![]() Il prospetto su piazza Duomo. Foto di Alessandro Calabrò, 25 agosto 2026. | |
| Dati identificativi | |
| Tipologia | Palazzo nobiliare |
|---|---|
| Ubicazione | Piazza Duomo, lato occidentale, Ortigia, Siracusa (civico 20 o 23 secondo le fonti) |
| Coordinate | 37°03′35,8″ N, 15°17′34,9″ E |
| Proprietà | Privata, famiglia Beneventano del Bosco |
| Il palazzo precedente | |
| Impianto originario | XV secolo, famiglia Arezzo |
| Usi documentati | Camera Reginale, Senato cittadino, commenda cavalleresca |
| Danneggiato | Terremoto dell’11 gennaio 1693 |
| La ricostruzione | |
| Acquisto | 1778, dal duca di Floridia |
| Committente | Guglielmo Beneventano, barone del Bosco |
| Architetto | Luciano Alì (Siracusa, 1736-1820) |
| Cantiere | Dal 1779; decorazioni dal 1788 al 1791 |
| Stile | Tardobarocco siciliano con inflessioni rococò |
| Materiale | Calcare locale |
| Decorazione | |
| Stucchi | Gregorio Lombardo, palermitano, 1788 |
| Affreschi e sovrapporte | 1789 e 1791, attribuzione discussa |
| Marmi | Maestranze catanesi |
| Cristalli | Da Malta e da Venezia |
| Elementi notevoli | |
| Facciata | Epigrafe del 1806 e stemma coronato sopra il balcone d’onore |
| Androne | Volta a stucchi e pavimento a ciottoli bianchi e neri |
| Cortile | Loggiato a tre arcate e scalone aperto |
| Riferimenti | |
| Wikidata | Q1572558 |
| Archivio ICCD | Fascicolo 17937, scheda del 1943 |
| Vincoli in Rete | ID 383173, «di interesse culturale non verificato» |
Il Palazzo Beneventano del Bosco è un palazzo nobiliare che occupa il lato occidentale di piazza Duomo, nell’isola di Ortigia, a Siracusa. L’edificio attuale nasce fra il 1779 e il 1788, quando il barone Guglielmo Beneventano affida all’architetto siracusano Luciano Alì la trasformazione di una casa quattrocentesca degli Arezzo, danneggiata dal terremoto del 1693 e acquistata dal duca di Floridia l’anno prima. Prima di diventare una residenza privata quel corpo di fabbrica aveva ospitato la Camera Reginale di Siracusa, il Senato della città e una commenda cavalleresca, e conserva quindi una storia civile lunga tre secoli sotto la pelle tardobarocca che oggi si vede dalla piazza. Sulla facciata, sotto lo stemma coronato di famiglia, una lapide latina ricorda il passaggio del re Ferdinando III nell’aprile del 1806. La proprietà è ancora della famiglia Beneventano del Bosco e gli interni non hanno apertura ordinaria al pubblico.
Dove si trova, e perché conta la posizione

Piazza Duomo ha la forma di un’ellisse allungata, e il palazzo ne occupa il tratto nord del lato lungo occidentale. Da lì il prospetto guarda il fronte orientale della piazza e, in diagonale, la facciata della Cattedrale. Di fronte, poco più a nord, sta il Palazzo Senatorio costruito nel Seicento su disegno di Giovanni Vermexio: i due edifici si fronteggiano e l’accostamento è la chiave di lettura del palazzo, perché la casa dei Beneventano fu costruita esattamente davanti alla sede del potere civico della città.
La sequenza dei palazzi che definiscono la curva occidentale della piazza comprende, a sud del Beneventano, il palazzo Arezzo della Targia, il palazzo Borgia del Casale e il palazzo Bonanno-Toscano. Nessuno di questi ha la spinta plastica del Beneventano: la loro funzione è di raccordo, e la curva della piazza si legge come un crescendo che culmina proprio qui. Chi entra in piazza Duomo dalla via Landolina, cioè dall’imbocco settentrionale, si trova il palazzo di tre quarti, ed è la posizione da cui l’aggetto dei balconi e la profondità del portale rendono di più.
La famiglia Beneventano del Bosco
Le origini, fra leggenda e documento
I Beneventano sono, secondo i nobiliari siciliani, una famiglia nobile di Siracusa, Lentini e Modica, dove occupò sempre le cariche principali. I feudi che le vengono attribuiti sono la Corte, Casalgerardo, Moriella, Monteclimato e Didini, Montone e il bosco di Alfano, detto anche di Schifano.
Sull’origine remota le fonti antiche raccontano una storia che spiega lo stemma. Filadelfo Mugnos, nel Teatro genologico del 1647, fa discendere la casata dagli Orsini di Roma: si sarebbe detta Orsilea abitando a Venezia, dove diede dei dogi, poi si sarebbe trasferita a Benevento, e di lì in Sicilia con un Matteo Orsileo entrato al servizio dell’infante Federico; stabilitasi a Lentini, avrebbe perso il cognome Orsilea e preso quello della patria d’origine, Beneventano. È una genealogia di prestigio come tante, ma ha una conseguenza araldica precisa, perché l’orso che compare nello scudo è il parlante degli Orsini.
Va detto con chiarezza che la parte medievale di questa storia non regge alla verifica. Nei due repertori di Antonino Marrone sulla feudalità e sulla cancelleria del Regno di Sicilia fra il 1282 e il 1390 non compare alcuna famiglia Beneventano siciliana, e le notizie trecentesche di Mugnos, dal Matteo Orsileo al Giulio segretario della regina Elisabetta, non trovano riscontro documentario.
I feudi, con le date delle investiture
La storia verificabile comincia nel Seicento, e la fonte è il Nobiliario di Sicilia di Antonino Mango di Casalgerardo. Vincenzo Beneventano e Bonfiglio fu barone del bosco di Schifano o Alfano e proconservatore di Lentini nel 1620; ebbe due figli, Matteo, morto senza discendenza, e Guglielmo Beneventano e Celeste, che si investì di quel bosco il 10 luglio 1694. A Guglielmo successe il figlio Vincenzo Beneventano e Ascenzo, investito il 12 febbraio 1729, che comprò il feudo di Monteclimato e Didini con Frescura e Belfronte, decorato del titolo baronale, con investitura del 20 aprile 1736, e ottenne poi Moriella il 19 settembre 1736 e Casalgerardo il 30 marzo 1746. Il ramo della Corte nasce da un Giuseppe Beneventano e Bonfiglio, investito della baronia il 30 aprile 1652.
Sull’origine del predicato le due tradizioni divergono, e la differenza è sostanziale. La stampa locale racconta che nel 1591 un Matteo Beneventano acquistò a un’asta giudiziale il feudo Bosco di Alfano, già dei Falcone. I nobiliari raccontano invece che un Matteo fu barone del Bosco per la moglie Vincenza Falcone: non una compera, ma una successione per via matrimoniale. Le due versioni coinvolgono la stessa famiglia, i Falcone, e potrebbero riferirsi a passaggi diversi; la data del 1591 non è confermata da nessuno dei nobiliari consultati e viene probabilmente dall’opera di San Martino De Spucches sui feudi e i titoli di Sicilia, che non è digitalizzata.
Del bosco che dà il nome alla famiglia si conosce anche la preistoria feudale, ed è quella che spiega il doppio nome. Il repertorio di Marrone registra un Alfano bosco presso Lentini con la catena dei feudatari medievali: Simone Januensis nel 1335, poi Giovanni Schifano, che possedette il feudo e l’oliveto Alfano fino alla concessione al notaio Antonio Bifaro il 16 gennaio 1397. Da quel possesso trecentesco viene la formula «bosco di Schifano o Alfano» che ricorre nelle investiture sei e settecentesche.
Chi pose la lapide
Il nome inciso sulla facciata nel 1806 è Franciscus Beneventano, e non è il barone Guglielmo che aveva comprato il palazzo nel 1778. Il Nobiliario registra un Francesco Maria Bernardo Beneventano investito il 10 luglio 1799 di Moriella, di Monteclimato e Didini, di Casalgerardo e del Bosco di Schifano o Alfano, e aggiunge un dato che lo rende quasi certamente il committente della lapide: fu capitano giustiziere di Siracusa nell’anno 1802-3, cioè aveva ricoperto la prima carica cittadina pochi anni prima della visita del re. L’identificazione è una deduzione, non un documento, ma è l’unica coerente con le date e con il nome.
Il ramo del Bosco fino a oggi
Nel 1875 Vincenzo Palizzolo Gravina scrive che la linea dei baroni del Bosco «ha continuato in Siragusa» fino al Matteo allora vivente, cavaliere gerosolimitano e gentiluomo d’entrata dei re Ferdinando II e Francesco II, e ricorda il suo cugino Ferdinando Beneventano, generale nell’armata napoletana e protagonista degli avvenimenti del 1860: è la conferma, in una fonte coeva, che il generale apparteneva a questa famiglia.
Nel Novecento i titoli furono riconosciuti dallo Stato italiano: con decreto ministeriale del 10 agosto 1906 il titolo di nobile dei baroni del Bosco fu riconosciuto a Ferdinando e Guglielmo Beneventano, figli di Guglielmo di Luigi, e alle figlie di Guglielmo, Matilde ed Emilia; il ramo della Corte aveva avuto il proprio rinnovo con regio decreto del 16 agosto 1900. Nell’elenco definitivo delle famiglie nobili di Sicilia risultava iscritto Matteo Beneventano con il titolo di barone del Bosco Schifano o Alfano.
Un avvertimento che serve a chi consulta le fonti araldiche: la famiglia siciliana Del Bosco, principi della Cattolica e duchi di Misilmeri, è tutt’altra casata, una diramazione dei Ventimiglia che mutò cognome nel 1365 dopo un fatto d’arme in un bosco di Salemi. Non ha nulla a che vedere con i Beneventano del Bosco.
Perché «del Bosco»
Il predicato viene da un vasto possedimento fra Siracusa e Floridia, nelle attuali contrade Case Bianche, Benali, Rigiliffi-Tivoli e Capo Corso, che all’epoca erano coperte da un fitto bosco di macchia mediterranea. Da quel bosco la famiglia prese l’appellativo con cui è conosciuta.
Lo stemma
L’arma dei Beneventano del Bosco si blasona: d’oro, a tre monti di verde, sormontati da un leone e un orso di rosso affrontati; corona di barone. La descrizione è identica, parola per parola, nelle tre raccolte araldiche siciliane maggiori, e la si ritrova già in Mugnos nel 1647, che scriveva di «un Leone ed un Orso attaccati insieme, in su sopra i tre poggetti in campo d’oro»: quasi tre secoli di continuità senza varianti. La compresenza di leone e orso è insolita nell’araldica siciliana, e l’orso in particolare è raro; se la discendenza dagli Orsini raccontata da Mugnos è la ragione dello stemma, l’orso è una figura parlante, cioè un gioco sul cognome originario. Lo stemma torna tre volte nell’edificio: scolpito sulla facciata dentro un cartiglio sormontato dalla corona, sopra l’epigrafe del 1806; in ferro battuto sulla sommità del cancello che chiude l’androne verso il cortile; e sulle cartelle scolpite del cortile.
Il palazzo prima del palazzo
La casa quattrocentesca degli Arezzo
Prima dei Beneventano l’edificio era una fabbrica quattrocentesca, voluta dalla famiglia Arezzo, descritta dalle fonti come una costruzione semplice e massiccia, quasi una fortezza urbana. Era il tipo edilizio dominante nell’Ortigia tardomedievale, quello di cui restano in città gli esempi di palazzo Montalto, con le sue trifore trecentesche, e del palazzo che oggi ospita la Galleria Regionale di Palazzo Bellomo: fronti compatti, aperture strette, poca decorazione e molta muratura. Gli stessi Arezzo edificarono in seguito il palazzo Arezzo della Targia, che sorge accanto a questo, sul medesimo lato della piazza: il vicino di casa attuale del Beneventano è quindi la seconda casa della famiglia che aveva costruito la prima.
Camera Reginale, Senato, commenda
Fra il Quattrocento e il Settecento quel corpo di fabbrica ospitò organi pubblici. Le fonti concordano su tre usi: la Camera Reginale di Siracusa, cioè l’apparato amministrativo dell’appannaggio che dal 1361 assegnava la città e il suo territorio alle regine di Sicilia; il Senato della città, prima che questo si trasferisse nel palazzo progettato dal Vermexio; e una commenda cavalleresca.
