![]() Il terremoto in un’incisione su rame tedesca del 1696. Pubblico dominio, via Wikimedia Commons. | |
| Dati sismologici | |
| Tipo | sequenza sismica con due scosse maggiori |
|---|---|
| Prima scossa | 9 gennaio 1693, ore 21 GMT, magnitudo stimata 6,1 |
| Scossa principale | 11 gennaio 1693, ore 13:30 GMT, magnitudo stimata 7,3 |
| Intensità massima | XI grado della scala Mercalli |
| Epicentro | Sicilia sud-orientale (localizzazione discussa, tra area iblea e mare Ionio) |
| Maremoto | sì, lungo la costa ionica da Messina alla costa iblea |
| Effetti | |
| Area devastata | Val di Noto e Sicilia orientale, oltre 45 centri distrutti |
| Vittime totali | circa 54.000 secondo la statistica ufficiale del 1693; altre stime fino a 60.000 |
| Vittime a Siracusa | 3.500 su circa 15.400 abitanti secondo la relazione ufficiale; stime coeve da 4.000 a 8.000 |
| Intensità a Siracusa | IX grado (scossa dell’11 gennaio) |
| Conseguenze | |
| Ricostruzione | Siracusa riedificata in loco; Noto, Avola, Sortino e altri centri rifondati su nuovi siti |
| Eredità | il tardo barocco del Val di Noto, patrimonio UNESCO dal 2002 |
Il terremoto del 1693 è la più grande catastrofe naturale della storia siciliana e il terremoto più forte mai registrato nel catalogo sismico italiano. Tra la sera del 9 e il primo pomeriggio dell’11 gennaio 1693 due scosse devastarono la Sicilia sud-orientale: la seconda, di magnitudo stimata 7,3, rase al suolo o danneggiò gravemente oltre quarantacinque centri abitati del Val di Noto, provocò un maremoto lungo tutta la costa ionica e uccise, secondo la statistica ufficiale spagnola, circa 54.000 persone. A Siracusa crollò metà della città: la relazione ufficiale contò 3.500 morti su circa 15.400 abitanti, la cattedrale perse la facciata normanna e il campanile, e interi quartieri di Ortigia finirono in macerie. Dalla ricostruzione, durata quasi un secolo, nacque il volto tardo barocco che ancora oggi definisce Siracusa e le città del Val di Noto, riconosciute patrimonio dell’umanità dall’UNESCO nel 2002.
Le scosse
La sequenza si aprì la sera di venerdì 9 gennaio 1693, quando una scossa di magnitudo stimata 6,1, con epicentro nell’area iblea, colpì la Sicilia orientale danneggiando Augusta, Melilli, Sortino, Floridia, Catania e la stessa Siracusa.[1] Due giorni dopo, domenica 11 gennaio, alle 13:30 tempo medio di Greenwich, arrivò la scossa principale: le cronache dell’epoca la registrano alle «ore 21» del computo italico, che corrisponde al primo pomeriggio nell’uso moderno, un dettaglio che molte ricostruzioni divulgative ancora sbagliano trasformandola in una scossa serale.[2] I cataloghi sismici italiani le attribuiscono una magnitudo momento di 7,32, con un margine di un decimo di grado: il valore più alto dell’intero catalogo parametrico nazionale.[1]
Gli effetti raggiunsero l’XI grado della scala Mercalli su un’area di circa 5.600 chilometri quadrati, con almeno settanta località colpite da intensità pari o superiori al IX grado; le scosse di assestamento si susseguirono per oltre due anni, con repliche avvertite fino all’aprile del 1696.[2][3] Sull’epicentro la discussione scientifica resta aperta: i cataloghi macrosismici lo collocano nell’area iblea presso la costa, altri studi nel mare Ionio al largo di Catania, e il sistema di faglie ibleo-maltese è considerato il candidato più credibile come sorgente, anche sulla base delle simulazioni del maremoto.[4]
Siracusa e i terremoti prima del 1693
La città non era nuova ai crolli. Una fonte cinquecentesca ripresa dai topografi ottocenteschi registrava già per l’anno 1100 il crollo della volta della cella nella cattedrale, l’antico tempio di Atena inglobato nel Duomo; e il terremoto del 10 dicembre 1542 aveva rovinato interi quartieri, il campanile della cattedrale, poi rifatto, e i castelli Marietto e Casanova.[5] Ai terremoti gli eruditi legavano perfino i capricci della fonte Aretusa, che nel 1506 e in altre occasioni smise temporaneamente di scorrere per il sommovimento delle falde.[5] Nulla, però, preparava la città a quello che sarebbe accaduto nel gennaio 1693.
