926, nella lettera a Gentile, annota di sé che «la mia salute è molto scossa». Paolo Enrico Arias, che lo vide negli ultimi tempi, lo ricorda mentre «avanzava a passi lenti, col bastone e le pantofole grandi in cui i piedi che avevano tanto camminato su e giù per il Trentino e la Sicilia e la Calabria non riuscivano quasi a stare più».Lasciò Siracusa nel maggio del 1935 secondo il Dizionario Biografico, mentre la guida del museo anticipa la partenza definitiva all’agosto del 1934; il pensionamento è comunque del 1934 e dopo avere affiancato il nuovo soprintendente Giuseppe Cultrera. Il restauratore Giuseppe D’Amico, che lo accompagnò nel viaggio verso Rovereto, raccontò che sul treno per Roma andava nominando a uno a uno i luoghi che vedeva dal finestrino: la Sicilia che non avrebbe più rivisto. Morì a Rovereto l’8 novembre 1935; i funerali si tennero il 10 novembre nella chiesa di San Marco.Al museo della sua città lasciò in eredità la collezione di antichità, dalla preistoria al tardo ellenismo fino a oggetti arabo-medievali e a monete. La biblioteca privata restò invece a Siracusa, alla Soprintendenza.La morte e il lascito
Morì a Rovereto l’8 novembre 1935, sei mesi dopo il rientro dalla Sicilia. La causa non è indicata da nessuna delle fonti disponibili. I funerali si tennero il 10 novembre nella chiesa di San Marco, e il corteo passò da piazza Rosmini: la notizia si conserva in una cartolina fotografica dell’archivio del Museo Civico di Rovereto, e non compare nelle voci biografiche. È sepolto nel cimitero di San Marco, in via Parteli, fra le tombe degli uomini illustri della città.Aveva disposto delle proprie cose con un testamento olografo del 23 novembre 1926. La collezione archeologica personale, formata in cinquant’anni di lavoro e comprendente oltre millecento monete greche oltre a materiali che vanno dalla preistoria al tardo ellenismo fino a oggetti arabo-medievali, andò al Museo Civico di Rovereto, dove arrivò nel 1935. La motivazione è sua, e spiega una scelta che a Siracusa può sembrare strana: quegli oggetti, scrive, «non interessano il Museo di Siracusa», e preferì «con mio sacrificio pecuniario salvarli dall’esportazione all’estero, destinandoli a una piccola raccolta municipale dell’Italia». Nel 1977 la raccolta roveretana fu accresciuta da altri reperti donati dagli eredi, in particolare dalla nipote Anita, figlia del fratello Osvaldo; nel 2013 la Fondazione roveretana ha acquistato migliaia di suoi documenti personali, dai telegrammi alla corrispondenza con studiosi, amici e parenti.A Siracusa restarono la biblioteca privata, i taccuini e le carte d’ufficio, conservati alla Soprintendenza e al museo. Già nel 1934, prima che morisse, un comitato civico cittadino aveva deliberato di intitolargli una sala del museo destinata a biblioteca archeologica, che portava ancora il suo nome mezzo secolo dopo.Nello stesso 1935 Umberto Zanotti Bianco gli dedicò un intero fascicolo doppio dell’Archivio storico per la Calabria e la Lucania, la rivista che Orsi aveva fondato quattro anni prima: ottocentotré pagine, con il profilo biografico dello stesso Zanotti Bianco e la bibliografia completa curata da Giuseppe Agnello.Memoria