Della Camera Reginale conviene dire qualcosa in più, perché è l’istituto che rende questo edificio interessante anche per chi non si occupa di architettura. Nel 1361 Federico IV d’Aragona assegnò Siracusa e un gruppo di terre del suo territorio come dote alla regina, creando un appannaggio autonomo che restò in vita, con alterne fortune, fino al 1537: la città aveva una propria corte, una propria amministrazione fiscale e giudiziaria e un proprio ceto di funzionari, e formalmente rispondeva alla regina invece che al re. Fu un’anomalia istituzionale lunga quasi due secoli, e la sede dei suoi uffici era un luogo di potere effettivo. Che quella sede fosse in questo palazzo è la tradizione erudita corrente, sostenuta dalla presenza in zona di una via del Consiglio Reginale, e va tenuta distinta da un fatto documentato: una conferma d’archivio univoca non esiste, e la scheda dedicata alla piazza segnala la questione come aperta.
Sulla natura della commenda le fonti divergono: c’è chi parla di Cavalieri del Santo Sepolcro e chi di Ordine di Malta. La ricostruzione che concilia le due versioni, e il modo in cui l’Ordine di Malta è tornato in questo edificio quattro secoli dopo, sono raccontati più avanti, nel capitolo sugli ospiti.
Il 1693
Il terremoto dell’11 gennaio 1693 colpì l’edificio. Qui le fonti si dividono di nuovo, e la differenza non è di poco conto: alcune scrivono che il palazzo fu distrutto, altre che fu duramente danneggiato e rimase in condizioni precarie fino alla seconda metà del Settecento. La seconda versione spiega meglio i fatti successivi, perché nel 1778 c’era ancora qualcosa da comprare e da rifare, e perché nel cortile sopravvivono elementi che le descrizioni riferiscono all’impianto anteriore. Va detto che, in mancanza di uno studio d’archivio pubblicato sul cantiere, quale parte della fabbrica quattrocentesca sia effettivamente inglobata nell’edificio attuale resta una domanda senza risposta certa.
La ricostruzione settecentesca
L’acquisto del 1778
Nel 1778 il barone Guglielmo Beneventano comprò il palazzo dal duca di Floridia. La compravendita riguardava un edificio ancora parzialmente danneggiato dal sisma del 1693: ottantacinque anni dopo il terremoto, quel corpo di fabbrica non era stato riparato. L’operazione ha una logica urbana leggibile: l’edificio stava di fronte al Senato e a pochi passi dalla Cattedrale, cioè nel punto più visibile della città, e per una famiglia arricchita con la terra e da poco entrata nel patriziato urbano quella posizione valeva quanto l’immobile.
Il cantiere di Luciano Alì

L’anno dopo l’acquisto, nel 1779, il barone affidò i lavori a Luciano Alì, che le fonti locali qualificano come caput magister, cioè capomastro con funzione di direzione del cantiere, e definiscono uno dei più importanti architetti del suo tempo. Il cantiere durò oltre un decennio e si chiuse intorno al 1788, data che le fonti indicano come termine dei lavori murari e inizio delle decorazioni.
La Guida d’Italia del Touring Club Italiano riassume la vicenda in una riga che vale come sintesi: al numero 23 il palazzo Beneventano del Bosco, già sede della commenda Borgia, edificato da Luciano Alì su precedenti strutture quattrocentesche. Sul civico le fonti non concordano: la guida dice 23, la banca dati ministeriale registra Piazza Duomo, 20. Le tre informazioni, il civico, la commenda e le preesistenze, stanno insieme e sono quelle su cui le fonti concordano di più.
Il nome di Alì ricorre in altre fabbriche siracusane dello stesso giro d’anni. Uno studio di Federico Fazio pubblicato nel 2017 sulla rivista Lexicon lo affianca al francese Louis Alexandre Dumontier nella vicenda della chiesa di Santa Lucia alla Badia fra il 1771 e il 1784, cioè negli anni immediatamente precedenti a questo cantiere e nella stessa piazza. Un architetto che lavorava a duecento metri di distanza, sullo stesso invaso e negli stessi anni, era la scelta naturale. La stessa guida del Touring gli attribuisce anche il liceo Tommaso Gargallo, cioè l’ex oratorio di San Filippo Neri. Le guide di lingua inglese oscillano fra il definirlo architetto locale e capomastro locale, che è la traduzione del caput magister delle fonti siracusane.
Quello che Alì fece qui non fu una costruzione da zero. Le fonti sono concordi nel descrivere un’operazione di trasformazione: una struttura più antica reinterpretata secondo il gusto tardo settecentesco e convertita da sede di uffici pubblici a residenza privata di rappresentanza. È una differenza che si vede nel risultato, perché il palazzo ha una facciata di grande coerenza e un interno in cui le fonti riconoscono elementi di età diversa.
Chi decorò il palazzo
Dal 1788 il cantiere passò agli apparati decorativi, e la committenza andò a cercare le maestranze fuori città. Gli stucchi furono eseguiti dal palermitano Gregorio Lombardo nel 1788. Gli affreschi e le sovrapporte del piano nobile sono datati al 1789 e al 1791. I marmi sono attribuiti a maestranze catanesi. I cristalli che ornano le sale furono fatti venire da Malta e da Venezia, e SiracusaPost indica come fornitore il maltese Gaetano Cecuti, che avrebbe procurato «cristalli e figure di Venezia».
Alle maestranze forestiere va aggiunto un nome che compare in una sola fonte: il marmorario catanese Ferlito, indicato come autore dei marmi in un articolo di Siracusa News del 2008. La stessa fonte afferma che alla decorazione collaborarono maestri provenienti da tutta l’isola, e non soltanto da Palermo e da Catania.
Sul nome del pittore le fonti si contraddicono in modo netto, e la contraddizione va segnalata invece che risolta d’ufficio. La scheda del Comune di Siracusa, Wikipedia in italiano e il portale PrivateSicily indicano Ermenegildo Martorana, cognome di una nota famiglia di pittori palermitani del Settecento. SiracusaPost e SiracusaPress indicano invece Ermenegildo Fontana. Il nome di battesimo coincide, il cognome no, e nessuna delle due versioni porta un riferimento archivistico. Alla divergenza sul cognome se ne aggiunge una sulla data: Siracusa Post colloca l’intervento pittorico nel 1788, insieme agli stucchi, mentre Siracusa News lo data al 1797, cioè nove anni dopo. Finché non emerge un documento, il pittore del piano nobile e la data del suo lavoro vanno considerati incerti.
Il fornitore degli arredi è invece documentato da una fonte bibliografica precisa. Il catalogo Abitare il Settecento, curato da R. Cedrini e G. Tortorici Montaperto per una mostra tenuta a Siracusa dal 14 al 20 dicembre 1999, registra «una vasta opera di arredamento con la cospicua commissione di cristalli e ninfe di Venezia eseguita dal fornitore maltese Gaetano Cecuti». La formula chiarisce un equivoco diffuso: maltese era il fornitore, veneziana la merce.
La facciata
L’impaginato
La facciata si legge in tre ordini, delimitati ai lati da pilastri a gradoni. In basso corre il registro degli ingressi; sopra si aprono i due livelli abitativi, scanditi da finestre con balcone. Il taglio orizzontale è affidato a un cornicione marcapiano molto aggettante, che divide il prospetto e produce, nelle ore di luce radente, la fascia d’ombra che si vede nelle fotografie del tardo pomeriggio.
Il ritmo delle aperture è regolare e simmetrico rispetto all’asse del portale. Ai lati dell’ingresso principale si contano sei portoni minori, tutti centinati, tre per parte, e sopra ciascuno un balconcino. Le finestre del piano superiore hanno cornici modanate coronate da timpani, alternati fra la forma curva e quella triangolare spezzata; alcune chiavi di volta portano teste scolpite. Al livello più alto le aperture sono racchiuse da formelle poligonali sormontate da frontoni fregiati, con figure floreali a bassorilievo.
Il portale e il balcone d’onore

Il portale è centinato e inquadrato da quattro colonne corinzie, due per lato, disposte a coppie. Le colonne non sono addossate al muro: stanno su plinti alti e restano staccate dal fondo, e questo dà all’ingresso una profondità che nessun altro prospetto della piazza possiede. Sopra l’arco corre una fascia di grandi mensole a voluta, alternate a piccoli blocchi a dentello, che sostiene la lastra del balcone.
Il balcone che ne risulta è il balcone d’onore del palazzo: più largo delle altre aperture, aggettante, con parapetto bombato. È il punto da cui, secondo il racconto tramandato, Ferdinando III assistette allo spettacolo che i siracusani gli avevano preparato nel 1806, ed è anche il punto sotto il quale fu murata la lapide che ricorda quella giornata.
I ferri battuti
Le ringhiere sono in ferro battuto e hanno il profilo bombato, la cosiddetta pancia, che è la cifra del balcone siracusano fra Sei e Settecento: la curvatura permetteva di stare affacciati con la gonna larga e, sul piano visivo, addolcisce l’aggetto della lastra. Il disegno alterna montanti verticali a volute contrapposte e a motivi a giglio; agli angoli del balcone d’onore si alzano riccioli terminali a pastorale, che nelle riprese controluce disegnano la sagoma più riconoscibile della facciata. È un lavoro di fabbro seriale nella struttura e accurato nel dettaglio, e va guardato da vicino perché a distanza si legge come una massa scura continua.
Il coronamento
In alto la facciata è cinta da una trabeazione che le descrizioni chiamano «in stile merlato», con al centro un timpano triangolare lavorato. Sopra il cornicione si allinea una serie di vasi scolpiti a sfera, che si stagliano contro il cielo e danno al profilo dell’edificio una scansione mossa. Il fastigio centrale, mistilineo, incornicia lo stemma coronato e chiude la composizione sull’asse del portale.
Lo stato della pietra merita una nota. Il calcare della facciata presenta colature scure molto estese, concentrate sotto i cornicioni e lungo i percorsi dell’acqua piovana: sono depositi e colonizzazioni biologiche tipiche delle superfici calcaree esposte in ambiente marino, e nelle fotografie del 2026 coprono porzioni ampie del prospetto, in particolare nella metà settentrionale.
Lo stemma e l’epigrafe del 1806

Sopra il balcone d’onore, al centro della facciata, sta un cartiglio scolpito con le armi gentilizie dei Beneventano, sormontato da una corona resa come un drappo annodato con nappe pendenti. Sotto il cartiglio è murata una lastra rettangolare con undici righe di iscrizione latina a lettere capitali.
Il testo, trascritto dalla pietra
La trascrizione che segue è stata condotta sulla fotografia ad alta risoluzione scattata il 25 agosto 2026 e ingrandita otto volte. I punti mediani separano le parole come sulla pietra.
FERDINANDO · III · VTRIVSQVE · SICILIAE ·
REGI · CLEMENTISSIMO · QVI ·
SYRACVSANORVM · PORTVS ·
ET · MOENIA · LVSTRANDO ·
HANC · AEDEM ·
ADIVIT · HONESTAVIT · BEAVIT ·
FRANCISCVS · BENEVENTANO ·
IN · GRATI · ANIMI · PIGNVS ·
ET · ACCEPTE · HONORIS · MEMORIAM ·
POSVIT ·
DIE · XXVIII · APRILIS · AN̄O · MDCCCVI ·
Traduzione
«A Ferdinando III, clementissimo re dell’una e dell’altra Sicilia, il quale, mentre ispezionava il porto e le mura dei Siracusani, venne a questa casa, la onorò e la rese felice. Francesco Beneventano, in pegno del suo animo grato e a memoria dell’onore ricevuto, pose. Il giorno 28 aprile dell’anno 1806.»
Il nucleo retorico dell’iscrizione è la sequenza adivit honestavit beavit: tre perfetti in climax, venne, onorò, rese felice, costruzione tipica delle dediche encomiastiche di età borbonica, in cui il soggetto grammaticale delle tre azioni è il re e l’oggetto è la casa. La formula in grati animi pignus, in pegno di animo grato, è anch’essa di repertorio nelle lapidi dedicatorie del periodo. Lustrando, gerundio di lustrare, indica il passare in rassegna, l’ispezionare: il verbo dice con precisione che cosa il re stesse facendo a Siracusa, cioè un’ispezione militare del porto e delle mura.
Due correzioni che la pietra impone
La lettura diretta della lastra corregge due dati che circolano nelle fonti divulgative.
La data incisa è il 28 aprile, non il 25. All’ingrandimento la penultima riga mostra con chiarezza cinque segni, X-X-V-I-I-I, cioè XXVIII. La scheda del Comune di Siracusa e le pagine che ne derivano datano il soggiorno del re al «25 aprile 1806». Le due informazioni possono convivere, perché la sintassi latina lega la data al verbo posuit: la lapide dichiara il giorno in cui fu posta, non necessariamente il giorno della visita. Chi cita l’epigrafe come prova di una visita del 25 aprile le fa dire una cosa che non dice. Fra le fonti consultate, SiracusaPost è l’unica che riporta correttamente il 28 aprile come data della lapide.
