![]() La facciata vista da sud-ovest, con il portale ogivale, il rosone e il campanile a torre. Foto di Alessandro Calabrò. | |
| Dati identificativi | |
| Denominazione | Chiesa di San Martino Vescovo |
|---|---|
| Altre denominazioni | Chiesa di San Martino; «Basilica paleocristiana di San Martino Vescovo» (Salonia 1981) |
| Tipologia | Chiesa parrocchiale |
| Culto | Cattolico di rito romano |
| Titolare | San Martino di Tours, vescovo (festa l’11 novembre) |
| Diocesi | Arcidiocesi di Siracusa, Vicariato urbano |
| Parroco | Don Gianluca Belfiore (dal 2022) |
| Indirizzo | Via San Martino 1, 96100 Siracusa |
| Coordinate | 37,057284 N, 15,294482 E |
| Quartiere | Ortigia, parte meridionale |
| Aperture | Messa domenicale alle 10; nessun orario di visita pubblicato |
| Dati storici | |
| Impianto | Fine V o prima metà VI secolo secondo Salonia 1981; età normanna, dopo il 1130, secondo Agnello 1999-2017 |
| Portale | 1338, data letta sull’architrave da Salonia 1981; secolo XV per l’elenco ministeriale del 1902 |
| Prima menzione | Gennaio 1389, sinodo del vescovo Tomaso de Erbes |
| Parrocchia attestata | 1452 secondo Salonia; 1542 secondo Buttà |
| Restauri | 1905-1922 circa (Orsi, Agati, Bignami); 1944-1965 (parroco Giuseppe Salonia) |
| Rosone | Rifatto da Giuseppe Gallone nel 1915 (Salonia), 1917 o 1919 secondo altre fonti |
| Campanile | 1948-1949 secondo Salonia; 1947 secondo Garofalo |
| Tetto a capriate | 1956 o 1957, con quattro travi antiche rimesse in opera |
| Descrizione | |
| Pianta | Basilicale a tre navate, abside semicircolare a est |
| Arcate | Sei a tutto sesto per lato, su pilastri e due colonne di reimpiego |
| Misure | 23,60 m dall’ingresso all’abside, navata centrale 4,50 m (pianta del 1981) |
| Facciata | Portale ogivale strombato, rosone, timpano a capanna |
| Campanile | Torre quadrata merlata all’angolo nord-ovest |
| Opere principali | |
| Polittico | Maestro di San Martino, tempera su tavola, primo Quattrocento (circa 1410) |
| Organo | Fratelli Polizzi di Modica, opus 62, 1918 |
| Reliquie | Corpo di San Vincenzo martire, acquistato nel 1746 |
| Altre opere | Crocifisso ligneo del Cinquecento; fonte battesimale del parroco Bignardelli (1762-1794); acquasantiera del 1588; mosaico absidale del 1984 (Garofalo) |
| Tutela e identificativi | |
| Proprietà | Parrocchia di San Martino Vescovo |
| Tutela | Bene culturale ex art. 10 c. 1 del Codice; nessun decreto di vincolo noto |
| UNESCO | Core zone del sito «Siracusa e le necropoli rupestri di Pantalica» (2005) |
| Wikidata | Q3671080 |
| BeWeB | Beni architettonici 88285 |
| Censimento CEI | BY2ch01 |
Il nome e la dedicazione

Le forme storiche del nome
Nei documenti il titolare non cambia mai. Il sinodo diocesano del vescovo Tomaso de Erbes del gennaio 1389 la dice San Martino; nella visita pastorale del 15 settembre 1452 monsignor Bononia «si portò in S. Martino» (Salonia 1981, p. 16); un atto del notaio Bartolomeo Palermo del 13 settembre 1462 ricorda «una cappella fatta in S. Martino in onore di detto Santo» (1981, p. 15); i libri dei defunti, dal 1600, ripetono «sepultus est in hac parochiali Ecclesia Divi Martini» (1981, p. 13).La qualificazione «Vescovo» entra nelle fonti a stampa almeno con Capodieci, che nel 1813 dice la latomia di Santa Venera «di pertinenza della Chiesa parrocchiale di S. Martino Vescovo». Nel «Dizionario topografico della Sicilia» di Vito Amico annotato da Gioacchino Di Marzo (vol. II, Palermo 1856, p. 507) è «quella di s. Martino verso mezzogiorno», una delle sei parrocchie cittadine accanto alla cattedrale.Il titolo di basilica
L’unica monografia dedicata all’edificio si intitola «La Basilica paleocristiana di San Martino Vescovo in Siracusa», e da quel frontespizio la parola è passata a tutto il resto: Corrado Piccione la chiama «la basilica di S. Martino», «ben definita un gioiello di architettura cristiana del V sec.» (Salonia 1981, p. 5) e la stampa annuncia i concerti d’organo «nella Basilica di San Martino» (siracusanews, 6 novembre 2009).Il vocabolo non dipende dalla datazione: anche Giuseppe Michele Agnello, che colloca la fabbrica in età normanna, scrive «la basilica di San Martino Vescovo, la cui costruzione era iniziata prima del 1169» (2014, p. 15). E non è un titolo canonico: nessuna fonte consultata attesta per San Martino il titolo di basilica minore, e il censimento CEI la qualifica «chiesa parrocchiale». Qui «basilica» descrive l’impianto a tre navate e, nel titolo di Salonia, la tesi sull’età dell’edificio, discussa più avanti.Chi era Martino di Tours
Martino nacque a Sabaria, nella Pannonia romana, intorno al 316, figlio di un tribuno militare che gli diede un nome derivato da Marte. Crebbe a Ticinum, cioè Pavia, e Bruno Judic, nello studio sulle origini del culto martiniano in Italia, corregge la vulgata del santo gallico: «Martino non è un gallico», perché Sulpicio Severo lo dice educato nell’Italia del Nord (p. 3). Di guarnigione ad Amiens, in un inverno che la tradizione fissa al 335 divise con la spada il mantello per coprire un mendicante seminudo e la notte seguente vide in sogno Cristo che ne indossava la metà; lasciò l’esercito e fondò a Ligugé uno dei primi monasteri d’Occidente.Nel 371 i cittadini di Tours lo vollero vescovo, e continuò a vivere da monaco a Marmoutier. Morì a Candes l’8 novembre 397 e fu sepolto a Tours l’11 novembre: è il giorno della sepoltura a dare la data della festa. Di suo pugno non resta una riga, e quanto si sa dipende da Sulpicio Severo, «praticamente la nostra unica fonte sul personaggio di Martino» (Judic, p. 2). I due tratti che la Vita isola, e che spiegano la fortuna del culto, sono l’ostilità all’arianesimo e il ruolo di pioniere del monachesimo (Judic, p. 7). Martino non fu martire, particolare che pesa in questa chiesa, dove sul colore rosso di un piviale Salonia fonda l’esclusione del titolare dal polittico.Un vescovo della Gallia in una città bizantina
Se la chiesa fosse davvero una basilica del VI secolo, il titolo suonerebbe anomalo in una Siracusa allora bizantina, e Judic apre il suo studio proprio contro quel cliché (p. 2). Intorno al 440 Sozomeno gli dedica un capitolo della Storia ecclesiastica, in greco e a Costantinopoli; circa nell’anno 500 papa Simmaco costruisce sull’Esquilino la basilica dei Santi Silvestro e Martino, e per Judic «era necessario che la devozione a San Martino fosse particolarmente forte» perché Roma gli dedicasse una chiesa quando vi si veneravano ancora soltanto i martiri (pp. 6-7).Dopo il 540, a Ravenna, la chiesa palatina ariana di Teodorico «divenne una chiesa ortodossa sotto il nome di San Martino in Ciel d’Oro» (Judic, p. 8): la città era sede del governatore bizantino, e quel titolo marcava il passaggio dall’arianesimo gotico all’ortodossia imperiale, come nello stesso secolo a Lucca, «sempre in un contesto anti-ariano» (Judic, p. 9).Il dato più vicino a Siracusa è siciliano: «monasteri di San Martino si trovavano anche a Napoli e a Palermo, secondo le lettere di Gregorio Magno della fine del VI secolo» (Judic, p. 9). L’indice dell’edizione di Paul Ewald e Ludwig Hartmann del «Registrum epistolarum», nei Monumenta Germaniae Historica, registra un «monast. ancillarum Dei, quod est S. Martini (in Sicilia)» e i nomi di due religiose, Marcia e Vittoria. Nulla lo collega a Siracusa: se ne ricava una possibilità e non una prova, cioè che nel VI secolo quel nome fosse già in uso nell’isola. La commemorazione bizantina del santo il 12 novembre, spesso ripetuta, non trova conferma nelle fonti consultate.Le tre ipotesi di Salonia
L’origine del titolo è discussa una volta sola, nel libretto del 1981, e il passo va letto per intero perché è la sola trattazione esistente:«Qualcuno si domanda come mai sia stata dedicata a Siracusa una Chiesa a S. Martino. C’è chi asserisce che probabilmente la Chiesa era stata in principio edificata in onore di S. Marziano, primo Martire e Vescovo di Siracusa secondo una costante tradizione, ma successivamente, forse dopo la lunga parentesi della dominazione mussulmana, avvenne la correzione del nome di Martianus in Martinus, e fu consacrata a S. Martino. Altri invece asserisce che tale dedicazione ebbe luogo o per opera dei PP. Benedettini (un loro convento era vicinissimo) ricordando che S. Benedetto aveva edificato a Subiaco un tempio in onore di S. Martino, il fondatore della vita monastica in Francia, o per opera della Casa regnante Aragonese che ebbe dei re di nome Martino i quali furono veri benefattori della città che arricchirono di doni, titoli e privilegi» (Salonia 1981, p. 13).

Altre dedicazioni in Sicilia e nel Siracusano
Wikidata dichiara dedicati a Martino di Tours due soli beni siciliani, questa chiesa e l’abbazia di San Martino delle Scale presso Monreale, la cui tradizione risale a Gregorio Magno, con date al 573 o al 581 e una fondazione riservata alle sole donne che la letteratura corrente giudica incerta.Il confronto più stretto è la chiesa di San Martino di Erice: fondazione attribuita dalla tradizione orale al conte Ruggero, primo documento nel 1339, cioè l’anno dopo la data del portale di Ortigia, demolizione della chiesa gotica nel 1692 e ricostruzione che conservò «solo il portale del prospetto principale». In entrambi i casi un portale gotico superstite di un edificio scomparso.Altre intitolazioni sono la cappella vescovile di San Martino di Tours nel Castello di Lombardia a Enna, San Martino dei Bianchi a Catania, le chiese di Acireale e di Riposto, la Porta San Martino a Randazzo e la parrocchia di San Martino Vescovo di Carruba di Riposto, nella diocesi di Acireale, con lo stesso titolo. Vanno escluse le vie di San Martino della Battaglia, dal nome dello scontro risorgimentale del 1859. Nella diocesi di Siracusa non è emersa nessun’altra chiesa dedicata a san Martino, benché BeWeB dichiari quarantaquattro beni architettonici nazionali con quel nome senza restituirne l’elenco.La confusione con papa Martino I
Nessuna fonte siracusana si pone la domanda, che pure sarebbe legittima se l’edificio fosse bizantino: il Martino del titolo potrebbe essere papa Martino I, consacrato nel 649 senza il benestare imperiale, condannato per alto tradimento sotto Costante II e morto in esilio in Crimea nel 655, venerato dai cattolici e dagli ortodossi. Un suo passaggio dalla Sicilia non è attestato dalle fonti consultate: il legame siciliano è l’accusa, mossagli al processo, di avere offerto denaro ai Saraceni perché in Sicilia lo aiutassero contro Costantinopoli.Per questa chiesa l’identificazione non regge. La qualificazione «Vescovo» di tutte le denominazioni moderne indica il vescovo di Tours, perché un papa nella titolatura si dice papa; Wikidata registra «prende il nome da» e «dedicato a» Martino di Tours; la parrocchia usa oggi il nome di Tours. Nessuna fonte, antica o moderna, propone di identificare il titolare con papa Martino I, e Salonia non lo nomina mai. Il dubbio riguarda soltanto l’ipotetico titolo originario di un ipotetico edificio del VI o VII secolo, del quale non esiste alcuna fonte.Dove si trova
La chiesa ha indirizzo in via San Martino 1, nella parte meridionale dell’isola di Ortigia, dentro l’isolato che via San Martino chiude a ovest, via Capodieci a nord, via Santa Teresa a sud e il lungomare di levante a est. Le fonti antiche la collocano per quadranti: nell’elenco delle sei parrocchie siracusane riferito da Vito Amico nel «Dizionario topografico della Sicilia», tradotto e annotato da Gioacchino Di Marzo (vol. II, Palermo 1856, p. 507), San Martino è la parrocchia «verso mezzogiorno». Corrado Piccione, presentando nel 1981 il libretto del parroco Giuseppe Salonia (p. 5), la situa «tra la fonte Aretusa, il Palazzo Bellomo, le tracce superstiti dell’antico Monastero di S. Teresa»: tre riferimenti che delimitano ancora oggi la zona.Salonia apre la sua descrizione con un itinerario a piedi:«Salendo dalla Fonte Aretusa si arriva al mediovale Palazzo Bellomo-Parisio-Salonia, oggi sede del Museo medioevale… quasi di fronte si apre una breve e stretta via, a metà della quale splende la Basilica di S. Martino Vescovo» (Salonia 1981, p. 10).Il «quasi di fronte» ha un riscontro cartografico. Il portale bugnato d’ingresso alla Galleria Regionale di Palazzo Bellomo, al civico 16 di via Capodieci, si apre sul lato nord della strada quasi in asse con l’imbocco di via San Martino, secondo i rilievi di OpenStreetMap. Regge anche il «a metà»: la facciata della chiesa occupa il tratto fra il trentesimo e il quarantunesimo metro di una via lunga 70,5 m, cioè la mezzeria esatta. Da notare, per inciso, che Salonia chiama il palazzo anche «Salonia», che è il suo stesso cognome.