A Siracusa il suo nome è oggi ovunque: il museo, il viale che vi conduce con i suoi ronchi, l’istituto comprensivo che lo porta con quattro plessi. Nella provincia lo ricordano Rosolini, Noto, Avola, Palazzolo Acreide e Melilli, e il sentiero che dalla Sella di Filiporto sale all’Anaktoron di Pantalica, uno dei siti che scavò. In tutta la Sicilia sono una sedicina i comuni con una via a lui dedicata, fra cui Sant’Angelo Muxaro, dove scavò nel 1931 e dove la scuola media porta il suo nome. In Calabria lo ricordano cinque comuni, e il cortile interno del museo di Reggio è intitolato a lui; in Trentino, Trento e Mori; a Roma una via nel Municipio VII.A Rovereto, dove è sepolto nel cimitero di San Marco fra gli uomini illustri della città, una lapide segnala la casa natale e un bassorilievo attribuito a Giovanni Tiella lo raffigura nel portico di Palazzo Alberti Poja, accanto a quello di Federico Halbherr, il compagno di ginnasio con cui aveva cominciato. A Siracusa un busto bronzeo lo ricorda nella biblioteca della Soprintendenza.Le sue carte sono divise fra due città. A Rovereto, alla Fondazione Museo Civico, stanno i taccuini giovanili del 1877-1880, il carteggio con Giovanni de’ Cobelli e circa ottomila lettere private acquistate dagli eredi nel 2013; a Siracusa, al museo che porta il suo nome, circa dodicimila lettere e centocinquanta taccuini di scavo, inventariati e in corso di digitalizzazione. Il portale della Fondazione roveretana dedicato alla sua eredità ha pubblicato oltre undicimila documenti digitalizzati e trascritti.Dal 1993 la Fondazione Museo Civico di Rovereto assegna un Premio Paolo Orsi; nel 1990 si tenne il convegno che ne riesaminò l’opera a cinquantacinque anni dalla morte, e nello stesso anno nacque la rassegna di cinema archeologico che oggi si chiama RAM film festival.Iconografia
Le immagini che lo ritraggono sono poche. La più nota è una fotografia del 1898, che lo mostra a trentanove anni con il cappello a falde larghe e la giacca chiusa fino al collo: è l’archeologo di campagna più che il funzionario. Un’altra fotografia lo riprende nell’ottobre del 1935, un mese prima della morte. Restano poi il busto bronzeo di Siracusa, il bassorilievo roveretano e le pagine dei suoi taccuini, che sono il ritratto più fedele: calligrafia minuta, misure, schizzi di tombe, il diario di una vita passata a scavare.Cronologia
- 17 ottobre 1859: nasce a Rovereto, allora nell’Impero austriaco, settimo di otto figli di Pietro Orsi e Maria Keppel
- 1875: a sedici anni è assistente di Fortunato Zeni al Museo civico di Rovereto
- 1877: si iscrive all’Università di Padova; prosegue gli studi a Vienna con Hirschfeld e Benndorf e a Roma con Pigorini
- 1880: conservatore della sezione archeologica e numismatica del Museo di Rovereto, carica che terrà per tutta la vita
- 1881-1883: primi scavi in tre siti preistorici trentini
- 1882: si laurea a Padova
- 1884: chiede e ottiene la cittadinanza italiana; entra alla Direzione generale delle antichità a Roma
- 1885-1888: sottobibliotecario alla Biblioteca Nazionale di Firenze; nel 1888 esce con Halbherr il volume sull’antro di Zeus Ideo
- maggio 1888: nominato ispettore degli scavi, è destinato a Siracusa come coadiutore di Cavallari
- giugno 1889: scava il predio Reale in contrada Targia; nello stesso anno lavora a Megara Hyblaea e a Locri, e ottiene la libera docenza a Catania
- 1891: direttore del Museo nazionale di Siracusa
- 1892: prima classificazione della preistoria siciliana; osserva a Megara Hyblaea il reticolato urbano anteriore a Ippodamo
- 1893: scava la Porta Scea alla Scala Greca
- 1894: nella catacomba di San Giovanni trova l’iscrizione di Euskia
- 1896: è nominato socio corrispondente dei Lincei; pubblica Thapsos nei Monumenti Antichi
- 1897-1898: con le necropoli di Licodia Eubea definisce il quarto periodo siculo