La prima riga porta VTRIVSQVE, non UTRUSQUE. La trascrizione pubblicata su Wikipedia in italiano, ripresa da vari siti, legge «UTRUSQUE», che in latino non esiste. Sulla pietra si legge VTRIVSQVE, cioè utriusque, genitivo di uterque: «dell’una e dell’altra Sicilia», la formula con cui i Borbone indicavano il regno di Napoli e quello di Sicilia.
C’è un terzo motivo per cui questa trascrizione serve. L’unica versione integrale pubblicata prima d’ora, quella di Siracusa Post del 23 dicembre 2024, salta tre righe: manca regi clementissimo qui, manca Franciscus Beneventano e manca in grati animi pignus. La caduta della seconda è la più grave, perché Franciscus Beneventano è il soggetto della frase: senza di lui il verbo posuit resta senza chi compie l’azione e il latino non regge. Il testo riportato qui sopra è, allo stato, la prima trascrizione integrale dell’epigrafe disponibile in rete.
Resta un punto aperto sulla nona riga, dove la pietra sembra portare ACCEPTE anziché ACCEPTI. La forma attesa in latino classico sarebbe accepti honoris, genitivo concordato con honoris. Se la lettura è corretta si tratta di un errore dello scalpellino oppure di una grafia tarda; la stessa forma compare anche nella trascrizione di Wikipedia, il che rende poco probabile che si tratti di un abbaglio fotografico.

Sul nome del re serve un chiarimento, perché le fonti lo chiamano in tre modi diversi e sono tutti esatti. Lo stesso sovrano fu Ferdinando IV come re di Napoli, Ferdinando III come re di Sicilia e, dal 1816, Ferdinando I delle Due Sicilie. La lapide, incisa in Sicilia nel 1806, usa la numerazione siciliana e scrive III. Le pagine che parlano di «Ferdinando I di Borbone» per il 1806 usano un titolo che allora non esisteva ancora.
La confusione è documentabile: sullo stesso archivio di immagini lo stesso sovrano compare come Ferdinando III sulla pietra, come Ferdinando I nelle didascalie in italiano e in inglese, come Ferdinando IV in un altro file e, nella pagina di raccolta, come Ferdinando II, che è l’unica delle quattro forme a essere semplicemente sbagliata. C’è anche un’anomalia interna alla lapide che merita una riga: la formula utriusque Siciliae regi, re dell’una e dell’altra Sicilia, viene usata nel 1806, mentre il Regno delle Due Sicilie come entità unificata sarà istituito soltanto dieci anni dopo. Nel 1806 la formula indicava ancora i due regni distinti retti dallo stesso sovrano.
L’androne

Oltre il portale si entra in un androne coperto da una volta con unghie, decorata a stucco. Al centro della volta corre una cornice ovale con una rosetta a rilievo; verso il portale, sopra l’ingresso, si apre una cartella mistilinea con figure a rilievo, incorniciata da modanature a risega e conclusa da volute.
Quella cartella contiene il pezzo più singolare dell’intero edificio: un rilievo in stucco che raffigura Belisario, il generale bizantino che nel 535 riconquistò la Sicilia per Giustiniano, ridotto secondo la leggenda a mendicare. L’identificazione è nelle didascalie della campagna fotografica che documenta l’androne, e da lì è entrata nelle voci enciclopediche su Belisario e sulla guerra gotica, che usano proprio questo stucco come illustrazione.
Che cosa si vede nel rilievo
Il pannello è inscritto in una cornice mistilinea con ornato rococò: girali, festoni con nappe, rosette angolari e piccoli medaglioni con teste. Al centro, Belisario è una figura barbuta semisdraiata, avvolta in un ampio mantello, con un bastone appoggiato alla spalla e il braccio destro proteso nel gesto della questua; ai suoi piedi c’è una scodella per l’elemosina. Alle sue spalle, a sinistra, si alza un colonnato classico in rovina; a destra sorge un edificio cupolato con facciata a timpano e, più in basso, un muro con una porta ad arco entro cui si intravede una figuretta. Sulle rovine cresce la vegetazione.
Un’iscrizione mai trascritta
Sull’architrave del colonnato in rovina, sopra la testa di Belisario, è incisa a lettere minute una scritta che nessuna fonte pubblicata riporta, benché il rilievo sia fotografato da anni e le sue immagini siano catalogate anche fra le iscrizioni siracusane. Esaminata a forte ingrandimento sulla fotografia ad alta risoluzione disponibile, la scritta mostra il nome BELISARIO, un segno di interpunzione e quindi IVSTINIAN, con le ultime lettere che si perdono verso il bordo del riquadro. La lettura più economica è «BELISARIO A IVSTINIANO», cioè la dedica che l’imperatore avrebbe posto al suo generale.
Se la lettura è corretta, il programma iconografico si chiude su sé stesso: l’edificio che celebrava Belisario sta in rovina proprio sopra Belisario che mendica, e la dedica dell’imperatore resta leggibile su un architrave spezzato. Per un androne di palazzo nobiliare siracusano del Settecento è una scelta di soggetto piuttosto amara, e nessuno studio se ne è mai occupato. La lettura delle ultime lettere resta incerta e andrebbe verificata sul posto, con una luce radente.
Il pavimento a ciottoli
Il pavimento dell’androne e del cortile è in acciottolato bianco e nero, ed è uno degli elementi più citati del palazzo. Le descrizioni parlano di un disegno che sembra un tappeto di pietra steso a terra, e l’osservazione ravvicinata conferma la definizione: campi di ciottoli chiari, posati di taglio e serrati fra loro, sono delimitati da liste e riquadri di pietra scura che compongono figure geometriche curvilinee, con medaglioni lobati e cornici concentriche. Le didascalie della campagna fotografica del 2008 precisano il materiale della parte scura: si tratta di basolati lavici, cioè basoli di pietra vulcanica, il materiale che a Siracusa e in tutta la Sicilia orientale arrivava dall’Etna. L’acciottolato del palazzo è quindi la combinazione di due pietre di provenienza opposta, il calcare chiaro locale e il basalto scuro etneo. Le fonti locali lo definiscono «un esempio unico in Ortigia», e la formula ricorre identica in più articoli. È una tecnica di pavimentazione esterna diffusa in Italia meridionale e a Malta fra Sei e Settecento, economica nei materiali e costosissima in manodopera, e nel palazzo assolve una funzione precisa: dà una superficie carrabile per le carrozze e insieme un disegno che si legge dall’alto, cioè dalle finestre del piano nobile.
La cancellata
In fondo all’androne una cancellata in ferro battuto separa il passaggio dal cortile. È datata al Settecento, è a due battenti, con montanti a punta di lancia e una fascia inferiore a volute contrapposte; sulla sommità porta lo stemma nobiliare dei Beneventano in ferro battuto, con lo scudo sormontato da corona e i due animali affrontati sopra i monti. La cancellata è il dispositivo che regola tutto il rapporto fra il palazzo e la piazza: lascia vedere il cortile, lo scalone e la luce che vi cade, e insieme lo tiene fuori portata. Chi si affaccia dal portale aperto vede l’interno per intero e non può entrarci, ed è la ragione per cui il cortile di questo palazzo è tanto fotografato pur non essendo un luogo visitabile.
Il cortile e lo scalone

Il cortile è la parte del palazzo su cui la critica ha speso i giudizi più alti. Il fronte interno, opposto all’androne, è organizzato su due registri sovrapposti. Al piano terra si aprono tre arcate a tutto sesto: quella centrale è inquadrata da colonne libere, disposte a coppie su basi alte, con capitelli corinzi molto lavorati, e sopra la chiave dell’arco sta una cartella rococò scolpita. Le due arcate laterali immettono in ambienti coperti a botte.
Sopra corre un cornicione a dentelli, e al piano nobile si allineano tre grandi finestre centinate, separate da colonne binate con capitelli corinzi. I serramenti sono in legno dipinto di bianco, con partiture di vetri i cui listelli superiori disegnano profili lobati, un dettaglio di gusto rococò che si nota solo guardando in alto. Il registro si chiude con una balaustra continua a balaustri panciuti, interrotta da pilastrini; su due di questi stanno altrettante sculture, una delle quali è una figura maschile ancora leggibile, con quello che sembra un copricapo, l’altra molto consunta. Le descrizioni locali le chiamano «severi mori, muti guardiani» che scrutano i visitatori; un’altra versione dello stesso testo parla più genericamente di «sculture a mezzobusto». La figura che si distingue nella fotografia del 2026 è una mezza figura maschile barbuta su piedistallo modanato, di tipo erma, ed è compatibile sia con l’identificazione come testa di moro sia con quella, più generica, di busto all’antica; la distanza e lo stato della pietra non consentono di decidere. Le statue sono viste sempre di sottinsù, e la loro posizione sul filo del cielo accentua la profondità del cortile.
La letteratura di lingua tedesca è la più esplicita nel valutare questo spazio: la voce su Wikipedia in tedesco afferma che sul fondo del cortile si trova «una delle più belle scale aperte di tutta la Sicilia», e segnala che alcuni archi oggi murati aprivano un tempo su un secondo cortile. Lo scalone, che si intravede dalla cancellata, sale con una rampa centrale fiancheggiata da archi che moltiplicano i piani di profondità; sotto la trifora della prima rampa si vede una balaustra con elementi in ceramica invetriata di colore verde, e sopra la rampa pende una lanterna in ferro e vetro.
Il palazzo ha due cortili, non uno. Dal primo, quello visibile dall’androne, si passa al secondo attraverso i due piccoli vestiboli che fiancheggiano lo scalone centrale. Nel cortile minore le descrizioni collocano una fontanella pensile figurata con mascheroni e la balaustra fiorita e traforata di un terrazzino.
Su questo secondo spazio si può aggiungere un dato che nessuna didascalia ha mai messo per iscritto. Più fotografie scattate fra il 2007 e il 2025 mostrano, dal cortile principale, un passaggio voltato laterale che prosegue in profondità attraverso arcate successive e sbocca in un’area aperta, luminosa, con gradini e piante rampicanti in fiore. Lo spazio è quindi documentato per immagini da quasi vent’anni, e non è mai stato identificato a parole: nessun catalogo lo chiama secondo cortile, nessuno lo chiama giardino.
Fra gli ambienti interni viene sempre segnalata una cappella con pavimento in ceramica policroma, apprezzata per l’eleganza e la sobrietà. Il palazzo dispone anche di sotterranei agibili e utilizzati: nel febbraio del 2014 l’aperitivo di una manifestazione gastronomica fu servito «nei suggestivi sotterranei del palazzo», mentre le portate furono servite nei saloni del piano nobile. È l’unica menzione di ambienti ipogei rintracciata, e indica che la fabbrica ha uno sviluppo sotto il livello della piazza di cui la letteratura non si è mai occupata.
Questi spazi non sono visibili dall’esterno e la loro descrizione dipende dalle fonti secondarie. Su di essi esiste anche un giudizio esplicito, ripetuto dalla stampa locale: «nonostante la magnificenza del prospetto principale il genio dell’Alì si apprezza all’interno».
Stato di conservazione
Le fotografie degli ultimi anni mostrano nel cortile vegetazione spontanea che cresce dai cornicioni e dalla balaustra di coronamento, dilavamenti e macchie sul paramento lapideo e alcune lacune nel coronamento. Il cortile è inoltre usato come parcheggio, e in quasi tutte le immagini disponibili dal 2012 in avanti vi si vedono automobili in sosta, cosa che si nota anche nella fotografia scattata per questa scheda nell’agosto del 2026.
Gli interni
Delle sale non esiste una descrizione di prima mano recente, e quello che se ne sa viene da testi pubblicati. Sul piano visivo la lacuna è totale: nel maggiore archivio libero di immagini, che conta oltre cinquanta fotografie di questo palazzo distribuite fra facciata, androne e cortile, non esiste una sola immagine delle sale del piano nobile. Non ci sono fotografie degli affreschi, degli stucchi interni, dei cristalli, dei marmi né dello scalone ripreso da dentro, mentre altri palazzi siracusani hanno da tempo intere categorie dedicate ai loro interni e alle loro scale. Dei saloni di questo palazzo, in pratica, si può soltanto leggere. Le sale di rappresentanza del piano nobile sono decorate con affreschi policromi e stucchi; le fonti citano motivi floreali, putti, grottesche e giochi prospettici. Il repertorio marmoreo è attribuito a maestranze catanesi.
