![]() Il castello dalla punta di Ortigia. Foto di Phyrexian, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons. | |
| Dati identificativi | |
| Tipo | castello svevo, poi fortezza costiera |
|---|---|
| Costruzione | 1232-1239 (per alcune fonti fino al 1240) |
| Committente | Federico II di Svevia |
| Direttore dei lavori | Riccardo da Lentini, praepositus aedificiorum |
| Pianta | quadrata, circa 51 m per lato, con quattro torri angolari cilindriche |
| Murature | spessore circa 3,5 m; altezza attuale circa 12 m (in origine circa 18) |
| Stile | gotico di matrice cistercense |
| Elementi notevoli | |
| Portale | ogivale, in calcare e pietra lavica, con mensole per gli arieti bronzei |
| Salone | venticinque campate su colonne, capitelli tutti diversi |
| Sotterranei | il cosiddetto Bagno della Regina (chiuso al pubblico) |
| Ubicazione e uso | |
| Posizione | punta estrema di Ortigia, tra il Porto Grande e il mare aperto |
| Uso attuale | monumento visitabile, sede di mostre ed eventi |
| Apertura al pubblico | dal 2004, dopo la smilitarizzazione |
| Gestione | Regione Siciliana, Parco archeologico di Siracusa, Eloro, Villa del Tellaro e Akrai |
| Eventi principali | |
| Esplosione | 5 novembre 1704, fulmine sulla polveriera |
| Vertici internazionali | G8 Ambiente (2009); G7 Agricoltura e Pesca (2024) |
Il Castello Maniace è la fortezza che chiude la punta estrema di Ortigia, dove il Porto Grande incontra il mare aperto. Costruito tra il 1232 e il 1239 per volontà di Federico II di Svevia sotto la direzione di Riccardo da Lentini, è tra i monumenti più importanti dell’architettura sveva in Europa e porta il nome del condottiero bizantino Giorgio Maniace, che riprese Siracusa agli Arabi durante la campagna del 1038-1040, un nome così radicato che per secoli gli eruditi credettero la fortezza opera sua. In quasi otto secoli è stato dimora imperiale e residenza di regine, prigione, fortezza spagnola, polveriera dilaniata da un’esplosione, caserma e infine monumento aperto alle visite, fino a ospitare due vertici internazionali: il G8 Ambiente del 2009 e il G7 Agricoltura e Pesca del 2024. Dietro le sue murature spoglie custodisce alcuni degli ambienti più sorprendenti del Medioevo mediterraneo: il salone dalle venticinque volte, il portale policromo che reggeva due arieti di bronzo ellenistici e, nel sottosuolo, il misterioso Bagno della Regina.
Il nome e le origini
Il castello prende nome da Giorgio Maniace, il generale bizantino inviato in Sicilia dall’imperatore Michele IV con i titoli di protospataro e prefetto del palazzo imperiale: tra il 1038 e il 1040 guidò la spedizione di riconquista dell’isola araba e prese Siracusa, dove secondo la cronachistica ripresa dall’annalista Giuseppe Capodieci uccise il comandante saraceno Arcadio, «di rinomato valore», che vegliava alla difesa della città. La riconquista durò poco: già nel 1040, richiamato il generale, i Saraceni ripresero Siracusa «per la dappocaggine dei capitani imperiali greci», e alla città bizantina restarono solo le fortificazioni alzate attorno al porto.[19] Alla figura di Maniace la tradizione lega anche il trafugamento del corpo di santa Lucia, inviato nel 1039 a Costantinopoli: per Mauceri il dono era destinato all’imperatrice Teodora, Mirabella vi aggiunge il corpo di san Clemente abate siracusano, custodito nello stesso sepolcro della santa, e Fazello scrive che il generale «nel partirsi, portò con seco il corpo di Sant’Agata, di Santa Lucia, e d’altri Santi in Costantinopoli, a donargli all’Imperadore».[22] Gli scavi recenti non hanno restituito alcuna traccia della fortificazione bizantina, con ogni probabilità cancellata dalle profonde escavazioni del banco roccioso eseguite in età sveva per le nuove fondazioni.[1]
Il nome pesò a lungo anche sulla storia dell’edificio. Per quattro secoli gli eruditi ritennero la fortezza, in tutto o in parte, opera dello stesso Maniace. Fazello, che nel 1558 ne diede il primo ritratto a stampa («la terza è di forma quadrangolare, ne’ quattro cantoni della quale son quattro torrioni di figura ritonda, voltati verso i quattro venti, ed è fatta questa fortezza per guardia del porto»), la disse edificata dal generale bizantino «tutta di pietre lavorate in quadro» e registrò il doppio nome allora corrente: «ella è dagli uomini più dotti chiamata il castello, ma dal volgo è detta la torre di Maniaco».[23] Mirabella, nel 1613, datava la fortezza di Maniace addirittura al 1005 e le attribuiva il grande fosso «tagliando intorno il vivo sasso» che separò la punta dalla città, aggiungendo che dal castello prendeva nome l’intera contrada, «chiamandosi Re Maniaci, e corrottamente Tre maniaci».[24] Ancora nel 1821 le Tavole sinottiche di Capodieci descrivevano un castello «rialzato nel 1040» dal capitano bizantino sopra le rovine di una fortificazione «antichissima d’opera greca», con la gran fossa principiata dai Saraceni nel 1005 e perfezionata da Maniace nel 1030.[25] A restituire la fabbrica a Federico II sono stati i documenti della cancelleria imperiale, a cominciare dalla corrispondenza con Riccardo da Lentini, e l’analisi stilistica degli studi otto-novecenteschi.
