Chiesa di San Giuseppe

La chiesa ottagonale dei falegnami sull’area della greca San Fantino.
Aggiornato in data 23 Agosto 2026 da
ChiesaChiesa di San Giuseppe
Facciata barocca in pietra chiara su due ordini, con portale ad arco mistilineo, nicchie a conchiglia e finestrone centinato

Il prospetto principale sulla piazza. Stato dei luoghi nel 2026. Foto di Alessandro Calabrò.
Dati identificativi
Altre denominazioniChiesa di San Giuseppe dei Falegnami; chiesa parrocchiale di San Giuseppe (denominazione storica)
TipologiaChiesa rettoriale
IndirizzoPiazza San Giuseppe 12, Siracusa
QuartiereOrtigia, rione Giudecca
Coordinate37,0590° N, 15,2958° E
DiocesiArcidiocesi di Siracusa
ParrocchiaSan Martino Vescovo
Dati storici
Edificio precedenteChiesa di San Fantino, di rito greco, distrutta o gravemente lesionata dal terremoto del 1693
CommittenzaCongregazione di San Giuseppe dei maestri falegnami
Concessione del sito1683
Licenza di fabbrica1752
Costruzione1754-1773 circa; ultimata nel 1775
AutoreNon documentato; opere di completamento del capomastro Carmelo Bonaiuto detto Carancino
Apertura al culto1772 secondo il catalogo regionale; primi giorni del 1776 secondo gli studi d’archivio
Consacrazione15 novembre 1835, arcivescovo Giuseppe Amorelli
StileTardo barocco siracusano
Architettura
PiantaCentrale, ottagono regolare
CoperturaPseudovolta a padiglione lunettata in canne e gesso; tetto a due falde su capriate
MaterialiCalcarenite; prospetti in pietra bianca di Priolo
CampanileA vela, sul prospetto posteriore; tre campane, la centrale del 1789
Stato attuale
TutelaDichiarata di importanza artistica e monumentale il 28 ottobre 1922
Chiusura13 dicembre 1990, terremoto di Santa Lucia
RiaperturaAutunno 2022
Festa19 marzo

La chiesa di San Giuseppe, nota anche come chiesa di San Giuseppe dei Falegnami, è un edificio di culto tardo barocco che sorge isolato al centro dell’omonima piazza, nel rione Giudecca dell’isola di Ortigia, a Siracusa. Fu costruita nel Settecento dalla congregazione dei maestri falegnami sull’area della chiesa medievale di San Fantino, officiata secondo il rito greco fino al terremoto dell’11 gennaio 1693. L’edificio ha pianta centrale a ottagono regolare, caso unico fra le chiese settecentesche di Ortigia, ed è l’unico luogo di culto dell’isola visibile da tutti e quattro i lati. Chiusa per i danni del terremoto del 13 dicembre 1990 e restituita al culto nell’autunno del 2022 dopo oltre trent’anni di lavori, è oggi una rettoria dipendente dalla parrocchia di San Martino Vescovo; la cripta sepolcrale dei confrati falegnami è stata riaperta al pubblico nella Settimana Santa del 2025.

Lo stesso argomento in dettaglio: Piazza San Giuseppe, per la storia dello spazio urbano, dei palazzi che vi si affacciano e delle lapidi commemorative.

La chiesa di San Fantino e i greci di Siracusa

Chiesa barocca isolata al centro di una piazza, con la facciata in pietra chiara a sinistra e il lungo fianco intonacato di ocra a destra, davanti auto e furgoni in sosta

La chiesa occupa il centro della piazza ed è libera su tutti e quattro i lati, condizione che nessun’altra chiesa di Ortigia possiede. Nella polizza assicurativa del 1894 l’edificio è descritto come «isolato da tutti quattro lati». Foto di Alessandro Calabrò, 2026.

Il titolare: san Fantino

Il santo cui era intitolata la chiesa più antica è Fantino il Vecchio, detto il Cavallaro, la cui festa cade il 24 luglio. La tradizione agiografica siracusana, raccolta da Ottavio Gaetani nelle Vitae Sanctorum Siculorum del 1657 a partire da un «vetusto MS. Syracusano», lo dice nato a Siracusa da Fanzio e Deodata, coniugi nobili e idolatri poi convertiti e martirizzati in città il 31 luglio: «Syracusis natus est Fantinus, Fantio ac Deodata nobilibus atque in re familiari copiosis parentibus». Nella stessa vita si legge che le catene spezzate dal santo «in praesentem usque diem Syracusana in Ecclesia demonstrantur», cioè si mostravano ancora nella chiesa siracusana a metà Seicento. Francesco Aprile, nella Cronologia universale della Sicilia del 1725, riprende la leggenda e la colloca all’anno 336, raccontando che il giovane fu convertito da un eremita mentre cacciava «nelle Selve Siracusane», per poi passare a Messina, a Reggio e infine a Tauriana in Calabria, dove fu bovaro e dove morì; Aprile respinge però la genealogia che lo voleva della famiglia Modica, avvertendo che «una falsa, e finta chiarezza non dee abbagliare il vero lume della sincera verità».

La ricerca moderna distingue due santi omonimi: Fantino il Vecchio, di Tauriana, la cui vita greca fu scritta dal vescovo Pietro di Tauriana, e Fantino il Giovane, monaco calabrese del X secolo morto a Tessalonica, la cui biografia è stata edita da Enrica Follieri nel 1993. Rocco Pirri, nella Sicilia sacra, registra i genitori Fanzio e Deodata come martiri siracusani del 303 e il figlio come confessore morto a Tauriana, ma non attesta alcuna chiesa siracusana intitolata al santo; i Bollandisti, che al personaggio dedicano un trattato negli Acta Sanctorum del 24 luglio, respingono la patria siracusana a favore di Tauriana e lasciano la questione, con formula elegante, «agli eruditi siracusani da discutere». La nascita siracusana del primo appartiene dunque alla leggenda locale più che alla storia; resta il dato che a Siracusa il culto era radicato al punto da dare il nome a una chiesa e all’intero spiazzo circostante, e che il canone liturgico del santo è attribuito a Giuseppe l’Innografo, nato proprio a Siracusa nell’816. L’iscrizione che il Senato cittadino fece murare nella nuova chiesa, e che l’annalista Giuseppe Maria Capodieci trascrisse nel suo manoscritto sulle iscrizioni siracusane, lo chiamava con formula esplicita Divo Fantino Confessori Syracusano.

La comunità greca e la concessione del 1453

Nel 1453, dopo la caduta di Costantinopoli, il Senato di Siracusa concesse la chiesa di San Fantino a «una colonia di greci cristiani, ai quali fu concesso di officiare secondo il rito greco». Serafino Privitera, nella Storia di Siracusa antica e moderna del 1879, colloca l’episodio nel quadro del terrore suscitato dall’avanzata turca: «E dei sacerdoti ne vennero pure in Siracusa, cui il Senato concesse la Chiesa di S. Fantino, dove presero a celebrare i divini misteri, ed officiare in rito greco»; in nota precisa che il luogo è quello «dove fu poi fabbricato il bel tempietto di S. Giuseppe» e che i greci «ivi stettero lunghissimo tempo, e comunicavano con quelli di Palermo e degli altri luoghi di Sicilia». Enrico Mauceri, in Siracusa nel secolo XV del 1896, ripete la notizia con le stesse parole di sostanza.

Capodieci, nel secondo tomo degli Antichi monumenti di Siracusa del 1813, elencando le chiese scomparse annota che «S. Fantino dov’è oggi la Chiesa di S. Giuseppe Congregazione de’ Maestri Falegname, era nel secolo XV assistita dai Greci». Una tradizione diversa, riferita da Emanuele De Benedictis sulla scorta di manoscritti dello stesso Capodieci tratti dai libri della Segrezia degli anni 1664 e 1678, attribuisce invece la concessione a Carlo V e la data al 1555. Il 29 marzo 1562 il Senato confermò con lettere viceregie la concessione ai greci, che restò in vigore fino al 1674; in quell’anno, essendo vicario capitolare il canonico F. Dionisi, fu assegnata alla chiesa «l’annuale rendita di 5 onze per il Pantano Piccolo per sussidio dei sacerdoti greci che la coltivavano».

Della vita di quella comunità resta un episodio che ne mostra la portata mediterranea: nel 1685 Beniamino Xhimarra, cappellano greco di San Fantino, mentre si trasferiva da Siracusa a Palermo fu catturato dai turchi e ridotto in schiavitù; riscattato, fu reintegrato nel suo ufficio per ordine del governo. La notizia è riportata da Privitera sulla scorta degli Annali manoscritti di Capodieci. Il cognome stesso rimanda a Himara, sulla costa dell’Epiro, uno dei bacini da cui provenivano i religiosi di rito greco attivi in Sicilia.