La via San Martino
La via corre da nord a sud per 70,5 m, dall’incrocio con via Capodieci fino all’innesto su via Santa Teresa, con azimut medio di 173°. Fra i due estremi OpenStreetMap non registra alcun vicolo laterale, e la stessa assenza risulta dalla Carta Tecnica Numerica 1:2000 della Regione Siciliana. La strada è a senso unico verso sud e sbocca su via Santa Teresa, a sua volta a senso unico verso ovest, dove un cartello di stop chiude il percorso: la via Santa Teresa porta in OpenStreetMap il nome precedente di via Ospedale, coerente con la notizia di Salonia (1981, p. 13) secondo cui il monastero di Santa Teresa divenne ospedale militare e poi distretto militare.Le larghezze fra le facciate, ricavate dalle sagome di OpenStreetMap con un margine di circa un metro, raccontano un imbuto. Nei primi venti metri il lato est si apre sul Largo dei Bellomo e la misura perde senso; all’altezza del muro curvo del cortile la via sta fra 5,6 e 6,3 m; davanti alla chiesa fra 5,3 e 5,8 m; poi si stringe progressivamente fino a 3,8-4,1 m all’uscita su via Santa Teresa. Le case che la fiancheggiano vanno, secondo le quote della Carta Tecnica Numerica, dai 5,4 m del corpo basso al centro del fronte di via San Martino 2-10 ai 14,8 m del civico 22. In fondo alla via, oltre via Santa Teresa e proprio in asse, sta l’ex chiesa di Santa Teresa, alta 16 m sulla stessa carta e registrata in OpenStreetMap dentro un’area di cantiere destinata ad albergo: è lei a chiudere la prospettiva verso sud.La via scende. I modelli digitali del terreno della Regione Siciliana, quello del 2008 e quello del 2013, danno un dislivello di circa 3,3 m in 70 m, con pendenza media del 4,7%; il modello del 2008 la distribuisce in modo diseguale, 2,5% nei primi trenta metri e 6,7% negli ultimi trenta, mentre quello del 2013 la ripartisce quasi uniformemente. L’incrocio con via Capodieci è il punto più alto del tratto, attorno a 12,2-12,3 m sul mare. Le curve di livello della Carta Tecnica suggeriscono un salto più brusco davanti al muro curvo, che però i modelli del terreno non confermano.Sul selciato le fonti mostrano due epoche. La tavola di Enrico Mauceri «Siracusa e la valle dell’Anapo» (1909, p. 91), che è la più antica fotografia pubblicata del portale, documenta una strada in acciottolato con lastre e rappezzi; nelle fotografie del 2013 e del 2019 la pavimentazione è invece a blocchetti rettangolari di pietra grigio chiara, allungati e posati almeno in parte a spina di pesce, senza marciapiedi e senza cunette, come registra anche OpenStreetMap. La data del rifacimento non compare nelle fonti consultate. Via Capodieci, all’incrocio, ha un manto diverso, a grandi basole di pietra grigio scura posate a file oblique: la scheda di Aretusapedia sulla chiesa di Gesù e Maria, poco più a est, la descrive «lastricata in pietra senza marciapiedi rialzati», con «basole irregolari, rattoppi e leggere pendenze». Il punto in cui il basolato cede il passo ai blocchetti non si vede in nessuna delle fotografie esaminate.All’angolo sud-ovest, sul cantonale in conci dell’edificio di via San Martino 2, la targa in marmo bianco porta incise su tre righe le parole «VIA / SAN / MARTINO», e sullo stesso cantonale, verso via Capodieci, corre la targa verticale «VIA / GIUSEPPE M.RIA / CAPODIECI / SACERDOTE ANNALISTA / SIRACUSANO / 1749-1828», dedicata all’erudito Giuseppe Maria Capodieci. L’illuminazione pubblica di tutto il tratto è affidata a lanterne quadrangolari su bracci in ghisa a volute fissate alle facciate, una delle quali presso lo spigolo sud della chiesa: nelle fotografie raccolte non compare alcun lampione a palo.
Il Largo dei Bellomo e il cortile giardino

Una via di chiese
Salonia (1981, p. 9) osserva che a Ortigia «financo una strada stretta e breve aveva parecchie Chiese (ad es. Via S. Martino, Via Capodieci, etc.)». Nel raggio di cento metri dal portale stanno la chiesa di San Benedetto, al civico 18 di via Capodieci, e la chiesetta di Gesù e Maria al civico 11 della stessa strada, che fra il 1935 e il 1941 fu trasformata in salone per l’Azione cattolica (Salonia 1981, p. 32). Sulla via San Martino stessa esisteva la chiesetta di San Michele, «alienata e diventata edificio privato» (p. 13): una cronaca manoscritta del 1860, citata da Salonia a p. 26, la colloca «al n. civico 11 odierno» e racconta che le ossa dei confrati lì sepolti furono trasportate nella vicina San Martino. Il civico 11 corrisponde oggi, nella numerazione di OpenStreetMap, al fabbricato immediatamente a sud della chiesa, ma i nodi dei civici sono distribuiti a passo regolare e non indicano i portoni reali, quindi l’identificazione puntuale resta da verificare sul posto.Come arrivarci
Dal lato della Fonte Aretusa il percorso è quello descritto da Salonia: si sale per via Capodieci, che dal Largo Aretusa raggiunge l’imbocco di via San Martino in poco più di cento metri secondo le misure dei tratti registrati in OpenStreetMap, con l’ultimo breve segmento carrabile fra via della Conciliazione e l’incrocio. Dalla parte opposta, cioè da via Roma e da piazza Duomo, via Capodieci è pedonale e copre 75,5 m dall’innesto su via Roma fino allo stesso incrocio. L’itinerario esatto dalla piazza del Duomo non è descritto nelle fonti consultate.Per chi arriva in automobile, OpenStreetMap registra via San Martino dentro la zona a traffico limitato, con accesso dei veicoli a motore subordinato a permesso dal lunedì al sabato dalla mezzanotte alle 2, dalle 11 alle 15.30 e dalle 17 a mezzanotte, e la domenica e nei festivi dalla mezzanotte alle 2 e dalle 10 a mezzanotte, restando ammessi i mezzi di soccorso, i mezzi pubblici e i veicoli al servizio delle persone con disabilità. L’ordinanza comunale che istituisce la limitazione non è fra le fonti consultate, quindi le fasce orarie vanno verificate sul provvedimento in vigore. Le stesse fonti non descrivono né i parcheggi di servizio né le navette per l’isola: quello che risulta documentato è la sosta lungo la via, con automobili parcheggiate sul lato est davanti al muro curvo e alla chiesa nelle fotografie fra il 2008 e il 2013 e la carreggiata libera in quelle del 2019.Chi si muove con difficoltà tenga conto di tre dati: la via non ha marciapiedi, scende con pendenza media del 4,7% e tocca il 6,7% nella metà sud, e davanti al portale ci sono due gradini più la soglia di marmo. Gli orari di apertura della chiesa non sono pubblicati nelle fonti consultate.Le origini
Della fondazione della chiesa di San Martino non esiste alcun documento. Lo dichiara chi avrebbe avuto ogni interesse a trovarne uno, il parroco Giuseppe Salonia, autore nel 1981 dell’unica monografia dedicata all’edificio:«Per quanto riguarda l’origine della Basilica di S. Martino in Siracusa […] non avendo nessun documento scritto che ne parli, possiamo soltanto riferirci alla sua struttura architettonica e alla sua icnografia che si è manifestata specialmente dopo gli importanti rinvenimenti e i profondi restauri operati nella prima metà di questo secolo XX» (Salonia 1981, p. 10).Il primo atto che nomina la chiesa è il sinodo diocesano del vescovo Tomaso de Erbes del gennaio 1389, riportato da Salonia (1981, p. 15); la più antica data scritta sulla fabbrica è il 1338 dell’architrave del portale, e di entrambe si dice più avanti. Tutto ciò che si afferma delle origini è ricavato dalle pietre, e dipende da come quelle pietre vengono lette.
Chi ha formulato la tradizione del VI secolo
La datazione alta ha una data di nascita e un autore: il libretto di Salonia si intitola La Basilica paleocristiana di San Martino Vescovo in Siracusa, e la tesi sta nel titolo:«Indubbiamente la sua struttura interiore originaria e la formula costruttiva ci riportano all’incirca alla fine del V sec. o alla prima metà del VI sec. d. C., e almeno tipologicamente si riannoda alle basiliche che diconsi fabbricate dal Vescovo Germano» (Salonia 1981, p. 10).Dentro lo stesso volume le cifre non coincidono. Corrado Piccione, nella presentazione, chiama San Martino «un gioiello di architettura cristiana del V sec.» (Salonia 1981, p. 5). Paolo Giansiracusa, che firma la nota introduttiva il 27 dicembre 1981, arriva al VI secolo per via tipologica: ricostruisce la sequenza siracusana dalle cripte catacombali alla tricora della Cuba e alla triabsidata di San Pietro ad Baias, e colloca San Martino accanto a quest’ultima:
«Alla pesantezza strutturale, quasi romana, e alla robustezza formale di San Focà e di San Pietro intra-moenia, la Basilica di San Martino […] contrappone linee svelte ed eleganti. Per tali considerazioni essa è da ritenersi frutto di un’esperienza tecnica e stilistica che, iniziata col vescovato di Germano (sec. IV), dovette esprimersi almeno per altri due secoli» (Giansiracusa, in Salonia 1981, p. 8).Uno dei tratti distintivi che Giansiracusa elenca, «il sottile capitello a semplici modanature che si riscontra solo in questa chiesa», è un elemento ricostruito: «esso è stato rifatto alla luce di un frammento nascosto» (Salonia 1981, p. 8).Da lì il VI secolo è passato alla pubblicistica ufficiale. La scheda del Comune di Siracusa, ripresa da siracusaturismo.net come testo validato dalla Soprintendenza, definisce San Martino «una basilica paleocristiana costruita probabilmente nel VI secolo d.C. e rimaneggiata nel XIV secolo». Lucia Acerra, autrice di Architettura religiosa in Ortigia (1995), in un articolo del 2020 la dice «basilica a tre navate risalente al VI secolo»; Salvatore Russo e Melo Minnella, in Siracusa medioevale e moderna (1992), la definiscono paleocristiana a p. 127.Il pieghevole di Angelo Garofalo, senza data di stampa e posteriore al 1984, sposta la paternità della tesi: l’origine bizantina del VI secolo sarebbe «l’affermazione dello storico siracusano Prof. Giuseppe Agnello», soltanto «ribadita» da Salonia (Garofalo, p. 1). Garofalo non indica l’opera né la pagina, e il rinvio non trova riscontro: nelle fonti consultate L’architettura bizantina in Sicilia di Giuseppe Agnello (1952) è citato con i numeri di pagina per molte chiese siracusane, mai per San Martino.La letteratura erudita anteriore al Novecento non conosce una San Martino antichissima. Fazello nel 1558, Mirabella nel 1613 e Bonanni nel 1624 non la nominano; Vito Amico, nell’edizione annotata da Gioacchino Di Marzo nel 1856, riferisce che Rocco Pirri dava il primato di antichità a San Tommaso e altri a San Giovanni Battista; per Gaetano Moroni, nel 1854, la chiesa più antica è «la suburbana di s. Giovanni». Il primato paleocristiano di San Martino nasce nel Novecento.
Le chiese del vescovo Germano
La catena tipologica di Salonia e di Giansiracusa si aggancia a una tradizione parrocchiale. Il parroco Anguillara, nel XV secolo, mise per iscritto la notizia che il beato Germano vescovo avesse edificato in Ortigia nel 363 una chiesa allo Spirito Santo, tre anni dopo una ai santi Pietro e Paolo e poi una a San Giovanni Battista; il testo fu pubblicato dal parroco Logoteta e ripreso da Serafino Privitera nelle Illustrazioni sul Duomo di Siracusa (Salonia 1981, p. 9). Salonia la riporta e nella stessa pagina ne demolisce una parte:«In verità abbiamo qualche forte riserva circa una Chiesa edificata in onore dello Spirito S. […] pare pertanto che la notizia sia stata fabbricata proprio durante il periodo dell’acceso campanilismo esistente in città fra le due Chiese e Confraternite di S. Filippo e dello Spirito S.» (Salonia 1981, p. 9).Salonia aggiunge che «alcuni scrittori chiaramente dicono tale narrazione totalmente spuria», e appoggia comunque a quelle basiliche, «almeno tipologicamente», la datazione di San Martino.Quella cronologia non regge al controllo documentario più recente. Vittorio Giovanni Rizzone, nello studio sulle chiese di Siracusa in età paleocristiana e bizantina alla luce delle fonti (2025), risale al Catalogus dei vescovi trasmesso da Cristoforo Scobar nel 1520: a Germano, ventesimo nella cronotassi dei vescovi di Siracusa, sono attribuite le chiese di San Paolo, San Pietro e San Foca, che Pirri collocava «in regione Salibra», lontano da via San Martino. Rizzone conclude che «la cronologia del vescovo Germano si può porre non prima degli inizi del V secolo»: se la catena di Giansiracusa parte da lì e richiede «almeno altri due secoli», l’arrivo non cade più nel VI. In quello studio, che elenca trentaquattro presuli con le loro fabbriche, San Martino non compare mai.