Le antichità della punta: il tempio di Giunone e il Porto Marmoreo
La punta su cui sorge il castello era carica di memorie antiche molto prima di Federico II. La tradizione erudita, sulla scorta di un passo di Ateneo, vi collocava il tempio di Giunone Olimpia: il duca Giacomo Bonanni lo situava «nell’estrema punta del regio castello Maniaci», nel luogo detto la Lognazza, dove ancora in età moderna se ne additavano le rovine, e per Eliano il santuario custodiva una statua di Gelone eretta dopo la vittoria di Imera.[20] Gli antiquari discussero a lungo anche l’ipotesi che la punta fosse stata occupata dalla rocca di Dionisio, estesa secondo alcuni dalla fonte Aretusa fino al castello: già Capodieci la respingeva sulla scorta di Diodoro e Plutarco. Per Cavallari e Holm, che ricavavano da Diodoro Siculo l’esistenza di due acropoli in Ortigia, un castello greco sulla punta meridionale «sarebbe stato utilissimo alla difesa dell’isola», proprio dove sorge il Maniace.[21]
Sulla punta la tradizione colloca anche i granai pubblici dell’antichità, che Livio descrive come un luogo recinto di pietra squadrata e munito a modo di rocca: quasi una fortezza prima della fortezza. Cavallari e Holm li ritenevano probabile opera di Ierone II, il re attento come nessun altro all’agricoltura del territorio, e riassumevano una disputa che durava da tre secoli: Mirabella li segnava sulla punta meridionale, al numero 8 della sua pianta, il duca Bonanni li spostava presso la Marina obiettando «il continuo ondeggiare del mare», e Capodieci registrava le due opinioni citando il passo liviano sulle «pietre quadrate».[26]
Il capitolo più vivido lo scrisse Cicerone. Nelle Verrine, il luogo dell’estate di Gaio Verre, il governatore processato dall’Arpinate, è il lido dell’Isola dopo la fonte Aretusa, presso l’ingresso e la bocca del porto, «in un luogo ameno e lontano da sguardi indiscreti»: qui, mentre gli altri pretori giravano la provincia, Verre faceva piantare ogni estate i suoi padiglioni di tende tese su veli di lino finissimo, e vi teneva corte con il figlio, il liberto Timarchide e le sue favorite, Pipa moglie del siracusano Eschrione e Nice moglie di Cleomene. Cavallari e Holm ne deducevano che l’intera punta oggi occupata dal castello «fosse allora occupata da quel luogo di delizie di Verre», presumibilmente cinta di muri;[27] già nel 1624 il duca Bonanni lo aveva fissato nel tratto di riva «di là, dove pongono scala le barche infino al primo torrione del Castello Maniace dopo il fonte d’Aretusa», correggendo anche su questo punto Mirabella.[28] La spiaggia delle delizie ebbe pure un epilogo militare: quando i pirati forzarono il porto di Siracusa, racconta ancora Cicerone, puntarono per prima cosa proprio sugli accampamenti estivi del pretore, e li trovarono vuoti.[27]
Le pietre antiche riaffiorarono a più riprese. Nel 1530, scavando le fondamenta delle nuove opere bastionate, vennero alla luce una porta di marmo e sette statue, tra cui un busto colossale con un’iscrizione greca resa da Fazello con la formula latina «Extinctorum Tyrannides»: la testa, ricordata anche da Maurolico e da Goltzio, fu creduta un Giove Liberatore e trovò posto all’ingresso del castello, dove Mirabella la vedeva ancora nel 1613 («si conserva nell’entrar della Porta del Castel Maniaci») e dove restò, in un’area detta popolarmente Porto Marmoreo, fino al 2 ottobre 1810, quando lo stesso Capodieci la trasportò nel neonato museo cittadino.[29][20] Nel 1553, dallo stesso sito, si cavarono circa quattromila «grossissime pietre», destinate alle nuove opere militari. Il busto colossale, che la letteratura successiva ha descritto con un’iscrizione spagnola e identificato piuttosto con Poseidone, resta il più celebre reperto uscito dalla punta del Maniace.[20]
La fabbrica federiciana
La costruzione attuale nasce tra il 1232 e il 1239, negli anni del rientro di Federico II dalla crociata; alcune fonti estendono il cantiere fino al 1240.[2] A dirigere i lavori fu Riccardo da Lentini, che i documenti qualificano praepositus aedificiorum, sovrintendente alle fabbriche imperiali: l’imperatore seguì il cantiere con una fitta corrispondenza, segno di un interesse personale che per gli studiosi si estese alla stessa progettazione.[3] Le maestranze legarono i conci con malte di eccezionale tenacia e lasciarono su ogni pietra i propri marchi di lapicidi, ancora leggibili sulle superfici.[3]
L’impianto è un quadrato di circa 51 metri per lato, con quattro torri cilindriche agli angoli, murature spesse circa tre metri e mezzo e un’altezza originaria di circa 18 metri, oggi ridotta a 12 dopo le mutilazioni del Settecento.[2] Il linguaggio è quello del gotico di matrice cistercense, che Federico aveva conosciuto anche attraverso l’Oriente delle crociate: volte a crociera costolonate, colonne e semicolonne, peducci penduli, monofore che disegnano giochi di luce sulle superfici interne. Nel castello siracusano gli elementi militari convivono con qualità artistiche rare per un’opera fortificata, e proprio questa doppiezza alimenta da secoli le congetture sulla sua vera natura.[3]
Un giudizio d’insieme sulla qualità della fabbrica lo diede Enrico Mauceri, con l’entusiasmo del conoscitore: «opera assai pregevole che sembra uscita dalle mani di costruttori greci tanto esatta è la linea dei conci e la loro messa in opera, tanto solenne, maestosa l’intera massa muraria abbellita dalla miglior fioritura dell’arte nordica».[4] Per lo stesso Mauceri la fortezza valse poi «come esemplare architettonico» sul quale «si foggiarono le migliori fabbriche siracusane del tempo», a cominciare da palazzo Bellomo, sorto negli ultimi decenni del Duecento.[4]
Il portale
L’ingresso, sul fronte di terra, è un portale ogivale considerato tra i vertici della scultura sveva in Italia meridionale. La sua cifra è la policromia: il calcare chiaro siracusano si alterna alla pietra lavica scura in una bicromia di gusto islamico e normanno insieme, animata da foglie uncinate, elementi zoomorfi e colonnine con capitelli negli stipiti.[5] Ai lati dell’arco sporgono ancora due mensole: vi poggiavano i due arieti bronzei ellenistici che la tradizione lega al nome di Giorgio Maniace, trasformati dal progetto federiciano in custodi araldici dell’ingresso.[5]
Il salone delle venticinque volte
Superato il portale, l’involucro militare rivela il suo segreto: un unico, immenso salone che occupava in origine l’intero quadrato, coperto da venticinque volte a crociera costolonate. A sorreggerle era una selva ordinata di sostegni: sedici colonne libere al centro, sedici addossate al perimetro e quattro semicolonne, per una foresta di pietra che i visitatori hanno paragonato a una cattedrale a navate uguali.[6] Le colonne erano identiche, ma ogni capitello era diverso: foglie a uncino, serpenti attorcigliati, scene agresti, testine, animali, grappoli d’uva, e palme da dattero che si aprono a rivelare piccole sculture nascoste, in un crescendo decorativo che dai semicapitelli a parete converge verso il centro della sala.[6] Al centro, secondo una lettura suggestiva ma non documentata, poteva trovare posto un trono sotto un baldacchino di colonne in marmi e graniti.[6]
Giuseppe Agnello, il maggiore studioso dell’architettura sveva siciliana, propose di leggere le venticinque campate in chiave simbolica accostandole a una miniatura del Liber ad honorem Augusti di Pietro da Eboli: l’immagine dei regni dell’impero, con la Sicilia al centro.[7] Le trasformazioni militari dei secoli successivi hanno frazionato l’aula unica e abbattuto parte dei sostegni, ma campate, colonne e capitelli superstiti bastano a restituire l’effetto originario.