Il terremoto del 1693 e l’arcivescovo sepolto

Il terremoto dell’11 gennaio 1693 segnò la fine della chiesa greca. Le fonti divergono sull’entità del danno: il catalogo regionale e il Ministero della Cultura la dicono distrutta, mentre il documento del 1752 con cui i falegnami chiesero al Senato di intervenire la descrive «resa perciò abitabile in meno, che la metà», quindi lesionata ma ancora in piedi, come riferisce lo studio di Luciano Rossello del 1994.

Un dettaglio inedito emerge dagli atti della prima visita pastorale del vescovo Asdrubale Termini, condotta fra il 1695 e il 1697 per riorganizzare la diocesi dopo il sisma: fra i decreti si ordinava «quod eatur ad Ecclesiam Sancti Fantini, ut decenter sepeliatur cadaver cuiusdam Archiepiscopi Graeci quod ferunt inhumatum reperiri in illa Ecclesia terremotus impetu diruta», cioè che si andasse alla chiesa di San Fantino per dare degna sepoltura al corpo di un arcivescovo greco che si diceva giacere inumato nella chiesa abbattuta dalla furia del terremoto. L’identità di quel presule, segnalata nel catalogo della mostra Siracusa bizantina del 1989, resta ignota.

Che il sottosuolo dell’area fosse occupato da sepolture ben più antiche lo verificò Capodieci di persona. Il 6 febbraio 1810, scavando «nel piano, prima detto di S. Fantino, e ora di S. Giuseppe», nello spazio rivolto verso la casa del signor La Ferla e quella del signor Cardona, rinvenne «due interi Sepolcri, non già incavati nel vivo sasso, ma coverti da tutti i lati di lastre di terra cotta, consimili a quelle, che si son ritrovate fuori le mura della Città», che fece trasportare nel museo cittadino da lui promosso. Osservò che ve n’erano altri e concluse che si dovesse trattare «di qualche antichissimo cimitero; poiché in tutto il divisato piano si osservano ossa umani atterrati». Le indagini del Novecento hanno confermato l’intuizione: nel 1921 Paolo Orsi condusse uno scavo in piazza San Giuseppe, pubblicato nelle Notizie degli scavi di antichità del 1925 alle pagine 317-319, e da allora il sito è entrato nella letteratura archeologica internazionale come uno dei nuclei della Siracusa arcaica, con materiale ceramico che risale alla prima generazione della colonia.

La congregazione dei maestri falegnami

La chiesa è il monumento di una corporazione di mestiere. Nella Siracusa spagnola le arti erano organizzate in confraternite: Liliane Dufour e Henri Raymond ne contano sedici nel Seicento, fra cui «li Mastri d’ascia», «li Muratori», «li Calafati», «li Ferrari», «li Vascellari». I falegnami, uniti ai calafati, contavano venticinque iscritti nel 1743 e riconoscevano san Giuseppe come patrono. La devozione al padre putativo di Gesù, protettore degli artigiani del legno, era del resto cittadina: il documento del 1752 lo chiama «Patrono, e Protettore di questa città».

Le chiese perdute della maestranza

Prima di arrivare in piazza San Giuseppe la congregazione cambiò sede almeno tre volte, e la vicenda spiega perché due chiese siracusane portino lo stesso titolo. La sede più antica era una chiesa di San Giuseppe che sorgeva, secondo Capodieci, «in faccia lo bastione del Collegio» e che «fioriva nel secolo XV». Il 6 giugno 1554, con privilegio del vescovo Girolamo Bologna, quella chiesa fu assegnata ai gesuiti appena chiamati in città, «con tutti i giogali, supelletili e redditi appartenenti ai Confrati di quella Chiesa», e con la clausola che, se l’insediamento dei gesuiti non si fosse realizzato o l’ordine fosse stato abolito, tutto sarebbe tornato ai confrati: sull’area sorse il Collegio, e più tardi la chiesa del Collegio dei Gesuiti, che ereditò il titolo di San Giuseppe accanto a quello di Sant’Ignazio. Che l’insediamento sia avvenuto in una chiesa già intitolata al santo lo conferma Rocco Pirri, che data la fondazione del collegio siracusano al maggio 1555 «in templo S. Josephi».

Nunzio Agnello, nel Monachismo in Siracusa del 1891, racconta il seguito: «I Falegnami ed i Bottari tostoché cessero la loro Chiesa di S. Giuseppe ai Gesuiti, si separarono; ed allora i Bottari si stabilirono nella Chiesa di S. Lucia la Piccola, ove tuttora esistono: ed i Falegnami» si sistemarono in una «Chiesetta dirimpetto la Chiesa del Monastero di Araceli: allato della Chiesa di S. Anna, che fu detta S. Giuseppe il Vecchio; e poi eretta la nuova Chiesa di S. Giuseppe in quella di S. Fantino si adunarono in essa col permesso del Vescovo del tempo, e la Chiesetta ove prima funzionavano fu conceduta ai Cocchieri e Staffieri, chiamata poi di S. Bartolomeo». La tradizione locale raccolta da Lucia Acerra precisa che i confrati vendettero quella vecchia chiesa proprio per finanziare la nuova fabbrica.

Dalla concessione del 1683 alla licenza del 1752

Secondo l’erudito settecentesco Cesare Gaetani della Torre, la chiesa di San Fantino fu concessa ai congregati di San Giuseppe nel 1683 «per un altra fabricarsene più magnifica in onor del S. Patriarca»: dieci anni prima del terremoto, dunque, i falegnami avevano già in animo di sostituirla con un edificio nuovo. Il sisma del 1693 interruppe il progetto e lo rese insieme più urgente. Vito Amico, nel Lexicon topographicum siculum pubblicato fra il 1757 e il 1760, registra la situazione a lavori avviati: fra le chiese dotate di confraternite elenca «S. Sebastiani Mart. et S. Joseph ad S. Fantini aream, in illa Sacerdotes, in altera Artifices conveniunt», e cioè che in San Giuseppe, «presso l’area di San Fantino», si riunivano gli artigiani. Ancora a metà Settecento, quindi, la piazza portava il nome della chiesa greca.

Nel 1752 la congregazione presentò al Senato cittadino la richiesta di «restaurare» San Fantino. Rossello, che ha esaminato le carte, osserva che di restauro non si trattò: la chiesa fu ricostruita da capo. Fra le ragioni della decisione lo studioso indica anche la competizione fra confraternite, che a Siracusa «comportò accese lotte per l’ordine da tenere durante le processioni religiose» e spinse i falegnami a dotarsi di una chiesa più grande, così da vedere il santo «più glorificato».

La costruzione

Facciata barocca in pietra chiara su due ordini con portale color bordeaux e scalinata curvilinea di gradini in pietra che sale dalla piazza

La facciata e la scalinata dal profilo ondulato. L’attuale gradinata non è settecentesca: fu costruita nel 1948 con uno stanziamento di seicentomila lire deliberato il 21 settembre di quell’anno. Foto di Alessandro Calabrò, 2026.

Il cantiere e le sue date

La cronologia della fabbrica è una delle questioni più intricate della storia edilizia siracusana, perché le fonti si accavallano. La scheda di catalogo redatta dal Centro regionale per l’inventario nel 1990 colloca l’avvio «nei primi decenni del 1700», appoggiandosi a Privitera e a Paolo Giansiracusa, e argomenta che a quella data i lavori dovevano essere già in corso perché nel 1733 all’interno era stata collocata la statua del titolare. Giovanni Battista Comandè e lo stesso Giansiracusa datano invece la costruzione al 1754, data che il catalogatore giudica «incerta» proprio per via della statua, notando però che una lapide interna dichiara il tempio dedicato al patriarca già in quell’anno: «ab an. MDCCLIV rite dicatum».

Luciano Rossello, che ha studiato le carte della congregazione per gli Annali del Barocco in Sicilia, fissa il cantiere fra il 1754 e il 1773 e aggiunge due date che le altre fonti non hanno: la chiesa «era già ultimata nel 1775» ed «è documentata la sua apertura al culto nei primi giorni del 1776». Un diario coevo registra che «sin dalli 9 Gennaio di questo anno 1776 era entrato in questa il Missionario Sac. Mercurio Teresi con i suoi compagni». La scheda regionale, seguendo Gaetani e Capodieci, dà invece l’apertura al culto al 1772, per mano di un monsignor Landolina, nome che pone un problema: in quell’anno la sede vescovile era vacante e nessun vescovo di Siracusa portava quel cognome, per cui si trattava probabilmente di un vicario.

Le due tradizioni non sono per forza inconciliabili. Nel 1772 la chiesa poteva essere officiabile, tanto che in quell’anno il decano Francesco Maria Arezzo, barone della Targia, vi fece preparare la propria sepoltura «in novo S. Josephi templo iuxta gradus arae maximae», presso i gradini dell’altare maggiore; il 14 marzo 1773 vi fu eseguito l’oratorio L’Esaltazione di Giuseppe, musica di Vincenzo Mazzarella su libretto di Francesco Li Greci, dedicato dai «Fratelli della Congregazione di S. Giuseppe» a Dorotea Migliaccio. L’apertura documentata del 1776 può allora riferirsi alla benedizione ufficiale a fabbrica interamente compiuta. La data 1773, che circola nelle schede turistiche come anno di conclusione dei lavori, deriva dalla tradizione erudita locale e non da un’iscrizione.