Il 9 gennaio in città
La prima scossa colpì Siracusa la sera del venerdì. I danni furono seri ma circoscritti: crollarono alcune casupole, la garitta del baluardo della polveriera, parte del campanile della chiesa di Santa Maria della Porta e parte della torre di Casanova, la vecchia fortezza medievale che serviva da carcere; risultarono lesionati il baluardo di San Michele e gli alloggiamenti militari. In città si contarono quattro morti, ma nelle campagne circostanti le vittime furono diverse decine.[6] La popolazione, atterrita, si riversò all’aperto e fuori le mura: le lettere spedite da Siracusa nei giorni successivi, prima ancora della scossa maggiore, raccontano una città già in ginocchio che implorava soccorsi.[6]
L’11 gennaio: la distruzione
La scossa dell’11 gennaio abbatté quello che la prima aveva risparmiato. Un cronista siracusano coevo scrisse che «un ripercotimento orrendissimo fe’ traballar la terra in guisa, che in pochi istanti gran parte della città ne fu distrutta».[7] Le fonti censite dal Catalogo dei forti terremoti italiani parlano della distruzione di metà della città: andarono in macerie soprattutto i quartieri di Tremaniaggi, la contrada del Castello Maniace, e di San Paolo, con parte di quello di San Pietro; il parroco di San Giacomo annotò nei registri parrocchiali la rovina delle contrade Tremaniaggi, Mastrarua e Salibra.[8]
Il colpo più celebre fu quello alla cattedrale: crollarono la facciata di età normanna, la torre campanaria e parte della copertura, mentre la struttura interna, con le colonne del tempio greco di Atena, resse. Il campanile non venne mai più ricostruito; l’appalto per lo sgombero delle sue macerie, rogato dal notaio Pietro Spucces, porta la data del 24 marzo 1693, e il crollo danneggiò anche il palazzo vescovile, i cui lavori di riparazione risultavano ancora in corso, e in pagamento, nel 1745.[8][9]
L’elenco dei danni compilato nel novembre 1693 dal governatore Diego Garcia Asturiz per il viceré legge come un inventario della città sacra: crollo parziale della chiesa dei Gesuiti; danni alle parrocchiali di San Giovanni Battista, San Paolo, San Giacomo, San Tommaso, San Martino e a molte chiese filiali e di confraternite; il crollo quasi completo della chiesa e del monastero di Santa Lucia, fuori le mura, sul luogo del martirio della patrona; il crollo totale del monastero della Santissima Annunziata, con la chiesa rimasta illesa; danni gravi ai monasteri di Montevergini, Santa Maria Aracoeli, Santa Croce, San Benedetto, dove caddero il campanile e il tetto della cappella maggiore, Santa Teresa e Immacolata Concezione.[10] Il vescovo Francesco Fortezza riferì che dei sessantaquattro monasteri della diocesi soltanto tre, quelli di Butera, Mazzarino e Terranova, erano rimasti in piedi.[11]
Cadde anche l’apparato militare che faceva di Siracusa una delle piazzeforti più munite del Mediterraneo: crollarono la torre di Casanova, già ferita due giorni prima e mai più risorta, parte del Castello Maniace, parte del baluardo della Fontana e di quello di San Michele e tutta la porta di Villafranca, con rovine parziali in tutti gli altri baluardi e nelle mura.[8][12] Fuori città il sisma lasciò tracce perfino nel paesaggio delle antichità: nella latomia presso l’Ara di Ierone un grande grottone sporgente, simile a quello dei Cordari, si staccò e crollò, e alle catacombe di San Giovanni la chiesa sovrastante la cripta di San Marciano fu abbattuta, sconvolgendo gli affreschi dell’antico santuario.[13]
Le vittime
Sul numero dei morti siracusani le fonti non concordarono mai. La relazione statistica allegata alla lettera del viceré del 14 maggio 1693, il documento ufficiale della monarchia spagnola, registrò 3.500 vittime su una popolazione di circa 15.400 abitanti; una tradizione ripresa dalla storiografia recente arrotonda a 4.000 morti su 15.339 abitanti.[14] Le stime coeve raccolte in città oscillavano molto di più: il sindaco Benedetto Ximenes parlò di 8.000 morti, un cronista anonimo di 6.000, il sacerdote Campisi di 5.000, mentre il vicario generale Giuseppe Lanza duca di Camastra si fermò a 4.000.[7] Anche nella forbice più bassa, in pochi minuti la città perse più di un abitante su cinque.