Il Bagno della Regina
Nel sottosuolo del castello sopravvive il suo ambiente più enigmatico: il cosiddetto Bagno della Regina, unico vano ipogeo della fabbrica federiciana. Vi si scende per una scala rettilinea scavata nello spessore murario e nella roccia, coperta da una volta a botte in cunei calcarei perfettamente connessi: quarantuno gradini superstiti, divisi in due rampe da un pianerottolo quadrato, tra piedritti alti un metro e quaranta.[8] In fondo, una piccola camera custodisce una vasca quadrata rivestita di lastre marmoree, alimentata da acqua dolce sorgiva: le fonti antiquarie la descrivono «di cinque palmi di quadro e altrettanto profonda». La scala riceve luce da feritoie, ma il dettaglio più studiato è un pozzo stretto e alto ricavato sulla verticale presso la torre ovest: a mezzogiorno la luce zenitale scende a colpire direttamente lo specchio d’acqua.[8]
Il nome popolare rimanda alle regine della Camera Reginale, ma la funzione originaria resta discussa: accanto all’ipotesi pratica del bagno, gli studi recenti richiamano la cultura sveva della cura corporis e i riti di purificazione, sul modello delle letture che interpretano gli ambienti analoghi di Castel del Monte come un hammam. Ne scrissero già l’annalista Giuseppe Capodieci nel 1813 e Giuseppe Agnello nel 1935, mentre Paolo Orsi vi individuò la bocca di una cisterna.[8] L’ambiente accese anche una schermaglia erudita: nel 1823 la Lettera di ragguaglio firmata Don Fabrizio De Corneidis, correggendo una guida rivale, escludeva che la vasca avesse il fondo lastricato di marmo, che avrebbe impedito all’acqua di sorgere «dallo stesso pavimento».[30] Già la Topografia archeologica di Cavallari e Holm, nel 1883, censiva la «scala e stanza sotterranea incavate nella roccia dette comunemente Bagno della Regina» tra i sotterranei idrici di Ortigia, accostandone i canali a quelli della fonte Aretusa.[21] L’ambiente, come le cisterne e i condotti delle torri sud ed est, è oggi chiuso al pubblico.
Castello, palazzo o simbolo?
Che cosa fosse davvero il Maniace di Federico II è la domanda che attraversa tutta la letteratura sul monumento, e il Comune di Siracusa stesso, nella sua presentazione, riconosce che nessun altro edificio cittadino ha suscitato altrettante congetture.[1] L’involucro è quello di una fortezza, ma l’analisi dell’impianto federiciano rivela assenze eloquenti: niente caditoie né apprestamenti per la difesa piombante, niente scuderie, cucine o alloggi per una guarnigione, nessuna traccia di un secondo piano abitativo.[9] Per questo le letture recenti oscillano tra il castello-palazzo di rappresentanza e l’edificio-manifesto, architettura del potere più che macchina da guerra: un’aula unica e smisurata, buona per le cerimonie più che per gli assedi, che qualcuno ha accostato per contrasto a Castel del Monte, sedici stanze uguali là, un’unica immensa stanza qui. Tra le chiavi interpretative proposte c’è perfino il De arte venandi cum avibus, il trattato di falconeria dell’imperatore, letto come metafora del potere che ammaestra: suggestioni non dimostrabili, ma che misurano quanto il monumento continui a interrogare.[9]
Il castello dei re e delle regine
Federico II morì nel 1250 senza vedere l’opera compiuta secondo i suoi disegni.[9] Nel 1282, allo scoppio del Vespro, il castello fu assalito dai siracusani in rivolta contro gli Angioini; nel 1302 vi firmò l’armistizio Federico d’Aragona e nel 1321 ospitò una seduta del Parlamento siciliano. Pietro II ne rinforzò le difese nel 1325.[10] Fazello aggiunge il dettaglio degli episodi: la tregua del 1302, stipulata per sei mesi «ritrovandosi il Re a Siracusa nella fortezza di Maniaci», fu negoziata da Jolanda, sorella di Federico e moglie del duca di Calabria; e nel 1354, quando l’esercito del re Ludovico si presentò «all’espugnazione della fortezza di Maniaci», il castellano Jacopo Pedileporo, «vedute l’insegne regie, senz’aspettare colpo di spada, aprì la porta».[31] Dal 1305 al 1536 il Maniace fu legato alla Camera Reginale, la dotazione delle regine di Sicilia che aveva in Siracusa la sua capitale: vi soggiornarono la regina Costanza nel 1362, Maria nel 1399, Bianca di Navarra nel 1416 e ancora Germana de Foix; negli stessi decenni, per quasi tutto il Quattrocento, le sue sale servirono anche da prigione.[32] Alla vicenda di Bianca, vedova reggente insidiata dal vecchio conte Bernardo Cabrera, la memoria cittadina ha legato pagine romanzesche care alla letteratura locale; gli eruditi però collocavano il rifugio siracusano della regina in un’altra fortezza, oggi scomparsa: il castello Marchetti o Marietti presso Montedoro, dove Capodieci data il ritiro di Bianca al 1411 e che Mauceri, chiamandolo «castello Marieth d’origine araba», diceva sorto sulle rovine della rocca dionigiana e travolto, con tutto il suo chersoneso, dai lavori delle fortificazioni cinquecentesche.[33]
L’età spagnola: Santiago de Maniace

Dopo l’incursione turca su Augusta del 1535 l’ingegnere militare Antonio Ferramolino adeguò il castello alla guerra moderna, inglobandolo nel sistema bastionato di Ortigia; nel 1540 vi fece scalo l’ammiraglio Andrea Doria durante le campagne di Carlo V contro i corsari. I terremoti del 1542 e del 1693 lasciarono danni pesanti; per il primo, che colpì il 10 dicembre 1542, Fazello registra rovine soprattutto «in questa parte, che si chiama Maniaco», il quartiere che dalla fortezza prendeva nome, con il crollo dei vicini castelli Marietto e Casanova.[10][34] Per il grande terremoto dell’11 gennaio 1693 le fonti coeve censite dal Catalogo dei forti terremoti registrano il crollo di parte del castello, insieme alla rovina del quartiere di Tremaniaggi che dalla fortezza prendeva il nome.[50] Nel 1614 il castellano Joan de Roca Maldonato fece murare sul fronte lo stemma imperiale, e nel 1618 la fortezza fu ribattezzata Santiago de Maniace, con le quattro torri dedicate a San Pedro, Santa Catalina, San Felipe e Santa Lucia; sull’ingresso campeggiava il motto latino «Ego interficiam omnes qui affligent». Nel tardo Seicento l’ingegnere fiammingo Carlos de Grunembergh aggiunse le opere a punta di diamante verso terra.[10] A come appariva la fortezza in quei decenni rimanda un disegno acquerellato del 1664 di Willem Schellinks, viaggiatore olandese: la punta rocciosa vista dal mare, le torri cilindriche ancora svettanti e l’alta torre della lanterna, un profilo che l’esplosione del 1704 avrebbe cancellato per sempre.