- 1899: pubblica Pantalica e Cassibile nei Monumenti Antichi; rinuncia alla libera docenza catanese
- dicembre 1900 – marzo 1901: direttore reggente del Museo nazionale di Napoli
- 1900-1905: campagne di Gela, pubblicate nel 1906 in un intero volume dei Monumenti Antichi
- 1905: documenta una tomba del Bronzo alla Passeggiata Adorno, in Ortigia
- 1907: assume tre soprintendenze della Sicilia orientale e quella di Reggio Calabria
- 1910: pubblica le esplorazioni dentro e intorno al tempio di Atena; individua l’Artemision sotto il palazzo del Senato
- 1911-1915: identifica Caulonia a Monasterace Marina e Hipponion a Monteleone
- 1914: socio nazionale dei Lincei; ottiene il decreto di esproprio dei mulini nella cavea del Teatro greco
- 1920: fonda con Umberto Zanotti Bianco la Società Magna Grecia
- 1921: scava piazza San Giuseppe a Siracusa, dove Capodieci aveva segnalato sepolture nel 1810
- 1924: ultima grande campagna a Cirò Marina, con il ritrovamento dell’acrolito di Apollo Aleo; il 18 settembre è nominato senatore del Regno
- 16 maggio 1925: in Senato chiede fondi per l’ampliamento del museo di Siracusa
- 3 agosto 1926: scrive a Giovanni Gentile per rifiutare la Reale Accademia d’Italia e proporre Halbherr al suo posto
- 1931: fonda l’Archivio storico per la Calabria e la Lucania
- 1934: va in pensione
- maggio 1935: lascia Siracusa dopo quarantasette anni
- 8 novembre 1935: muore a Rovereto; i funerali si tengono il 10 nella chiesa di San Marco
- 16 gennaio 1988: il museo di Siracusa si trasferisce a Villa Landolina e assume il suo nome
Lacune documentarie
Alcuni dati restano incerti e vanno segnalati come tali.La data di inizio della direzione del museo di Siracusa oscilla fra il 1890 e il 1891 nelle fonti biografiche, mentre il repertorio dei senatori del Regno registra il 19 settembre 1907: la spiegazione più probabile è che le date si riferiscano a momenti diversi, l’assunzione di fatto e l’atto formale, ma la conferma richiede il fascicolo personale.Gli estremi della soprintendenza calabrese sono dati al 1907-1924 dalla maggior parte delle fonti, al 1908-1924 dal museo di Rovereto e al 1907-1925 dall’Enciclopedia Italiana.I centocinquanta taccuini di scavo conservati al museo di Siracusa sono inventariati ma non ancora accessibili, e la loro digitalizzazione è in corso: sono la fonte che potrà chiarire molti punti, compresi i rapporti con i colleghi e la posizione politica negli ultimi anni.La causa della morte non è indicata da nessuna delle fonti reperite, né dalle voci biografiche né dai documenti roveretani.Sull’inedito le fonti si contraddicono apertamente: Vincenzo La Rosa ha scritto che Orsi non lasciò nulla di inedito, mentre i documenti d’archivio mostrano che alla sua morte la pubblicazione degli scavi non editi, in particolare quelli di Locri, fu oggetto di una contesa all’Accademia dei Lincei nel 1936.Voci collegate
- Giuseppe Maria Capodieci, l’erudito le cui segnalazioni Orsi verificò scavando
- Saverio Landolina Nava, il Regio Custode delle Antichità di un secolo prima
- Vincenzo Mirabella, l’antiquario del 1613 che aprì la topografia siracusana
- Teatro Greco di Siracusa, di cui ottenne l’esproprio dei mulini
- Chiesa di San Giovanni alle Catacombe, dove trovò l’iscrizione di Euskia
- Santa Lucia, il cui culto quell’epigrafe documenta già nel quinto secolo
- Piazza San Giuseppe, scavata nel 1921
- Tempio di Apollo, di cui sostenne la liberazione
- Isola di Ortigia, di cui riconobbe per primo la frequentazione preistorica
Fonti e bibliografia
Voci biografiche