Il maremoto nel porto
Alla scossa dell’11 gennaio seguì un maremoto che percorse la costa ionica per circa trecento chilometri, da Messina alla costa iblea, con effetti avvertiti fino alle Eolie e a Malta. A Siracusa il naturalista Paolo Boccone documentò tre successivi ritiri e rientri del mare: il porto restò asciutto per oltre settanta metri, mettendo a nudo il fondale, e le onde di ritorno raggiunsero circa due metri e mezzo. Il caso più tragico fu Augusta, dove il mare si ritirò lasciando in secco il porto e tornò con un’onda che le fonti stimarono di quindici metri, danneggiando le galere dei Cavalieri di Malta e uccidendo molte persone, soprattutto donne e bambini accorsi a raccogliere i pesci rimasti sul fondo scoperto.[15]
I giorni dopo
Il quadro dei soccorsi fu desolante: i primi aiuti organizzati arrivarono in città solo a febbraio, mentre i superstiti si rifugiavano nelle campagne e tra le macerie si diffondeva lo sciacallaggio. Da Messina giunse come commissario il governatore Sancio de Miranda, che riportò l’ordine: fece seppellire i morti, riparare i mulini ad acqua, arrestare i ladri e riaprire le botteghe, mentre da Palermo arrivava la farina.[7] Gli atti notarili siracusani conservano la contabilità minuta dell’emergenza: il 17 febbraio 1693 fu pagata la costruzione di una baracca adibita a ospedale per i feriti, e altre baracche vennero alzate per ospitare le monache dei monasteri distrutti.[16]
Il vescovo Francesco Fortezza, sulla cattedra siracusana dal 1676, il 27 febbraio inviò al cardinale Carpegna una lunga relazione sui danni della città e della diocesi, con l’elenco dei monasteri rovinati e delle parrocchie rimaste senza parroco perché i titolari erano morti sotto le macerie. Designato vicario generale per il Val di Noto dopo la rinuncia del principe d’Aragona, si ammalò prima di poter assumere l’incarico e morì il 13 novembre 1693, dieci mesi dopo il sisma; la sede vescovile restò vacante fino al 1695.[17]
La macchina della ricostruzione
La risposta della monarchia spagnola fu, per i tempi, rapida. Il viceré Juan Francisco Pacheco duca di Uzeda, che diede notizia del disastro a re Carlo II con una lettera del 22 gennaio 1693, costituì a Palermo due giunte straordinarie, una civile e una ecclesiastica, e nominò vicari generali il duca di Camastra per il Val Demone e il principe d’Aragona per il Val di Noto; tra rinunce e malattie, compresa quella del vescovo Fortezza, i poteri si concentrarono nelle mani di Giuseppe Lanza duca di Camastra, cui furono affidate facoltà quasi assolute, affiancato da tre commissari generali. I primi provvedimenti riguardarono le esenzioni fiscali e il riassetto delle piazze militari: le fortificazioni di Siracusa e Augusta, parte integrante del sistema difensivo del regno, furono ripristinate rapidamente, sotto la direzione dell’ingegnere fiammingo Carlos de Grunenbergh, che delle difese siracusane era già l’artefice.[18][7] Per l’edilizia civile, invece, non ci fu una vera pianificazione statale: scelti i nuovi siti dove occorreva, la ricostruzione fu demandata ai ceti dirigenti locali.[18]
Siracusa ricostruita: la città barocca