Il disastro del 1704
La notte del 5 novembre 1704, durante un violento temporale, un fulmine colpì la polveriera: i circa 300 quintali di polvere stipati in 800 barili esplosero, demolendo le torrette di osservazione, sventrando un intero piano e uccidendo 33 soldati spagnoli della guarnigione.[32] Fu il danno più grave mai subito dall’edificio, che perse in quella notte gran parte dell’alzato federiciano e molte colonne del salone: da allora il castello ha l’aspetto più basso e massiccio che conserva ancora oggi.[11] La ricostruzione successiva ridisegnò gli spazi: la corte fu ampliata e sorsero nuovi magazzini di servizio, primo passo della lunga metamorfosi in caserma.[32]
Il castello degli eruditi e dei viaggiatori
Sul Maniace si esercitò per secoli anche l’erudizione siracusana. Nel 1624 il duca di Montalbano Giacomo Bonanni, discutendo la topografia della città greca, respinse l’ipotesi di Vincenzo Mirabella che collocava nell’area del castello i Granai pubblici dell’antichità: «Parmi che il luogo particolare, al quale applica il Mirabella à questi Granai, in nessun modo possa essere nel Castel Maniace, dov’egli l’assegna, e ciò per lo continuo ondeggiare del mare».[12]
Nel giugno 1770 arrivò in feluca da Catania il viaggiatore scozzese Patrick Brydone, che dedicò al castello una delle pagine più ironiche del suo Tour: descrisse con puntiglio le quattro porte, il glacis, le controscarpe e il fossato pieno d’acqua di mare, per poi annotare che la fortezza era difesa «da un immenso numero di feritoie, ma neanche un singolo cannone». Fu Carlo III, ricorda lo stesso Brydone, a far rettificare il canale e rafforzare il Maniace.[13]
Il 1837: il colera, lo stato d’assedio, i processi
Le pagine più drammatiche dell’Ottocento il castello le visse nell’estate del 1837, quando l’epidemia di colera e la credenza popolare nel «venefizio», l’avvelenamento deliberato delle acque e dei cibi, travolsero la città. Ne fu testimone Emilio Bufardeci, che nelle sue memorie descrive la fortezza come il perno militare della piazza: all’alba del 24 luglio un colpo di cannone partito dal castello annunciò lo stato d’assedio, e «un battaglione di linea precesso da otto tamburi ed altrettante trombe usciva dal castello alla stessa ora», girava attorno alla città e ritirava i posti di guardia «per rinchiudersi al castello».[14]
Al comando della piazza, quasi messa «sul piede di guerra» con circa mille uomini di guarnigione, stava il generale napoletano Giovanni Tanzi, un vecchio «tra i 70 e gli 80 anni», onesto ma «credulo, debole e di buona fede», che condivideva la psicosi del veleno: faceva entrare i viveri nella fortezza solo dopo il controllo dei medici, ordinò per iscritto al fornitore di non mettere sale nel pane perché si credevano avvelenate le saline, e «non mangiava mai alcun cibo senza prima amministrarlo ai cani, che teneva legati nella propria stanza». Mentre in città si consumavano i massacri dei presunti untori, scrive Bufardeci, il generale «continuava a dormire placidamente dentro il castello in mezzo a circa 1000 baionette», salvo poi temere l’assalto del popolo e apparecchiarsi «a difendersi, e a trincerarsi con fossati, con feritoie e con barricate».[14]
Domata la rivolta, il castello divenne il carcere dei processi. Gli imputati della giunta militare erano «condotti al castello, ove vennero chiusi nelle prigioni rimpetto al conte Lapis», dentro una corte marziale «elevata a rito subitaneo» dove l’istruzione di un processo «non durava che un giorno appena».[14] Tra i giudicati senza difesa ci furono Mario Adorno, capo civile dell’insurrezione, e suo figlio Carmelo: condannati per cospirazione contro lo Stato, furono fucilati in piazza Duomo il 18 agosto 1837.[35]
Gli arieti bronzei e gli arredi dispersi
Nessun oggetto è legato al castello quanto i due arieti di bronzo ellenistici, capolavori della scultura greca del III secolo avanti Cristo che la tradizione vuole portati o donati da Giorgio Maniace e che il progetto federiciano espose sulle mensole ai lati del portale.[5] La tradizione è antica: già Fazello scriveva che fu Giorgio a ornare le porte della fortezza, «per eterna memoria d’una tanta fabbrica, di due arieti di rame, fatti di mano di maestri greci».[36]
La loro partenza da Siracusa ha una data e una storia precise. Nel 1448, durante la ribellione della città, il viceré Lope Ximénez de Urrea «si ritirò nella rocca di Maniaci» in attesa dei rinforzi; domata la sommossa con una ventina di decapitazioni, gli arieti lasciarono il castello come ricompensa al marchese Giovanni Ventimiglia, che li portò a Castelbuono, e da lì passarono a Palermo, al castello a mare, dove Fazello li vedeva ancora nel Cinquecento; Capodieci li registrava nel 1821 «nella galleria del real palazzo», annotando sul portale «i luoghi, ove eran situati».[36] Da Palermo i due bronzi seguirono strade diverse: uno andò perduto, l’altro, superstite, è oggi tra i pezzi più celebri del Museo archeologico regionale Antonino Salinas, mentre a Siracusa ne restano copie. Con la loro assenza il castello ha perso i suoi custodi antichi, ma le mensole vuote sul portale continuano a raccontarne la storia.[15]
Gli arieti aprono la lista degli arredi che il castello ha disperso nei secoli. La testa marmorea creduta un Giove Liberatore, esposta per secoli all’ingresso, passò al museo cittadino nel 1810; e le Tavole sinottiche di Capodieci registrano che il grande vaso marmoreo con iscrizione greca trovato nell’VIII secolo nelle catacombe di San Giovanni, oggi fonte battesimale del Duomo, «conservavasi prima dentro la chiesa del castello Maniaci»: la memoria, insieme, di un capolavoro transitato dalla fortezza e di una cappella castrale oggi scomparsa.[37]
Da caserma a monumento
Per tutto l’Ottocento e buona parte del Novecento il Maniace restò zona militare: i Borboni lo armarono di cannoni e nel 1838, un anno dopo i moti del colera, vi aggiunsero una caponiera difensiva.[16] Con l’Unità d’Italia il castello passò al nuovo esercito senza cambiare destino: fu usato fino alla seconda guerra mondiale come deposito di materiale bellico,[38] mentre nel comprensorio si insediava la caserma intitolata al patriota siracusano Gaetano Abela, con accesso dall’attuale piazza Federico di Svevia.[39] L’uso come caserma segnò le pietre federiciane con tramezzi, superfetazioni e adattamenti che gli studiosi non hanno esitato a definire deturpazioni, sottraendo a lungo il monumento alla città.[16]