Un autore non documentato

Chi abbia disegnato la chiesa non si sa. La scheda di catalogo alla voce autore registra la sigla che indica il dato non rilevato, e l’approfondimento pubblicato dal Ministero della Cultura nel 2021 scrive che l’edificio è «un esempio di architettura tardo barocca siracusana, di cui non si conosce l’autore».

La tradizione divulgativa, che risale al volume di Lucia Acerra del 1995 e da lì è passata al sito del Comune di Siracusa e alla voce inglese di Wikipedia, attribuisce la direzione dei lavori al capomastro Carmelo Bonaiuto detto Carancino, «tecnico e architetto di fiducia e forse anche autore del progetto». Bonaiuto, nato nel 1705 e morto il 14 gennaio 1787, sepolto nella vicina chiesa di Sant’Anna, fu capo maestro dei fabbri murari della città dopo Giovambattista Alminara e lasciò opere documentate dal 1729 al 1768, dal monastero di San Benedetto al sagrato della cattedrale, dalla chiesa di San Giovanni Evangelista a quella di San Leonardo dei cavalieri di Malta, per la quale ideò un prospetto «con bottesco» a superficie ondulata. La voce che il Dizionario Biografico degli Italiani gli dedica dal 1969 non annovera però San Giuseppe fra i suoi lavori, e Rossello, l’unico ad avere letto le carte del cantiere, lo registra soltanto come chi «eseguì alcune opere di completamento». Il nome di Pompeo Picherali, che una lettura affrettata dello stesso studio ha talvolta associato al cantiere, riguarda in realtà la chiesa di San Domenico, di cui Rossello tratta in nota; e Picherali era morto nel 1746, sei anni prima della licenza del Senato.

Sono circolati altri nomi, tutti senza appoggio documentario per questa chiesa. L’Enciclopedia Italiana nel 1936, elencando le affermazioni barocche di Siracusa fra cui San Giuseppe, le associa genericamente ai nomi di Luciano Alì, Luigi Doumontier, Pompeo Picherali e Natale Bonaiuto; Salvatore Russo, in un volume del 1992, scrive che «nei lavori ebbe parte attiva Luciano Alì». Alì, nato nel 1736, negli anni del cantiere era un giovane esecutore e divenne architetto del vescovo solo nel 1769. La formula più prudente resta quella del catalogo: progetto di autore ignoto, opera di una maestranza e del suo capomastro.

I benefattori

Alla fabbrica contribuirono, oltre ai confrati, il vescovo Marini e due patrizi. Il marchese di Torresena Giuseppe Diamanti fece eseguire a Napoli, a proprie spese, la statua del santo con il Bambino, giunta a Siracusa nel 1733; morì in quell’anno e fu sepolto nella chiesa, dove un’epigrafe oggi perduta lo ricordava con le parole «Joseph Diamante Marchio Terrisenae positus in pace anno 1733». Il decano Francesco Maria Arezzo, barone della Targia e già vicario generale della diocesi, vi preparò nel 1772 il sepolcro per sé e per l’intera famiglia, «ut SS. Patriarchae patrocinio et ipse adhuc defunctus ex tota Aretiorum gente frui queant». Entrambe le iscrizioni, collocate nel cappellone, erano già scomparse ai tempi della catalogazione e si conoscono solo dalla trascrizione di Capodieci. Sul committente della statua le fonti discordano: la scheda regionale e Privitera indicano il marchese Diamanti, l’approfondimento ministeriale del 2021 il barone Arezzo della Targia.

Nel 1791 Tommaso Gargallo, in un pamphlet in cui denunciava il numero eccessivo di chiese in città, cinquantasette dentro le mura, usò San Giuseppe come esempio del contrario: «S. Giuseppe vedesi tutto giorno frequentata e festeggiata, mentre la parrocchia di S. Gio: Battista, che n’è la madre, ed è la più popolosa, giace piuttosto deserta». La chiesa dei falegnami era dunque, a vent’anni dall’apertura, più viva della parrocchia da cui dipendeva.

All’anno santo 1789 risale la campana centrale, fusa dal catanese Domenico Nicotra e dedicata quando erano governatori della congregazione Ignazio Irraci e Antonio Bufardeci: l’iscrizione, non interamente leggibile, comincia con la formula «vivis et requiem mortuis», ai vivi e il riposo ai morti.

La consacrazione solenne arrivò molto più tardi, il 15 novembre 1835, per mano dell’arcivescovo Giuseppe Amorelli, «secundum sodalium populisque vota», secondo i voti dei confrati e del popolo, e per cura e impegno di Gaetano Bufardeci. La lapide che la ricorda, murata all’interno sopra il portale d’ingresso, è la stessa che attesta la dedicazione del 1754.

Architettura

L’impianto ottagonale

La chiesa ha pianta centrale a ottagono regolare, con aula, presbiterio rettangolare, abside semicircolare e sacrestia articolata su due livelli; sotto la zona d’ingresso si sviluppa un piano sotterraneo parziale, la cripta. La relazione della Soprintendenza allegata alla perizia del marzo 1961 la descrive così: «Ha pianta all’interno ottagonale coperta da volta a padiglione di canne e gesso, con tetto soprastante. I prospetti sono costruiti in pietra bianca di Priolo». Privitera nel 1879 la chiamava «il vago tempietto ottagono del S. Patriarca».

L’aula è coperta da una pseudovolta a padiglione lunettata di forma ottagonale, realizzata con incannucciata su intelaiatura lignea e intonaco di gesso: una tecnica leggera, diffusa nella ricostruzione seguita al 1693, che riduceva le masse in caso di nuove scosse. Nessuna cupola muraria corona l’ottagono. Il presbiterio è coperto da pseudovolta a botte lunettata, l’abside da catino, i locali della sacrestia da volte a botte in muratura. Sopra la pseudovolta corre un tetto a due falde a colmo unico su capriate, con manto di coppi. Un arco a tutto sesto, impostato su paraste aggettanti con capitelli corinzi, separa l’aula dal presbiterio. Le fondazioni poggiano su «marne calcaree biancastre estremamente fratturate friabili, alternate a sporadici livelli calcarenitici più competenti».

Sull’origine della forma ottagonale le fonti si dividono. Il catalogo regionale avanza un’ipotesi prudente: «si può supporre che la scelta del sito fosse dettata dalla preesistente chiesa, distrutta dal terremoto del 1693, in quanto l’attuale tempietto ottagonale sorge sullo stesso perimetro». L’approfondimento ministeriale del 2021 trasforma l’ipotesi in tesi, sostenendo che l’ottagono sia «ereditato dall’edificio preesistente» e che la primitiva San Fantino fosse stata costruita «ispirandosi agli edifici di culto medio-orientali», con richiamo alla chiesa dei Santi Apostoli di Costantinopoli. La ricostruzione è suggestiva ma priva di riscontro documentario, e contrasta con la descrizione di San Fantino come edificio rettangolare a navata unica che si ricaverebbe da una pianta del 1694-95. Quale che sia la spiegazione, l’esito è che San Giuseppe è l’unica chiesa settecentesca di Ortigia a pianta centrale: tutte le altre grandi fabbriche barocche dell’isola, dallo Spirito Santo a San Filippo Apostolo, dal Carmine a Santa Lucia alla Badia, sono longitudinali.

Il prospetto principale

Portale barocco con cornice scolpita, arco mistilineo e cartiglio con stemma coronato al centro, affiancato da due nicchie vuote con catino a conchiglia su mensole a voluta

Il portale con lo stemma coronato che porta l’iscrizione A.D. / JOSEPH / GEN. 41, richiamo al versetto della Genesi «Ite ad Joseph», andate da Giuseppe. Ai lati, le nicchie con catino a conchiglia rimaste senza statue. Foto di Alessandro Calabrò, 2026.

La facciata guarda a est, verso l’ex chiesa di San Domenico che le sta di fronte. È costruita in pietra bianca di Priolo e divisa in due ordini di paraste con capitelli corinzi, separati e conclusi da cornicioni fortemente aggettanti. Nell’ordine inferiore il portale centrale, chiuso da battenti lignei, è inquadrato da una cornice riccamente scolpita con volute a spirale e sormontato da uno stemma coronato ad altorilievo che reca la scritta A.D. / JOSEPH / GEN. 41: il rimando è al capitolo 41 della Genesi e alla formula Ite ad Joseph, andate da Giuseppe, motto classico delle confraternite giuseppine. Ai lati si aprono nicchie con catino a conchiglia, poggianti su mensole scolpite. Nell’ordine superiore, al centro, un finestrone centinato con vetrata colorata è sormontato da un secondo stemma coronato con la scritta FERVOROSA / DEVOTIO / POPULI, la fervorosa devozione del popolo: una dedica che dice da sola la natura popolare dell’impresa.