Gli elementi materiali
Gli argomenti della datazione alta sono affiorati tutti nei restauri del Novecento, e Salonia, che diresse il secondo ciclo, li descrive da testimone. Nel 1917, demolito l’altare maggiore ligneo e spostato il polittico che copriva la finestra murata, riapparve il fondo della chiesa:«apparve nella sua luminosa e calda impostazione il primitivo volto arcaico della zona absidale […] il ricco e compatto paramento lapideo dell’abside semianulare sino all’imposta della calotta e formato da nove assise di conci ben squadrati di pietra disposti su linee parallele e variabili in altezza dai 30 ai 35 centimetri» (Salonia 1981, pp. 21-22).Per Salonia è «unico esempio per il ricco rivestimento calcareo nelle chiese siracusane coeve e medievali» (1981, p. 22). Al centro dell’emiciclo riapparve la monofora a strombatura profonda, coronata da una ghiera di piccoli conci e da un arco a tutto sesto a duplice fascia; l’assenza di ornato esterno, annota il parroco, «le conferisce un carattere di più spiccata arcaicità». Il catino è di tecnica diversa: «Nel catino non furono trovati conci e quindi presenta comune muratura ad “opus incertum”». All’esterno l’abside poggia su «un alto zoccolo con forte aggetto», con un dislivello di circa tre metri sul Lungomare (Salonia 1981, p. 22).

Che cosa c’era prima nell’area
Sul sito prima della chiesa le fonti consultate non dicono nulla, e l’unica occasione per saperlo si chiuse in bianco: nel 1961, rifacendo il pavimento, il cantiere scavò apposta:«nel 1961, sotto la guida della Sovrintendenza ai Monumenti, dopo avere inutilmente operato profondi saggi di scavo sperando di trovare un eventuale pavimento precedente o altre stutture murarie portanti e chiarificatrici, venne rifatto il pavimento» (Salonia 1981, p. 26).Nessun pavimento anteriore, nessuna struttura più antica: comparvero solo due ossari, uno grande presso il battistero e uno più piccolo presso il confessionale nord, e fosse vuote in ogni intercolunnio; «Tutto fu interrato e lasciato come prima» (Salonia 1981, p. 26). Sul fianco nord, dove oggi c’è il cortile con la palma, Salonia colloca un viridarium poi divenuto cimitero parrocchiale, ed esclude un cimitero sotterraneo (1981, pp. 12-13).Sull’età dei materiali antichi le due fonti non concordano: Salonia (1981, p. 12) dice le colonne «certamente di derivazione romana», senza secolo, mentre Garofalo (p. 2) le data «all’incirca al IV secolo d.C.» e assegna i capitelli al VI, dicendoli di spoglio da edifici cittadini. Quanto ai modelli, Salonia indica le basiliche di San Pietro e di San Focà e i templi pagani ancora in piedi, quello di Atena sull’acropoli e quello di Apollo presso il Porto Piccolo (1981, p. 10).
Le altre chiese antiche dell’isola
Salonia ricorda che Ortigia ebbe «fino al secolo scorso ben 50 Chiese e oltre 20 monasteri maschili e femminili» (1981, p. 9). Il termine di paragone principale resta San Pietro intra moenia, che la tradizione assegna proprio a Germano e su cui esiste una bibliografia specifica, fino alla monografia di Linda Storaci del 1995: lì i restauri hanno messo in luce affreschi su più strati (Salonia 1981, p. 12) e Giuseppe Michele Agnello (2014) legge un transetto bizantino con tiburio e una successione di fasi, mentre San Martino offre un’abside spogliata nel 1917 e due colonne di reimpiego.Fra le altre chiese dell’isola, nelle fonti consultate nessuna avanza una pretesa paleocristiana comparabile: per San Tommaso Apostolo il catalogo di Scobar dà il vescovo Lorenzo e, in alcune copie, l’anno 1199; le rivendicazioni di antichità di San Filippo Apostolo riguardano gli ipogei e la fase ebraica; la chiesa dello Spirito Santo compare solo nella tradizione di Germano. Gli altri termini di confronto del libretto del 1981, la tricora della Cuba, San Pietro ad Baias e il gruppo catacombale di San Giovanni con la cripta di San Marciano, stanno tutti fuori dall’isola.Gli stessi elementi, il paramento absidale a conci, la monofora priva di cornice, lo zoccolo a forte aggetto, sono letti da Giuseppe Michele Agnello (1999 e 2014) come tratti della serie normanna siracusana, comuni a San Martino, San Tommaso e San Nicolò. Le due letture distano sei secoli e usano le stesse pietre: il confronto è nella sezione che segue.La questione della datazione
Nessun documento noto nomina la chiesa prima del gennaio 1389, quando compare nel sinodo diocesano del vescovo Tomaso de Erbes (Salonia 1981, p. 15): l’età dell’impianto va quindi ricavata dall’edificio. Le due letture in campo distano circa sei secoli, basilica paleocristiana fra V e VI secolo per Giuseppe Salonia e Paolo Giansiracusa, chiesa normanna successiva al 1130 per Giuseppe Michele Agnello, e poggiano in larga parte sugli stessi elementi materiali, letti in senso opposto.La tesi paleocristiana: Salonia, 1981
Giuseppe Salonia, parroco dal 17 agosto 1941 e promotore del secondo ciclo di restauri, avviato nel 1944 e chiuso nel 1965, dichiara su che cosa poggi la sua proposta: «non avendo nessun documento scritto che ne parli, possiamo soltanto riferirci alla sua struttura architettonica e alla sua icnografia» (Salonia 1981, p. 10).La datazione che ne ricava porta «all’incirca alla fine del V sec. o alla prima metà del VI sec. d. C.», e l’edificio si riannoda «almeno tipologicamente» alle basiliche attribuite al vescovo Germano (1981, p. 10). Quella tradizione, lasciata scritta dal parroco quattrocentesco Anguillara, pone le fondazioni di Germano nel 363; Salonia però ne respinge la parte sulla chiesa dello Spirito Santo, ricordando che per alcuni scrittori la narrazione è «totalmente spuria» (1981, p. 9).Gli argomenti materiali vengono dai restauri. Nel 1917, demolito l’altare maggiore ligneo e spostato il polittico, riapparve il paramento dell’abside in «nove assise di conci ben squadrati» alti dai 30 ai 35 centimetri, «unico esempio» per rivestimento fra le chiese siracusane coeve e medievali, con al centro una monofora strombata priva di cornice esterna, cosa che le «conferisce un carattere di più spiccata arcaicità» (1981, pp. 21-22). Le due colonne all’estremità orientale delle arcate, una di marmo e una di granito, sono «certamente di derivazione romana e riutilizzate» (1981, p. 12), e sulla prima Salonia segnala una croce incisa «di tipo bizantino», con una domanda: «è forse un segno della consacrazione originaria della Chiesa?» (1981, p. 21). Il reimpiego fissa però solo un termine dopo il quale si costruì, e lo stesso Salonia avverte che a Siracusa i casi di rielaborazione di sculture classiche sono «frequenti» (1981, p. 21).Un dato gioca invece contro la tesi. «Riguardo ad eventuale decorazione pittorica restiamo molto perplessi», scrive Salonia, perché a San Pietro intra moenia i restauri avevano trovato un apparato pittorico «su diversi strati» (1981, p. 12).La nota di Paolo Giansiracusa
L’argomentazione più tecnica della tesi alta è la nota introduttiva di Paolo Giansiracusa, datata 27 dicembre 1981 e stampata nello stesso libretto (pp. 7-8). Vi si ricostruisce una sequenza siracusana che dalle cripte trilobate porta alla tricora della Cuba e alla triabsidata San Pietro ad Baias, mentre lo schema a tre navate corte con una sola abside è già in San Pietro intra moenia e San Focà. San Martino sarebbe «coevo» a San Pietro ad Baias (Giansiracusa 1981, p. 7), con differenze che ne segnano l’avanzamento: sviluppo planimetrico più allungato, «notevole ampiezza delle prime due campate», pilastri «più esili ed eleganti», un capitello sottile a semplici modanature (p. 8). L’esperienza che la genera, «iniziata col vescovato di Germano (sec. IV)», avrebbe dovuto esprimersi «almeno per altri due secoli» (p. 8).La nota ha due punti deboli. Il capitello indicato come tratto distintivo è, per ammissione dell’autore, «rifatto alla luce di un frammento nascosto», e un elemento ricostruito non può datare l’edificio. E la «notevole ampiezza delle prime due campate» contrasta con Salonia, che a p. 11 dice le prime due arcate presso l’ingresso «più basse e più strette di tutte le altre»: sulla planimetria del libretto la prima arcata a ovest misura 2,30 m di luce, le quattro centrali fra 3,05 e 3,15 m, l’ultima verso le colonne 3,60 m. Il contrasto cade solo se Giansiracusa contava le campate dal presbiterio, cosa che il testo non dice.La datazione alta ha avuto anche una sede scientifica. La voce «Sicilia» dell’Enciclopedia dell’Arte Medievale, nella sezione di architettura firmata da Pio Francesco Pistilli, scrive che «ancora al sec. 6°, per lo stile dei capitelli a foglie d’ulivo rifiniti a stucco, è attribuita la chiesa siracusana di S. Martino in Ortigia, con transetto tripartito», e rinvia a Santi Luigi Agnello, Chiese siracusane del VI secolo, «Archivio Storico Siracusano», n.s. 5 (1978-1979), pp. 115-136. Il transetto tripartito non compare nella planimetria del 1981. Alla datazione al VI secolo si attengono anche Salvatore Russo e Melo Minnella (Siracusa medioevale e moderna, 1992, p. 127, secondo la citazione che ne dava Wikipedia), Lucia Acerra in un articolo del 2020 e la scheda del Comune di Siracusa, ripresa dal portale turistico come validata dalla Soprintendenza: «una basilica paleocristiana costruita probabilmente nel VI secolo d.C. e rimaneggiata nel XIV secolo».La revisione normanna: Giuseppe Michele Agnello
La proposta opposta arriva in sede enciclopedica nel 1999: nella voce Siracusa della stessa enciclopedia Giuseppe Michele Agnello elenca San Martino Vescovo fra le chiese costruite nuove dopo la riconquista normanna, accanto a San Nicolò dei Cordari, San Tommaso Apostolo e Santa Lucia al Sepolcro. Nel saggio del 2014 l’argomentazione è distesa:«Subito dopo l’incoronazione regale fu costruita la chiesa di San Martino Vescovo, un tempo ritenuta bizantina o addirittura paleocristiana. Il primo impianto era a una sola navata […]. All’impianto iniziale appartengono l’abside, i muri rettilinei a essa ammorsati senza aperture, i primi filari di conci della facciata e lo spesso muro meridionale della navata destra» (Agnello 2014, p. 8).L’incoronazione di Ruggero II è del 1130. Una seconda fase segue il terremoto del 1169, e Agnello la ascrive con cautela al tempo del vescovo inglese Richard Palmer: «la struttura fu rinforzata con l’inserimento di pilastri in pietra arenaria collegati da archi, che divisero la basilica in tre navate», mentre «i primi quattro pilastri a sinistra appartengono però a età aragonese» (2014, p. 12). La prova è comparativa: San Martino, San Tommaso e San Nicolò condividono navata unica, «abside estradossata a conci a faccia vista con finestre a feritoia, alta zoccolatura con sguincio notevole, non molto dissimile da quello di palazzo Bellomo», e la costruzione di San Martino sarebbe «iniziata prima del 1169» (2014, p. 15). Agnello torna sul tema in Siracusa in età normanna (2017, p. 62).Tutte le affermazioni tecniche di Agnello su San Martino rinviano a una sola fonte, la tesi di laurea di M. V. Fagotto, Nuove osservazioni sulla chiesa siracusana di San Martino (Università di Catania, relatore Francesco Tomasello, anno accademico 1984-1985), che lo stesso Agnello dice «corredata d’interessanti rilievi» e «rimasta purtroppo inedita» (2014, nota 33). La lettura normanna si regge dunque, nella parte materiale, su un elaborato mai pubblicato.