La seconda guerra mondiale sfiorò la fortezza senza colpirla. Le grandi batterie costiere della piazza militare marittima di Augusta-Siracusa, costituita nel settembre 1941, stavano lontano dalla punta di Ortigia, sulla penisola della Maddalena, dove all’alba del 10 luglio 1943 i reparti speciali britannici aprirono l’invasione della Sicilia.[41] Nella notte dello sbarco i bombardieri alleati ebbero obiettivi mirati, l’idroscalo, la stazione e l’istmo, con l’ordine di risparmiare Ortigia e i suoi monumenti; la città cadde il 10 luglio e il porto, preso quasi intatto sotto le mura del castello, divenne il primo ancoraggio sicuro della Royal Navy in Sicilia.[40]
I restauri e la riapertura
I restauri, avviati a più riprese a partire dagli anni Settanta del Novecento, hanno liberato gradualmente le strutture originarie; il cantiere maggiore, diretto dall’architetto Aldo Spataro, partì alla fine degli anni Novanta con la rimozione sistematica delle superfetazioni militari. Smilitarizzato con la chiusura della caserma Abela, il castello è aperto al pubblico dal 2004 e nel 2011 è passato dallo Stato alla Regione Siciliana, che oggi lo amministra attraverso il Parco archeologico di Siracusa, Eloro, Villa del Tellaro e Akrai.[42]
I cantieri non si sono più fermati. Nel maggio 2015 due corpi di fabbrica sulla corte hanno accolto l’Antiquarium, con la cartografia storica della piazzaforte e i reperti recuperati negli scavi, dalle ceramiche medievali alle maioliche;[42] tra il 2013 e il 2017 il salone è stato consolidato con un progetto di restauro e miglioramento sismico da 2,2 milioni di euro, finanziato con i fondi della ricostruzione successiva al terremoto del 1990, e dal 23 luglio 2018 le campate superstiti sono tornate visitabili.[42][43] Un intervento completato nel gennaio 2023 ha rinnovato la pavimentazione della corte d’ingresso e i servizi.[44] Sulle mura resta acceso un segno della lunga stagione militare: il fanale della Marina, una torre di sette metri la cui luce, con una portata di nove miglia, continua a segnalare ai naviganti la punta di Ortigia.[45]
Il Maniace oggi
Restaurato e aperto alle visite, il castello è oggi uno dei luoghi simbolo di Siracusa: sede di mostre, concerti e manifestazioni, dal 2018 ospita anche una Stauferstele, la stele commemorativa degli Hohenstaufen dedicata a Federico II. La ribalta internazionale è arrivata due volte: dal 22 al 24 aprile 2009 con il G8 Ambiente, chiuso dall’approvazione della «Carta di Siracusa» sulla biodiversità,[17] e dal 26 al 28 settembre 2024 con la riunione ministeriale del G7 Agricoltura e Pesca, accompagnata dall’esposizione pubblica DiviNazione che per nove giorni portò in Ortigia le eccellenze agroalimentari italiane.[17]
Il salone e la piazza d’armi sono intanto diventati tra le principali sedi espositive e di spettacolo della città. Nei primi anni Duemila il castello ha ospitato gli spettacoli dell’Ortigia Festival, e dal 2014 la piazza d’armi è stata la casa dell’Ortigia Sound System, il festival di musica elettronica che vi ha tenuto il palco principale fino all’edizione 2023.[46] Tra le mostre spiccano «Passi sugli specchi» di Alfredo Pirri, che dal maggio al dicembre 2021 fece camminare i visitatori su ottocento metri quadrati di specchi stesi sotto le volte del salone,[47] e «Rarica» di Francesco Diluca, che nel 2024 accostò alle sculture esposte nella sala ipostila un’opera sommersa, posata sui fondali davanti alla fortezza;[48] nello stesso anno, per la grande retrospettiva siracusana di Igor Mitoraj, una scultura alata monumentale è stata collocata davanti al castello, affacciata sul mare.[49]
La visita permette di attraversare il fossato delle fortificazioni moderne, il portale ogivale e il salone con le campate superstiti, di percorrere i camminamenti sul mare e di leggere nelle murature le cicatrici di ogni epoca: i marchi dei lapicidi federiciani, le modifiche spagnole, i segni dell’esplosione del 1704 e delle polveriere borboniche.[18]
Accessibilità
Accessibilità motoria
Il castello si raggiunge dal fondo di via Castello Maniace con un percorso pianeggiante; l’ingresso avviene su un ponte in muratura che supera il fossato. Gli spazi principali della visita, il piazzale e il salone, sono ampi e in piano, ma le pavimentazioni storiche in pietra presentano irregolarità e alcune aree (camminamenti, livelli superiori, postazioni sul mare) si raggiungono solo con gradini e rampe ripide. Il Bagno della Regina, con la sua scala di quarantuno gradini, è comunque chiuso al pubblico per tutti. I lavori completati nel gennaio 2023 hanno rinnovato la pavimentazione della corte d’ingresso e i servizi igienici, con l’obiettivo dichiarato di migliorare l’accessibilità complessiva del sito.[44] Una verifica puntuale dei percorsi accessibili in carrozzina richiede la conferma della biglietteria; contatti nella sezione orari.
Accessibilità visiva
La visita si svolge in gran parte all’aperto, con forte luce naturale e contrasti netti tra le superfici chiare della pietra e le zone d’ombra del salone: condizioni in genere leggibili per chi ha un residuo visivo, con l’avvertenza delle irregolarità del suolo. Per l’esplorazione dell’architettura è utile la descrizione dettagliata contenuta in questa scheda, pensata anche per la lettura con sintesi vocale: il portale bicromo con le mensole degli arieti, la selva di colonne del salone, i capitelli tutti diversi. Percorsi tattili o supporti dedicati non risultano al momento segnalati.
Accessibilità uditiva
La visita libera del monumento non presenta barriere uditive. Per eventi, concerti e visite guidate la disponibilità di supporti dipende dai singoli organizzatori.
Accessibilità cognitiva
Il percorso di visita è lineare e privo di bivi complessi: ponte, portale, salone, cortili e camminamenti. La storia del castello si presta a una sequenza semplice: il generale bizantino da cui prende il nome, l’imperatore che lo costruì, le regine che vi abitarono, l’esplosione che lo mutilò, i soldati che lo occuparono, i restauri che lo hanno riaperto a tutti.
Note
- a b Castello Maniace, Comune di Siracusa, scheda del luogo: sugli scavi recenti privi di tracce del fortilizio preesistente e sul primato di congetture suscitate dall’edificio.
- a b Voce Castello Maniace, Wikipedia, con la bibliografia ivi indicata (G. Agnello, F. Maurici, T. Fazello): datazione 1232-1239, dimensioni, torri. Il termine del cantiere al 1240 è indicato tra gli altri dalla guida specialistica Stupor Mundi Siracusa.