A differenza di Noto, Avola o Sortino, Siracusa fu riedificata sul proprio sito, dentro Ortigia, sovrapponendo la città nuova alla trama antica delle strade. Per Enrico Mauceri il terremoto «distrusse molto della Siracusa medievale e fu cagione d’un quarto e questa volta più completo rinnovamento edilizio, alimentato da uno spagnolesco barocco che introdusse di moda grandi balconi dalle mensole svariate, scolpite con inesauribile sfoggio di fantasia»: le facciate delle palazzine quattrocentesche furono soppiantate dal nuovo stile, i prospetti delle chiese maggiori interamente rifatti, e la città che ne uscì, pur conservando le vie anguste e tortuose dell’impianto antico, presenta ancora oggi quello che lo studioso chiamava «uno strano miscuglio di medievale e di barocco».[13]
Il cantiere simbolo fu piazza Duomo. La facciata della cattedrale, perduta quella normanna, fu ricostruita su progetto del palermitano Andrea Palma in due campagne, dal 1728 al 1731 e dal 1751 al 1753, con l’architetto siracusano Pompeo Picherali nel ruolo di revisore e i capomastri Giuseppe Ferrara e Giovan Battista Alminara: ne nacque uno dei vertici del tardo barocco siciliano.[9] Attorno, nei decenni, presero forma gli altri fronti della piazza: la chiesa di Santa Lucia alla Badia, distrutta dal sisma, fu ricostruita tra il 1695 e il 1703 con l’intervento dell’architetto Luciano Caracciolo, e palazzo Beneventano del Bosco fu rifatto da Luciano Alì nel 1778 sul corpo di un palazzo quattrocentesco, accanto al palazzo senatorio seicentesco di Giovanni Vermexio, sopravvissuto alla catastrofe.[19]
Gli atti dei notai siracusani permettono di seguire la ricostruzione anno per anno: il primo appalto per riedificare una chiesa, quella di San Giorgio, è già del 27 aprile 1693; il capitolato per chiesa e monastero di Santa Lucia è del 1695, con le forniture di pietra ancora in corso nel 1702; la chiesa di Santa Maria della Porta fu appaltata nel 1706; quella del convento di San Domenico era in ricostruzione ancora nel 1727. Tra la prima pietra e gli ultimi cantieri, come il palazzo vescovile in lavori nel 1745 e palazzo Beneventano nel 1778, la rinascita di Siracusa occupò quasi un secolo.[16] Anche la chiesa dello Spirito Santo, sul fronte di levante di Ortigia, appartiene alla stagione della ricostruzione.[7]
Il Val di Noto: la catastrofe e la rinascita

Il quadro complessivo della Sicilia sud-orientale fu apocalittico. La statistica ufficiale del maggio 1693 registrò a Catania 11.964 morti su circa 19.000 abitanti, quasi due terzi della popolazione; a Ragusa 5.045 su circa 9.950; a Modica 3.400; a Noto 3.000; a Sortino 2.500; ad Augusta 1.840, con il crollo della torre di Avalos; ad Avola 800, che altre fonti coeve portano oltre il migliaio; a Occhiolà 1.470 su 2.910, più della metà.[20] Una relazione dei senatori di Siracusa al Consiglio supremo d’Italia a Madrid riassunse la catastrofe in cifre volutamente enormi: due vescovadi, settecento chiese, duecentocinquanta monasteri e quarantanove città rovinate, con 93.000 morti.[11]