Gli stessi muri, letti in due modi

Il peso della mancanza di scavi
Nessuno scavo stratigrafico pubblicato ha messo alla prova la datazione dell’impianto. Salonia registra un solo tentativo: nel 1961, prima di rifare il pavimento sotto la guida della Soprintendenza, furono operati «profondi saggi di scavo» per cercare un pavimento precedente o murature «chiarificatrici», ma «inutilmente»; emersero soltanto due ossari e fosse vuote negli intercolunni, e tutto fu reinterrato (1981, p. 26). La base della colonna di marmo fu lasciata a vista «anche per indicare il piano originario del presbiterio» (1981, p. 21), segno che il presbiterio fu rialzato. Agnello non cita scavi e fonda la sua fasizzazione sulla lettura delle murature in elevato; la scheda BeWeB dell’edificio è tuttora una bozza priva di testo storico.Il pieghevole di Angelo Garofalo, privo di editore e di anno, attribuisce la tesi bizantina del VI secolo allo storico Giuseppe Agnello, «ribadita» da Salonia, e afferma che «le recenti indagini archeologiche hanno tuttavia verificato che, allo stato attuale, l’edificio nella sua parte più antica presenta una struttura collocabile intorno al secolo XII» (Garofalo, p. 1). Di quelle indagini non sono noti autore, data né relazione: la frase va letta come divulgazione della lettura delle murature, non come notizia di uno scavo.I confronti con le altre basiliche siracusane
San Pietro ad Baias, in contrada Tremilia, il termine di paragone scelto da Giansiracusa, ha tre navate e tre absidi; San Martino ne ha una sola. Il confronto con San Pietro intra moenia è sbilanciato: là esistono una sequenza di fasi leggibile, affreschi su più strati, un tiburio e una monografia di Linda Storaci del 1995, a San Martino un’abside liberata nel 1917 e due colonne di reimpiego. Nel saggio del 2014 Agnello offre anche un precedente: Santa Lucia extra moenia, a lungo ritenuta bizantina, sarebbe la prima chiesa costruita ex novo a Siracusa da Ruggero I.Il repertorio documentario più recente non aiuta la tesi alta. Vittorio Giovanni Rizzone (2025) ricostruisce le chiese siracusane paleocristiane e bizantine dal catalogo dei vescovi trasmesso da Cristoforo Scobar nel 1520 e chiude con una cronotassi dei vescovi di Siracusa e delle loro fabbriche, in cui San Martino non compare. Al vescovo Germano il catalogo assegna San Pietro, San Paolo e San Foca, e Rizzone ne sposta la cronologia: «si può porre non prima degli inizi del V secolo». Se la catena evolutiva di Giansiracusa parte dal V secolo invece che dal IV, i suoi due secoli portano verso il VII.La voce di Wikipedia e la fonte che le viene attribuita
La datazione al XII secolo della Wikipedia italiana non deriva da Agnello né da altra letteratura scientifica. Nella prima stesura della voce, del 15 ottobre 2006, l’attribuzione ai Normanni riguarda soltanto il portale, che è del 1338. Il 17 marzo 2008 compaiono due frasi contraddittorie e prive di fonte: la prima data la chiesa al VI secolo per l’architettura dell’abside e delle colonne, la seconda la dice normanna e «erroneamente ritenuta bizantina a causa dei numerosi resti interni, tratti da materiale di spoglio». Il 6 gennaio 2017 la frase sul VI secolo riceve come nota la scheda turistica di ortigia.it, secondo cui le caratteristiche dell’abside e delle colonne «la farebbero risalire al VI secolo d.C.», senza nominare i Normanni.Il 14 gennaio 2026, in quattro modifiche consecutive di un utente anonimo nell’arco di tre minuti, viene cancellata la frase che diceva paleocristiana la chiesa citando Russo e Minnella, 1992, p. 127, e nella frase rimasta «VI secolo» diventa «XII secolo», con la nota intatta: rinvia ancora a un testo che dice VI secolo. La coincidenza con la cronologia di Agnello non fa della voce una fonte.Dove sta il problema
Una formulazione che tiene insieme le due letture sta fra parentesi nello stesso pieghevole: l’edificazione normanna «può anche essere stata il rifacimento più o meno totale di un tempio preesistente», come a Santa Lucia al Sepolcro e a San Giovanni alle Catacombe (Garofalo, p. 2). Nessuno l’ha sviluppata oltre l’inciso. Il libretto del 1981 resta l’unica monografia sulla chiesa, e negli indici dell’«Archivio Storico Siracusano» dal 1955 al 2000 non figura alcun articolo dedicato a San Martino.Il Trecento e il Quattrocento
Sono i due secoli in cui la chiesa prende la fisionomia che ancora si legge dalla strada, e insieme due fra i peggio documentati della sua storia. Prima del gennaio 1389 nessuna carta nota la nomina, e quasi tutto quello che si dice del cantiere trecentesco poggia su una sola lettura dell’edificio, quella pubblicata nel 1981 dal parroco Giuseppe Salonia, che aveva promosso e seguito di persona il secondo ciclo di restauri fra il 1944 e il 1965. L’erudizione siracusana fra Cinque e Seicento tace: Tommaso Fazello nel 1558, Vincenzo Mirabella nel 1613 e Giacomo Bonanni nel 1624 descrivono la città greca e nessuno dei tre nomina la chiesa.Siracusa aragonese e la Camera reginale
Nel 1338, l’anno che Salonia (1981, p. 14) legge inciso sul portale, regnava in Sicilia Pietro II d’Aragona, coreggente del padre Federico III dal 1320-1321 e re dal 25 giugno 1337 alla morte, il 15 agosto 1342. Il quadro cittadino di quegli anni si ricava dalla tesi di dottorato di Giuseppe Agnello «Urbs fidelissima. Il governo di Siracusa durante la Camera reginale (1282-1536)», discussa all’Università di Catania nel triennio 2008-2011 e rimasta inedita.Siracusa apparteneva allora alla Camera reginale, e su questo punto la tradizione locale sbaglia con costanza. La stessa tesi ricostruisce che il 22 gennaio 1292 Giacomo II assegnò alla moglie Isabella di Castiglia Siracusa e Lentini e che il 28 agosto 1305 Federico III ne assegnò una a Eleonora d’Angiò (1289-1341): nel 1338 la città stava dentro la Camera di Eleonora, che però «era allora un distretto amministrativo del demanio regio e non aveva quell’autonomia accentuata che ottenne nel XV secolo». Siracusa ne divenne capitale soltanto dal 1420, mentre «fino allora n’era stata semplicemente la città più importante». Enrico Mauceri nel 1909 (p. 88) attribuiva invece l’istituzione della Camera a Federico II, e Giuseppe Maria Capodieci nelle «Tavole» collocava al 1360 l’elevazione di Siracusa a capitale: versioni incompatibili fra loro e con i documenti.Anche la stagione che la pubblicistica chiama «Ortigia gotica» è più tarda del portale. Le signorie urbane arrivano dopo la metà del secolo, da Manfredi Chiaramonte a Giacomo Alagona (1365-1391); palazzo Montalto, l’unico edificio siracusano del Trecento con data certa, porta l’iscrizione del 1397; i Bellomo, catalani sicilianizzatisi nel Trecento, occupano «nella prima metà del Quattrocento un posto di rilievo». Nessuna di queste famiglie è documentabile come committente nel 1338, e nessuna fonte dà per San Martino il nome di un committente, di un architetto o di un lapicida. Nell’isolato, l’unica fondazione vicina di data nota è il monastero delle Benedettine di San Benedetto, «fondato e riccamente dotato dal Barone Parisio del Cassaro il 6 aprile 1365» (Salonia 1981, p. 13).Il rifacimento della facciata
Secondo Salonia (1981, p. 14) nel Trecento «il vetusto prospetto bizantino fu distrutto totalmente o cadde a causa di qualche terremoto», con rinvio al sisma del 1169, «o per decrepitezza», e mentre l’organismo basilicale interno restava immutato «fu creata dalle fondamenta la severa e leggiadra facciata», «composta da piccoli conci di pietra squadrati in filari simmetrici paralleli, a somiglianza del vicino palazzo Bellomo e di altri edifici coevi della città». Il confronto va maneggiato sapendo che anche palazzo Bellomo ha una data discussa, fra la fine del Duecento di Mauceri (1909, p. 86) e la metà del Trecento dell’Enciclopedia dell’Arte Medievale.La lettura più recente diverge da Salonia. Giuseppe Michele Agnello, in uno studio del 2014 fondato sui rilievi inediti della tesi di laurea di M. V. Fagotto (Catania, 1984-1985), assegna all’impianto originario, che egli colloca nel secondo quarto del XII secolo, «l’abside, i muri rettilinei a essa ammorsati senza aperture, i primi filari di conci della facciata e lo spesso muro meridionale della navata destra». Le due affermazioni stanno insieme soltanto ammettendo che il rifacimento trecentesco sia partito al di sopra dei primi filari, ma nessuna delle due fonti lo scrive. L’«Elenco» ministeriale del 1902 (p. 449) registra la chiesa con la sola formula «porta principale, sec. XV». Portale, monogramma e data MCCCXXXVIII sono trattati a parte.L’allungamento verso ovest e l’esonartece scomparso
L’ipotesi che il cantiere trecentesco abbia allungato la chiesa verso la strada è di Salonia, che la presenta come congettura:«Appare quasi chiaro dopo uno sguardo attento a tutto l’insieme interiore del sacro edificio, che nel rifacimento trecentesco sia stata la chiesa allungata, forse facendo scomparire un probabile esonartece o atrio. Ciò lo dimostrerebbe a nostro parere il fatto che le prime due arcate presso l’ingresso sono più basse e più strette di tutte le altre e forse ancora l’arco ogivale esistente a sinistra entrando.»L’anomalia si misura sulla planimetria in scala 1:50 allegata al libretto: la prima campata a ovest ha una luce di 2,30 m, le quattro centrali fra 3,05 e 3,15 m, l’ultima verso le colonne antiche 3,60 m. L’arco ogivale «a sinistra entrando» non si riconosce nelle fotografie e resta da verificare sul posto.Agnello nel 2014 legge la stessa anomalia in modo opposto. Nella sua ricostruzione grafica la chiesa nasce già con il perimetro attuale e il Trecento non la allunga: «I primi quattro pilastri a sinistra appartengono però a età aragonese e sono esito evidente di un ulteriore intervento di manutenzione». Le due scuole vedono la medesima cesura e ne danno spiegazioni inconciliabili: ampliamento verso ovest per Salonia, rifacimento di quattro sostegni per Agnello. Una terza voce sta nello stesso libretto, dove Paolo Giansiracusa elenca fra le particolarità dell’edificio «la notevole ampiezza delle prime due campate», a meno che i due non contino da estremi opposti.
La copertura nuova e la sopraelevazione dei muri
Allo stesso cantiere Salonia (1981, p. 15) collega la trasformazione più pesante subita dall’interno:«La bassa tenebrosa volta, che certamente pensiamo (come in molti edifici coevi) sia stata a botte con piccoli conci di pietra legati fra loro con gesso e comune malta, fu abbattuta e ricostruita da tettoia in legno a travature (capriate) scoperte, e i muri di alzato della nave centrale furono elevati di circa metri tre innestandovi delle finestre (un numero imprecisato) quasi sicuramente a feritoia, come quella dell’abside riscoperta e che fu poi murata.»Una prova materiale della sopraelevazione affiorò nel cantiere del Novecento: abbattuti nel 1945 il cornicione e le lesene che correvano sopra le arcate della navata centrale, «quì apparve un altro precedente intonaco e una tecnica muraria diversa andando verso l’alto, segno che la chiesa era stata sopraelevata in successione di tempo» (Salonia 1981, p. 24). Della copertura antica restano i pezzi trovati rifacendo il tetto nel 1956, «sei capriate originarie tre-quattrocentesche, parecchi puntoni e mensoloni».La cronologia, anche qui, non è pacifica. Agnello nel 2014 descrive una operazione identica, sopraelevazione del muro della navata centrale e apertura di finestre strombate, per la cattedrale dopo il terremoto del 1169, al tempo del vescovo Richard Palmer: nella sua logica un intervento simile a San Martino andrebbe alla fine del XII secolo. Nessuna fonte affronta il punto in modo diretto.
Il sinodo del gennaio 1389
La prima carta che nomina la chiesa è un decreto sinodale di tenore economico:«Il primo documento storico e ufficiale intorno alla chiesa si trova nel Sinodo diocesano celebrato dal Vescovo Tomaso de Erbes O.S.B. nel gennaio 1389; egli decretò tra gli articoli come prebende dei canonici della chiesa cattedrale, per la scarsezza della mensa canonicale, le chiese di S. Lucia extra-moenia, di S. Martino, di S. Pietro e di altre della vasta diocesi, essendo in quel tempo in pieno vigore l’opzione canonicale.»Nel 1389 San Martino non compare dunque come parrocchia, ma come prebenda assegnata a un canonico della cattedrale per integrarne il reddito, insieme a Santa Lucia fuori le mura e a San Pietro: il documento presuppone una chiesa già esistente e già dotata di rendite. Salonia non ne indica l’edizione né la segnatura, e non risultano edizioni a stampa dei sinodi siracusani anteriori al Seicento.Il vescovo è personaggio della grande crisi ecclesiastica del tempo. La cronotassi dei vescovi di Siracusa lo dà in sede dal 18 marzo 1388 al 14 marzo 1419; la tesi «Urbs fidelissima» (p. 22) lo inquadra nello scisma d’Occidente, sostenuto da Artale Alagona contro la nomina decretata in Aragona, e registra un errore di Rocco Pirri, che nel 1630 poneva l’elevazione al 4 marzo 1388 per opera di Bonifacio IX, eletto papa però solo il 2 novembre 1389.