Due particolari colpiscono chi guarda la facciata. Il primo è che le nicchie sono vuote: la relazione del 1961 spiega che «le nicchie mancano delle statue, che probabilmente non furono eseguite all’atto della costruzione». Il secondo è che il prospetto termina bruscamente con un cornicione, senza coronamento: «Il prospetto manca del fastigio, crollato in epoca remota». L’approfondimento ministeriale descrive l’effetto come un «non-finito» e osserva che, a differenza dello Spirito Santo, dove le celle campanarie concludono la facciata secondo il modello turriforme del Val di Noto, qui le campane sono «fortemente arretrate e poste sull’estremità opposta». Rossello, confrontando i due edifici, nota che entrambi «si fondano sulla replica di singoli elementi» e che «è molto simile in esse il disegno della cornice delle nicchie e quello del cornicione che separa il primo ordine dal secondo»; per l’interno propone invece il confronto con San Domenico, dove ritrova «l’ordine di paraste e controparaste poco aggettanti».

Una guida dell’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato dedicata a Ortigia, pubblicata nel 2002, coglie il punto che spiega l’impianto: «La basilica, a pianta centrale, sorge nel centro della piazza, segnandone il carattere. Dalla forma architettonica trapela una concezione che prevede il punto di vista ideale obliquo rispetto al prospetto: la facciata si estende sugli spigoli». L’edificio è pensato per essere aggirato più che guardato di fronte: la posizione isolata al centro dello spiazzo fa sì che lo sguardo lo incontri quasi sempre di scorcio.

Davanti al portale una scalinata dal profilo ondulato sale dal piano della piazza. Non è settecentesca: il 21 settembre 1948 fu deliberato lo stanziamento di seicentomila lire «per la costruzione della scalinata antistante la chiesa».

I fianchi, il campanile, la cripta

Retro della chiesa con campanile a vela in pietra a due fornici che sormonta la parete intonacata di ocra, davanti una piccola aiuola con ulivo e oleandri

Il prospetto posteriore con il campanile a vela. La polizza del 1894 ricorda che «verso ponente vi è il campanile con due campane di bronzo», cui il catalogatore aggiunse nel 1990 la nota «attualmente tre». Foto di Alessandro Calabrò, 2026.

I due fianchi, a nord e a sud, sono intonacati in ocra su un alto basamento in pietra a vista, con cantonali e paraste in conci di calcarenite. Ciascuno è aperto da un portale laterale con cornice e architrave, preceduto da una breve scalinata «in asse con i portali laterali»; in alto si aprono finestre di forma ottagonale, e su una delle pareti un piccolo oculo ovale chiuso da grata. Su uno dei fianchi si legge un ampio riquadro rettangolare in conci di pietra, oggi tamponato, che interrompe la superficie intonacata. Sul cantonale sopravvive, dipinta e ormai quasi illeggibile, un’antica targa toponomastica con il nome della piazza.

Il colore attuale dei fianchi risale a un intervento del 1984, quando furono eseguite «spicconatura e rincocciatura con scaglie di laterizi e malte cementizie» e un «successivo rintonaco di tipo Terranova con idrofugo».

Sul prospetto posteriore, a ovest, si erge il campanile a vela, con le campane e, alla base, la scala che serve il portone della sacrestia. All’interno della sacrestia due scalette a chiocciola sono inglobate nella muratura.

Sotto il pavimento, in corrispondenza dell’ingresso, si apre la cripta, ambiente funerario con volta semicircolare dove venivano sepolti i confrati, in prevalenza falegnami. La sua storia recente è fatta di guai: nel novembre 1912 la congregazione scriveva al sindaco chiedendo di «tompagnare la finestra che dà nell’ipogeo della chiesa con una lastra di marmo, evitando così che le infiltrazioni, provenienti dall’orinatoio addossato al muro di sud-est, causino la profanazione del luogo sacro al culto dei morti»; nel febbraio 1924 i cittadini protestarono per iscritto contro la decisione di destinarla a deposito mortuario, sostenendo che il provvedimento «trascurava l’igiene e la conservazione dell’arte»; nel 1938 furono murati tre colombari. Restaurata durante l’ultimo cantiere, è stata mostrata al pubblico per la prima volta nella Settimana Santa del 2025.

L’interno e le opere d’arte

L’aula è scandita da altari sormontati da nicchie inquadrate in cornici di stucco; la polizza assicurativa del 1894 parla di «unica navata, con quattro cappelle oltre l’altare maggiore» e di una sacrestia «composta di due stanze e altri due camerini soprastanti». L’apparato decorativo comprende, sulla chiave dell’arco trionfale, un cartiglio in stucco sorretto da angeli con l’iscrizione JOSEPHO / FILII DEI / IN TERRIS / NUTRICIO, a Giuseppe, nutritore in terra del Figlio di Dio; sopra il portale interno, altri angeli reggono la lapide della consacrazione; in chiave dell’arco del falso attico un drappeggio floreale con testa di puttino; nelle nicchie, apparati a motivi geometrici e floreali con puttini laterali. Sul portale d’ingresso interno e sulle pareti laterali corrono cantorie barocche decorate con rilievi dorati, che ospitano gli organi: le fonti locali ne indicano due, e la cronaca della consegna dei lavori nel 2016 parlava di «due preziosi organi in legno».

Il simulacro di San Giuseppe

Sull’altare maggiore campeggia la statua lignea settecentesca di San Giuseppe con il Bambino, fatta eseguire a Napoli e giunta in città nel 1733. L’inventario del 1894 la descrive come «statua in legno massiccio rappresentante S. Giuseppe con Bambino vestito a broccato con fregi d’argento, due stellari due reliqui un bastone il tutto d’argento», valutata tremila lire, la voce più cara dell’intera polizza dopo il fabbricato. L’inventario del 1951 elenca ancora «n. 2 Reliquiari d’argento, uno per il Patriarca e l’altro per il Bambino», il «Bastone d’argento con fiori d’argento», due patene e «n. 1 Anello d’oro piccolo nelle dita del Bambino». Durante la prima guerra mondiale, quando la chiesa fu requisita e adibita ad alloggio delle truppe, la consulta della congregazione decise di spostare la statua in sagrestia per sottrarla a possibili danni. Nei decenni di chiusura seguiti al 1990 il simulacro fu custodito nella vicina chiesa di San Benedetto; restaurato, è tornato in processione nel 2023.

La copia del Seppellimento di Santa Lucia

In una nicchia della parete di fondo si conserva una copia del Seppellimento di Santa Lucia di Caravaggio. Sull’autore la vulgata turistica e la stessa scheda ministeriale indicano Mario Minniti, il pittore siracusano amico del Merisi; la letteratura caravaggesca dice altro. L’attribuzione a Minniti risale ad Anthony Wagner nel 1958 e ad Alfred Moir nel 1976, e già il catalogo della mostra Caravaggio in Sicilia del 1984 la registrava come «non da tutti accettata». Nel 1991 Santi Luigi Agnello, in un contributo pubblicato sull’Archivio Storico Siracusano, stabilì che «la copia del Seppellimento, oggi a S. Giuseppe, fu eseguita da Raffaele Politi (1783-1870), quand’ancora non si faceva chiamare Raffaello»; l’attribuzione a Politi è stata poi accolta da Gioacchino Barbera e Roberta Lapucci nel 1996 e dai cataloghi delle mostre napoletane del 2004 e 2005, che parlano di «copia eseguita nel 1797 dal siracusano Raffaele Politi e ricordata da Longhi quando ancora si trovava nella chiesa del Collegio dei Gesuiti». Roberto Longhi, che ne apprezzava la qualità, la citava infatti come esemplare del Collegio: il dipinto passò a San Giuseppe in un momento imprecisato, e nell’inventario del 1894 compare fra i quadri della chiesa un «martirio di S. Lucia».

La tavola greca scomparsa

Capodieci, elencando nel 1813 le «pitture in tavola e in tela degne di osservarsi in Siracusa», annota: «Nella Chiesa di S. Giuseppe de’ Maestri falegname il quadro in tavola dello stesso S. Patriarca opera greca». Nelle Tavole del 1821 ripete la notizia senza la qualifica di opera greca. Si trattava dunque di una tavola di gusto bizantino, forse superstite dell’antica chiesa di San Fantino, che Capodieci accosta alle altre tavole «di man greca» conservate in cattedrale, a San Martino, allo Spirito Santo e al Carmine. Il 2 luglio 1910 la Regia Soprintendenza dovette diffidare il presidente della confraternita, Alfonso Senia, che intendeva alienare «un quadro in tavola raffigurante il Santo che contempla la Vergine col Bambino». Dove sia finita quella tavola non risulta da alcuna fonte consultabile.