Fra gli ambienti viene sempre segnalata una cappella con un grande crocifisso ligneo. L’arredo è d’epoca e comprende cristalli fatti venire da Malta e da Venezia. Il palazzo conserva una collezione di stampe antiche appartenuta alla famiglia, con mappe storiche di Siracusa, della Sicilia e dell’Italia: è un nucleo documentario di interesse per la storia della cartografia locale, e va contato fra i motivi per cui il palazzo è citato nella letteratura sulle dimore storiche siciliane.
Gli ospiti
I cavalieri, nel Cinquecento e nel Seicento
Il primo capitolo dell’ospitalità del palazzo riguarda gli ordini cavallereschi. Secondo la ricostruzione più diffusa, nel Cinquecento vi trovarono alloggio i Cavalieri del Santo Sepolcro durante i loro soggiorni siracusani, e dopo la loro partenza l’edificio divenne sede della commenda dell’Ordine di Malta, fondata dal nobile Pietro Borgia nella prima metà del Seicento. Il legame con la famiglia Borgia è il motivo per cui la scheda del Comune parla di «Commenda Gerosolimitana della Famiglia Borgia».
A questo capitolo si aggiunge una tradizione più singolare e assai meno solida. Una didascalia fotografica afferma che nel 1529 avrebbe alloggiato nell’edificio Philippe de Villiers de L’Isle-Adam, gran maestro dell’Ordine di Malta, negli anni in cui l’Ordine, cacciato da Rodi, cercava una nuova sede. La notizia non compare in nessun’altra fonte e ha tre problemi: l’itinerario dell’Ordine senza sede fra il 1523 e il 1529 è ricostruito attraverso Creta, Messina, Viterbo e Nizza, senza che Siracusa vi compaia; L’Isle-Adam fu il quarantaquattresimo gran maestro degli Ospitalieri, e «primo gran maestro dell’Ordine di Malta» si può dire solo nel senso di primo a Malta, dove l’Ordine arrivò nel 1530; la didascalia stessa definisce l’edificio settecentesco e vi colloca un soggiorno del 1529. Va registrata come tradizione locale, e nulla più.
Horatio Nelson, 1798
Nel 1798 la flotta britannica comandata da Horatio Nelson fece scalo a Siracusa per rifornirsi d’acqua e viveri prima di raggiungere l’Egitto, dove il 1° e 2 agosto avrebbe distrutto la flotta francese nella battaglia di Abukir. Le fonti locali affermano che durante quello scalo Nelson soggiornò in questo palazzo, e alcune aggiungono che vi tornò anche dopo la vittoria.
I fatti accertati dello scalo sono questi. Nell’estate del 1798 la squadra britannica inseguiva da settimane la flotta francese che aveva portato Bonaparte in Egitto, senza riuscire a intercettarla; a corto d’acqua e di viveri, e con i porti del Regno di Napoli formalmente chiusi ai belligeranti, Nelson puntò su Siracusa e vi entrò nel luglio del 1798. Il rifornimento fu concesso, la squadra si rimise in ordine e ripartì verso levante: il 1° agosto la flotta francese fu distrutta nella baia di Abukir. Nelson attribuì pubblicamente allo scalo siracusano una parte del merito della vittoria. La frase che il 22 luglio 1798 scrisse da Siracusa è rimasta proverbiale in città: grazie ai rifornimenti ottenuti, e avendo attinto alla Fonte Aretusa, la vittoria non poteva mancare. Due anni dopo, al ritorno, il Senato cittadino gli conferì una medaglia d’oro e la cittadinanza siracusana.
La notizia va presa con la cautela che merita. Lo scalo siracusano di Nelson nel luglio 1798 è un fatto storico documentato e ricordato in città da più di un segno; il suo alloggio in questo specifico palazzo è invece tradizione locale, ripresa dal sito del Comune, da Wikipedia e dalle guide, senza che nessuna delle fonti consultate citi un documento. Va aggiunto un dato materiale che complica il quadro: nel 1798 il palazzo era stato rifatto da appena un decennio e apparteneva ai Beneventano, quindi l’ospitalità sarebbe stata offerta da quella famiglia, ma nelle carte nelsoniane più note l’episodio non compare. Le due lettere che Nelson scrisse da Siracusa il 22 e il 23 luglio 1798 sono note e pubblicate: nella prima ringrazia per il rifornimento di viveri e acqua e aggiunge che, avendo attinto alla fonte Aretusa, la vittoria non può mancare; nella seconda dichiara di essere stato trattato con ogni attenzione, ma si lamenta che al governatore non fossero mai arrivati ordini riservati per l’ammissione della flotta. In nessuna delle due compare un palazzo, né un ospite.
Anzi, la stessa fonte novecentesca che riporta le due lettere registra poche pagine prima una tradizione locale di segno opposto, secondo cui il governatore di Siracusa avrebbe rifiutato l’acqua a Nelson, che sarebbe stato a un passo dal bombardare la città. Le due versioni non possono essere vere insieme, e nessuna delle due riguarda direttamente questo edificio.
Ferdinando III, aprile 1806
Il soggiorno regio del 1806 è il fatto meglio ancorato, perché di esso resta la lapide. Il contesto è la seconda fuga dei Borbone in Sicilia: dopo l’occupazione francese di Napoli, all’inizio del 1806, la corte si trasferì a Palermo sotto protezione britannica, e Siracusa divenne un punto di interesse militare per il suo porto e le sue fortificazioni. La lapide dice esattamente questo, con il verbo lustrando: il re era lì per ispezionare il porto e le mura.
La situazione politica spiega perché un re si trovasse a Siracusa. Nel gennaio del 1806 le truppe francesi entrarono nel Regno di Napoli e Giuseppe Bonaparte ne fu proclamato re; la corte borbonica si imbarcò e riparò in Sicilia, dove restò per nove anni sotto la protezione della flotta britannica. L’isola divenne la base di un regno ridotto alla sua metà insulare e militarmente dipendente da Londra, e le sue piazzeforti tornarono ad avere valore strategico. Siracusa, con il suo porto grande e la cinta bastionata spagnola, era una di quelle piazzeforti. L’ispezione del 1806 è un atto di governo militare, e la lapide la registra con esattezza tecnica.
Durante la permanenza il sovrano alloggiò nel palazzo. Le fonti raccontano che dal balcone centrale assistette a uno spettacolo allestito in suo onore dai siracusani, e anche qui divergono sul contenuto: la maggior parte parla di una commedia teatrale, mentre SiracusaPress riferisce di una parata militare. Non è escluso che si siano svolte entrambe le cose in giorni diversi, ma nessuna fonte consultata lo documenta.
Fu Francesco Beneventano, come dichiara l’iscrizione stessa, a fare murare la lastra sotto quel balcone.
Dall’Ottocento al Novecento
Ferdinando Beneventano del Bosco, il generale
Il nome della famiglia entra nella storia nazionale con un militare. Ferdinando Beneventano del Bosco nacque a Palermo il 3 marzo 1813 da Aloisio Beneventano, dei baroni del Bosco, e da Marianna Roscio; il Dizionario Biografico degli Italiani e le altre biografie lo dicono proveniente da nobile famiglia di origine siracusana. Entrò a nove anni nella Reale Accademia della Nunziatella a Napoli, fu nominato secondo tenente dei granatieri della Guardia e fece carriera nell’esercito delle Due Sicilie: capitano nel 1848, maggiore nel 1858, colonnello e poi generale di brigata nel 1860.
Partecipò alla repressione della rivoluzione siciliana del 1848 e all’assedio di Messina, dove fu ferito; nel 1850 ricevette la medaglia d’oro di prima classe da Ferdinando II. Nell’aprile del 1860 represse la rivolta della Gancia a Palermo, e il 20 luglio dello stesso anno si scontrò con la colonna di Giacomo Medici nella battaglia di Milazzo, l’episodio per cui è ricordato: fu uno dei pochi ufficiali borbonici a non cedere davanti ai garibaldini. Seguì poi Francesco II a Gaeta, fu espulso dallo Stato pontificio nel 1861 e visse in esilio fra Trieste, Madrid, Barcellona e il Marocco. Morì a Napoli l’8 gennaio 1881.
Un avvertimento è necessario: il legame di questo personaggio con il palazzo di Siracusa è familiare, non biografico. Le fonti biografiche non lo collocano mai in questo edificio, e la sua vita si svolse fra Napoli, la Sicilia occidentale e l’esilio.
Il salotto di Caterina
Della vita del palazzo fra Otto e Novecento resta il ricordo di un salotto. Caterina Beneventano del Bosco lo teneva nell’appartamento di piazza Duomo, e un ritratto memorialistico pubblicato dalla stampa locale nel 2019 lo descrive come pieno di ricordi legati agli affetti e alle tradizioni di famiglia, esso stesso il cimelio di un passato ormai lontano; con la sua scomparsa, scrive l’autore, si chiuse una stagione della vita mondana cittadina.
La stessa fonte la dice figlia del marchese Paternò Castello di San Giuliano, ministro degli Esteri in età giolittiana, e nipote del conte Cesare Trabucco di Castagneto, aiutante di campo di Carlo Alberto; e aggiunge che una figlia del conte Trabucco sposò Vincenzo Statella, l’ufficiale siracusano caduto a Custoza. Due avvertenze: l’articolo scrive «Antonio» Paternò Castello, mentre il ministro è storicamente noto come Antonino, e non fornisce né le date di Caterina né il nome del marito. Il ritratto va quindi letto come testimonianza memorialistica, non come genealogia accertata.
I vigili del fuoco
Del Novecento del palazzo si sa pochissimo, e quel poco viene da una fonte inattesa. Fra gli anni Quaranta e gli anni Sessanta l’edificio fu una delle sedi storiche dei vigili del fuoco di Siracusa: un palazzo nobiliare di piazza Duomo che ospita una caserma dei pompieri è un dato che non compare in nessuna trattazione architettonica, e che dice quanto il secondo dopoguerra abbia rimescolato gli usi degli edifici del centro storico.
Di quella stagione è rimasta una consuetudine. Il 4 dicembre 2021, per la festa di santa Barbara, patrona del corpo, il barone concesse ai vigili del fuoco di uscire in schieramento dal portone del palazzo verso la piazza, dove si tennero la cerimonia, il saggio della scala controventata montata fino a poco più di dieci metri e la consegna delle croci di anzianità.
Il 1944
Il Novecento lascia sull’edificio un segno pesante e poco raccontato. SiracusaPost riferisce che l’ala sinistra del palazzo subì gravi danni nei bombardamenti angloamericani del 1944. Siracusa fu bersaglio aereo ripetuto negli anni della guerra, e piazza Duomo si trova a poche centinaia di metri dal porto grande, cioè dall’obiettivo. La notizia è riportata da una sola fonte fra quelle consultate, e resta da verificare su documentazione d’archivio quale parte dell’edificio sia stata colpita e come sia stata ricostruita.
Il palazzo nella letteratura di viaggio
Un silenzio lungo centoventi anni
Il risultato più netto della ricerca su questo edificio è una prova in negativo, e cambia il modo di guardarlo: nella letteratura di viaggio il Palazzo Beneventano del Bosco non esiste fino al Novecento.
Patrick Brydone, il cui racconto di viaggio è fra i libri digitalizzati di Aretusapedia, è a Siracusa nel 1770 e non trova nemmeno una locanda: dorme sulla paglia dopo avere girato tutti i monasteri, e giudica la città la più miserabile fra quante ne ha viste in Sicilia. Henry Swinburne, fra il 1777 e il 1780, alloggia dal vescovo in un appartamento del palazzo vescovile, cioè proprio sulla piazza, e liquida l’edilizia dell’isola: le abitazioni, scrive, non sono affatto memorie dell’antica architettura o opulenza siracusana. Dominique Vivant Denon arriva nel 1778, l’anno stesso dell’acquisto del palazzo da parte di Guglielmo Beneventano, e dopo ventotto giorni di quarantena viene ospitato dal vicario generale nel palazzo vescovile: descrive con precisione i tre edifici istituzionali della piazza, la cattedrale, il palazzo del Senato con il sarcofago monolitico nel cortile e il palazzo vescovile con l’iscrizione greca di Ierone; del palazzo che sta di fronte non dice una parola. Johann Heinrich Bartels è in città nel 1785 e 1786, negli anni della campagna decorativa, e si occupa d’altro. Johann Gottfried Seume arriva il 1° aprile 1802, quando le decorazioni sono finite da un decennio, e scrive che nell’odierna Siracusa non c’è più nulla di notevole tranne il tempio di Minerva e l’Aretusa.