Il Quattrocento: la parrocchia, la cappella, la latomia
La formula corrente «parrocchia eretta nel 1452» non corrisponde a quello che la fonte dice. Salonia non parla mai di erezione: scrive «certamente fin dal 1452 San Martino è chiesa parrocchiale» (1981, p. 15), e la prova che porta è una sola registrazione, letta in un antico registro della Cancelleria arcivescovile, oggi nell’archivio diocesano, che raccoglie le visite pastorali:«Nel 1452 a XV Settembre – 15 Ind. – Mons. Bononia in corso di sacra visita, si portò in S. Martino e vi trovò Parroco il sac. Antonio Castro; egli visita l’altare maggiore di detta chiesa e lo trova “ben fatto e composto con sopra un’icona della gloriosissima Vergine Maria, di S. Martino e di S. Lucia”.»La registrazione, così riassunta, contiene elementi che con il 1452 non stanno insieme. Nessun vescovo siracusano del Quattrocento si chiamò Bononia: nel 1452 la sede era retta da Paolo Santafè (1446-1460), mentre l’unico presule di quel nome è Girolamo Beccadelli di Bologna (1541-1560), che Pirri indicizza come «De Bononia Hieronymus Syracus.». Il parroco Antonio Castro coincide con l’Antonio De Castro che lo stesso Salonia (p. 29) dà parroco dal giugno 1529 al settembre 1562. L’indizione quindicesima non aiuta a decidere, perché fra 1452 e 1542 corrono sei cicli di quindici anni. E a p. 29 Salonia scrive che «il primo Parroco del quale si ha notizia» è don Vincenzo Jarruto, parroco dal 1510 al 1520, dimenticando l’Antonio Castro di quattordici pagine prima. Se la visita fosse del 1542, il Quattrocento perderebbe la sua unica prova esplicita di parrocchialità e la più antica attestazione sicura scenderebbe al 1510; il registro si conserva nell’Archivio storico diocesano e una lettura diretta chiuderebbe la questione. La descrizione dell’altare maggiore resta comunque la più antica notizia nota dell’interno e riguarda il polittico tuttora esistente.Il secondo documento quattrocentesco arriva doppiamente mediato. Salonia (1981, p. 15) scrive che Capodieci, nei suoi annali manoscritti conservati alla Biblioteca Alagoniana, «cita un atto pubblico in notaio Bartolomeo Palermo del 13 settembre 1462, dove si legge di una cappella fatta in S. Martino in onore di detto Santo». Il notaio è personaggio reale, citato da Capodieci anche per un rogito del 1451, e l’antiquario possedeva pergamene originali, il che spiega perché molti dei suoi dati non si ritrovino altrove. L’atto dice due cose: nel 1462 il titolo della chiesa era già quello attuale, e dentro l’edificio si volle un altare proprio del santo titolare.Nello stesso passo Salonia accosta alla cappella la latomia di Santa Venera, notizia che però viene da un’opera a stampa del 1813 e non da una carta quattrocentesca. Negli «Antichi monumenti di Siracusa» (t. I, p. 239, dentro il paragrafo 62 che si apre a p. 233) Capodieci scrive: «La quarta di S. Venera, in cui al di sopra esistono i vestigj della Chiesa, e delle pitture di detta Vergine, e Martire, nominata ancora del Salanitro con dentro acqua dolce sorgente, di pertinenza della Chiesa parrocchiale di S. Martino Vescovo». Salonia rinvia alla pagina d’apertura del paragrafo anziché a quella del passo e cita «era di proprietà» dove la stampa ha il presente «di pertinenza»; e nulla riferisce quel possesso al Quattrocento. Resta l’unica notizia a stampa di un bene fondiario della parrocchia.Di quei due secoli la chiesa conserva materialmente il portale con la sua data contestata, il paramento in conci della parte bassa della facciata, l’anomalia delle prime campate e quattro travi del tetto antico. Il resto è ricostruzione, congettura dichiarata o documento d’archivio che nessuno ha più riletto dopo il 1981.
Il portale del 1338
Il portale a sesto acuto al centro della facciata occidentale è l’elemento della chiesa che gli eruditi hanno guardato per primo e più a lungo: Salonia (1981, p. 14) scrive che «fino a pochi decenni addietro era l’unico elemento che denotava la vetustà del tempio». Si affaccia su via San Martino, stretta e senza marciapiedi, e dalla strada si vede quasi sempre di scorcio. Davanti alla soglia due gradini e una lastra di marmo sporgono sulla carreggiata; all’inizio del Novecento erano quattro.
Come è fatto
La descrizione di riferimento resta quella di Salonia (1981, p. 14): un portale «in pietra calcare a profonda strombatura», «ampiamente modulato da una fascia di esili colonnine con in cima eleganti e fluidi capitellini decorati da motivi floreali». L’archivolto si compone, dall’esterno verso l’interno, di una fascia piana e poi di tori separati da ampie gole, quattro sull’apice. Ciascuno stipite porta un fascio di cinque colonnine a fusto liscio, composte di più rocchi, separate da gole profonde e impostate su un basamento comune modanato con unghie angolari. I capitelli non sono singoli: formano un fregio continuo di foglie accartocciate, con abaco modanato, che corre senza interruzione da uno stipite all’altro e passa dietro l’architrave. Quattro tori contro cinque fusti non tornano, e la spiegazione più probabile è che il fusto più interno regga lo sguancio liscio anziché una ghiera: nessuna fonte a stampa dà i due numeri.Nessuna fonte pubblica le misure. Rapportate alla larghezza della chiesa data dalla pianta 1:50 del 1981, con un margine di circa il dieci per cento, danno una luce libera del portone di 2,0-2,1 metri, un’altezza fino all’architrave di 3,9-4,1 metri e una larghezza complessiva di 5,0-5,3 metri, circa metà della facciata.
La lunetta, il monogramma, lo stemma
Tutto quello che si legge oggi sul portale discende da una sola pagina del libretto del parroco:«La lunetta superiore cieca è tamponata da paramento lapideo piano di conci calcarei su cui si legge a grandi lettere gotiche il monogramma IHS XHS e sottostante su un blocco di marmo bianco che fa da architrave, ma pare aggiunto in età posteriore, vedesi inciso sebbene corroso dal tempo lo stemma della dinastia aragonese e la data MCCCXXXVIII» (Salonia 1981, p. 14).Da qui passano, con minime varianti, la scheda del Comune di Siracusa, quella di siracusaturismo.net validata dalla Soprintendenza, Wikipedia e la pubblicistica turistica: nessuna fonte indipendente da Salonia descrive monogramma, stemma o data.Che cosa si vede oggi. Il pannello esiste, incassato nella lunetta entro una cornice piana appena rilevata, con un rilievo a bassissimo aggetto molto corroso. Si riconoscono con sicurezza il titulus, cioè la barra orizzontale continua che corre in alto lungo tutta la scritta, due gruppi di tre lettere gotiche maiuscole e, come prima lettera del secondo gruppo, una X. Le altre cinque restano forme senza segni univoci, compatibili con I, H e S nel primo gruppo e con P oppure H, più S, nel secondo.Le letture divergono. Salonia e, dietro di lui, Wikipedia italiana danno IHS XHS. Giovanni Dall’Orto, che fotografò la lunetta il 15 ottobre 2008, nelle didascalie dei suoi file su Wikimedia Commons legge IHS XPS. La seconda è la lettura paleograficamente normale, perché XPS è il cristogramma latino corrente, chi-rho-sigma da ΧΡΣ, contrazione di Christus, mentre XHS è forma anomala, pure attestata nelle iscrizioni tardomedievali per assimilazione grafica a IHS. Sulle fotografie entrambe restano possibili, e la voce inglese di Wikipedia è l’unica enciclopedia che ammetta il problema e scriva che l’iscrizione consunta sopra la porta non si capisce.Più delicato il caso dell’architrave. Sulla ripresa frontale del 2019 e su quella a luce radente del 2008, la migliore per rilevare incisioni superficiali, la faccia a vista del monolite di marmo bianco venato di grigio appare liscia, senza traccia leggibile di scudo araldico o di cifre; si intravede soltanto un accenno di iscrizione sul bordo inferiore. Stemma e data non sono dunque verificabili in fotografia e vanno attribuiti alla testimonianza di Salonia. Le fonti divergono perfino su dove l’iscrizione stia: Salonia la mette sull’architrave, l’articolo di Libertà Sicilia del 20 dicembre 2018 scrive che «nel lunotto si legge la data incisa del 1338», Wikipedia italiana parla di «un grande blocco di marmo» sotto il monogramma.Sullo stemma le fonti tacciono su tutto ciò che conterebbe: Salonia lo dice «della dinastia aragonese» e nessuno ne descrive campo, partizione, figure o smalti, né lo attribuisce a un committente. Va segnalata poi una riscrittura che circola come se fosse sua: Wikipedia italiana scrive che lo stemma «risalente ad epoca spagnola, è un’aggiunta posteriore rispetto all’incisione in alfabeto gotico», ma nel libretto l’incidentale «ma pare aggiunto in età posteriore» si riferisce grammaticalmente al blocco di marmo e non allo stemma, e di «epoca spagnola» non si parla.
La data e il suo statuto documentario
Leggono 1338 Salonia, il Comune di Siracusa, siracusaturismo.net, le tre voci di Wikipedia e le didascalie di Dall’Orto. Le fonti a stampa più antiche non conoscono alcuna data e portano il portale al Quattrocento. L’«Elenco degli edifizi monumentali in Italia» del Ministero della pubblica istruzione registra nel 1902, a p. 449, «Chiesa parr. di S. Martino (porta principale, sec. XV)», accanto a «Chiesa di S. Giovanni (facciata, sec. XV)», a «di S. Nicola (porta principale, sec. XV)» e a Palazzo Montalto, dato al secolo XIV; lo stesso volume premette che «L’elenco che si pubblica non può dirsi completo, nè perfetto». Mauceri, nel 1909, pubblica la tavola del portale ma nel testo non nomina mai la chiesa né la data, mentre riporta il portale marmoreo del 1501 della chiesetta dei Miracoli e l’iscrizione del 1397 di palazzo Montalto: è un argomento a silentio, e viene da un allievo di Paolo Orsi attentissimo alle epigrafi.La menzione più antica del portale è di un erudito che non lo data. Giuseppe Maria Capodieci, nelle «Tavole delle cose più memorabili della storia di Siracusa» stampate a Messina nel 1821 (pp. 35-36), lo elenca fra i pochi avanzi medievali della città e di quelle fabbriche scrive che «le colonne sono sottili, e gli archi di secondo, terzo, e fin anche di quarto acuto».Il 1338 va quindi preso per quello che è, una lettura tramandata da Salonia e accolta dalla scheda validata dalla Soprintendenza, non verificabile oggi in fotografia né su testimonianze anteriori al 1981. A complicarla c’è la cautela del suo unico testimone: se il blocco di marmo «pare aggiunto in età posteriore», la data potrebbe essere un riporto successivo. Resta comunque la più antica notizia materiale sulla chiesa, la cui prima attestazione documentaria è di mezzo secolo dopo, il sinodo del gennaio 1389 del vescovo Tomaso de Erbes.Circolano anche letture sbagliate. Il PDF del Comune di Siracusa «Siracusa. I tesori d’Italia e l’Unesco» stampa 1388 al posto di 1338, e il refuso ricorre in alcune didascalie su Wikimedia Commons; il portale CityMapSicilia assegna la porta al Seicento; la prima versione della voce di Wikipedia italiana, del 15 ottobre 2006, diceva il portale «risalente al periodo normanno», senza fonte.Aragonese-catalano, chiaramontano o nessuno dei due
L’etichetta stilistica corrente nasce anch’essa a p. 14: «il tutto denota un chiaro e squisito prodotto di arte aragonese-catalana». La formula passa identica nella scheda del Comune e in quella di siracusaturismo.net, Wikipedia la attenua in «risalente all’età aragonese», il circuito delle Vie dei Tesori parla di «portale aragonese-catalano innestato nel Trecento». La coppia di aggettivi non nasce con il parroco: è il titolo di un libro dell’archeologo Giuseppe Agnello, «L’architettura aragonese-catalana in Italia», Palermo 1969, cioè della massima autorità siracusana sull’architettura medievale dell’isola. Che Salonia l’abbia mutuata da lì è verosimile e resta congettura, perché il libretto è privo di note e di bibliografia.La formula ha un problema di cronologia che nessuna fonte divulgativa affronta. Secondo la voce «Sicilia» dell’Enciclopedia dell’Arte Medievale, sezione «Architettura» firmata da Pio Francesco Pistilli, gli apporti catalano-aragonesi entrano nell’isola con la nuova classe dominante di origine ispanica dopo gli avvenimenti del 1392 e il ricongiungimento al regno d’Aragona sancito nel 1412, e palazzo Montalto del 1397 è «l’ultima espressione» della corrente artistica indigena che li precede. Applicare l’etichetta a un portale datato 1338 significa anticiparla di oltre mezzo secolo. Questo non toglie nulla all’osservazione visiva di Salonia, perché fasci di colonnine sottili, capitelli a fogliame arricciato e archivolto a tori digradanti appartengono a un repertorio gotico mediterraneo di lunga durata: la distinzione da tenere ferma è quella fra le forme e l’etichetta culturale.Quanto a «chiaramontano», al portale di San Martino il termine non è mai stato applicato da nessuno. A Siracusa si usa per palazzo Montalto, che Lucia Acerra (2020) dice costruito nel 1397 e improntato allo «stile gotico-catalano o chiaramontano» dal nome della famiglia Chiaramonte. La categoria è discussa alla radice: l’Enciclopedia dell’Arte Medievale ricorda che una corrente chiaramontana con un proprio vocabolario architettonico, proposta da Pietro Toesca nel 1951, è «tesi comunque non accolta concordemente dalla critica», con rinvio a Giuseppe Spatrisano, «Lo Steri di Palermo e l’architettura siciliana del Trecento» (1972). Contro ogni lettura che faccia del portale l’ingresso dell’arco acuto in città va poi ricordato che per Giuseppe Michele Agnello (2014, pp. 14-15) «le prime prove di architettura archiacuta a Siracusa risalgano agli albori del XIII secolo».I confronti in Ortigia
L’elenco di Capodieci del 1821 mette San Martino accanto agli altri portali medievali delle parrocchiali di Ortigia, quelli della chiesa di San Giovannello, della chiesa di San Pietro e della chiesa di San Tommaso Apostolo, più la porticina della sagrestia di Sant’Omobono, e li affianca ai portoni dei palazzi e alla porta marmorea del Castello Maniace. È lo stesso gruppo che l’inventario del 1902 assegnerà in blocco al secolo XV e che gli itinerari turistici chiamano oggi «portali aragonesi»: il percorso «Ortigia Gotica. I portali Aragonesi» dell’associazione Centro Turismo Ambientale Sicilia mette San Martino in fila con palazzo Montalto, la Galleria Regionale di Palazzo Bellomo, palazzo Salonia, Porta Marina e la torre di Bosco Minniti. La fortuna dell’etichetta è documentata; la sua fondatezza, per San Martino, no.Il confronto cronologicamente più prossimo al 1338 non sta in Ortigia. Pistilli colloca fra le imprese patrocinate dai sovrani aragonesi prima dell’affermazione del baronaggio il portale principale di Santa Maria della Valle a Messina, di inizio secolo XIV, e la facciata del duomo di Messina, attorno al 1330.Il portone di castagno
I battenti che si vedono oggi sono novecenteschi. La tavola pubblicata da Enrico Mauceri nel 1909 (p. 91) con la didascalia «Chiesa di S. Martino. Il portale», la più antica fotografia a stampa del monumento, documenta lo stato precedente: quattro gradini più la soglia, un portone semplice a battente liscio con una piccola apertura rettangolare, la strada in acciottolato, rappezzi e tamponature nel paramento intorno al portale. Nei lavori finanziati dall’arcivescovo Luigi Bignami il portale «venne riparato dai guasti del tempo, poiché era un poco corroso», e insieme «vennero rifatti in pietra dura i gradini di accesso alla Chiesa e il gran portone in legno castagno con intonato elegante disegno» (Salonia 1981, p. 19). Il portone attuale è a due ante, con sei file di quattro formelle e borchie. Nessuna fonte ne nomina l’artefice, e per il portale di pietra non esiste alcun nome di architetto, di lapicida o di maestranza.Restano da vedere sulla pietra tre cose che nessuna fotografia può chiudere: la seconda metà del monogramma, se l’architrave porti davvero uno scudo e una data e su quale faccia, e che stemma sia. Il titolo più pertinente, «Portali e finestre nell’architettura siciliana del Trecento» di Giuseppe Spatrisano, in Palladio, nuova serie, 18 (1968), pp. 61-74, non è digitalizzato.La facciata
La chiesa guarda a occidente e il suo prospetto è l’unico fronte che si veda per intero da una strada pubblica: il fianco meridionale è addossato per tutta la lunghezza alle case di via San Martino, quello settentrionale si scorge soltanto oltre il muro del cortile, l’abside affaccia sul Lungomare d’Ortigia fra due edifici. Salonia (1981, p. 13) avverte che le abitazioni addossate «non vanno al di là di questo secolo XX, o della seconda metà del precedente secolo». La via è stretta: nel rilievo di OpenStreetMap l’asse stradale corre a meno di tre metri dal muro di facciata e fra le due fronti si misurano poco più di cinque metri, ed è questa la ragione per cui quasi tutte le fotografie del prospetto sono riprese di scorcio.Le misure pubblicate sono poche. Il poligono di OpenStreetMap assegna al fronte occidentale 10,5 metri. La planimetria in scala 1:50 allegata al libretto di Salonia quota all’interno una navata centrale di 4,50 metri e navatelle di 1,85 e 2,10, mentre il testo dello stesso libretto (1981, p. 11) le dice entrambe «larghe appena metri 1,80». Per le altezze nessuna delle fonti consultate dà un dato: le sole quote disponibili sono quelle della Carta Tecnica Numerica della Regione Siciliana, che pone la gronda della navata a 20,58 metri sul livello del mare e il piano stradale davanti alla chiesa a 9,42, cioè un alzato di circa undici metri, e la gronda del campanile a 24,23 metri. Nelle riprese frontali il portale con i suoi fasci di colonnine occupa all’incirca metà della larghezza del prospetto.