La ricostruzione ridisegnò la geografia della Sicilia sud-orientale. Noto abbandonò la città antica sul monte Alveria e rinacque dal 1703 su un nuovo sito più vicino alla costa; Avola fu rifondata in pianura su una pianta esagonale; a Sortino la baronessa Giulia Gaetani emise già il 19 luglio 1693 il bando per la costruzione del nuovo paese; presso la distrutta Occhiolà il principe Carlo Maria Carafa fondò Grammichele, con la celebre pianta esagonale, tre mesi dopo il sisma.[21] A Palazzolo, ricorda Mauceri, il borgo medievale distrutto prese il nome moderno, per alcuni derivato dalla voce Palatiolum, dai ruderi di un edificio sontuoso attribuito a Ierone II.[13] Catania, ricostruita su se stessa a partire dal piano del duca di Camastra, strappò al viaggiatore Patrick Brydone, in visita nel 1770, un giudizio diventato proverbiale: la città, annotò, fu presto riedificata «secondo un disegno nuovo ed elegante, ed è oggi più bella che mai».[22]
Nel 2002 l’UNESCO ha iscritto nella lista del patrimonio mondiale le «città tardo barocche del Val di Noto», otto centri ricostruiti dopo il terremoto: Caltagirone, Militello in Val di Catania, Catania, Modica, Noto, Palazzolo Acreide, Ragusa e Scicli, definiti città pensate come opere d’arte.[23] Siracusa non fa parte del sito seriale, ma la sua piazza Duomo è considerata dagli stessi organi ministeriali il simbolo della ricostruzione barocca dopo il 1693, e nel 2005 la città è entrata a sua volta nella lista UNESCO con le necropoli di Pantalica.[24]
Le fonti coeve e la memoria
Il terremoto generò subito una letteratura. La relazione a stampa più diffusa fu quella del padre Alessandro Burgos, pubblicata a Palermo e Roma nello stesso 1693; l’anno seguente il resoconto di Vincenzo Bonajuto, comunicato alla Royal Society di Londra dal grande anatomista Marcello Malpighi, portò la catastrofe siciliana sulle Philosophical Transactions, la prima rivista scientifica d’Europa; il naturalista Paolo Boccone ne trattò nel suo Museo di fisica del 1697, con le osservazioni sul maremoto, e mezzo secolo dopo Antonino Mongitore inserì il 1693 nella sua storia cronologica dei terremoti di Sicilia.[25]
Le voci siracusane sopravvivono in una piccola costellazione di testi: il memoriale di un anonimo ecclesiastico, steso nel 1698 e riscoperto solo nel 1910 sulla rivista cittadina «Aretusa»; le annotazioni del parroco di San Giacomo sui registri dei matrimoni; la relazione del sindaco Ximenes al Senato cittadino del 1696; le carte del governatore Asturiz e del vescovo Fortezza. Su questo corpus si fonda la ricostruzione storiografica moderna, che ha nel volume di Lucia Trigilia, 1693 Iliade funesta, il suo punto di riferimento.[26]
Il sisma entrò anche nelle dispute degli antiquari. Ancora nell’Ottocento si discuteva quale terremoto avesse messo a nudo le colonne del tempio di Atena inglobate nella cattedrale: una guida messinese lo attribuiva al 1693, ma la Lettera di ragguaglio firmata Don Fabrizio De Corneidis ribatté nel 1823 che il merito era del sisma del 1542, «come ho rilevato da una iscrizione in pietra ivi affissa».[27] È la spia di quanto il 1693 fosse diventato, nella memoria cittadina, il terremoto per antonomasia: l’evento a cui attribuire ogni rovina e ogni rinascita.
Note
- a b INGV, Catalogo Parametrico dei Terremoti Italiani CPTI15 e archivio macrosismico ASMI: scossa dell’11 gennaio 1693, ore 13:30 GMT, Mw 7,32 con incertezza 0,10, la massima del catalogo (scheda evento); scossa del 9 gennaio 1693, ore 21 GMT, Mw 6,07 (scheda evento).
- a b Il catastrofico terremoto dell’11 gennaio 1693 nella Sicilia orientale, INGVterremoti, 30 gennaio 2015: la conversione dall’ora italica («ore 21» = 13:30 GMT), le settanta località con intensità pari o superiore al IX grado, le repliche fino all’aprile 1696.