- a b c Castel Maniace, Stupor Mundi Siracusa: sulla corrispondenza di Federico II con Riccardo da Lentini, praepositus aedificiorum, sui marchi dei lapicidi, sul gotico di matrice cistercense e sulla coesistenza di elementi militari e artistici.
- a b Enrico Mauceri, Siracusa e la valle dell’Anapo, Bergamo, Istituto Italiano d’Arti Grafiche, 1909, pp. 84-86: il giudizio sulla fabbrica e il suo ruolo di modello per l’edilizia siracusana, con l’esempio di palazzo Bellomo «sorto verso gli ultimi del secolo XIII». Il libro digitalizzato su Aretusapedia.
- a b c Per il portale (bicromia di calcare e pietra lavica, foglie uncinate, elementi zoomorfi, colonnine negli stipiti) e per le mensole degli arieti: Il Castello Maniace di Siracusa: architettura, interno e arieti in bronzo, The World of Sicily.
- a b c Per l’articolazione del salone (sedici colonne libere, sedici perimetrali, quattro semicolonne) e i capitelli figurati: The World of Sicily, cit.; per il repertorio decorativo (serpenti, scene agresti, testine, grappoli) e l’ipotesi del trono su baldacchino: Stupor Mundi Siracusa, cit.
- ↑ L’accostamento delle venticinque campate alla miniatura del Liber ad honorem Augusti di Pietro da Eboli risale agli studi di Giuseppe Agnello ed è richiamato in The World of Sicily, cit.; su Agnello si veda L’architettura sveva in Sicilia, 1935.
- a b c Laura Cassataro, Il Bagno della Regina: unico ambiente sotterraneo a Castel Maniace, Libertà Sicilia, 28 ottobre 2019: descrizione della scala (41 gradini, piedritti di 1,40 m), della vasca marmorea «di cinque palmi di quadro», del pozzo di luce presso la torre ovest, con i riferimenti a Capodieci (1813), Agnello (1935), Orsi e alle letture di G. Fallacara e U. Occhinegro (2015) su Castel del Monte.
- a b c Per l’analisi delle assenze funzionali (caditoie, scuderie, cucine, alloggi, secondo piano), il confronto con Castel del Monte e la chiave di lettura del De arte venandi cum avibus: Stupor Mundi Siracusa, cit. Le interpretazioni simboliche sono riportate come proposte di lettura, non come dati accertati.
- a b c Per le vicende trecentesche (1282, 1302, 1321, 1325), le regine della Camera Reginale e l’età spagnola (Ferramolino, Doria, ridenominazione del 1618, Grunembergh): voce Castello Maniace, Wikipedia, con bibliografia.
- ↑ Sull’esplosione del 1704 (fulmine sulla polveriera, 300 quintali di polvere in 800 barili, 33 vittime): voce Castello Maniace, Wikipedia, con bibliografia.
- ↑ Giacomo Bonanni Colonna, duca di Montalbano, Dell’antica Siracusa illustrata, Messina, 1624. Il libro digitalizzato su Aretusapedia.
- ↑ Patrick Brydone, A Tour through Sicily and Malta, Londra, 1773, lettera XII. Il libro digitalizzato su Aretusapedia.
- a b c Emilio Bufardeci, Le funeste conseguenze di un pregiudizio popolare, Firenze, 1868, pagine sui moti siracusani del 1837: lo stato d’assedio del 24 luglio, il ritratto del generale Tanzi, le prigioni della corte marziale. Bufardeci, testimone dei fatti, scrive sempre «il castello»: la fortezza in armi della piazza borbonica, sede della guarnigione, era il Maniace (si veda la sezione Da caserma a monumento). Il libro digitalizzato su Aretusapedia.
- ↑ Sugli arieti bronzei ellenistici e sull’esemplare superstite al Museo archeologico regionale Antonino Salinas di Palermo: voce Castello Maniace, Wikipedia, e The World of Sicily, cit.
- a b Per l’età borbonica (caponiera del 1838), la lunga servitù militare, le manomissioni del casermaggio e i restauri avviati a più riprese dagli anni Settanta: voce Wikipedia citata e Stupor Mundi Siracusa, cit.
- a b Per il G8 Ambiente (22-24 aprile 2009) e la Stauferstele (2018): voce Wikipedia citata; per la «Carta di Siracusa» sulla biodiversità, approvata il 24 aprile 2009: voce G8 Ambiente, Wikipedia. Per il G7 Agricoltura e Pesca (26-28 settembre 2024) e l’esposizione DiviNazione (21-29 settembre 2024): Ministers’ Meeting on Agriculture, sito ufficiale della Presidenza italiana del G7, e G7 Agricoltura e Pesca a Siracusa, Visit Sicily.
- ↑ Per le modalità di visita e i contatti: Castello Maniace, Comune di Siracusa, e Castello Maniace e ipogeo di Siracusa: orari di apertura, Hermes Sicily.
- ↑ Giuseppe Maria Capodieci, Antichi monumenti di Siracusa, Siracusa, 1813 (cronotassi agli anni 1038 e 1040: l’invio di «Giorgio Maniaci, Protospataro», l’uccisione del saraceno Arcadio, la riperdita della città). Il libro digitalizzato su Aretusapedia.
- a b c Capodieci, cit.: il tempio di Giunone Olimpia «nell’estrema punta del regio castello Maniaci» secondo Bonanni, la statua di Gelone ricordata da Eliano, i ritrovamenti del 1530 (porta marmorea, sette statue e busto colossale «Extinctori Tyrannicae», poi al museo dal 2 ottobre 1810), le quattromila pietre cavate nel 1553 e il dibattito sulla rocca di Dionisio. Per l’identificazione moderna del busto con Poseidone: voce Castello Maniace, Wikipedia.
- a b Francesco Saverio Cavallari, Adolfo Holm, Topografia archeologica di Siracusa, Palermo, 1883: il Bagno della Regina tra i sotterranei di Ortigia, nella legenda della tavola dedicata; le due acropoli ricavate da Diodoro Siculo (XIV, 75; XVI, 9 e 70) e l’ipotesi di un castello greco sulla punta meridionale, p. 248. Il libro digitalizzato su Aretusapedia.
- ↑ Per la destinataria Teodora: Mauceri, cit., p. 86. Per il corpo di san Clemente abate: Vincenzo Mirabella, Dichiarazioni della pianta delle antiche Siracuse, Napoli, 1613. Il libro digitalizzato su Aretusapedia. Per sant’Agata: Tommaso Fazello, De rebus Siculis decades duae, Palermo, 1558, Deca II, libro VI (trad. it. Della storia di Sicilia deche due, Palermo, 1817, vol. II): «nel partirsi, portò con seco il corpo di Sant’Agata, di Santa Lucia, e d’altri Santi».