Il rosone

«Il giovane Gallone realizzò col gesso un perfetto calco del rosoncino di S. Giovanni che a pezzi ricompose sul pavimento della chiesetta ortigiana e per la pietra furono scelte alcune “balate” che sostenevano l’inferriata, appena demolita del Duomo. I colpi sapienti dello scalpellino trasformarono la pietra squadrata, in conci sagomati per la cornice circolare, e in frammenti di merletto che calzavano perfettamente nel calco di gesso.»A murare i pezzi con sabbia e calce bianca fu, secondo la stessa fonte, Giuseppe Adorno, muratore di Avola. Il rosone è dunque la copia diretta di un modello antico, ricavata da un calco in gesso e intagliata in pietra di reimpiego.Resta aperto se sotto la finestra settecentesca ci fosse davvero un rosone trecentesco. Salonia (1981, p. 19) afferma di sì, ma la notizia è di seconda mano: «dagli operai che lavorarono alla rielaborazione della facciata ci è stato detto che furono trovate tracce sicure del rosone trecentesco». L’esecutore, intervistato a novantasette anni, nega: «Quel rosone non ha sostituito un bel niente; al suo posto c’era nel 1917 una finestra rettangolare, e io questo lo so bene, perché quel rosone l’ho fatto io, tutto con le mie mani». Due testimonianze orali raccolte a decenni di distanza, nessuna delle quali poggia su un documento.Discorde è anche la data. Salonia (1981, p. 14) scrive 1915, e con lui il Comune di Siracusa e siracusaturismo.net; Garofalo lo data 1919; le didascalie che Giovanni Dall’Orto appose alle sue fotografie del 15 ottobre 2008 su Wikimedia Commons dicono 1917; la Wikipedia in tedesco dà 1916 o 1917 citando a sostegno proprio la pagina che stampa 1915; la Wikipedia in italiano si limita a collocarlo nei restauri del 1905-1919. La testimonianza di Gallone, che nel 1917 vedeva ancora la finestra rettangolare e fu lodato da Bignami alla riapertura della chiesa nel 1919, porta verso gli ultimi anni della forbice, ma non chiude la questione.
La parte alta e i raccordi
Dall’altezza del rosone in su il paramento cambia. Il campo centrale è liscio e chiaro, in muratura comune intonacata, racchiuso fra due fasce verticali di conci, e corrisponde al rifacimento che seguì il 1693: il prospetto caduto, scrive Salonia (1981, p. 18), fu rifatto «con muratura ordinaria a pezzame». La discontinuità si legge a occhio nudo nelle fotografie.Il coronamento è un timpano a capanna sulla navata centrale, con una croce di pietra al vertice. Nella tavola Alinari che riproduce il prospetto prima dei restauri si distinguono, oltre alla finestra rettangolare, la croce e un elemento a pigna, e sull’angolo sinistro il campanile a vela con le campane appese, che Salonia dice sostenute da «tre semplici pilastri angolari» a p. 15 e da «due scarni disadorni e bassi pilastri» a p. 25, contraddicendosi di dieci pagine. Quel campaniletto fu demolito quando, fra il 1° dicembre 1948 e il 13 marzo 1949, l’impresa Giovanni Garipoli costruì all’angolo nord la torre campanaria su progetto del professor Orazio Nocera, approvato dalla Soprintendenza (Salonia 1981, p. 25); il pieghevole di Garofalo data invece la torre al 1947 e dice che sostituì una «bassa struttura trecentesca originaria», cosa che il libretto non conferma.A destra, cioè a sud, il timpano si raccorda alla navatella con uno spiovente più basso, servito da un pluviale, e il muro della chiesa si accosta senza soluzione di continuità a un edificio di tre piani intonacato di bianco crema, i civici 3 e seguenti di via San Martino, con aperture ad arco al piano terra, balconi ai due piani superiori e tetto a coppi. La Carta Tecnica Numerica gli assegna un’altezza di 11,1 e 11,6 metri sopra il piano stradale, poco più della navata della chiesa, e sulla sua parete sono fissate la targa della chiesa e una lanterna in ferro. Sul lato opposto la torre campanaria occupa l’angolo e assorbe il coronamento della navatella settentrionale. La facciata risulta così asimmetrica, chiusa a sinistra da una costruzione della metà del Novecento e a destra dalle case della via, che Salonia non fa risalire oltre la seconda metà dell’Ottocento, e delle tre parti che la compongono, il basamento in conci, la fascia rifatta dopo il terremoto e il rosone del primo Novecento, solo la prima appartiene alla chiesa medievale.Il campanile e le campane
La torre campanaria si alza all’angolo nord-ovest dell’edificio, sulla sinistra di chi guarda la facciata risalendo la via San Martino, e appartiene per intero al Novecento. Il cantiere che la costruì è l’unico episodio della storia della chiesa di cui si conoscano il giorno d’inizio e il giorno di fine, perché li annotò entrambi Giuseppe Salonia, parroco di San Martino, nel libretto sulla chiesa che i cataloghi assegnano al 1981.Il campanile a vela che c’era prima
Salonia esclude che l’edificio medievale avesse un campanile vero e proprio:«Pare certo che non vi fosse campanile inserito nella facciata e solo in tempi non lontani all’angolo sinistro furono elevati tre semplici pilastri angolari per sorreggere le due campane, come un campanile a vela» (Salonia 1981, p. 15).Dieci pagine dopo, descrivendo lo stesso manufatto alla vigilia della demolizione, lo stesso autore conta però «due scarni disadorni e bassi pilastri» che sostenevano «le due campane sei-settecentesche», e aggiunge che quella struttura «voleva forse essere un campanile a vela come si vede in qualche chiesa anche della nostra città» (Salonia 1981, p. 25). Due o tre pilastrini: la contraddizione sta dentro lo stesso libretto, e nessuna delle due versioni viene argomentata.L’unica immagine che documenti quello stato è la tavola fuori testo intitolata «Prospetto della chiesa prima dei restauri», che Salonia (1981, p. 19) dichiara «fornitaci dalla Società Alinari di Firenze». Vi si riconoscono la finestra rettangolare che occupava il posto del rosone, la croce di pietra al vertice del coronamento e, sull’angolo sinistro, il campanile a vela con le campane appese. Nella riproduzione tipografica si contano tre montanti verticali, un pilastro basso a sinistra, uno più alto al centro e un terzo a destra, il che darebbe ragione alla pagina 15 contro la pagina 25; la stampa è però a retino grosso e la lettura resta incerta. Il negativo originale Alinari, che permetterebbe di datare con precisione quello stato del prospetto, non risulta rintracciato nelle fonti consultate. L’altra fotografia antica nota, la tavola dedicata al portale di San Martino nel volume di Enrico Mauceri del 1909, si ferma poco sopra l’arco d’ingresso e non arriva al coronamento.Sull’età del campanile a vela le fonti divergono. Salonia lo dice recente, sorto «in tempi non lontani», e lo colloca su una porzione di prospetto che era stata ricostruita dopo il terremoto del 1693, quando la parte alta della facciata rovinò insieme al rosone e fu rifatta «con muratura ordinaria a pezzame» (Salonia 1981, p. 18). Il pieghevole parrocchiale di Angelo Garofalo scrive invece che la torre novecentesca venne a sostituire la «bassa struttura trecentesca originaria» (Garofalo, p. 3), cioè attribuisce al campanile a vela un’origine medievale. Garofalo non porta documenti a sostegno dell’affermazione, e nella stessa pagina sostiene che nel 1693 la chiesa rimase pressoché indenne, cosa che Salonia e i cataloghi sismici smentiscono.
La torre del 1948-1949

«Si volle costruire un semplice campanile a torre per adornare la facciata e far sentire meglio intorno il suono delle campane. Il prof. Nocera Orazio, sotto la guida del precitato arch. Agati, preparò disegno e progetto che fu approvato dalla Sovrintendenza ai Monumenti: l’impresa Giovanni Garipoli lo costruì lavorando dal 1° dicembre 1948 al 13 marzo 1949, e alla fine vi furono collocate, in aggiunta a quella più grande esistente da tempo, due altre grosse campane prese dalla chiesetta del SS. Nome di Gesù, chiusa al culto, dietro concessione dell’Arcivescovo» (Salonia 1981, p. 25).Se ne ricavano quattro dati: il progetto è del professor Orazio Nocera, la direzione è dell’architetto siracusano Sebastiano Agati, l’approvazione viene dalla Soprintendenza ai Monumenti, l’esecuzione è dell’impresa di Giovanni Garipoli, che lavorò tre mesi e mezzo. È anche l’unico intervento della chiesa per cui Salonia dichiari espressamente l’approvazione di un progetto da parte della Soprintendenza. Agati, che era stato collaboratore di Paolo Orsi e aveva guidato il primo ciclo di restauri all’inizio del secolo, morì a Siracusa il 27 novembre 1949, pochi mesi dopo la fine del cantiere: il campanile è l’ultima opera di San Martino in cui compaia il suo nome.Su Orazio Nocera e sull’impresa Garipoli le fonti consultate non aggiungono nulla. Nessun repertorio restituisce altre opere a loro nome, e il titolo di «prof.» con cui Salonia indica il progettista non trova spiegazione in albi professionali o annuari. Sono due nomi noti soltanto da questa pagina.Anche la data ha una versione concorrente. Garofalo (p. 3) colloca la «torre campanaria» al 1947, dentro una stagione di lavori che fa cominciare nel 1917 e terminare nel 1961. Fra le due indicazioni la più forte resta quella di Salonia, che del cantiere era il committente e che registra le date estreme al giorno.