- Irene Calloud, voce Orsi, Paolo, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 79, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 2013
- Gianni Ciurletti, Paolo Orsi, in Dizionario Biografico degli Storici Trentini, Società di Studi Trentini di Scienze Storiche, 2019
- Scheda Paolo Orsi, in Le età del Museo. Storia, uomini, collezioni del Museo Civico di Rovereto, a cura di Fabrizio Rasera, Rovereto, 2004, pp. 301-304
- Senato della Repubblica, Repertorio dei Senatori del Regno d’Italia, scheda Paolo Orsi
Opere di Orsi citate
- Necropoli del Podere Reale, in Bullettino di Paletnologia Italiana, XV, 1889, pp. 212-217
- Pantalica e Cassibile, in Monumenti Antichi dei Lincei, IX, 1899, coll. 33-146; nello stesso volume Camarina, coll. 201-278
- Gela. Scavi del 1900-1905, in Monumenti Antichi dei Lincei, XVII, 1906, coll. 5-758
- Esplorazioni dentro ed intorno al tempio di Athena in Siracusa, in Notizie degli Scavi di Antichità, 1910, pp. 519-541
- Gli scavi intorno a l’Athenaion di Siracusa negli anni 1912-1917, in Monumenti Antichi dei Lincei, XXV, 1918, coll. 353-762
- L’Olympieion di Siracusa. Scavi del 1893 e 1902, in Monumenti Antichi dei Lincei, XIII, 1903, coll. 369-392
- Thapsos, in Monumenti Antichi dei Lincei, VI, 1896, coll. 89-150; La necropoli sicula di Pantalica, ivi, XXI, 1912, coll. 301-346
- Con Francesco Saverio Cavallari, Megara Hyblaea. Storia, topografia, necropoli e anathemata, in Monumenti Antichi dei Lincei, I, 1889, coll. 689-950
- Caulonia. Campagne archeologiche del 1912, 1913 e 1915, in Monumenti Antichi dei Lincei, XXIII, datato 1914 ma uscito dopo il 1915, coll. 685-948
- Scavo di piazza San Giuseppe a Siracusa, in Notizie degli Scavi di Antichità, 1925, pp. 317-319
- Con Federico Halbherr, Antichità dell’antro di Zeus Ideo in Creta, Firenze, 1888
Studi critici
- Vincenzo La Rosa, Paolo Orsi. Una storia accademica, in Archivio Storico per la Sicilia Orientale, LXXIV, 1978, pp. 465-571
- Vincenzo La Rosa, Paolo Orsi e la preistoria della Sicilia, in Annali dei Musei Civici di Rovereto, 1, 1985, pp. 5-21
- Paolo Orsi e l’archeologia del ‘900, atti del convegno di Rovereto, 12-13 maggio 1990, in Annali dei Musei Civici di Rovereto, suppl. al vol. 6, 1991: in particolare i contributi di Paolo Enrico Arias, Vincenzo La Rosa, Paola Pelagatti sul metodo di ricerca e di edizione, e di Eugenio Maria Beranger sul carteggio nel fondo della Presidenza del Consiglio
- Fabrizio Nicoletti, Gli studi di preistoria siciliana da Paolo Orsi alla caduta del fascismo, in Archeologia in Sicilia tra le due guerre, atti del convegno di Modica 2014, Modica, 2017, pp. 233-252
- Beatrice Basile, Anita Crispino, Storie dagli archivi: tutela, ricerca (e non solo) nei primi anni Trenta tra Palermo e Siracusa, in Thesaurus Amicorum. Studi in onore di Giuseppe Guzzetta, 2021
- Michel Gras, Henri Tréziny, Henri Broise, Mégara Hyblaea 5. La ville archaïque, Roma, École française de Rome, 2004
- Robert Leighton, Paolo Orsi (1859-1935) and the prehistory of Sicily, in Antiquity, 60, 1986, pp. 15-20
- Anna Maria e Giusy Marchese, Bibliografia degli scritti di Paolo Orsi, Pisa, 2000
- Umberto Zanotti Bianco (a cura di), Paolo Orsi, numero monografico dell’Archivio storico per la Calabria e la Lucania, V, 1935, con la bibliografia completa curata da Giuseppe Agnello
Collegamenti esterni
- Voce Orsi, Paolo nel Dizionario Biografico degli Italiani
- Wikidata Q1394882; VIAF 12405539; GND 117147427; SBN CFIV067236
- Categoria Paolo Orsi su Wikimedia Commons
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