Il silenzio prosegue per tutto l’Ottocento. Ferdinand Gregorovius, nel 1853, non nomina alcun palazzo di Ortigia. Le guide Baedeker, che pure descrivono la piazza del Duomo, segnalano un solo edificio non antico in tutta Siracusa, e non è questo: è il palazzo Montalto, tanto nell’edizione del 1880 quanto in quella del 1903.
Il dato va interpretato con prudenza, perché l’assenza di menzione non è una condanna estetica. I viaggiatori del Grand Tour andavano a Siracusa per la Grecia, non per il Settecento: cercavano il tempio di Minerva sotto la cattedrale, l’Orecchio di Dionisio, le latomie, la Fonte Aretusa, e consideravano l’architettura moderna della città un ingombro. Un palazzo barocco appena costruito, per quel pubblico, era esattamente ciò che si voleva attraversare in fretta. La sua fortuna comincia quando cambia il gusto.
Il silenzio non è soltanto dei forestieri, ed è questa la parte che colpisce di più. Nel 1813, sette anni dopo che la lapide era stata murata sulla facciata, l’erudito siracusano Giuseppe Maria Capodieci pubblica gli Antichi monumenti di Siracusa: parla di piazza del Duomo, e ne parla per i due fusti di colonne doriche scanalate inglobati nei muri del palazzo del Senato, che identifica come il tempio di Diana. Il palazzo di fronte, appena finito e appena onorato da un re, non lo interessa.
Nel 1835 il siracusano Giuseppe Politi pubblica Siracusa pei viaggiatori, cioè una guida della città scritta da un cittadino per chi arriva da fuori: elenca il Duomo, San Paolo, la Fonte Aretusa, il Castello Maniace, i bagni, e come esempio di architettura civile indica la facciata di palazzo Montalto, «il più ricco, il più nobile» fra quelli che si possono vedere. Del palazzo di piazza Duomo, finito da meno di cinquant’anni, non parla.
Nel 1905 F. Aurelio Favara pubblica Siracusa ne la grandezza del passato, ne l’incanto de la natura, un itinerario di due giornate: piazza Duomo compare, ma per il Museo Archeologico allora ospitato nel palazzo arcivescovile. E ancora nel 1909 Enrico Mauceri, direttore del Museo e allievo di Paolo Orsi, pubblica Siracusa e la valle dell’Anapo: fra i monumenti cittadini elenca palazzo Bellomo, palazzo Montalto e il palazzo Municipale, e il Beneventano non c’è, otto anni dopo che Sladen lo aveva definito il più bel palazzo rinascimentale di Siracusa. Mauceri descrive però, in generale, il balcone siracusano con la ringhiera «a larga pancia battuta a martello»: la definizione tecnica del tipo che si vede su questa facciata.
La conclusione che se ne ricava è che la fortuna critica di questo edificio è recente e viene da fuori. Per centotrent’anni chi scriveva di Siracusa, straniero o siracusano, guardò il Quattrocento gotico e l’antichità greca, e il Settecento della piazza restò invisibile. Il palazzo diventa un monumento nel Novecento, quando il barocco siciliano entra nel canone.
Douglas Sladen e il «Palazzo Bosco»
La prima menzione rintracciata è di Douglas Sladen, autore inglese che pubblica nel 1901 In Sicily e nel 1907 un’enciclopedia siciliana per viaggiatori. Sladen lo chiama Palazzo Bosco, non Beneventano, e altrove spiega la ragione di queste oscillazioni: a Siracusa i nomi dei palazzi cambiavano con ogni proprietario.
Il suo giudizio è entusiasta e va riportato per intero, perché è la prima descrizione autonoma dell’edificio in un testo a stampa: il più bel palazzo rinascimentale di Siracusa, di fronte alla cattedrale, costruito nel 1775, con un cortile bellissimo ma piuttosto rovinoso. Nell’elenco dei monumenti da vedere lo mette al nono posto e gli attribuisce un «incantevole belvedere».
Sladen aggiunge poi un dettaglio che oggi non si trova in nessuna descrizione corrente del palazzo: sul retro, su una terrazza affacciata al mare, un piccolo padiglione pittoresco, che paragona a una cour d’amour provenzale. Non è una fantasia, e più avanti si vedrà che mezzo secolo dopo qualcun altro lo ritrova ancora al suo posto.
Nella classificazione di Sladen il palazzo è «rinascimentale», e non è una svista isolata: per la cultura anglosassone di primo Novecento l’etichetta copriva genericamente l’architettura post-medievale italiana. Le sue pagine contengono anche la migliore descrizione d’epoca del balcone siracusano, con la lastra di pietra su mensole pesanti e la ringhiera in ferro bombata come la prua di un vascello di primo rango: è esattamente il tipo che si vede su questa facciata.
Il Novecento
Dopo Sladen il palazzo entra stabilmente nel canone. Sean O’Faolain, nel 1953, indica il Beneventano del Bosco e il Montalto come i due angoli di Siracusa da andare a cercare. Peter Quennell, l’anno prima, lo definisce un risultato allegro e insieme urbano dell’architettura del primo Settecento, con una datazione che contrasta con tutte le altre. Il palazzo compare nei repertori fotografici sulla Sicilia, entra nelle guide del Touring e in quelle internazionali, ed entra nella bibliografia internazionale sul barocco siciliano.
Quante date di costruzione circolano
Da questa rassegna esce una constatazione scomoda: sulla data di costruzione le fonti si dividono e non è possibile ricomporle. Circolano il 1775 di Sladen, il 1778, il 1779, il 1779-1788, un generico «intorno al 1780» e perfino il primo Settecento di Quennell. Il ventaglio è di ottant’anni, e nessuna delle fonti divulgative porta un documento.
Sul nome dell’architetto circola invece un dato sbagliato che conviene fermare qui. Una guida d’arte in lingua tedesca dà Luciano Alì morto nel 1782: se fosse vero, non potrebbe avere diretto né il completamento del 1788 né la campagna decorativa del 1788-1791. La data è però errata, perché Alì morì nel 1820 e nel 1785 fu nominato architetto della città di Siracusa. La cronologia del cantiere regge, la data di morte no.
Il giudizio della critica
Una trappola bibliografica da segnalare subito
Il nome che ricorre in ogni scheda su questo palazzo è quello di Anthony Blunt e del suo Sicilian Baroque del 1968, il volume che ha portato il tardobarocco siciliano davanti al pubblico internazionale. Prima di citarlo conviene sapere una cosa.
Nell’indice di Blunt l’unica voce intitolata «Palazzo Beneventano» è quella di Scicli, alle pagine 87-89, cioè il palazzo dei mascheroni, non questo. La trattazione siracusana di Blunt occupa in pratica due pagine, la 24 e la 25, perché a p. 25 comincia Noto; Luciano Alì vi è indicizzato con le tavole 45 e 57 e una nota a p. 148. Chi scrive «Blunt sul Palazzo Beneventano» rischia quindi di attribuire a questo edificio pagine e tavole che riguardano un palazzo di un’altra città.
Il libro non è digitalizzato né su Internet Archive né su HathiTrust ed è consultabile solo per frammenti. La ricerca interna conferma che «Beneventano del Bosco» compare in quattro pagine del testo, ma quei frammenti non vengono rilasciati: le parole esatte di Blunt su questo palazzo, allo stato, non sono leggibili. Le formule che circolano in rete attribuendogli un giudizio entusiasta non sono verificabili, e in questa scheda non vengono riportate come sue.
Il giudizio che invece si può leggere: Margaret Guido
La valutazione critica più articolata reperibile è di Margaret Guido, archeologa e autrice di un manuale su Siracusa pubblicato nel 1963 e ristampato nel 1970. Il passo, ricostruito per intero, dice questo: il palazzo fu rifatto nel 1775 da Luciano Alì, «capomastro locale», al quale si deve anche il liceo Gargallo; sarebbe difficile superare «la dignità e l’armonia di questo palazzo pieno di grazia»; per vederne le cose migliori bisogna attraversare l’androne, decorato da un soffitto a stucco che raffigura Belisario, arrivare alla facciata del cortile interno e, oltre questa, al piccolo padiglione; è «uno degli edifici più insigni di Siracusa», e c’è molto da rammaricarsi che si trovi «in condizione di degrado».
Il giudizio è del 1963 e il degrado che denuncia è lo stesso che Sladen aveva registrato nel 1907, quando definiva il cortile «bellissimo ma piuttosto rovinoso». Fra le due testimonianze corrono cinquantasei anni. La guida di Kininmonth del 1965 ripete Guido quasi alla lettera, e non va contata come conferma indipendente.
Il padiglione, confermato
Il passo di Guido chiude una questione che sembrava irrisolvibile. Il piccolo padiglione che Douglas Sladen aveva descritto nel 1907 sulla terrazza affacciata al mare non era un’invenzione né un ricordo confuso: nel 1963 Margaret Guido lo indica ancora, e lo colloca con precisione oltre la facciata del cortile interno, come terza tappa del percorso di visita. Due fonti indipendenti, a mezzo secolo di distanza, descrivono lo stesso spazio. Che cosa ne sia oggi resta da accertare: nelle fotografie recenti si vede dal cortile un passaggio voltato che prosegue verso un’area aperta e piantumata, e potrebbe essere quella.
Le altre letture
Peter Quennell, nel 1952, offre la formula più letteraria, «un risultato allegro e insieme urbano dell’architettura del primo Settecento», con una datazione che contraddice tutte le altre. Sandro Chierichetti, nel 1980, legge nella facciata «motivi barocchi e neoclassici», cioè l’esatto contrario di quanto oggi si ripete ovunque sulla scia della didascalia di Wikipedia, secondo cui i balconi e le curve terrebbero a distanza il neoclassicismo che si avvicinava. Sean O’Faolain lo indica come uno dei due angoli di Siracusa da cercare. Le guide contemporanee lo definiscono un esempio audace del barocco siracusano.
Un’ultima cautela sulle fonti fotografiche di lusso: nel volume di Gérard Gefen sulle dimore siciliane la frase sui capolavori del barocco siciliano riguarda il palazzo Biscari di Catania, non questo, che vi compare soltanto in didascalia insieme al ritratto del giovane barone.
Il quadro che ne esce è coerente. Questo palazzo ha avuto pochissima critica e moltissima fotografia. Il volume che tutti citano gli dedica forse un paragrafo e non è verificabile; il giudizio più bello è di un’archeologa inglese che scriveva un manuale turistico; e la letteratura specialistica italiana, allo stato delle ricerche, non gli ha mai dedicato uno studio monografico.
Il palazzo nella scenografia della piazza
Piazza Duomo funziona come un teatro urbano, e i ruoli sono distribuiti. Il fronte religioso è tenuto dalla Cattedrale con la facciata di Andrea Palma e dal Palazzo Arcivescovile, avviato nel 1618 per iniziativa dell’arcivescovo Juan de Torres Osorio; il fronte civile dal Palazzo Senatorio dei Vermexio; il lato meridionale è chiuso dalla chiesa di Santa Lucia alla Badia. La quinta occidentale, quella dei palazzi nobiliari, ha il compito di tenere la curva, e il Beneventano è l’edificio su cui quella curva si appoggia.
La differenza fra questo palazzo e i suoi vicini è di grado, non di lingua: tutti usano lo stesso calcare, la stessa impaginazione a ordini, le stesse ringhiere bombate. Il Beneventano però ha due cose che gli altri non hanno, le colonne libere del portale e l’aggetto del balcone d’onore, e sono le due cose che producono ombra. In una piazza di superfici chiare, dove la luce riflessa dal calcare appiattisce i volumi per gran parte della giornata, l’ombra è la risorsa scarsa: è la ragione per cui il palazzo si stacca dal fondo e per cui, nelle fotografie, tende a diventare il soggetto anche quando l’inquadratura vorrebbe essere d’insieme.
La piazza è anche il palcoscenico della vita cittadina, dalle processioni agli allestimenti natalizi, e in ognuna di quelle occasioni il palazzo fa da fondale. Va aggiunto un dato di uso contemporaneo. Il piano terra del palazzo e degli edifici contigui ospita attività commerciali e di ristorazione, con dehors che occupano la fascia di piazza davanti al prospetto: in qualunque ora di apertura la facciata si guarda al di sopra di ombrelloni e tavolini, e la fotografia dell’edificio senza arredi urbani è possibile solo di primo mattino.
Il palazzo oggi
Proprietà e tutela
La proprietà è privata e appartiene ancora alla famiglia Beneventano del Bosco. L’edificio ricade nel perimetro del Piano Particolareggiato di Ortigia e sta dentro il sito UNESCO di Siracusa e delle necropoli rupestri di Pantalica, iscritto nel 2005. Su Wikidata corrisponde all’elemento Q1572558.