La polizza del 1894 elenca anche «quattro quadri ad olio rappresentanti la morte di S. Giuseppe», «altro Santo Infantino», «il terzo il martirio di S. Lucia ed il quarto i tre Magi», più un altro dipinto con san Giuseppe. Il «Santo Infantino» dell’elenco è con ogni probabilità una lettura del catalogatore per san Fantino: alla fine dell’Ottocento, dunque, la chiesa conservava ancora un’immagine del titolare della cappella greca che l’aveva preceduta.

Lapidi, campane, arredi

All’interno, sul lato est, è murata la lapide funeraria del colonnello Felice Caro e Cerillo, ufficiale dell’esercito napoletano e cavaliere della Legione d’onore di San Giorgio, morto il 25 marzo 1857: l’iscrizione ricorda che «Partenope ed Ortigia la culla e la tomba di lui si divisero» e ne elenca le campagne, dall’assedio di Gaeta e di Ancona alla presa di Capri, dalla Russia alle battaglie di Dresda, Lützen e Bautzen; la posero la moglie Elena Barbatelli e i figli Luciano, Achille ed Elisa. Nel luglio 1927, durante i restauri seguiti alla derequisizione della chiesa del Carmine, vi fu trasportata «la pila di marmo dell’acqua benedetta». Nel 1938 furono restaurati «i due altarini in marmo» con una spesa di centodiecimila lire. Il pavimento fu rifatto nel 1926 con «mattonelle da 30/30 a mosaico» e nuovamente previsto in lastre di marmo bianco di Carrara e bardiglio grigio nel progetto del 1987.

Ottocento e Novecento

La demolizione sventata del 1867

Applicando la legge del 7 luglio 1866 sulla soppressione delle corporazioni religiose, nel 1867 il Municipio dispose la demolizione della chiesa per ampliare la piazza retrostante, insieme al vicino monastero dell’Annunziata. La reazione fu immediata: «Avutane comunicazione, i confrati falegnami si riunirono manifestando il proposito di opporsi alla decisione, in tal modo riuscirono a preservare la chiesa dal provvedimento». Gli atti collocano la vicenda fra il 7 luglio 1866 e il 28 aprile 1867. Il monastero dell’Annunziata non ebbe la stessa sorte: fu abbattuto e sulla sua area sorse il Teatro Comunale. Alcune fonti divulgative datano l’episodio al 1877, ma la documentazione d’archivio dà il 1867.

La chiesa nel 1894

La descrizione più minuta dell’edificio prima delle trasformazioni novecentesche è una polizza assicurativa di trentasettemila lire stipulata il 10 febbraio 1894 dall’amministratore della congregazione, Raffaele Bufardeci, con la compagnia l’Union. Il documento assicura per trentamila lire «un fabbricato ad uso chiesa, denominata S. Giuseppe, posta nella Piazza Savanarola, isolata da tutti quattro lati, costrutta solidamente di pietra e calce sabbia e mattoni tetto coperto a tegole sopra canne e travi con soffitto di canne intonacato di gesso». Il nome della piazza è quello che portava allora, piazza Savonarola. Seguono l’elenco dei dipinti, la statua, i drappi di damasco, i paramenti «vestimento di festa ed un drappo con galloni d’oro, d’argento» e l’argenteria: quattro calici, due pissidi, incensiere, navetta, cucchiaino, crocifisso, un reliquiario con piede, tre sergentine, la chiave del tabernacolo, «biancheria e organo».

I registri della congregazione restituiscono la vita ordinaria di una confraternita di mestiere: nel 1896 il governatore Salvatore Bosco incarica i fratelli Vincenzo La Monica e Sebastiano Minniti di redigere la relazione delle «riparazioni a farsi nella chiesa», fra cui «l’accomodatina delle due porte d’ingresso» e «n. 6 vetri nelle invetriate superiori»; nel 1903 e nel 1906 le assemblee discutono la tettoia; nel 1932 il questore autorizza il governatore Antonino Adamo «ad eseguire una questua fra i fedeli al fine di raccogliere fondi per le riparazioni ordinarie»; nel 1935 il governatore Antonio Amato scrive alla Soprintendenza che la chiesa «abbisogna di riparazioni, particolarmente alla tettoia, che è vetusta e attraverso la quale si infiltrano le acque piovose». Le somme per riparare il campanile, nel 1949, «furono prelevate dalla rimanenza della festa del 1949»: la festa del 19 marzo finanziava la manutenzione.

Requisizione, vincolo, riapertura

Durante la prima guerra mondiale la chiesa fu requisita dalle autorità militari e destinata ad alloggio delle truppe; il verbale del 10 aprile 1919 registra la decisione della consulta di spostare la statua in sagrestia. Il 28 ottobre 1922 l’edificio «fu annoverato fra gli edifici aventi importanza artistica e monumentale»; l’anno seguente la Regia Soprintendenza, «dovendo dare ai vari prospetti più decoroso assetto», fece rimuovere le strutture dell’orinatoio addossato al fianco. La mattina del 18 novembre 1923 la chiesa fu riaperta al culto e «ribenedetta dal Rev.mo Can. Xibilia, novello Rettore», grazie all’interessamento dell’arcivescovo Giacomo Carabelli e del professor S. Agati della Soprintendenza.

La seconda guerra mondiale lasciò nuovi danni: il 18 novembre 1945 il sacerdote Biagio Mezzasalma segnalava alla Soprintendenza che «la chiesa necessita di urgenti riparazioni, in seguito ai danni subiti dalla guerra». Seguì una lunga serie di interventi: nel 1961 il consolidamento della pseudovolta, giudicata «in precarie condizioni di stabilità» perché le infiltrazioni avevano fatto «infracidire le centinature della volta di canne», con sostituzione del tetto e una spesa di quattro milioni di lire, affidata l’anno seguente all’impresa Salvatore Zocco di Catania; nell’ottobre 1965 la revisione del quaranta per cento dei coppi; nel 1983 una manutenzione straordinaria da novantasei milioni; nel 1984 il rifacimento dell’orditura e degli intonaci esterni; nel 1986 un nuovo intervento sul tetto per centotrentasei milioni; nel 1987 il progetto di completamento dell’architetto Antonio Pavone, da duecentosettanta milioni, che prevedeva il consolidamento del prospetto est «gravemente lesionato», il rifacimento dei pavimenti di chiesa e cripta in marmo di Carrara e bardiglio, il vespaio nella cripta e la riapertura degli originari vani delle finestre alte.

Dal terremoto del 1990 alla riapertura

Lunga parete laterale intonacata di ocra su alto basamento in pietra, con un grande riquadro rettangolare in conci di pietra murato e una finestra ottagonale in alto

Il fianco dopo l’ultimo restauro, con il riquadro in conci tamponato accanto alla finestra ottagonale. Foto di Alessandro Calabrò, 2026.

Il terremoto del 13 dicembre 1990, che a Siracusa è ricordato come il sisma di Santa Lucia, chiuse la chiesa per oltre trent’anni. Un primo lotto di lavori, eseguito a cura del Genio Civile con i fondi della legge 433 del 1991, non bastò a riaprirla: come scrisse la stampa locale, «i lavori erano iniziati anni addietro e non poterono essere completati per l’insufficienza dei fondi stanziati».

Il piano di gestione redatto nel 2005 per la candidatura di Siracusa e Pantalica al patrimonio mondiale elenca la chiesa fra i trentacinque edifici monumentali e pubblici recuperati fino a quell’anno con i fondi della legge 433 del 1991, per un importo complessivo superiore ai quarantuno milioni di euro. Va chiarito un equivoco frequente: Siracusa è iscritta alla lista del patrimonio mondiale insieme alle necropoli di Pantalica, non fra le città tardo barocche del Val di Noto, e la chiesa non appartiene dunque a quel sito.

La ripresa passò dalla politica regionale: nel settembre 2013 il deputato Vincenzo Vinciullo presentò l’interrogazione parlamentare numero 1282 per sbloccare le procedure; l’8 maggio 2014 furono rifinanziati i lavori con 438.802,97 euro; il 6 novembre 2015 il Genio Civile pubblicò il bando di gara per «il completamento dei lavori di consolidamento e restauro»; l’8 marzo 2016 si conclusero le procedure d’appalto. Il 28 ottobre 2016 i lavori furono consegnati all’impresa Essei della provincia di Enna, per un importo intorno ai cinquecentomila euro, con l’obiettivo dichiarato di riaprire entro il dicembre 2017. L’obiettivo slittò di cinque anni; nel settembre 2017 la stampa segnalò che i nuovi infissi mostravano «difformità, stilistica e di materiali» rispetto agli originali.