- ↑ Fazello, cit., Deca I, libro IV (trad. it. 1817, vol. I): la descrizione della rocca quadrangolare «per guardia del porto», l’attribuzione a «Giorgio Maniaco Constantinopolitano» e il doppio nome, in latino «Castellum peritioribus, sed vulgo Turris Maniacis appellatur». L’edizione latina del 1558 su Archive.org; la traduzione italiana del 1817, vol. I.
- ↑ Mirabella, cit.: «il luogo doue quelli Granai si trouauano per la fortezza che Georgio Maniaci vi fabricò l’anno di nostra salute 1005 si disgiunse dalla Città, con un fosso, tagliando intorno il viuo sasso sì come oggi apparisce nel luogo detto il Castel Maniaci, dal quale prende anco il nome, tutta la contrada chiamandosi Re Maniaci, e corrottamente Tre maniaci».
- ↑ Giuseppe Maria Capodieci, Tavole delle cose più memorabili della storia di Siracusa avanti Gesù Cristo, Messina, Fiumara, 1821: «Castello rialzato nel 1040 da Maniaci, capitano dell’imperadore di Costantinopoli, sopra le rovine di quello antichissimo d’opera greca. La gran fossa, tagliata nel vivo sasso, fu principiata nel 1005 dai Saracini, e perfezionata nel 1030 dal detto Maniaci». Il libro digitalizzato su Aretusapedia.
- ↑ Cavallari, Holm, cit., p. 287, con la citazione di Livio 24, 21 («horrea publica, locus saxo quadrato saeptus, atque arcis in modum emunitus»), l’ipotesi di Gerone II e il confronto tra Mirabella (n. 8 della pianta) e Bonanni. Le due collocazioni sono registrate anche da Capodieci, Tavole, cit.: «Granaj eran situati vicino il castello Maniaci, o come altri vogliono, nella marina presso il molo».
- a b Cavallari, Holm, cit., pp. 323-324, con i passi di Cicerone: Verrine II, 5, 29-30 (i «tabernacula carbaseis intenta velis» all’imboccatura del porto), II, 5, 80 (il lido «post Arethusae fontem», con i nomi dei sodali del pretore) e II, 5, 95-96 (l’incursione dei pirati agli accampamenti estivi).
- ↑ Bonanni, cit.: il luogo remoto delle Verrine «comincia di là, doue pongono scala le barche infino al primo torrione del Castello Maniace dopo il fonte d’Arethusa», contro l’opinione di Mirabella che lo poneva al belvardo di Santa Maria della Porta.
- ↑ Mirabella, cit., pp. 40-41, che riporta il passo di Fazello (Deca I, libro IV) sul ritrovamento del 1530 («una testa d’huomo pur di marmo con lettere Greche, ch’in latino quello suonano Extinctorum Tyrannides») e le menzioni dell’abate Maurolico e di Uberto Goltzio: «la qual testa, secondo alcuna tradizione, si crede esser quella, ch’infin al dì di oggi si conserua nell’entrar della Porta del Castel Maniaci». Capodieci, cit. alla nota 20, riporta l’iscrizione nella variante «Extinctori Tyrannicae».
- ↑ Don Fabrizio De Corneidis (pseudonimo), Lettera di ragguaglio sopra il libricciuolo intitolato «Guida per le antichità di Siracusa», Napoli, Manzi, 1823: «Il bagno detto della Regina dentro il castello Maniaci non è col pavimento di marmo, perché altrimenti avrebbe impedito l’acqua, che sorge dallo stesso pavimento». Il libro digitalizzato su Aretusapedia.
- ↑ Fazello, cit., Deca II, libro IX (trad. it. 1817, vol. III): la tregua semestrale del 1302 negoziata da Jolanda «ritrovandosi il Re a Siracusa nella fortezza di Maniaci» e la resa del 1354, con la fortezza «guardata da Jacopo Pedileporo».
- a b c The functions of Castel Maniace, Smart Education UNESCO Sicilia: le regine ospitate dal 1305 al 1536, l’uso come prigione per quasi tutto il Quattrocento, la data del 5 novembre 1704 e la ricostruzione con l’ampliamento della corte e i nuovi magazzini.
- ↑ Capodieci, Tavole, cit.: «Castello Marchetti, o Marietti in Montedoro […] Ivi nel 1411 ritirossi la regina Bianca, perseguitata dal conte Caprera». Mauceri, cit., p. 41, lo ricorda come «quel castello Marieth d’origine araba», eretto forse sulle rovine della rocca dionigiana e travolto dai lavori delle fortificazioni di età spagnola.
- ↑ Fazello, cit., Deca II, libro X (trad. it. 1817, vol. III): il terremoto del 10 dicembre 1542, con le rovine «massime in questa parte, che si chiama Maniaco, e nel borgo de’ Melfitani» e i danni ai castelli Marietto e Casanova.
- ↑ Francesco Brancato, Adorno, Mario, in Dizionario Biografico degli Italiani, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 1960: l’assalto alle prigioni del 6 agosto, l’occupazione militare del 10 agosto, la giunta presieduta dal maggiore Grazia (il «maggiore Garzia» di Bufardeci) e la fucilazione nella piazza del Duomo il 18 agosto 1837.
- a b Fazello, cit., Deca I, libro IV (trad. it. 1817, vol. I): gli arieti posti da Giorgio sulle porte della fortezza; il rifugio del viceré («Lupo Ximenio Durrea» nella traduzione italiana) nella rocca durante la rivolta del 1448; il passaggio dei bronzi a Giovanni Ventimiglia, a Castelbuono e infine a Palermo, «in castrum ad mare, ubi et hodie spectantur». Capodieci, Tavole, cit.: gli arieti «nel 1448 furon tolti, e dopo varie vicende trasportati in Palermo, e posti nella galleria del real palazzo».
- ↑ Capodieci, Tavole, cit.: il vaso marmoreo «con greca iscrizione per Fonte battesimale nel Duomo, ritrovato nelle catacombe di San Giovanni nel secolo VIII, il quale conservavasi prima dentro la chiesa del castello Maniaci».
- ↑ Per l’uso come deposito di materiale bellico fino alla seconda guerra mondiale: Il Giornale dell’Architettura, cit. alla nota 42; Castello Maniace, Siracusa Turismo; voce Wikipedia citata.
- ↑ Per la caserma Abela nel comprensorio del castello: La sede, Consorzio Plemmirio (l’ex caserma, consegnata dal Demanio al Ministero dell’Ambiente nel 2013, ne ospita gli uffici), e Castello Maniace o Svevo di Siracusa, iCastelli.it.
- ↑ Surgical Strike: the Bombing of Syracuse in Operation Ladbroke, Operation Ladbroke, Feat of Arms: gli obiettivi dei bombardieri nella notte dello sbarco e l’esclusione deliberata di Ortigia e del quartiere Santa Lucia. Per la presa della città e il porto primo ancoraggio sicuro della Royal Navy: voce Storia di Siracusa in epoca contemporanea, Wikipedia.