- ↑ Voce Terremoto del Val di Noto del 1693, Wikipedia, con la bibliografia ivi indicata: oltre 45 centri distrutti, effetti dell’XI grado su circa 5.600 chilometri quadrati.
- ↑ M. Stucchi et al., Il terremoto del 9 gennaio 1693, pubblicazione GNDT-INGV: le stime di magnitudo in letteratura (da 7,0 a 7,5) e il sistema ibleo-maltese come «candidato più credibile a rappresentare la sorgente».
- a b Francesco Saverio Cavallari, Adolfo Holm, Topografia archeologica di Siracusa, Palermo, 1883: la notizia di M. Aretius sulla volta della cella «concameratione tecta concidit an. dom. MC», il campanile rifatto dopo il terremoto del 1542 (via Mirabella) e i disseccamenti della fonte Aretusa dal 1506. Per i danni del 1542 al quartiere Maniaco e ai castelli Marietto e Casanova: Tommaso Fazello, De rebus Siculis decades duae, Palermo, 1558, Deca II, libro X. Il Cavallari-Holm digitalizzato su Aretusapedia.
- a b INGV, Catalogo dei Forti Terremoti (CFTI4), scheda dell’evento del 1693, voce Siracusa: i danni della scossa del 9 gennaio (casupole, garitta della polveriera, campanile di S. Maria la Porta, torre di Casanova, baluardo di S. Michele), i 4 morti in città e le decine nelle campagne; le lettere siracusane anteriori all’11 gennaio trasmesse dal viceré a Madrid.
- a b c d e Voce Storia di Siracusa in età spagnola, Wikipedia, sezione sul terremoto e maremoto del 1693, con la bibliografia ivi indicata: la citazione del cronista coevo, le stime delle vittime (Ximenes, anonimo, Campisi, Camastra), l’opera del commissario Sancio de Miranda, il ruolo di Grunenbergh e la ricostruzione della chiesa dello Spirito Santo.
- a b c CFTI4, cit., voce Siracusa: la distruzione di metà della città con i quartieri di Tremaniaggi e S. Paolo e parte di S. Pietro (dal memoriale dell’anonimo ecclesiastico), le contrade Tremaniaggi, Mastrarua e Salibra dal registro parrocchiale di S. Giacomo, i crolli della cattedrale (facciata, campanile, copertura), l’appalto di sgombero del 24 marzo 1693 (notaio Pietro Spucces) e i danni alle fortificazioni (torre di Casanova, parte del Castello Maniace, baluardi della Fontana e di S. Michele, porta di Villafranca).
- a b Per la facciata normanna distrutta con la struttura interna superstite: Cattedrale Metropolitana della Natività di Maria Santissima, Comune di Siracusa. Per il campanile mai ricostruito e la nuova facciata di Andrea Palma (1728-1731 e 1751-1753, con Pompeo Picherali, Giuseppe Ferrara e Giovan Battista Alminara): voce Duomo di Siracusa, Wikipedia; Treccani, voce Siracusa, data l’insieme dei lavori «tra 1728 e 1757».
- ↑ CFTI4, cit.: l’elenco dei danni a chiese e monasteri dalla relazione del governatore Diego Garcia Asturiz al viceré, 24 novembre 1693 (Archivio di Stato di Palermo).
- a b Voce Wikipedia sul terremoto, cit.: i sessantaquattro monasteri della diocesi ridotti a tre agibili secondo la relazione del vescovo Fortezza (da L. Trigilia, 1693 Iliade funesta) e la relazione dei senatori di Siracusa al Consiglio supremo d’Italia (93.000 morti).
- ↑ Sul castello di Casanova, già carcere cittadino, rovinato nel 1693: Giuseppe Maria Capodieci, Tavole delle cose più memorabili della storia di Siracusa avanti Gesù Cristo, Messina, Fiumara, 1821 («rovinò nel tremuoto del 1693, ne appariscono gli avanzi»). Il libro digitalizzato su Aretusapedia.