Prima della restituzione al culto l’edificio era però già tornato agibile. Nel giugno 2021 la delegazione siracusana del Fondo Ambiente Italiano lo incluse fra i luoghi delle Giornate di primavera dedicate a piazza San Giuseppe, e nell’agosto dello stesso anno la chiesa entrò nel percorso di Siracusa Sacra: «Il venerdì si potrà vivere l’atmosfera unica delle chiese di San Giuseppe, San Benedetto e San Martino», con due visite guidate serali alle 20.30 e alle 21.30. Una visita a pagamento ripetuta ogni settimana presuppone un edificio agibile e illuminato: la riconsegna materiale precedette dunque di più di un anno quella liturgica.

La restituzione al culto avvenne alla fine del 2022. Il primo uso liturgico documentato è la festa dell’Immacolata e l’8 dicembre di quell’anno: la chiesa di San Filippo Apostolo e il rettore di San Giuseppe, don Gianluca Belfiore, offrì la sua per i riti, che si conclusero l’8 dicembre con il pontificale dell’arcivescovo Francesco Lomanto e la processione con uscita e rientro dalla piazza. Il 23 dicembre 2022 l’arcidiocesi annunciava la mostra dei Bambinelli «presso la chiesa di San Giuseppe che da poco è stata ridonata al culto».

La festa e la vita della chiesa oggi

Il 19 marzo 2023 la chiesa celebrò la sua prima festa patronale dopo la riapertura, e con essa il ritorno di una processione che mancava da decenni. Il simulacro settecentesco, custodito per anni nella chiesa di San Benedetto e restaurato per l’occasione, fu portato a spalla sulla vara di San Sebastiano lungo via Capodieci, la Fonte Aretusa, via Picherali, piazza Duomo, piazza Minerva, via Roma e via del Teatro fino a piazza San Giuseppe. Il rettore spiegò che la celebrazione aveva «il carattere dell’eccezionalità, verificandosi nella circostanza della ripresa delle celebrazioni liturgiche nella chiesa di San Giuseppe, chiusa per molti anni a ragione di lavori che l’hanno interessata». Secondo chi vi partecipò la processione mancava da sessantasei anni, il che porterebbe l’ultima uscita intorno al 1957: il dato è di memoria orale e non ha finora riscontro documentario.

Da allora la chiesa è tornata a essere usata con regolarità, pur senza orari ordinari di apertura: nel 2023 vi si sono tenuti gli esercizi spirituali delle parrocchie di Ortigia predicati da monsignor Maurizio Aliotta, il concerto del coro britannico Royal Free Singers e le aperture natalizie con visite guidate; nel 2024 il pontificale dell’arcivescovo per la festa del santo, seguito dal tradizionale macco di San Giuseppe nei locali di San Benedetto, e le visite serali dell’undicesima edizione di Siracusa Sacra, ogni mercoledì d’agosto; nel dicembre 2024 due spettacoli legati ai riti di Santa Lucia; nella Settimana Santa 2025 l’esposizione dei Misteri in cartapesta con le vesti settecentesche della Confraternita dello Spirito Santo e la prima apertura della cripta restaurata; nel dicembre 2025 un concerto natalizio il cui ricavato è andato a un progetto sanitario in Sud Sudan.

La chiesa è oggi una rettoria dipendente dalla parrocchia di San Martino Vescovo, il cui parroco don Gianluca Belfiore ne è rettore. Le pagine turistiche del Comune di Siracusa e del portale regionale la danno ancora «chiusa al culto per lavori di restauro»: è un’informazione superata che continua a circolare, insieme alla definizione di ex chiesa cattolica che compare nella voce inglese di Wikipedia. Nessun decreto di riduzione a uso profano è mai stato emesso: il catalogo dei beni culturali registra come uso attuale «chiesa».

La chiesa nelle guide

Per due secoli le guide hanno ignorato questa chiesa. Non compare in Baedeker né in Murray, che pure descrivevano Ortigia nelle loro edizioni fra Otto e Novecento, e manca nei racconti dei viaggiatori del Grand Tour; non la nominano nemmeno le guide siracusane dell’Ottocento e del primo Novecento, da Giuseppe Politi nel 1835 a Francesco Saverio Cavallari e Adolfo Holm nel 1883, fino a Enrico Mauceri nel 1909, tutte concentrate sulle antichità greche e paleocristiane. La Guida d’Italia del Touring Club dedicata alla Sicilia, nell’edizione del 1953, salta la piazza nell’itinerario di Ortigia. L’assenza dice qualcosa: fino a tempi recenti il barocco minore delle maestranze non era considerato materia da visitare.

La descrizione più distesa arriva con la guida monografica del Touring Club Siracusa e provincia, pubblicata nel 1999, che alle pagine 59 e 60 racconta la piazza e poi si sofferma sull’edificio: «La piazza è dominata dall’alta facciata della chiesa di S. Giuseppe, costruita su un alto podio a pianta unica poligonale, che è un esempio bello ed equilibrato della scenografica architettura barocca. L’interno, decorato a stucchi, conserva una copia antica de Il seppellimento di S. Lucia del Caravaggio. Nel 1453 il Senato assegnò l’utilizzo della chiesa ai cristiani di Grecia in fuga dai musulmani».

Le uniche altre pubblicazioni che le dedichino una descrizione sono anch’esse di impianto istituzionale: Syracuse and its province di Rita Salerno Carusi, edito dall’Istituto editoriale siciliano nel 1985, che la inserisce in un itinerario e le assegna una voce d’indice, e la guida dell’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato del 2002, l’unica che nomini San Fantino e ragioni sulla pianta centrale. Nelle guide anglosassoni contemporanee piazza San Giuseppe compare quasi soltanto come indirizzo del museo dei pupi, di un pub o della stazione dei Carabinieri, e la Blue Guide di Ellen Grady, la più erudita fra quelle in lingua inglese, riporta la chiesa solo come etichetta sulla pianta. La ragione del silenzio recente è cronologica: chiusa dal 1990 al 2022, la chiesa è uscita dagli itinerari, e la riapertura non è ancora stata recepita.

Questioni aperte

Su questa chiesa le fonti si contraddicono più del consueto, e vale la pena elencare i punti controversi invece di sceglierne una versione sola.

  • Le date della fabbrica. Il catalogo regionale colloca l’avvio nei primi decenni del Settecento; Comandè e Giansiracusa datano la costruzione al 1754; Rossello, sui documenti, dà il cantiere 1754-1773, l’ultimazione nel 1775 e l’apertura al culto nei primi giorni del 1776; il catalogo ministeriale scrive «tra il 1700 e il 1754» con apertura nel 1772; la tradizione divulgativa parla di lavori 1752-1754 conclusi «intorno al 1773». L’infobox della voce inglese di Wikipedia riporta 1727, che è un refuso.
  • L’autore. Ignoto per il catalogo regionale e per quello ministeriale; capomastro e forse progettista Carmelo Bonaiuto detto Carancino per la tradizione locale; per Rossello solo autore di opere di completamento. La voce del Dizionario Biografico degli Italiani dedicata a Bonaiuto non cita questa chiesa.
  • Il committente della statua. Il marchese Giuseppe Diamanti di Torresena secondo Privitera e il catalogo regionale, il barone Arezzo della Targia secondo il catalogo ministeriale.
  • La concessione ai greci. 1453 dal Senato di Siracusa secondo la tradizione prevalente, 1555 da Carlo V secondo De Benedictis.
  • Il destino di San Fantino nel 1693. Distrutta secondo i cataloghi, «abitabile in meno che la metà» secondo il documento del 1752.
  • L’origine dell’ottagono. Ipotesi di riuso del perimetro precedente per il catalogo regionale, dato acquisito con richiami bizantini per quello ministeriale.
  • La copia del Seppellimento. Mario Minniti secondo le schede turistiche e ministeriali, Raffaele Politi secondo la letteratura caravaggesca dal 1991 in poi.
  • L’anno della mancata demolizione. 1867 secondo i documenti d’archivio, 1877 secondo diverse schede divulgative.
  • L’apertura del 1772. Attribuita a un «monsignor Landolina» che non compare nella cronotassi dei vescovi siracusani.

Restano da chiarire anche l’autore degli stucchi e degli organi, la data del campanile a vela, la sorte della tavola greca di San Giuseppe e l’identità dell’arcivescovo greco che si diceva sepolto sotto le macerie del 1693.

Galleria

Accessibilità

Rilevazione dell’agosto 2026, integrata con le fonti disponibili. Il Comune di Siracusa non ha ancora adottato il Piano per l’eliminazione delle barriere architettoniche: l’atto di indirizzo del Consiglio comunale è del febbraio 2024 e le audizioni preliminari sono state avviate nella primavera del 2026.

Accessibilità motoria

L’ingresso principale è raggiungibile solo per scale: la gradinata curvilinea davanti al portale conta otto o nove alzate in pietra, e anche i due portali laterali sono preceduti da brevi scalinate di tre o cinque gradini. Non risultano rampe fisse, pedane amovibili o servoscala, né i documenti dell’ultimo restauro ne prevedevano. L’edificio poggia su un basamento rialzato rispetto al piano stradale, il che rende impraticabile l’accesso autonomo in carrozzina. All’interno l’aula si sviluppa su un unico livello, con una predella davanti all’altare; la cripta si raggiunge soltanto per scale.