Sul piano della tutela, però, la posizione dell’edificio è meno solida di quanto ci si aspetterebbe, ed è documentabile. Nella banca dati ministeriale Vincoli in Rete il palazzo esiste, con l’identificativo 383173, inserito il 14 maggio 2014, come «architettura individuo» di tipo palazzo, con ente competente la Soprintendenza per i Beni Culturali e Ambientali di Siracusa. Il campo dell’interesse culturale però riporta la dicitura «di interesse culturale non verificato», l’elenco dei vincoli è vuoto, la condizione giuridica non è compilata, il numero di catalogo generale è assente e alla voce «presente in Beni tutelati» la risposta è no. La sola provenienza registrata è la Carta del rischio, con il numero 36478, e la georeferenziazione risulta fatta a mano su mappa.
Tradotto: allo stato delle banche dati pubbliche, uno degli edifici più fotografati di Ortigia non risulta coperto da un provvedimento di tutela specifico. Chi scrive che il palazzo è «bene vincolato» o «di interesse nazionale» sta ripetendo una designazione generica che le fonti ministeriali non confermano.
Un palazzo fuori dai cataloghi
Qui emerge il dato più sorprendente di tutta la ricerca, e riguarda proprio la tutela. Palazzo Beneventano del Bosco non compare in nessuno dei cataloghi ufficiali dei beni architettonici.
Non c’è nel Catalogo generale dei Beni Culturali dell’ICCD, che pure contiene novecentottantadue schede riferite al comune di Siracusa: fra queste gli unici palazzi siracusani catalogati come beni architettonici sono otto, e sono palazzo Russo, Vitale, Impellizzeri, Bonanno Landolina, Bufardeci, la Casa degli Esercizi nel Palazzo Arcivescovile, palazzo Bongiovanni e palazzo Montalto. Non c’è nel catalogo regionale siciliano gestito dal CRICD. Non c’è nell’Elenco degli edifizi monumentali in Italia del 1902, che pure elencava altri edifici della stessa piazza. Non compare fra i Luoghi della Cultura del Ministero e non ha un fondo archivistico proprio nel sistema informativo degli archivi.
La sua unica traccia ministeriale certa è un fascicolo dell’Archivio schede di catalogo dell’ICCD, denominato ufficialmente «Palazzo Beneventano – Bosco», con il numero 17937: contiene una sola scheda, compilata nel 1943 sul modello n. 50 bis (Arti), e sta in armadio 12, busta 704, cartellina 2, dentro una serie alfabetica di sessantaquattro fascicoli siracusani. Nella serie il palazzo sta fra palazzo Bellomo e palazzo Bonanno. Nella scheda del 1943 la localizzazione registrata è generica: città Siracusa, senza via, senza piazza, senza numero civico.
Va aggiunta una nota tecnica che serve a chi verrà dopo. L’identificativo S017760, che circola associato a questo palazzo perché registrato su Wikidata, è sbagliato: quel numero corrisponde in realtà a un fascicolo del 1897 relativo a un bene toscano, e la stessa Wikidata registra altrove il numero corretto, 17937. Chi cita S017760 come codice ministeriale del palazzo propaga un errore.
C’è infine un dettaglio che tocca la storia bellica dell’edificio. Nell’archivio ICCD otto edifici siracusani hanno una scheda «Danni di guerra», compilata fra il 1942 e il 1943: fra questi palazzo Bonanno, palazzo Bufardeci, palazzo Gargallo, il Duomo. Il fascicolo del Beneventano non ne ha. È un’assenza nella documentazione pubblicata, non una prova che il palazzo non fu colpito, ma è un elemento che chi vorrà verificare la notizia del bombardamento del 1944 dovrà tenere presente.
Non ci sono orari di visita. L’accesso avviene per iniziativa della proprietà, in occasione di eventi, riprese, aperture straordinarie e cerimonie, oppure su richiesta e con permesso. Chi arriva in piazza Duomo può guardare la facciata in qualunque momento, e quando il portone è aperto può vedere l’androne e, oltre la cancellata, il cortile con lo scalone: è la condizione in cui è stata scattata la fotografia riprodotta in questa scheda.
La delegazione dell’Ordine di Malta
Il dato più notevole sull’uso attuale dell’edificio è una continuità istituzionale lunga quattro secoli. Palazzo Beneventano del Bosco è la sede della Delegazione di Siracusa e Ragusa del Sovrano Militare Ordine di Malta, cioè dello stesso ordine che nel Seicento vi aveva insediato la Commenda Borgia. L’ordine è tornato nell’edificio in cui era già stato, e il delegato è il proprietario di casa.
Il legame fra la famiglia e l’Ordine è però più antico della delegazione contemporanea, ed è documentato negli elenchi dei cavalieri ricevuti: Giuseppe Beneventano del Bosco di Siracusa fu ricevuto il 1° febbraio 1791, Corrado Daniele Beneventano del Bosco nel priorato di Messina il 7 luglio 1794 e un altro Corrado il 28 febbraio 1894. Le date del 1791 e del 1794 cadono negli anni immediatamente successivi al completamento del palazzo: la famiglia entrava nell’Ordine mentre finiva di decorare la propria casa nella piazza dove l’Ordine aveva avuto la commenda.
Quel delegato è il barone Pietro Beneventano del Bosco, cavaliere di Onore e Devozione in obbedienza, indicato in un’occasione anche con il titolo di barone dei Monti Climiti, che richiama il feudo settecentesco della famiglia. Nelle cronache locali compare come padrone di casa in occasioni pubbliche, e nell’ottobre del 2020 ricevette nel palazzo il Corpo Italiano di Soccorso dell’Ordine di Malta al termine di un’esercitazione.
Le attività della famiglia
La famiglia produce vino con il marchio Cantina Beneventano del Bosco, e nel 2014 ricevette per quei vini una targa in una manifestazione gastronomica cittadina. Il barone accompagna personalmente alcune visite: nel 2010 e nel 2011 fece gli onori di casa a delegazioni dell’Accademia Italiana della Cucina arrivate da Madrid, da Stoccolma e da Beirut, illustrando gli ambienti e la storia dell’edificio e proponendo assaggi dei vini di produzione propria.
Dal novembre del 2025 una parte degli spazi ospita una realtà denominata Academy: in quella sede la Fondazione Marea si è presentata alla città e ai gruppi di imprenditorialità sociale selezionati in Sicilia. È l’indizio più recente di una funzione stabile di luogo per incontri e attività culturali.
Eventi, ospiti, riprese
Negli ultimi vent’anni il palazzo ha ospitato appuntamenti di rilievo che è utile elencare, perché costituiscono la sua storia recente e non compaiono in nessuna scheda enciclopedica.
- 12-14 aprile 2024 — Il palazzo viene annunciato dalla Regione Siciliana come una delle tre sedi degli Stati generali del cinema, insieme al Castello Maniace e a palazzo Borgia del Casale. Nelle cronache del programma effettivo, però, i panel risultano tenuti al Castello Maniace e il concerto di chiusura in piazza Duomo: il palazzo fu annunciato come sede, e non risulta confermato che sia stato usato.
- 1° ottobre 2022 — Ricevimento di nozze della principessa Oettingen di Baviera, sposata in Cattedrale con cerimonia in inglese.
- 19 giugno 2015 — Richard Gere, ospite del Taormina Film Fest, visita il palazzo e si affaccia dal balcone mentre dalla piazza lo chiamano.
- 17 marzo 2023 — Il principe Jaime di Borbone delle Due Sicilie, duca di Noto, è ricevuto nel palazzo per un ricevimento offerto in suo onore da don Pietro Beneventano del Bosco, in occasione della consacrazione episcopale del vescovo di Noto.
- 15 dicembre 2023 — Mick Jagger pubblica sui propri profili una fotografia che lo ritrae affacciato da uno dei balconi del palazzo, con la didascalia «Taking a break in Italy and doing some writing».
- 1995 — Il palazzo ospita una mostra di malacologia dedicata alla riserva di Vendicari, con la responsabilità scientifica del censimento faunistico affidata a Claudio Ebreo.
- 19 agosto 2022 — Madonna, al termine di tre giorni siciliani per il proprio compleanno, si ferma per un aperitivo nel palazzo dopo avere attraversato piazza Duomo.
Il palazzo e il cinema
Piazza Duomo è una delle piazze italiane più riprese, e il palazzo vi compare per forza di cose. La distinzione utile, e che quasi nessuna fonte fa, è fra l’edificio come sfondo e l’edificio come set.
Il caso meglio documentato è la serie Netflix Il Gattopardo, diretta da Tom Shankland per Indiana Production e Moonage Pictures e uscita il 5 marzo 2025 in centonovanta paesi. Per costruire l’immaginario paese di Donnafugata la produzione trasformò piazza Duomo in un borgo rurale ottocentesco: il set fu allestito dal 15 giugno 2023, il primo ciak fu il 28 giugno e le riprese si chiusero il 3 luglio. La pietra bianca della piazza fu coperta di sabbia, al centro fu installata una fontana in polistirolo, altre colonne in polistirolo furono montate davanti all’ingresso dell’Arcivescovado e un muro tecnico schermava le riprese. Il portale del Ministero della Cultura dedicato alle location cita esplicitamente Palazzo Beneventano del Bosco fra gli edifici che compongono la piazza usata come centro del villaggio.
Quello che le fonti non dicono, e che è opportuno non far dire loro, è che si sia girato dentro il palazzo. Gli interni della serie furono realizzati altrove, fra Cinecittà, Palazzo Comitini a Palermo e le ville di Frascati e Monte Porzio Catone; nessuna fonte documenta riprese negli ambienti del Beneventano, e il database italiano che verifica le location fotogramma per fotogramma non ha ancora schedato la serie. Durante le riprese la porzione di piazza occupata dal set fu interdetta anche ai pedoni, con l’unica eccezione di chi abitava o lavorava negli edifici affacciati: i residenti del palazzo mantennero quindi l’accesso.
Per Malèna di Giuseppe Tornatore, girato nel 1999, la piazza è confermata come location dal portale ministeriale, che ne indica la forma allungata come passerella ideale per le camminate della protagonista. Il database delle location identifica in piazza Duomo il palazzo dal cui balcone il Duce tiene il discorso, ma lo descrive soltanto come «quello con la bandiera italiana alla finestra» senza nominarlo: attribuirlo a questo palazzo sarebbe una deduzione, non un dato, e in questa scheda non viene fatta.
Due voci circolanti vanno invece corrette. Indiana Jones e il quadrante del destino non girò in piazza Duomo: le sue due location siracusane furono l’Orecchio di Dionisio e il Castello Maniace, con primo ciak il 4 ottobre 2021. E Il commissario Montalbano, a Siracusa, girò alla stazione ferroviaria.
Resta il capitolo pubblicitario, che è quello più fitto: la piazza compare in spot e videoclip di marchi automobilistici, alimentari, birrari e della moda, ed è stata riprodotta digitalmente in un videogioco di guida. In tutti questi casi il palazzo è un fondale, e la sua facciata lavora esattamente come lavorava nel Settecento, cioè come quinta.
La sequenza dice una cosa sola, e la dice bene: l’edificio non è un museo e non è una casa privata chiusa, è una dimora storica ancora abitata che si apre in modo selettivo, per iniziativa della proprietà.
Cronologia
- 1361 — Siracusa e il suo territorio diventano appannaggio della Camera Reginale, che resterà in vita fino al 1537.
- XV secolo — La famiglia Arezzo costruisce sul lato occidentale della piazza una casa compatta, quasi una fortezza urbana.
- 1500 circa — Secondo la tradizione l’edificio ospita i Cavalieri del Santo Sepolcro durante i loro soggiorni siracusani.
- 1591 — Matteo Beneventano acquista all’asta il feudo Bosco di Alfano, nel territorio di Lentini: è l’atto da cui nasce il predicato «del Bosco».
- Prima metà del XVII secolo — Pietro Borgia fonda nel palazzo la commenda siracusana dell’Ordine di Malta.
- 1652 — Giuseppe Beneventano acquista il feudo di Corte dai Bonfiglio.
- 11 gennaio 1693 — Il terremoto colpisce l’edificio, che resterà in condizioni precarie per quasi un secolo.
- 1736 — Vincenzo Beneventano riceve l’investitura della baronia di Monteclimato.
- 1778 — Il barone Guglielmo Beneventano acquista il palazzo dal duca di Floridia.
- 1779 — Cominciano i lavori di trasformazione, affidati all’architetto Luciano Alì.