Forma, materiali e misure

Le tre campane
La notizia più antica su una campana di San Martino è un acquisto dell’Ottocento. Secondo la scheda di Aretusapedia sulla piazzetta dei Cavalieri di Malta, dopo la soppressione degli ordini religiosi del 1866 l’ex chiesa di San Leonardo dei Cavalieri di Malta fu confiscata dal Demanio e concessa in uso alla Società Operaia «Archimede», che vi tenne una scuola serale popolare; «nel 1878 la campana dell’ex chiesa venne venduta alla parrocchia di San Martino per la somma di 329 lire, e trasferita sul campanile di quella chiesa». L’edificio di provenienza passò poi in parte a privati e fu ridotto a segheria, con danni pesanti alle strutture.La parola «campanile» in quella notizia va letta per quello che significava allora, perché la torre sarebbe stata costruita settant’anni dopo: nel 1878 le campane di San Martino stavano sui pilastrini dell’angolo sinistro del prospetto. Le due che vi erano appese fino al 1948 Salonia le dice «sei-settecentesche» (1981, p. 25), senza indicare su quale base dati quella datazione.Nel marzo del 1949, a torre finita, furono collocate lassù due grosse campane prese dalla chiesetta del Santissimo Nome di Gesù, chiusa al culto, per concessione dell’arcivescovo. Dalla stessa chiesetta proviene, secondo Salonia (1981, p. 27), il grande crocifisso ligneo della navatella destra, e il suo nome sopravvive ancora nella via Nome di Gesù di Ortigia. Sommando la campana «più grande esistente da tempo» che il parroco dice di avere rimesso in opera, le campane del nuovo campanile sono tre. Le fotografie ne mostrano appese a travi metalliche dentro le celle, ma nessuna ripresa dal basso le inquadra tutte insieme.Nel racconto di Salonia restano due silenzi. Il primo riguarda la sorte della seconda campana vecchia: sul campanile a vela ce n’erano due, sulla torre ne fu rimessa una sola, e del destino dell’altra il libretto non parla. Il secondo riguarda l’identità della campana conservata, che Salonia chiama soltanto «quella più grande esistente da tempo» senza collegarla all’acquisto del 1878, che del resto non nomina mai.Alcune ricostruzioni divulgative in rete raccontano la vicenda al contrario, e cioè che le due campane del Nome di Gesù presero il posto di quella comprata dai Cavalieri di Malta. Le due versioni non possono stare insieme. Quella di Salonia ha dalla sua il fatto che l’autore era il parroco in carica nel 1949 e scriveva di un cantiere che aveva promosso e seguito di persona.Di queste tre campane nessuna fonte consultata dà i fonditori, le date di fusione, le iscrizioni, le note musicali, i diametri o i pesi. Sono dati che si possono rilevare soltanto salendo nella cella, e finché non li si rileva la storia delle campane di San Martino resta ferma a poche righe di Salonia e alla notizia di una vendita del 1878 per 329 lire.I fianchi, l’abside e il cortile
La chiesa è incastrata dentro l’isolato, e di quattro lati se ne lasciano guardare due: la facciata a ovest, su via San Martino, e un tratto del fianco settentrionale, oltre il muro di un cortile. Il tracciato di OpenStreetMap dà all’edificio un asse quasi esattamente est-ovest, con azimut di circa 88,5 gradi, e una superficie di 318 metri quadrati; la facciata guarda la strada stretta, l’abside guarda il mare. Salonia (1981, p. 10) fa di questo orientamento un argomento di antichità e lo contrappone a quello della basilica di San Pietro intra moenia, che nella sua fase antica a oriente non era rivolta.Il fianco settentrionale
Il lato nord è l’unico fianco lungo che si veda da spazio pubblico, dal Largo dei Bellomo e da via San Martino. Nel tracciato di OpenStreetMap se ne contano 18,5 metri liberi, affacciati sul cortile, prima che gli ultimi 8,8 metri spariscano dietro l’edificio contiguo. Dal basso verso l’alto si leggono il tettuccio a coppi della navatella, poi il muro d’alzato della navata centrale, intonacato, poi il tetto a due falde della navata: le coperture visibili da fuori sono quelle rifatte nel 1956 per la nave mediana e nel maggio 1958 per le navatelle (Salonia 1981, pp. 25-26). La Carta Tecnica Numerica 1:2000 della Regione Siciliana colloca la gronda della navata a 20,58 metri sul livello del mare e il terreno a 9,42, cioè poco più di undici metri di alzato sul cortile, e la gronda del campanile a 24,23 metri.Su quel muro d’alzato il fianco conserva la traccia più leggibile dei restauri del Novecento. Le grandi finestre rettangolari e leggermente arcuate erano state aperte al posto delle antiche feritoie nelle trasformazioni seguite al terremoto del 1693 (Salonia 1981, p. 18). Nel 1949, per accordare i muri della navata alla monofora dell’abside riscoperta poco prima, furono chiuse tutte e tre per lato e sostituite da altrettante monofore «a strombatura larga e profonda», con vetri nuovi; l’anno successivo, scrive Salonia (1981, p. 25), lo stesso fu fatto per le finestre della navatella settentrionale.
Il cortile giardino e il cimitero parrocchiale
Fra il Largo dei Bellomo e il fianco della chiesa OpenStreetMap registra un giardino recintato di 202 metri quadrati. Dentro ci sono una palma da datteri, con i caschi ben visibili nelle fotografie dell’ottobre 2008 pubblicate su Wikimedia Commons, e alberelli sempreverdi, probabilmente agrumi; nell’ortofoto del 2022 le chiome occupano quasi tutto il recinto. L’altezza della palma, misurata per confronto con il campanile nelle fotografie, sta attorno ai 10-12 metri, con un margine largo perché le riprese sono molto ravvicinate. Il pieghevole di Angelo Garofalo, stampato senza indicazione di editore e di anno, ricorda in questo giardino una fontana murale in pietra calcarea del Seicento: le altre fonti consultate non la nominano.Questo spazio è, per Salonia, la memoria del cimitero della parrocchia. Il passo è cauto e va riportato per intero, perché su di esso poggiano tutte le affermazioni successive:«La nostra Chiesa non aveva certamente dal lato settentrionale addossate abitazioni civili, ma vi era un “viridarium” cioè un piccolo giardino, che pensiamo sia stato o sia poi diventato il cimitero parrocchiale, a somiglianza delle altre chiese parrocchiali della città o appartenenti a Confraternite o a Case Religiose; i libri parrocchiali dei defunti, esistenti fin dal 1600, ripetono chiaramente “sepultus est in hac parochiali Ecclesia Divi Martini”, ma non esiste un cimitero sotterraneo» (Salonia 1981, pp. 12-13).La formula latina dei registri, «fu sepolto in questa parrocchiale chiesa di San Martino», è l’attestazione più ripetuta e più ordinaria del titolo parrocchiale, e dice che si seppelliva dentro l’aula, non in una cripta. Il verbo «pensiamo» indica un’ipotesi, e come tale va tenuta: nessuna delle fonti consultate documenta sepolture nel giardino. I saggi di scavo del 1961 diedero invece prova di quello che stava sotto il pavimento della chiesa, cioè un grande ossario comune presso il battistero, uno più piccolo presso il confessionale della navatella settentrionale e fosse vuote in ogni intercolunnio, tutto reinterrato e lasciato come prima; Salonia si chiede se le ossa venissero dal terremoto del 1693 oppure dal cimitero parrocchiale, e lascia la domanda aperta (1981, p. 26). In quel punto il libretto stampa «11 gennaio 1963», uno dei tre refusi di stampa per 1693.
Il muro curvo, il cancello e il Largo
Il recinto è fatto di due pezzi diversi. Verso via San Martino corre un alto muro intonacato e curvo, censito in OpenStreetMap per 14,4 metri, che parte da un pilastro quadrato all’angolo del Largo e muore contro lo spigolo nord-ovest della chiesa, cioè contro il campanile: intonaco giallo ocra, coronamento in pietra sporgente e modanato, zoccolo di grandi conci di calcare su due corsi per circa un metro, un incasso rettangolare cieco a mezza altezza e, vicino alla chiesa, un incasso verticale a forma di porta. L’altezza si può solo stimare fra 3,5 e 5 metri, e la stima resta debole perché le fotografie sono scattate dal basso e con obiettivi corti. Le stesse fotografie raccontano la manutenzione del muro: scrostato e percorso da colature nere nel febbraio 2008, reintonacato e pulito nell’ottobre dello stesso anno, ancora pulito nel 2009 e nel 2013, di nuovo con colature scure nel 2019.Verso il Largo il recinto si abbassa a un muretto di 11,1 metri, con intonaco color sabbia, copertina liscia, una lunga feritoia orizzontale coperta di rampicante e un cancello di ferro a bacchette verticali fra due pilastrini. È l’unico accesso al cortile, e OpenStreetMap gli assegna il civico Largo dei Bellomo 1.Il Largo stesso, 294 metri quadrati per un ingombro di circa 17 per 21 metri, è recente. Le tavole del Piano Particolareggiato di Ortigia del 1987 mostrano al suo posto un corpo edilizio a una elevazione verso via San Martino e uno a tre verso via Capodieci, mentre il muro curvo del giardino era già lì: la piazzetta da cui oggi si guarda il fianco della chiesa nasce dunque da demolizioni avvenute fra il 1987 e il 2008, e la data precisa non risulta dalle fonti consultate. Prende nome dal palazzo che le sta di fronte, sede della Galleria Regionale di Palazzo Bellomo, che Salonia (1981, p. 10) chiamava «Palazzo Bellomo-Parisio-Salonia» aggiungendovi il proprio cognome.Il fianco meridionale
Del lato sud non si vede nulla. Per tutti i 29,1 metri rilevati da OpenStreetMap il muro è addossato a edifici di abitazione, e la chiesa vi comunica soltanto attraverso una porta laterale di legno, registrata nella planimetria pubblicata da Salonia (1981, tavola fuori testo) come un varco di circa 1,1 metri a una quindicina di metri dalla facciata.Sulla data di quelle case Salonia è netto: le abitazioni addossate «non vanno al di là di questo secolo XX, o della seconda metà del precedente secolo» (1981, p. 13). Sono quindi costruzioni di fine Ottocento e Novecento, e il giudizio che ne dà è insieme di condanna e di sollievo, perché quelle case povere «per un caso fortunato non avevano alterato nè mutato la struttura architettonica», a differenza di quanto era accaduto alla basilica di San Pietro intra moenia (1981, p. 21). Sotto il parroco Filippo Rapaglià, in carica dal 1921 al 1931, la Santa Sede acquistò per 50.000 lire la casa canonica addossata alla chiesa, che affacciava sulla via Mentana, oggi Lungomare Ortigia 11 (Salonia 1981, p. 32).Su questo fianco il dibattito sulle origini ha lasciato un’ipoteca: Giuseppe Michele Agnello (2014, p. 8), sulla scorta della tesi inedita di M. V. Fagotto, assegna al primo impianto, insieme all’abside e ai primi filari di conci della facciata, «lo spesso muro meridionale della navata destra».La testata orientale e l’abside
A oriente la chiesa scende verso il mare. Via San Martino perde 3,3 metri di quota nei suoi settanta metri di sviluppo, e il Lungomare d’Ortigia corre più in basso ancora: secondo la planimetria del 1981 l’abside sporge di circa 2,1 metri oltre il muro di testata e misura circa 5,4 metri di diametro esterno, mentre OpenStreetMap registra su quel fronte un tratto libero di 7,8 metri fra due edifici, a meno di quattro metri dall’asse della strada. Il tracciato della testata è però schematico e non disegna il semicerchio, per cui la forma dell’abside sul terreno resta affidata al rilievo del 1981.Il passo di Salonia su questo lato è il solo che descriva l’esterno dell’abside e l’unico che ne dia una misura:«Quest’abside, che all’esterno nel lungomare (d’Ortigia) a pochi metri dal sottostante Jonio, è inglobata in parte in alcune costruzioni civili, ha un alto zoccolo con forte aggetto e un dislivello tra il piano interno e il piano stradale di circa tre metri. Se venisse dispogliata da queste fabbriche che la oscurano, i passanti certamente ne avrebbero una indimenticabile visione di bellezza e grazia» (Salonia 1981, p. 22).Il libretto si contraddice a pochi fogli di distanza: a p. 13 dà il lato orientale ancora libero e immagina chi passa dalla via sottostante mentre «ammira l’armoniosa sagoma dell’abside e delle adiacenze», a p. 22 dice la stessa abside in parte inglobata da fabbriche che la oscurano e ne auspica la liberazione. Le due pagine descrivono lo stesso muro, e la seconda è quella scritta a lavori finiti, con il rilievo in mano.Lo zoccolo aggettante è anche il punto in cui la lettura dell’edificio si biforca. Salonia lo elenca fra gli indizi di arcaicità, insieme al paramento a nove assise di conci e alla monofora priva di cornice esterna. Agnello (2014, p. 15) descrive gli stessi elementi come caratteri comuni a San Martino, a San Tommaso Apostolo e a San Nicolò, cioè a un gruppo di chiese di età normanna e sveva: «abside estradossata a conci a faccia vista con finestre a feritoia» e «alta zoccolatura con sguincio notevole, non molto dissimile da quello di palazzo Bellomo». È lo stesso muro, letto da due studiosi a sei secoli di distanza l’uno dall’altro, e la questione appartiene al capitolo sulla datazione.Di quello che c’è oltre il muro orientale delle navatelle si sa poco. L’oculo strombato della navatella settentrionale fu aperto ex novo nei restauri del primo Novecento «con il consenso della famiglia Lantieri dalla cui proprietà prende luce», mentre quello della navatella meridionale è la trasformazione di una finestra rettangolare forse settecentesca (Salonia 1981, p. 22). Le fonti fotografiche consultate non restituiscono l’esterno della testata orientale, e il fronte dell’abside sul Lungomare resta, per ora, l’unico lato della chiesa che nessuna immagine disponibile documenta.
L’interno: pianta e struttura
Dietro il portale lo schema è basilicale e privo di complicazioni: tre navate divise da due file di pilastri, sei arcate a tutto sesto per lato, una sola abside semicircolare in asse con la navata di mezzo e nessuna abside nelle navatelle. La descrizione di riferimento resta quella di Giuseppe Salonia, parroco dal 17 agosto 1941 e direttore dei restauri fra il 1944 e il 1965:«Una doppia fila di robusti pilastri a sezione rettangolare, in una veloce fuga prospettica, formati da grossi quadroni a spigoli vivi, saldati nelle giunture frontali con malta cementizia e coronati da una variegata cornice aggettante, sostengono gli archi a tutto sesto (sei per lato) che suscitano una profonda impressione di forza e profondità; pilastri ed archi sono leggermente diversi nelle misure» (Salonia 1981, p. 11).