La piazza è pianeggiante e pavimentata in basole di pietra, con giunti che possono risultare irregolari; non ci sono marciapiedi rialzati e i tre lati carrabili sono percorsi da auto in sosta e da mezzi in carico e scarico, che spesso arrivano fino a ridosso del sagrato. Uno stallo riservato alle persone con disabilità è mappato sul lato meridionale della piazza, a pochi metri dall’angolo della chiesa. I titolari di contrassegno europeo possono accedere alla zona a traffico limitato di Ortigia senza permesso, comunicando la targa alla Polizia municipale anche dopo l’ingresso, entro quarantotto ore, tramite il numero verde 800 632328. La fermata più vicina del bus elettrico che compie il giro di Ortigia, attivo ogni giorno, è quella del Largo della Gancia, a poco più di duecento metri. Nella piazza non ci sono servizi igienici pubblici.

Accessibilità visiva

Non esistono percorsi tattili che raggiungano la piazza: il tracciato realizzato in Ortigia collega largo Aretusa a piazza Duomo ed è interrotto in più punti dai dehors. Non risultano mappe tattili dell’edificio, targhe in braille o a caratteri ingranditi, audioguide o descrizioni sonore; la mappa tattile realizzata a Siracusa nel 2019 riguarda la cattedrale. Il contrasto cromatico esterno è buono, con la facciata in pietra chiara che stacca sul basolato scuro, mentre i fianchi intonacati in ocra si confondono con gli edifici circostanti. Gli ostacoli principali sono mobili e imprevedibili: veicoli in sosta anche sul sagrato, motorini e biciclette appoggiati ai gradini, tavolini, paletti e cartelli stradali. L’illuminazione della piazza è quella stradale ordinaria e non è prevista alcuna illuminazione dedicata al monumento.

Accessibilità uditiva

Non risultano impianti a induzione magnetica per apparecchi acustici né sistemi di amplificazione dedicati. Le aperture avvengono in forma di visita guidata narrata a voce, senza sottotitolazione, interpretariato in lingua dei segni o supporti scritti equivalenti; nella piazza non esistono pannelli informativi che consentano di ricavare in forma testuale le notizie sull’edificio.

Accessibilità cognitiva

Manca qualunque segnaletica di orientamento: nessun pannello con pittogrammi, nessuna pianta dell’edificio, nessun testo in lettura facilitata. La difficoltà maggiore riguarda però la prevedibilità della visita: la chiesa non ha orari ordinari pubblicati e apre in occasione di celebrazioni, concerti, mostre e rassegne, mentre le pagine istituzionali continuano a indicarla come chiusa. Chi vuole visitarla deve informarsi caso per caso presso la parrocchia di San Martino Vescovo, da cui la rettoria dipende. Un punto informazioni si trova a circa sessanta metri, all’inizio di via della Giudecca.

Suggerimenti

Tre interventi cambierebbero molto e costano poco: la pubblicazione di orari certi di apertura, anche solo settimanali, insieme a un recapito; una pedana amovibile a norma su uno dei due portali laterali, la cui scalinata è meno alta di quella principale; un pannello davanti alla chiesa con il testo in caratteri ad alto contrasto, una versione in braille e un codice per l’ascolto della descrizione. La segnalazione e il rispetto dello stallo riservato, e il divieto effettivo di sosta davanti al sagrato, renderebbero poi praticabile l’avvicinamento a chi si muove in carrozzina o con il bastone bianco.

Fonti

Fonti documentarie e catalografiche

  • Regione Siciliana, Centro regionale per l’inventario, la catalogazione e la documentazione. Scheda di catalogo A n. 1900115116, chiesa di San Giuseppe (chiesa, rettoriale), Siracusa. Compilazione 1990 nell’ambito del Progetto Barocco 2 (Greco, Lucifora, Sparacino, Tuccitto, Stampigi, Pappalardo, Tiralongo, Cocuzza, Ciurcina, Cavarra); trascrizione e revisione 2019 a cura di Fausto Andriolo, referente scientifico Selima Giorgia Giuliano. Cinquantadue pagine con cinquanta notizie storiche datate, trascrizione delle iscrizioni, descrizione strutturale, stato di conservazione, restauri, otto fotografie del 1990 e otto elaborati grafici. Consulta online.
  • Archivio della chiesa di San Giuseppe, Siracusa: registri dei verbali della consulta della Congregazione di San Giuseppe (1903-1940), registri di cassa e dei conti (1927-1949), polizza assicurativa del 10 febbraio 1894, inventario del 1951. Citati per esteso nella scheda di catalogo sopra.
  • Archivio della Soprintendenza ai Beni culturali e ambientali di Siracusa, busta 1-9-4/1-9-8, fascicolo 1-9-7: relazioni tecniche dal 2 luglio 1910 al 28 settembre 1987, fra cui la perizia n. 54 dell’8 marzo 1961 e il progetto dell’architetto Antonio Pavone del 28 settembre 1987.
  • Archivio di Stato di Siracusa: Stato di sezione di Siracusa, 8 agosto 1843, busta 769; Fondo della Prefettura, serie culti, n. 3745, categoria 10, pacco 22, elenco 32 (documenti del 1935 e delibera del 21 settembre 1948 sulla scalinata).
  • Catalogo generale dei beni culturali. Il tardo barocco nella Sicilia sud-orientale. Siracusa: chiesa di San Giuseppe, approfondimento a cura di Margherita Recupero, 8 luglio 2021, con quattro fotografie del Gabinetto Fotografico Nazionale del 2005. Consulta online.
  • Conferenza Episcopale Italiana, censimento Le chiese delle diocesi italiane, scheda 88295: chiesa di San Giuseppe, rettoria, parrocchia di San Martino Vescovo, arcidiocesi di Siracusa.

Fonti a stampa dei secoli XVII-XIX

  • Pirri, Rocco. Sicilia sacra, edizione a cura di Antonino Mongitore e Vito Maria Amico, Palermo, 1733, Notitia secunda ecclesiae Syracusanae, p. 601 (i martiri Fanzio e Deodata e il figlio Fantino confessore) e la fondazione del collegio gesuitico del maggio 1555 «in templo S. Josephi».
  • Acta Sanctorum, Iulii tomus V, 24 luglio, pp. 547 e seguenti, trattato di Jean Pien su san Fantino: i Bollandisti respingono la patria siracusana del santo e lasciano la questione «eruditis Syracusanis discutienda».
  • Gaetani, Ottavio. Vitae Sanctorum Siculorum. Palermo, 1657, tomo I, Vita S. Fantini Confessoris ex vetusto MS. Syracusano, pp. 149-152.
  • Aprile, Francesco. Della cronologia universale della Sicilia. Palermo, 1725, pp. 463-464 e 469 (leggenda siracusana di san Fantino e dei genitori martiri Fanzio e Deodata).
  • Amico, Vito. Lexicon topographicum siculum. Palermo, 1757-1760, voce Syracusae, pp. 189-190; edizione italiana a cura di Gioacchino Di Marzo, Dizionario topografico della Sicilia, Palermo, 1856, vol. II, p. 510 («la chiesa di s. Giuseppe per gli artigiani alla piazza di s. Fantino»).
  • Gaetani della Torre, Cesare. Annali, manoscritto, vol. II ff. 66, 250, 273 e vol. III f. 169 (concessione del 1683 ai congregati di San Giuseppe).
  • Gargallo, Tommaso. Memorie patrie per lo ristoro di Siracusa. 1791, p. 152.
  • Capodieci, Giuseppe Maria. Antichi monumenti di Siracusa. Siracusa, Puleio, 1813: tomo I, § 46 «Sepolcri nel piano della Chiesa di S. Giuseppe», pp. 177-178; tomo II, § 137 «Delle antiche Chiese dentro la Città di Siracusa che più non esistono», pp. 355-356; § 139, p. 363 (la tavola «opera greca»). Consulta l’edizione digitalizzata su Aretusapedia.
  • Capodieci, Giuseppe Maria. Tavole delle cose più memorabili della storia di Siracusa. Messina, Fiumara, 1821, pp. 3 e 68. Consulta l’edizione digitalizzata su Aretusapedia.
  • Politi, Giuseppe. Siracusa pei viaggiatori. Siracusa, 1835. Consulta l’edizione digitalizzata su Aretusapedia.
  • Privitera, Serafino. Storia di Siracusa antica e moderna. Napoli, 1879, vol. II, pp. 123 (i sacerdoti greci e San Fantino; in nota l’episodio del cappellano Beniamino Xhimarra, 1685) e 250 (il «vago tempietto ottagono» e la statua fatta lavorare a Napoli dal marchese di Torresena).
  • Pitrè, Giuseppe. Spettacoli e feste popolari siciliane. Palermo, 1881, p. 134 (i presepi del sacerdote Giuseppe Cassone in San Giuseppe e allo Spirito Santo prima del 1837).
  • Agnello, Nunzio. Il monachismo in Siracusa. Cenni storici degli ordini religiosi soppressi dalla legge 7 luglio 1866. Siracusa, 1891, pp. 37-38 (privilegio del 6 giugno 1554 e vicende delle sedi della maestranza).
  • Mauceri, Enrico. Siracusa nel secolo XV. Siracusa, Tipografia del Tamburo, 1896, p. 40.