- 1788 — Si chiudono i lavori murari; Gregorio Lombardo esegue gli stucchi del piano nobile.
- 1789 e 1791 — Affreschi e sovrapporte del piano nobile, di attribuzione discussa.
- Luglio 1798 — La squadra di Horatio Nelson fa scalo a Siracusa prima della battaglia di Abukir; la tradizione locale vuole che l’ammiraglio alloggi nel palazzo.
- Aprile 1806 — Ferdinando III, riparato in Sicilia dopo l’occupazione francese di Napoli, ispeziona il porto e le mura e soggiorna nel palazzo.
- 28 aprile 1806 — Francesco Beneventano fa murare sotto il balcone d’onore la lapide che ricorda la visita.
- 3 marzo 1813 — Nasce a Palermo Ferdinando Beneventano del Bosco, futuro generale borbonico, della stessa famiglia.
- 20 luglio 1860 — Battaglia di Milazzo: Ferdinando Beneventano del Bosco è l’ultimo comandante borbonico a tenere il campo contro i garibaldini in Sicilia.
- 1944 — Secondo SiracusaPost l’ala sinistra del palazzo subisce gravi danni nei bombardamenti angloamericani.
- 2026 — Il palazzo è ancora proprietà della famiglia Beneventano del Bosco; gli interni non hanno apertura ordinaria al pubblico.
Questioni aperte
Su questo edificio la divulgazione è abbondante e la ricerca d’archivio pubblicata è quasi inesistente. Le domande che restano senza risposta certa sono queste, ed è onesto elencarle.
- Il pittore del piano nobile. Ermenegildo Martorana oppure Ermenegildo Fontana: due cognomi diversi per lo stesso nome di battesimo, nessun documento citato da nessuna delle due parti.
- Di che secolo era l’edificio precedente. Le fonti danno tre risposte diverse e a volte nello stesso documento: quattrocentesco nella maggior parte della divulgazione italiana, cinquecentesco nelle didascalie italiane di una campagna fotografica le cui didascalie inglesi dicono invece quindicesimo secolo, medievale nella descrizione della categoria che raccoglie quelle stesse immagini.
- Quanto resta del palazzo quattrocentesco. Le fonti riferiscono al nucleo anteriore alcuni elementi del cortile, ma non esiste un rilievo pubblicato che distingua le murature del Quattrocento da quelle del cantiere di Alì.
- Il soggiorno di Nelson. Lo scalo del 1798 a Siracusa è documentato, l’alloggio in questo palazzo è tradizione locale ripetuta senza fonte primaria.
- Che cosa vide il re dal balcone. Una commedia teatrale secondo la maggior parte delle fonti, una parata militare secondo un’altra.
- La data della visita regia. Il 25 aprile secondo la scheda comunale; la lapide data il 28 aprile, ma data la propria posa, non la visita. Serve una cronaca coeva.
- I danni del 1944. La notizia del bombardamento dell’ala sinistra compare in una sola fonte, non è corredata da riferimenti d’archivio, e nell’archivio ICCD il fascicolo del palazzo non ha la scheda «Danni di guerra» che altri otto edifici siracusani hanno.
- Perché non è catalogato né vincolato. Uno dei palazzi più fotografati della Sicilia orientale manca da tutti i cataloghi dei beni architettonici e nella banca dati dei vincoli risulta «di interesse culturale non verificato», senza alcun provvedimento elencato. Se dipenda dalla proprietà privata, da una verifica mai avviata o da una scelta della Soprintendenza, resta da capire.
- Il Belisario dell’androne. L’identificazione del soggetto circola nelle didascalie fotografiche e non risulta discussa in sede critica; sarebbe da verificare su chi la propose per primo e su quali basi.
- Che fine ha fatto il padiglione. Sladen nel 1907 e Margaret Guido nel 1963 descrivono entrambi, oltre il cortile, un piccolo padiglione, che Sladen colloca su una terrazza affacciata al mare. Dopo il 1963 nessuno lo nomina più. Nelle fotografie recenti si intravede un passaggio verso un’area aperta e piantumata: potrebbe essere lo stesso posto, ma non è accertato.
- Perché nessun viaggiatore lo vide. Fra il 1770 e il 1903 nessuna delle relazioni di viaggio e delle guide consultate nomina il palazzo, benché più di un autore alloggiasse nel palazzo vescovile, di fronte. La spiegazione più probabile è il disinteresse del Grand Tour per l’architettura moderna, ma resta da verificare se qualche testo minore lo citi.
- Il progetto e i pagamenti. Del cantiere non sono noti contratti, misure, nomi di capomastri e scalpellini: sono le carte che, se esistono negli archivi notarili siracusani o nell’archivio privato di famiglia, cambierebbero il quadro.
Galleria








Tutte le fotografie sono di Alessandro Calabrò, 25 agosto 2026. I volti delle persone presenti in piazza e la targa dell’automobile nel cortile sono stati oscurati.
Accessibilità
Accessibilità motoria
Il palazzo non ha aperture ordinarie al pubblico, quindi il tema riguarda soprattutto ciò che si può vedere dall’esterno e dalla soglia.
Piazza Duomo è pedonale e pavimentata con grandi lastre di calcare posate a giunti stretti: la superficie è regolare, senza pendenze rilevanti, e per una carrozzina è fra le migliori di Ortigia. Fino al filo della facciata l’avvicinamento non presenta ostacoli, e il prospetto, la lapide e lo stemma si guardano interamente dalla piazza.
La soglia del portale ha un piccolo dislivello rispetto al piano della piazza, dell’ordine di pochi centimetri, superabile ma percepibile. Il problema comincia subito dopo: l’androne è pavimentato a ciottoli, cioè con una superficie fortemente irregolare e a giunti aperti, in leggera salita verso il cortile. Per una carrozzina manuale quel tratto è faticoso e per una elettrica con ruote piccole è a rischio di impuntamento; per chi cammina con bastone o con instabilità è una superficie infida, soprattutto con la pioggia. Ai lati dell’ingresso sono presenti paracarri in pietra che restringono il passaggio utile.
Oltre l’androne il cortile è chiuso da una cancellata, e vi si accede solo con autorizzazione. Lo scalone è una scala aperta, senza rampa alternativa; nelle fotografie disponibili non risultano ascensori o servoscala nelle parti visibili. Non risultano servizi igienici accessibili aperti al pubblico all’interno del palazzo.
Per arrivare in piazza Duomo si tenga presente che Ortigia è in gran parte zona a traffico limitato. Chi ha il contrassegno per disabili può accedere e trovare stalli riservati, ma la disponibilità nelle ore serali e nei mesi estivi è molto scarsa; il parcheggio più capiente resta quello dell’area Talete, raggiungibile anche a piedi dal ponte ciclopedonale, da cui il percorso fino alla piazza è pianeggiante e interamente pavimentato, con una distanza dell’ordine di ottocento metri.
Accessibilità visiva
Sulla facciata non esistono pannelli descrittivi, targhe tattili, mappe a rilievo o audioguide gratuite dedicate. L’unico testo esposto è l’epigrafe del 1806, che sta a diversi metri d’altezza, è in latino ed è in lettere incise poco contrastate: per una persona ipovedente è illeggibile in condizioni normali, e la trascrizione riportata in questa scheda serve anche a questo.
La piazza offre in compenso un’ottima leggibilità d’insieme: le superfici sono chiare e uniformi, l’illuminazione serale è diffusa e non ci sono dislivelli improvvisi. Il portale è riconoscibile al tatto e all’ombra per la profondità delle colonne, ed è l’elemento che una persona con residuo visivo individua più facilmente lungo tutto il fronte occidentale.
Chi visita con un accompagnatore può chiedere di sostare sotto il portale quando è aperto: da lì la percezione dello spazio cambia in modo netto, perché l’androne è più fresco, più buio e acusticamente riverberante rispetto alla piazza, e questi tre indizi restituiscono la profondità dell’edificio anche senza vederlo.
Accessibilità uditiva
Non essendoci visite guidate ordinarie, non si pongono questioni di induzione magnetica o di sottotitolazione. Nelle aperture straordinarie e negli eventi ospitati nel cortile la presenza di interpretariato in lingua dei segni non è prevista per prassi e va chiesta agli organizzatori caso per caso.
Un dato ambientale conta più di quanto sembri: piazza Duomo è uno spazio molto riverberante, chiuso da facciate rigide e prive di superfici fonoassorbenti, e nelle ore di massimo afflusso il rumore di fondo è alto. Per chi porta apparecchi acustici o impianto cocleare la conversazione davanti al palazzo può risultare faticosa, e la fascia più tranquilla è quella del primo mattino.
Accessibilità cognitiva
Il palazzo non ha segnaletica, pannelli, mappe o percorsi semplificati. Chi arriva in piazza non trova alcuna indicazione del nome dell’edificio né del suo interesse, e la sola informazione esposta è la lapide latina, che presuppone conoscenze che quasi nessun visitatore ha.
Per una lettura semplice conviene procedere per punti fissi: il portale con le quattro colonne al centro; sopra il portale il balcone grande; sopra il balcone la lapide; sopra la lapide lo stemma con la corona. Sono quattro elementi allineati sullo stesso asse verticale, si trovano con lo sguardo in pochi secondi e riassumono la storia dell’edificio: l’ingresso, la rappresentanza, il re, la famiglia.
Suggerimenti
Segnalazioni e proposte di questo tipo sono il terreno su cui lavorano a Siracusa esperienze come Abbattiamo le Barriere e Siracusa Mare per Tutti. Tre interventi migliorerebbero molto la fruizione di questo palazzo senza toccare l’edificio. Il primo è una targa informativa a livello di lettura, con testo in italiano e in inglese, trascrizione e traduzione dell’epigrafe e codice per l’ascolto di una descrizione audio. Il secondo è una riproduzione tattile del prospetto o almeno dello stemma, che consentirebbe a una persona cieca di farsi un’idea dell’impaginato. Il terzo riguarda le aperture straordinarie: quando il cortile viene aperto per eventi, una passatoia rigida stesa sul tratto di acciottolato dell’androne renderebbe il percorso praticabile in carrozzina, con un costo minimo e nessun impatto sul bene.
Fonti
Letteratura critica
- Blunt, Anthony. Sicilian Baroque, fotografie di Tim Benton. Londra, Weidenfeld and Nicolson, 1968, 160 pp.; edizione tedesca Barocke Architektur in Sizilien, Francoforte, Ariel Verlag, 1972. La trattazione siracusana sta alle pp. 24-25; Luciano Alì è indicizzato a p. 25, tavole 45 e 57, nota a p. 148. ⚠️ La voce d’indice «Palazzo Beneventano» rimanda al palazzo di Scicli, pp. 87-89, non a questo. Il volume non è digitalizzato e le sue pagine su questo palazzo non sono risultate leggibili.
- Guido, Margaret. Syracuse: a Handbook to its History and Principal Monuments, 1963; ed. Marchese, 1970. Contiene il giudizio critico più articolato reperito in lingua inglese, la menzione dello stucco di Belisario e quella del padiglione oltre il cortile.
- Kininmonth, Christopher. Sicily, 1965. Ripete Guido quasi alla lettera.
- Chierichetti, Sandro. Guida della Sicilia, 1980. Legge nella facciata «motivi barocchi e neoclassici».
- Gefen, Gérard. Sicily, Land of the Leopard Princes (ed. francese La Sicile au temps des Guépards), 2000-2001. Contiene un ritratto fotografico del giovane barone Beneventano del Bosco a Siracusa.
- Zelapì, Angheli. Dimore di Sicilia (ed. francese Demeures de Sicile), 2000.
- Fazio, Federico. «Louis Alexandre Dumontier, Luciano Alì e la chiesa di Santa Lucia alla Badia a Siracusa (1771-1784)». Lexicon. Storie e architettura in Sicilia e nel Mediterraneo, 24, 2017, pp. 31-40.
- Cedrini, Rita – Tortorici Montaperto, Giuseppe. Abitare il Settecento. Catalogo della mostra, Siracusa, 14-20 dicembre 1999. Fonte dell’arredamento e della commissione di cristalli al fornitore maltese Gaetano Cecuti.
- Giuffrè, Maria. L’architettura del Settecento in Sicilia. Palermo, Sellerio, 1997.
- Dufour, Liliane – Raymond, Henri. Siracusa tra due secoli. Le metamorfosi dello spazio 1600-1695. Siracusa, Lombardi, 1998.
- Carnabuci, Brigit. Sizilien. Kunst-Reiseführer, DuMont. Dà Luciano Alì morto nel 1782, dato in contraddizione con la cronologia corrente del cantiere.