- a b c Enrico Mauceri, Siracusa e la valle dell’Anapo, Bergamo, Istituto Italiano d’Arti Grafiche, 1909: il grottone crollato nella latomia presso l’Ara di Ierone (p. 55), la chiesa abbattuta sopra la cripta di San Marciano (p. 78), il «quarto e questa volta più completo rinnovamento edilizio» con i balconi barocchi e il «miscuglio di medievale e di barocco» (p. 90), Palazzolo e la voce Palatiolum (p. 132). Il libro digitalizzato su Aretusapedia.
- ↑ Per i 3.500 morti su circa 15.400 abitanti (relazione allegata alla lettera del viceré del 14 maggio 1693, Archivo General de Simancas): CFTI4, cit. Per la variante di circa 4.000 vittime su 15.339 abitanti: voce Wikipedia sul terremoto, cit.
- ↑ INGV, Catalogo degli tsunami: il maremoto della Sicilia orientale e lo tsunami del Val di Noto: le osservazioni di Boccone su Siracusa (tre ritiri, porto asciutto per oltre settanta metri, onde di circa 2,5 metri) e il caso di Augusta (run-up stimato di quindici metri, le galere dei Cavalieri di Malta).
- a b CFTI4, cit., apparato documentario dagli atti dell’Archivio di Stato di Siracusa: la baracca-ospedale pagata il 17 febbraio 1693 (notaio Giuseppe Polizzi), le baracche per le monache, e la sequenza dei cantieri (chiesa di S. Giorgio 27 aprile 1693; capitolato di S. Lucia 1695 e forniture 1702; S. Maria della Porta 1706; S. Domenico 1727; palazzo vescovile in pagamento nel 1745).
- ↑ CFTI4, cit., per la relazione del vescovo Francesco Fortezza al cardinale Carpegna (Siracusa, 27 febbraio 1693, Archivio Segreto Vaticano, Fondo Carpegna) e per la designazione a vicario del Val di Noto; voce Arcidiocesi di Siracusa, Wikipedia, per le date dell’episcopato (1676-1693) e la sede vacante fino al 1695.
- a b CFTI4, cit.: le giunte straordinarie del viceré Uzeda, la lettera a Carlo II del 22 gennaio 1693, i vicari generali e la concentrazione dei poteri nel duca di Camastra, i tre commissari, le esenzioni fiscali, il rapido ripristino delle fortificazioni di Siracusa e Augusta e l’assenza di una pianificazione statale dell’edilizia civile.
- ↑ Ministero della Cultura, Catalogo generale dei Beni Culturali, Siracusa, Piazza Duomo; voce Chiesa di Santa Lucia alla Badia, Wikipedia (ricostruzione 1695-1703 con Luciano Caracciolo).
- ↑ CFTI4, cit., dalla statistica ufficiale del maggio 1693 (Archivo General de Simancas); si vedano anche INGV Sismoslab, La meraviglia del barocco siciliano nata dal peggior terremoto della storia, e la voce Wikipedia citata.
- ↑ Treccani, voci Noto (ricostruita dal 1703 su nuovo sito) e Avola (pianta esagonale); CFTI4, cit., per il bando di Giulia Gaetani del 19 luglio 1693 su Sortino; voce Grammichele, Wikipedia, per la fondazione di Carlo Maria Carafa presso Occhiolà.
- ↑ Patrick Brydone, A Tour through Sicily and Malta, Londra, 1773: su Catania, «The whole city was soon rebuilt, after a new and an elegant plan, and is now much handsomer than ever». Il libro digitalizzato su Aretusapedia.
- ↑ Le città tardo barocche del Val di Noto, Commissione Nazionale Italiana per l’UNESCO: l’iscrizione del 2002 e le otto città del sito seriale.
- ↑ Ministero della Cultura, Catalogo generale dei Beni Culturali, Il tardo Barocco a Siracusa: piazza Duomo «simbolo della ricostruzione barocca dopo il terremoto del 1693».