Studi moderni

  • Agnello, Giuseppe. «Preliminari alla storia dell’architettura barocca a Siracusa». Bollettino Storico Catanese, XI-XII, 1946-1947, pp. 76-90.
  • Agnello, Santi Luigi. «Architetti, capimastri e scalpellini a Siracusa nei secoli XVII e XVIII». Archivi, XIX, 1952, pp. 102-120.
  • Agnello, Giuseppe – Agnello, Santi Luigi. Siracusa barocca. Caltanissetta-Roma, Sciascia, 1961, tav. 51 («S. Giuseppe. Particolare della facciata, 1754»).
  • Comandè, Giovanni Battista. Idee estetiche e architettura nel barocco siciliano. 1965, p. 61.
  • Ragona, Antonino. Voce «Bonaiuto». Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 11, Istituto della Enciclopedia Italiana, 1969. Consulta online.
  • Giansiracusa, Paolo. Ortygia. Illustrazione dei quartieri della città medievale. Siracusa, 1981, pp. 20, 22, 29.
  • Boscarino, Salvatore. Sicilia barocca. Architettura e città 1610-1760. Roma, Officina, 2ª ed. 1986, p. 46.
  • Siracusa bizantina. Immagine dell’invisibile. Mostra di antiche icone siciliane. Catalogo, Galleria Regionale di Palazzo Bellomo, Siracusa, 1989 (il decreto della visita pastorale di Asdrubale Termini, 1695-1697, sull’arcivescovo greco sepolto in San Fantino).
  • Trigilia, Lucia (a cura di). Siracusa. Quattro edifici religiosi. Analisi e rilievi: San Giovanni alle Catacombe, Santa Lucia al Sepolcro, San Giovannello, San Giuseppe. Siracusa, Ediprint, 1990; al suo interno G. Susan, Una raccolta di documenti della confraternita di S. Giuseppe di Siracusa, pp. 97-132.
  • Agnello, Santi Luigi. «Due scolii ad un catalogo». Archivio Storico Siracusano, s. III, V, 1991, pp. 89-97; ristampato in Barocco mediterraneo. Sicilia, Lecce, Sardegna, Spagna, Roma, 1992, p. 351 (attribuzione della copia del Seppellimento a Raffaele Politi).
  • Rossello, Luciano. «La chiesa di S. Giuseppe in Ortigia dalle indagini conoscitive al progetto di conservazione». Annali del Barocco in Sicilia, n. 2, 1995, Studi sul Seicento e Settecento in Sicilia e a Malta, a cura di Lucia Trigilia, Roma, Gangemi, pp. 122-135 (l’indice editoriale porta il nome nella forma «Luciana Rossello»; altre citazioni rimandano al n. 1 del 1994). Deriva dalla tesi di laurea discussa al Politecnico di Milano nell’anno accademico 1992-1993, relatore Marco Dezzi Bardeschi. È l’unico studio monografico dedicato all’edificio.
  • Acerra, Lucia. Architettura religiosa in Ortigia. Viaggio nella città invisibile. Siracusa, Ediprint, 1995 (fonte dei testi divulgativi del Comune di Siracusa e del portale turistico regionale).
  • Barbera, Gioacchino – Lapucci, Roberta. Il seppellimento di Santa Lucia del Caravaggio. Indagini radiografiche e riflettografiche. 1996.
  • Giuffrè, Maria. L’architettura del Settecento in Sicilia. Palermo, Sellerio, 1997.
  • Dufour, Liliane – Raymond, Henri. Siracusa tra due secoli. Le metamorfosi dello spazio 1600-1695. Siracusa, Lombardi, 1998, pp. 81-82 (le maestranze e i loro patroni).
  • Nobile, Marco Rosario. I volti della sposa. Le facciate delle chiese madri nella Sicilia del Settecento. Palermo, 2000.
  • Spinosa, Nicola (a cura di). Caravaggio. L’ultimo tempo 1606-1610. Catalogo della mostra, Napoli, Museo di Capodimonte, 2004; edizione inglese Caravaggio. The Final Years, Electa Napoli, 2005 (la copia del Seppellimento «eseguita nel 1797 dal siracusano Raffaele Politi»).
  • Loreto, Alessandro. I libretti musicali della Biblioteca Alagoniana di Siracusa. 2006 (l’oratorio L’Esaltazione di Giuseppe, 14 marzo 1773).
  • Gallo, Francesca Fausta. Siracusa barocca. Politica e cultura nell’età spagnola (secoli XVI-XVII). Roma, Viella, 2008, p. 78.
  • Fazio, Federico. «Louis Alexandre Dumontier, Luciano Alì e la chiesa di Santa Lucia alla Badia a Siracusa (1771-1784)». Lexicon. Storie e architettura in Sicilia e nel Mediterraneo, 24, 2017, pp. 31-40.

Fonti istituzionali e stampa

  • Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato. Isola di Ortigia, Siracusa. Roma, 2002, collana Itinerari dei musei, gallerie, scavi e monumenti d’Italia, n. 61, p. 44.
  • Salerno Carusi, Rita. Syracuse and its province. Istituto editoriale siciliano, 1985, p. 49.
  • Orsi, Paolo. Relazione dello scavo di piazza San Giuseppe (1921), in Notizie degli scavi di antichità, 1925, pp. 317-319, figg. 72-75.
  • Comune di Siracusa. Siracusa e le necropoli rupestri di Pantalica. Piano di gestione, 2005, pp. 172-173 (interventi finanziati con la legge 433/1991).
  • Touring Club Italiano. Siracusa e provincia: i siti archeologici e naturali, il mar Ionio, i monti Iblei. Milano, 1999, pp. 59-60 (descrizione della piazza e della chiesa).
  • Arcidiocesi di Siracusa, «Alla scoperta di Siracusa Sacra», 15 agosto 2021 (le visite guidate serali del venerdì a San Giuseppe, San Benedetto e San Martino).
  • Comune di Siracusa, scheda Chiesa San Giuseppe, ultimo aggiornamento 21 novembre 2023 (testo derivato da Acerra 1995; l’indicazione «chiusa al culto per lavori di restauro» non è più attuale).
  • Arcidiocesi di Siracusa, comunicati del 26 novembre 2022, 23 dicembre 2022, 31 marzo 2023, 23 ottobre 2023, 27 dicembre 2023, 12 marzo 2024 e 20 agosto 2024.
  • Cammino, settimanale dell’arcidiocesi di Siracusa, 18 e 20 marzo 2023 (il ritorno della processione).
  • SiracusaOggi, 8 maggio 2014, 8 marzo 2016, 28 ottobre 2016, 20 settembre 2017; SiracusaNews, 6 novembre 2015, 16 e 17 aprile 2025; Libertà Sicilia, 17 e 20 marzo 2023; siracusa2000, 17 aprile 2025.

Scheda aggiunta da Alessandro Calabrò il 23 agosto 2026.

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Indirizzo
Piazza San Giuseppe 12, Siracusa (Ortigia, rione Giudecca).
Quartiere / Zona
Ortigia – rione Giudecca
Epoca / Secolo
Chiesa greca di San Fantino attestata dal XV secolo; edificio attuale 1754-1775 (XVIII secolo).
Accessibilità
🦽 Motoria – Ingresso solo per scale: 8-9 gradini davanti al portale, 3-5 sui portali laterali; nessuna rampa.
👁️ Visiva – Nessun percorso tattile, mappa tattile o audioguida; auto in sosta fino al sagrato.
👂 Uditiva – Nessun impianto a induzione magnetica; visite guidate solo a voce, senza supporti scritti.
🧠 Cognitiva – Nessuna segnaletica; aperture senza orari fissi, difficili da programmare.
Orari o note pratiche

La chiesa non ha orari ordinari di apertura pubblicati. È una rettoria dipendente dalla parrocchia di San Martino Vescovo (via San Martino 1, telefono 0931 24385), a cui conviene rivolgersi per sapere quando è visitabile.

Le aperture ricorrenti documentate sono la festa del titolare il 19 marzo, la Settimana Santa (esposizione dei Misteri in cartapesta e visita alla cripta, di norma dalle 19.30 alle 20.30), le aperture natalizie con visite guidate e le rassegne diocesane estive.

La piazza rientra nella zona a traffico limitato di Ortigia. I titolari di contrassegno per disabili possono accedere senza permesso, comunicando la targa alla Polizia municipale anche entro 48 ore dall’ingresso (numero verde 800 632328).