Relazioni di viaggio e guide storiche
- Brydone, Patrick. A Tour through Sicily and Malta, lettera XII (viaggio del 1770). Non nomina il palazzo.
- Swinburne, Henry. Travels in the Two Sicilies, vol. II, sezz. XLV-XLVI, ed. 1783 (viaggio 1777-1780). Alloggia nel palazzo vescovile sulla stessa piazza; non nomina il palazzo.
- Denon, Dominique Vivant. Travels in Sicily and Malta, trad. inglese, Londra 1789 (viaggio del 1778). Descrive cattedrale, palazzo del Senato e palazzo vescovile; non nomina il palazzo.
- Bartels, Johann Heinrich. Briefe über Kalabrien und Sizilien, vol. III, 1791 (viaggio 1785-1786).
- Seume, Johann Gottfried. Spaziergang nach Syrakus im Jahre 1802. «Nell’odierna Siracusa non c’è più nulla di notevole tranne il tempio di Minerva e l’Aretusa.»
- Gregorovius, Ferdinand. Siciliana. Wanderungen in Neapel und Sicilien, 1861 (viaggio del 1853). Non nomina alcun palazzo di Ortigia.
- Capodieci, Giuseppe Maria. Antichi monumenti di Siracusa, 1813. Descrive piazza del Duomo senza nominare il palazzo.
- Favara, F. Aurelio. Siracusa ne la grandezza del passato, ne l’incanto de la natura, 1905. Idem.
- Politi, Giuseppe. Siracusa pei viaggiatori, 1835. Guida locale che non nomina il palazzo e indica palazzo Montalto come esempio civile.
- Mauceri, Enrico. Siracusa e la valle dell’Anapo, 1909. Non include il palazzo fra i monumenti cittadini.
- Baedeker, Karl. Italy: Southern Italy and Sicily, edizioni 1880 e 1903. Fra gli edifici non antichi di Siracusa segnalano il solo palazzo Montalto.
- Sladen, Douglas. In Sicily 1896-1898-1900, vol. I, Londra 1901, pp. 294-296 e 303-309; e Sicily, the New Winter Resort: an Encyclopaedia of Sicily, Londra 1907, voci «Palaces», «Cortili» e «The Elenco». Prima menzione e prima descrizione autonoma del palazzo, chiamato «Palazzo Bosco», con la terrazza sul mare e il padiglione.
- O’Faolain, Sean. An Autumn in Italy, 1953. Quennell, Peter. Spring in Sicily, 1952. Fernandez, Dominique. Le radeau de la Gorgone. Duncan, Paul. Sicily: A Traveller’s Guide, 1992.
- Touring Club Italiano, Guida d’Italia — Sicilia: «Al N. 23, il Pal. Beneventano del Bosco, già sede della commenda Borgia, edificato su precedenti strutture quattrocentesche ad opera di Luciano Alì».
- Grady, Ellen. Blue Guide Sicily; FitzRoy, Charles. Italy Revealed; DK Eyewitness Travel Guide, edizioni Italia e Sicilia; Encyclopaedia Britannica, voce Syracuse. Datazioni discordanti fra 1775, 1778-1788 e 1779.
Nobiliari e repertori feudali
- Mango di Casalgerardo, Antonino. Nobiliario di Sicilia, voce «Beneventano». Edizione digitale integrale sul server della Biblioteca centrale della Regione Siciliana. È la fonte delle date di investitura e dell’identificazione di Francesco Maria Bernardo Beneventano, capitano giustiziere di Siracusa nel 1802-3.
- Palizzolo Gravina, Vincenzo. Il blasone in Sicilia ossia Raccolta araldica. Palermo, Visconti & Huber, 1875, pp. 98-99 e tav. XIX n. 7. Riporta la leggenda orsiniana, l’origine matrimoniale del predicato «del Bosco» e la parentela con il generale Ferdinando.
- Mugnos, Filadelfo. Teatro genologico delle famiglie nobili… del Regno di Sicilia, 1647, libro I, ff. 128-129. Voce «Beneventano»: la discendenza dagli Orsini e la prima descrizione nota dello stemma.
- Spreti, Vittorio. Enciclopedia storico-nobiliare italiana, voce «Beneventano». La partizione in due rami, del Bosco e della Corte, e i provvedimenti del 1900 e del 1906.
- Marrone, Antonino. Repertorio della feudalità siciliana (1282-1390) e Repertorio degli atti della Cancelleria del Regno di Sicilia, Quaderni Mediterranea. Voci «Alfano bosco» e «Schifano», per la preistoria feudale del bosco; e controllo negativo sull’assenza di una famiglia Beneventano siciliana nel Trecento.
Fonti documentarie citate dalla letteratura
- Archivio di Stato di Palermo, Protonotaro della Camera Reginale, Repertorio dei processi d’investitura, n. 125 (investitura di Vincenzo Beneventano nella baronia di Monteclimato, 1736).
- Elenco dei cavalieri della lingua d’Italia del Sovrano Militare Ordine di Malta: Giuseppe Beneventano del Bosco di Siracusa, ricevuto il 1° febbraio 1791; Corrado Daniele Beneventano del Bosco, priorato di Messina, 7 luglio 1794; Corrado Beneventano del Bosco, 28 febbraio 1894.
- Nelson, Horatio. Lettere da Siracusa del 22 e 23 luglio 1798, pubblicate in Sladen, In Sicily, vol. I, pp. 303-304.
Fonti istituzionali e cataloghi
- Comune di Siracusa, scheda Palazzo Beneventano del Bosco, sezione «Vivere il Comune – Luoghi». Fonte della datazione al 1778, dei nomi di Gregorio Lombardo e di «Ermenegido Martorana» e della data del 25 aprile 1806.
- Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione, Archivio schede di catalogo, fascicolo n. 17937, «Palazzo Beneventano – Bosco», scheda del 1943 su modello n. 50 bis (Arti), armadio 12, busta 704, cartellina 2. È l’unico record ministeriale certo dell’edificio, pubblicato come dato aperto su dati.beniculturali.it.
- Ministero della Cultura, banca dati Vincoli in Rete, scheda bene ID 383173, «PALAZZO BENEVENTANO DEL BOSCO», inserita il 14 maggio 2014, indirizzo Piazza Duomo 20, ente competente Soprintendenza di Siracusa, interesse culturale «non verificato», presente in Carta del rischio con il n. 36478, non presente in Beni tutelati. Consultata il 26 agosto 2026.
- Verifiche di assenza condotte per questa scheda il 25 agosto 2026: Catalogo generale dei Beni Culturali (982 record per il comune di Siracusa, nessuno relativo al palazzo), catalogo regionale CRICD, Elenco degli edifizi monumentali in Italia del 1902, Luoghi della Cultura del Ministero, sistema informativo unificato per le soprintendenze archivistiche.
- Wikidata, elemento Q1572558: coordinate, stile, designazione di bene culturale italiano, identificativo ICCD scheda S 17937, VIAF 248789606, GND 7698184-8, collegamenti in otto lingue. La proprietà «descritto nell’URL» rimanda a un identificativo errato, S017760, che appartiene a un fascicolo toscano del 1897.
Fonte primaria diretta
- Epigrafe dedicatoria murata sulla facciata, datata 28 aprile 1806. Trascritta per questa scheda dalla fotografia scattata il 25 agosto 2026 ed esaminata a ingrandimento otto volte.
- Campagna fotografica di Alessandro Calabrò, 25 agosto 2026: facciata, portale, epigrafe, androne e cortile. Le osservazioni su ferri battuti, mensole, capitelli, acciottolato, balaustre, statue del cortile e stato di conservazione della pietra derivano da quelle immagini.
Stampa e divulgazione
- SiracusaPost, Palazzo Beneventano del Bosco a Siracusa. La più dettagliata sulla genealogia familiare e sui feudi, e l’unica fra quelle consultate a riportare la data corretta della lapide, il nome del fornitore maltese Gaetano Cecuti e i danni del 1944.
- SiracusaPress, Palazzo Beneventano del Bosco, il trionfo barocco nel cuore di Ortigia, 18 febbraio 2026.
- Siti UNESCO Sicilia Sud Est, scheda del palazzo; Folkmaps, scheda del palazzo; PrivateSicily, scheda del palazzo.
Voci enciclopediche
- Wikipedia in italiano, Palazzo Beneventano del Bosco (descrizione della facciata e del cortile, stemma, trascrizione dell’epigrafe con l’errore «UTRUSQUE», identificazione del Belisario nell’androne).
- Wikipedia in tedesco, Palazzo Beneventano del Bosco (lo scalone come «una delle più belle scale aperte di tutta la Sicilia», gli archi murati verso il secondo cortile).
- Wikipedia in francese, Palais Beneventano del Bosco (il giudizio attribuito a Blunt, che non è stato possibile verificare sul testo originale).
- Wikipedia in italiano, Ferdinando Beneventano del Bosco, e Dizionario Biografico degli Italiani, voce «Bosco, Ferdinando Beneventano del».
Errori nelle fonti, da non propagare
Nel corso della ricerca sono emersi alcuni errori circolanti che conviene isolare, perché chi rifarà questo lavoro li incontrerà.
- Una testata locale, nel 2016, colloca la visita di Ferdinando III nel 1608 invece che nel 1806, pur citando correttamente la lapide del palazzo come testimonianza: è un’inversione di cifre con un errore di 198 anni.
- La trascrizione della lapide pubblicata nell’archivio fotografico libero omette la parola ano nell’ultima riga, dando «DIE XXVIII APRILIS MDCCCVI»; la parola è invece presente sulla pietra.
- Una fotografia del cortile di questo palazzo circola con titolo e descrizione che la attribuiscono al Palazzo Senatorio, sede del Comune: l’immagine mostra senza possibilità di equivoco l’arcata centrale con il cartiglio, le tre finestre del piano nobile e l’acciottolato del Beneventano.
- Alcune guide internazionali accostano al palazzo la formula «Horatio Nelson e sua moglie Lady Hamilton»: il passo, nelle stesse guide, riguarda la Palazzina Cinese e la Favorita a Palermo, e per di più Emma Hamilton non era la moglie di Nelson. La ricerca a testo pieno restituisce i due brani vicini e vengono spesso fusi.
- Il numerale del sovrano cambia da guida a guida: si trovano Ferdinando I, II, III e IV per lo stesso soggiorno del 1806. Il numerale corretto per la Sicilia, e quello inciso sulla pietra, è il terzo.
- In alcune inquadrature della facciata compare in primo piano una statua di San Pietro di Ignazio Marabitti, datata 1746: appartiene alla facciata della Cattedrale e non a questo palazzo, e non va contata fra le sue sculture.
- Molti risultati di ricerca per il solo cognome «Beneventano» riguardano il Palazzo Beneventano di Lentini o quello di Scicli, edifici diversi, oppure la contrada Beneventano di Modica e le vie siracusane intitolate alla famiglia, fra cui la via Matteo Beneventano del Bosco nella zona fra Tivoli e Grottasanta.
- Un quotidiano regionale, nel febbraio del 2013, titola un raid vandalico a «Palazzo Beneventano» con l’indicazione di luogo «Siracusa», mentre il testo dell’articolo riguarda senza equivoci il palazzo comunale di Lentini: commissione consiliare di Lentini, sindaco di Lentini, impresa e finanziamento di quel cantiere. Anche le notizie su sfratti, partenariati e vertenze legate a un «Palazzo Beneventano» sono di Lentini.
- L’assegnazione dell’Oscar della Frutta 2017 «a Palazzo Beneventano», annunciata da una testata siracusana nel dicembre del 2016, non specifica «del Bosco» e non ha riscontro in cronache successive: la stessa testata, un anno dopo, scrive esplicitamente «Palazzo Beneventano di Lentini» per un altro evento. L’attribuzione al palazzo di Ortigia non è quindi sicura, e in questa scheda non è stata fatta.
Nota sulle fonti
Una nota metodologica sulle fonti araldiche: la pagina sui Beneventano più citata in rete è una copia letterale della voce del Nobiliario di Mango, e non costituisce quindi una fonte indipendente. In questa scheda è stato usato direttamente Mango.
Buona parte della divulgazione online su questo palazzo discende da un unico testo di base, ripreso e riformulato di sito in sito: le coincidenze letterali fra le schede, compresa la ripetizione dello stesso refuso nel nome del pittore, lo rendono evidente. Per questa ragione la concordanza fra più siti non è stata trattata come conferma, e i punti in cui le fonti divergono sono stati riportati come divergenze.
Scheda aggiunta da Alessandro Calabrò il 26 agosto 2026.
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