- ↑ Per la relazione di Alessandro Burgos (Palermo-Roma 1693) e le fonti coeve: CFTI4, cit., bibliografia. Per il resoconto di Vincenzo Bonajuto comunicato da Marcello Malpighi: An account of the earthquakes in Sicilia, on the ninth and eleventh of January, 1692/3, Philosophical Transactions of the Royal Society, vol. 18, 1694. Paolo Boccone, Museo di fisica e di esperienze, Venezia, 1697; Antonino Mongitore, Istoria cronologica de’ terremoti di Sicilia, 1743.
- ↑ CFTI4, cit., apparato delle fonti: il memoriale anonimo del 1698 edito da S. Aiello («Aretusa», n. 24, 1910), le note del parroco di S. Giacomo (edite da G. Salonia, Archivio Storico Siracusano, 1983), la relazione del sindaco Benedetto Ximenes al Senato (1696). Lucia Trigilia, 1693 Iliade funesta. La ricostruzione delle città del Val di Noto, Palermo, 1994.
- ↑ Don Fabrizio De Corneidis (pseudonimo), Lettera di ragguaglio sopra il libricciuolo intitolato «Guida per le antichità di Siracusa», Napoli, Manzi, 1823: «Non fu poi il tremuoto detto 1693, che fece scorgere le commissure delle colonne, e dell’architrave del tempio di Minerva, ma quello de’ 10 Agosto 1542». Fazello, che del 1542 fu quasi contemporaneo, data quel sisma al 10 dicembre. Il libro digitalizzato su Aretusapedia.
Fonti
- INGV. Catalogo dei Forti Terremoti in Italia (CFTI4), scheda dell’evento dell’11 gennaio 1693. Consulta online.
- INGV. Catalogo Parametrico dei Terremoti Italiani CPTI15, schede degli eventi del 9 e dell’11 gennaio 1693. Consulta online.
- «I terremoti nella storia: il catastrofico terremoto dell’11 gennaio 1693 nella Sicilia orientale». INGVterremoti, 30 gennaio 2015. Consulta online.
- Stucchi, Massimiliano, et al. «Il terremoto del 9 gennaio 1693». Pubblicazione GNDT-INGV. Consulta online.
- INGV, Catalogo degli tsunami. «Tsu-Memo: 11 gennaio 1693, il maremoto della Sicilia orientale». Consulta online.
- Mauceri, Enrico. Siracusa e la valle dell’Anapo. Bergamo, Istituto Italiano d’Arti Grafiche, 1909. Leggilo su Aretusapedia.
- Capodieci, Giuseppe Maria. Tavole delle cose più memorabili della storia di Siracusa avanti Gesù Cristo. Messina, Fiumara, 1821. Leggilo su Aretusapedia.
- Cavallari, Francesco Saverio; Holm, Adolfo. Topografia archeologica di Siracusa. Palermo, 1883. Leggilo su Aretusapedia.
- De Corneidis, Don Fabrizio (pseudonimo). Lettera di ragguaglio sopra il libricciuolo intitolato «Guida per le antichità di Siracusa». Napoli, Manzi, 1823. Leggilo su Aretusapedia.
- Brydone, Patrick. A Tour through Sicily and Malta. Londra, 1773. Leggilo su Aretusapedia.
- Trigilia, Lucia. 1693 Iliade funesta. La ricostruzione delle città del Val di Noto. Palermo, Arnaldo Lombardi, 1994.
- «Terremoto del Val di Noto del 1693». Wikipedia, l’enciclopedia libera. Consulta online.
- «Storia di Siracusa in età spagnola (1565-1693)». Wikipedia, l’enciclopedia libera. Consulta online.
- «Duomo di Siracusa». Wikipedia, l’enciclopedia libera. Consulta online.
- «Cattedrale Metropolitana della Natività di Maria Santissima». Comune di Siracusa. Consulta online.
- «Il tardo Barocco a Siracusa» e «Siracusa, Piazza Duomo». Ministero della Cultura, Catalogo generale dei Beni Culturali. Consulta online.
- «Le città tardo barocche del Val di Noto». Commissione Nazionale Italiana per l’UNESCO. Consulta online.
- «Siracusa». Treccani, Enciclopedia online. Consulta online.
Scheda aggiunta da Alessandro Calabrò il 25 Luglio 2026.
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