- ↑ Piazza Militare Marittima di Augusta-Siracusa, Associazione culturale Lamba Doria: la costituzione della piazza il 24 settembre 1941 e le batterie della penisola della Maddalena, attaccate dai reparti speciali britannici all’alba del 10 luglio 1943.
- a b c A Siracusa, completato il restauro del Castello Maniace dopo oltre 25 anni, Il Giornale dell’Architettura, 8 agosto 2017: il cantiere avviato alla fine degli anni Novanta con la direzione di Aldo Spataro, l’apertura al pubblico dal 2004, il passaggio alla Regione nel 2011, l’Antiquarium del 2015 e il restauro del salone (progetto del 2009 da 2,2 milioni di euro su fondi della legge 433/91, lavori 2013-2017).
- ↑ Siracusa, riaperta alle visite la Sala Ipostila nel Castello Maniace, Il Giornale dell’Arte, 7 agosto 2018.
- a b Completato restauro del castello Maniace a Siracusa, Regione Siciliana, 9 gennaio 2023.
- ↑ Faro Castello Maniace (n. 2886 E.F.), Marina Militare: torre di 7 metri, portata nominale 9 miglia.
- ↑ Per l’Ortigia Festival: voce Wikipedia citata. Per l’Ortigia Sound System (prima edizione 2014, sede storica al castello): Ortigia Sound System, TrovaFestival; per lo spostamento del palco principale allo Sbarcadero dal 2024: Verso l’Ortigia Sound 2024, Siracusa News.
- ↑ Passi sugli specchi, la mostra del maestro Pirri al Castello Maniace di Siracusa, BlogSicilia, 2021.
- ↑ Inaugurata al Castello Maniace di Siracusa la mostra Rarica, Siracusa Press, 2024, e Francesco Diluca. Rarica, Itinerari nell’Arte: 20 aprile – 30 settembre 2024, con la scultura subacquea posata sui fondali davanti al castello.
- ↑ Cultura, dal 26 marzo in mostra trenta opere di Mitoraj tra Siracusa e l’Etna, Regione Siciliana, 2024, e Igor Mitoraj, la scultura alata installata davanti al Castello Maniace di Ortigia, BeSicily Mag, marzo 2024.
- ↑ INGV, Catalogo dei Forti Terremoti in Italia (CFTI4), scheda dell’evento del 1693, voce Siracusa: tra i danni della scossa dell’11 gennaio, il crollo della torre di Casanova, di parte del Castello Maniace, di parte dei baluardi della Fontana e di S. Michele e della porta di Villafranca, con la distruzione del quartiere di Tremaniaggi.
Fonti
- Mauceri, Enrico. Siracusa e la valle dell’Anapo. Bergamo, Istituto Italiano d’Arti Grafiche, 1909. Leggilo su Aretusapedia.
- Bonanni Colonna, Giacomo. Dell’antica Siracusa illustrata. Messina, 1624. Leggilo su Aretusapedia.
- Brydone, Patrick. A Tour through Sicily and Malta. Londra, 1773. Leggilo su Aretusapedia.
- Bufardeci, Emilio. Le funeste conseguenze di un pregiudizio popolare. Firenze, 1868. Leggilo su Aretusapedia.
- Agnello, Giuseppe. L’architettura sveva in Sicilia. Roma, Collezione meridionale, 1935.
- Capodieci, Giuseppe Maria. Antichi monumenti di Siracusa. Siracusa, 1813. Il libro digitalizzato su Aretusapedia.
- Cavallari, Francesco Saverio; Holm, Adolfo. Topografia archeologica di Siracusa. Palermo, 1883. Leggilo su Aretusapedia.
- Cassataro, Laura. «Il Bagno della Regina: unico ambiente sotterraneo a Castel Maniace». Libertà Sicilia, 28 ottobre 2019. Consulta online.
- «Castel Maniace». Stupor Mundi Siracusa. Consulta online.
- «Il Castello Maniace di Siracusa: architettura, interno e arieti in bronzo». The World of Sicily. Consulta online.
- «Castello Maniace». Comune di Siracusa. Consulta online.
- «Castello Maniace». Wikipedia, l’enciclopedia libera. Consulta online.
- «Ministers’ Meeting on Agriculture». G7 Italia 2024. Consulta online.
- «G7 Agricoltura e Pesca a Siracusa». Visit Sicily. Consulta online.
- «Castello Maniace e ipogeo di Siracusa: orari di apertura». Hermes Sicily. Consulta online.
- Fazello, Tommaso. De rebus Siculis decades duae. Palermo, 1558 (trad. it. Della storia di Sicilia deche due, Palermo, 1817). L’edizione latina su Archive.org; la traduzione italiana su Archive.org.
- Mirabella, Vincenzo. Dichiarazioni della pianta delle antiche Siracuse. Napoli, 1613. Leggilo su Aretusapedia.
- Capodieci, Giuseppe Maria. Tavole delle cose più memorabili della storia di Siracusa avanti Gesù Cristo. Messina, Fiumara, 1821. Leggilo su Aretusapedia.
- De Corneidis, Don Fabrizio (pseudonimo). Lettera di ragguaglio sopra il libricciuolo intitolato «Guida per le antichità di Siracusa». Napoli, Manzi, 1823. Leggilo su Aretusapedia.
- Brancato, Francesco. «Adorno, Mario». Dizionario Biografico degli Italiani, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 1960. Consulta online.
- «The functions of Castel Maniace». Smart Education UNESCO Sicilia. Consulta online.
- «A Siracusa, completato il restauro del Castello Maniace dopo oltre 25 anni». Il Giornale dell’Architettura, 8 agosto 2017. Consulta online.
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- «La sede». Consorzio Plemmirio. Consulta online.
- «Castello Maniace». Siracusa Turismo. Consulta online.
- «Faro Castello Maniace (n. 2886 E.F.)». Marina Militare. Consulta online.
- «G8 Ambiente». Wikipedia, l’enciclopedia libera. Consulta online.
- «Ortigia Sound System». TrovaFestival. Consulta online.
- «Passi sugli specchi, la mostra del maestro Pirri al Castello Maniace di Siracusa». BlogSicilia, 2021. Consulta online.
- «Inaugurata al Castello Maniace di Siracusa la mostra Rarica». Siracusa Press, 2024. Consulta online.
- «Cultura, dal 26 marzo in mostra trenta opere di Mitoraj tra Siracusa e l’Etna». Regione Siciliana, 2024. Consulta online.
- INGV. Catalogo dei Forti Terremoti in Italia (CFTI4), scheda dell’evento del 1693. Consulta online.
Scheda aggiunta da Alessandro Calabrò il 25 Luglio 2026.
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