I pilastri e le arcate

Le due colonne di reimpiego
All’estremità orientale le ultime due arcate poggiano non su pilastri ma su due colonne antiche addossate al muro di levante, riapparse nel primo ciclo di restauri quando furono spicconate le arcate che fiancheggiavano l’abside: «una di marmo a sinistra, l’altra di granito a destra», scrive Salonia (1981, p. 20), «certamente di origine classica e riutilizzate». Guardando verso l’abside, il marmo sta a nord e il granito grigio a sud.I due capitelli hanno «differente altezza (cm. 44 quello a sinistra, cm. 35 quello a destra) e mostrano diversa fattura e stile diverso, quantunque siano ambedue di marmo risplendente». Il settentrionale è corinzio, con foglie d’acanto «mutile e scalpellate, ridotte a un torso informe» quando la colonna era stata inglobata in un pilastro, poi scomparso nella spicconatura; sul retro sopravvivono foglie di gesso, legate perché minacciavano di staccarsi. Il meridionale ha «una corona di larghe foglie carnose lanceolate». Anche le basi differiscono, e quella settentrionale fu lasciata a vista in un pozzetto (1981, pp. 20-21). Sulla colonna di marmo Salonia segnala infine un segno che nessun’altra pubblicazione consultata descrive o rileva, e lo presenta come domanda: «Sulla stessa colonna vediamo incisa una croce di tipo bizantino: è forse un segno della consacrazione originaria della Chiesa?» (1981, p. 21). Per confronto rimanda alla Galleria Regionale di Palazzo Bellomo, che conserva «tre capitelli marmorei simili al tipo della chiesa di San Martino».Le misure della planimetria del 1981
L’unico rilievo quotato reso pubblico è la tavola fuori testo allegata al libretto di Salonia, didascalizzata «SEZIONE ORIZZONTALE A QUOTA 1 DAL PIANO DEL PAVIMENTO SCALA 1:50». Il disegno non porta firma del rilevatore, né data, né freccia del nord.Le quote corrono lungo le due file di sostegni. Sul lato nord, da ovest a est: 2,30 m dal muro dei vani d’ingresso al primo pilastro, poi pilastri di 0,95, 0,95, 0,95, 1,00 e 1,05 alternati a luci di 3,05, 3,10, 3,06, 3,05 e 3,60, l’ultima fino alla colonna. Sul lato sud i pilastri misurano 0,90, il quinto 1,05, e le luci 3,15, 3,15, 3,15, 3,05 e 3,60. Le due catene sommano entrambe 18,40 m, cui si aggiungono i 5,20 m dal quinto pilastro al filo della corda absidale, per un totale di 23,60 m scritto sul disegno. Le larghezze nette danno 4,50 m per la navata centrale, 1,85 m per la navatella nord e 2,10 m per quella sud.Qui il disegno e il testo dello stesso libretto divergono due volte. Salonia (1981, p. 11) scrive che «le navi minori sono larghe appena metri 1,80», cioè uguali fra loro, mentre la planimetria le quota diverse di venticinque centimetri. E scrive che «la navata centrale è lunga oggi metri 30», contro i 23,60 m del rilievo: anche misurando all’esterno, dalla facciata alla punta dell’abside, il disegno dà fra 29 e 29,5 m, e i trenta metri restano un dato che nessuna quota conferma.La terza divergenza è con la cartografia corrente. Il poligono di OpenStreetMap assegna all’edificio un ingombro di circa 32,1 per 10,9 m, un’area di 318 m² e una facciata occidentale di 10,5 m. In larghezza le due fonti si accordano, perché sommando sul disegno del 1981 spessori murari e luci si arriva intorno agli 11,1 m; in lunghezza il tracciato supera il rilievo di circa tre metri, e la spiegazione probabile sta nella testata orientale, resa in modo schematico, senza il semicerchio dell’abside. Il disegno registra infine i tre vani occidentali profondi circa due metri, le rientranze dei confessionali, un varco di 1,1 m verso i locali addossati a sud, le nicchie contrapposte degli altari e, al quinto pilastro, una doppia linea che segna l’inizio del presbiterio.Le cornici d’imposta e le croci di consacrazione

Il pavimento e quello che c’è sotto
Il pavimento è stato rifatto almeno tre volte in poco più di un secolo. Sotto il parroco Concetto Caracò, in carica dal 1896 al 1921, i «grossi quadroni di pietra» lasciarono il posto a mattonelle di cemento (Salonia 1981, p. 23); l’intervento cade nel 1918, l’anno in cui «fu rifatto il pavimento di tutta la Chiesa» (1981, p. 29). Nel 1961 arriva, sotto la Soprintendenza, il pavimento attuale: marmo botticino nel presbiterio, nelle navatelle e nelle fasce fra i pilastri, e riquadri «in listelli rossi di demigrès della Camiluccia di Firenze» nella navata centrale (1981, p. 26).Quella posa fu l’unica occasione in cui si guardò sotto il piano di calpestio, e il risultato è per buona parte negativo: i «profondi saggi di scavo» cercavano «un eventuale pavimento precedente o altre stutture murarie portanti e chiarificatrici» e non trovarono né l’uno né le altre. Emersero invece sepolture: un grande ossario presso il battistero, uno più piccolo presso il confessionale nord e «altre fosse vuote in ogni intercolunnio». Salonia resta in dubbio sulla loro origine fra il terremoto dell’11 gennaio 1693, data che il libretto stampa per refuso «1963», e il cimitero parrocchiale, e ricorda una cronaca manoscritta del 1860 sulle ossa dei confrati della chiesetta di San Michele, in via San Martino, portate in San Martino. «Tutto fu interrato e lasciato come prima» (1981, p. 26).Il presbiterio è rialzato rispetto alla navata, ma i restauratori conclusero che in origine non lo fosse: «Parve certo ancora che il presbiterio avesse lo stesso livello (piano) della Chiesa, ma si pensò opportuno non modificarlo, e si lasciò una spia alla base della colonna marmorea» (Salonia 1981, p. 27). L’altezza del gradino non compare nelle fonti consultate, che tacciono anche su tutte le altezze interne dell’aula.Due assenze: il transetto e l’arco ogivale
Alla chiesa vengono attribuiti due elementi che la documentazione grafica non conferma. Il primo è il transetto: la voce di Wikipedia in italiano parla di pianta basilicale con transetto, e la voce «Sicilia» dell’Enciclopedia dell’Arte Medievale, nella parte firmata da Pio Francesco Pistilli, scrive di transetto tripartito. La planimetria del 1981 mostra muri perimetrali dritti, senza corpi trasversali sporgenti, e lo stesso dice il perimetro rilevato in cartografia. Se un fondamento c’è, sta nella zona presbiteriale, che dal quinto pilastro in poi occupa anche le campate terminali delle navatelle e forma una fascia trasversale continua davanti all’abside, la «dilatazione del presbiterio nella direzione nord-sud» di cui parla Giansiracusa (1981, p. 8).Il secondo elemento è un arco. Salonia, argomentando che nel Trecento la chiesa fu allungata verso ovest, porta due indizi: le prime due arcate presso l’ingresso, più basse e più strette delle altre, «e forse ancora l’arco ogivale esistente a sinistra entrando» (1981, p. 11). Quell’arco non è stato individuato in nessuna delle fotografie esaminate, le arcate della navata sono tutte a tutto sesto e nessun’altra fonte lo nomina o lo colloca. Resta una verifica da fare sul posto, e pesa: se l’arco esiste, è un elemento databile della fase trecentesca e dà corpo all’ipotesi dell’allungamento.La luce
La luce naturale entra da cinque famiglie di aperture, quasi tutte rifatte nel Novecento. Nel cleristorio si aprono tre monofore strombate per lato, ricavate nel 1949 dentro le sagome delle grandi finestre rettangolari aperte dopo il 1693, e l’anno successivo la stessa operazione toccò alla navatella settentrionale (Salonia 1981, p. 25). Nei muri orientali delle navatelle stanno due oculi strombati, e il libretto distingue i casi: a sud una finestra rettangolare «forse aperta nel settecento» fu resa rotonda e a strombo, a nord l’oculo fu aperto ex novo «con il consenso della famiglia Lantieri dalla cui proprietà prende luce» (1981, p. 22). Restano la monofora a strombo profondo al centro dell’abside, tornata visibile nel 1917, e il rosone della controfacciata, davanti al quale le canne superiori dell’organo furono disposte «in forma semilunata» per lasciarlo vedere dalla chiesa (1981, p. 20).Dell’illuminazione artificiale le fonti dicono poco: fra il 1896 e il 1921 il parroco Caracò fece porre lampadari di cristallo (Salonia 1981, p. 31) e fra il 1931 e il 1935, sotto Francesco La Rosa, «si fece il nuovo impianto elettrico centralizzato» (1981, p. 32). I lampadari circolari in ferro battuto appesi sotto le arcate e le applique sui pilastri si vedono nelle fotografie attuali, ma la data della loro installazione non compare nelle fonti consultate.La copertura
Sopra la navata centrale corre un tetto a due falde con capriate lignee a vista; le due navatelle hanno tettucci a una sola falda, anch’essi di legno. È la parte della chiesa che ha cambiato forma più volte, e quella su cui le fonti si contraddicono di più. Fra la copertura che si vede alzando gli occhi e quella più antica ipotizzabile stanno almeno quattro rifacimenti, l’ultimo dei quali risale agli anni Cinquanta del Novecento.Chi racconta quasi per intero questa vicenda è una sola fonte, il libretto di Giuseppe Salonia (1981), parroco di San Martino dal 1941 e direttore di fatto del cantiere che rifece il tetto. Del rifacimento parla dunque chi lo volle, e questo va tenuto presente nel leggere le sue pagine.La volta a botte ipotizzata da Salonia
Sulla copertura delle origini non esiste documentazione. Salonia (1981, p. 11) dichiara il vuoto e propone una ricostruzione per analogia:«Nessuna certa notizia possiamo dare sulla copertura originaria della chiesa e tanto meno sul prospetto bizantino, che certamente ornava l’ingresso alla singolare basilica. Molto probabilmente, a somiglianza della chiesa di San Pietro in città e dell’altra omonima in contrada Tremilia più volte citate, la nostra chiesa era coperta da volta a botte e ciò sarebbe ancora segno di notevole antichità; simile tipo di copertura vediamo largamente usato anche in edifici civili. Forse quei due archi appaiati che chiudono in alto la semicalotta dell’abside potrebbero indicare la esistenza, quasi in continuazione, della volta a botte o piena e reale, come chiamasi nel gergo edilizio siciliano.»L’ipotesi poggia su due appoggi indiretti: il confronto con la chiesa di San Pietro in città, con l’omonima di contrada Tremilia e con la tricora detta della Cuba al Plemmirio, dove quel tipo di volta è ancora leggibile, e la lettura dei due archi sovrapposti che chiudono in alto il catino dell’abside. Sempre secondo Salonia, la volta sarebbe stata «formata generalmente da piccoli conci saldati da muratura a pezzame e rivestiti poi da intonaci». Il parroco la presenta per quello che è, con le cautele scritte nel testo, «molto probabilmente» e «forse». Nessuna fonte successiva fra quelle consultate l’ha confermata con un rilievo o con un saggio, e dell’eventuale volta non resta traccia materiale documentata.
Il tetto ligneo del Trecento e la sopraelevazione dei muri
Salonia colloca nel Trecento, insieme con la ricostruzione della facciata, il passaggio dalla volta di pietra al tetto di legno:«La bassa tenebrosa volta, che certamente pensiamo (come in molti edifici coevi) sia stata a botte con piccoli conci di pietra legati fra loro con gesso e comune malta, fu abbattuta e ricostruita da tettoia in legno a travature (capriate) scoperte (di cui nei lavori del 1957 furono trovate sei travi e alcune capriate intere, come si dirà appresso), e i muri di alzato della nave centrale furono elevati di circa metri tre innestandovi delle finestre (un numero imprecisato) quasi sicuramente a feritoia, come quella dell’abside riscoperta e che fu poi murata.»Il passo è a p. 15. I circa tre metri di sopraelevazione sono l’unica misura verticale che le fonti consultate diano per questa parte dell’edificio: le altezze interne della navata e dell’imposta del tetto non compaiono in nessun rilievo pubblicato. Una conferma indiretta del rialzamento venne dal cantiere del 1945, quando fu abbattuto il cornicione barocco che cingeva la navata: secondo Salonia (1981, p. 24) «apparve un altro precedente intonaco e una tecnica muraria diversa andando verso l’alto, segno che la chiesa era stata sopraelevata in successione di tempo». Nella stessa pagina il parroco registra che la ripulitura delle pareti di raccordo degli archi scoprì file di piccoli conci in ottimo stato, «senza dubbio denotando che la Chiesa nella sua primitiva forma ed età era totalmente fino alla copertura costruita in pietra».
La volta di gesso e il soffitto piano del 1928
Il terremoto dell’11 gennaio 1693 rovinò le travature lignee trecentesche, sostituite secondo Salonia (1981, p. 18) da volte in gesso con decorazione barocca. È lo stato che mostra l’unica fotografia nota dell’interno prima dei restauri, riprodotta nel libretto stesso: una volta continua e chiara, pareti intonacate, nessuna pietra a vista.Quella volta arrivò pericolante al Novecento, e il primo intervento novecentesco sulla copertura fu pagato dal Comune:«Nell’anno 1928 essendo Parroco il sac. D. Filippo Rapaglià, nativo di Francofonte, l’Amministrazione Comunale da lui sollecitata, promosse a sue spese prima il totale rinnovo del tetto della Chiesa, poiché le canne e le travi erano fradice, e poi, dopo l’abbattimento della volta di gesso pericolante, la costruzione di un soffitto piano di legno di abete dipinto color noce quale provvisoria soluzione.»Il passo, a p. 23, dice tre cose. Che sotto la volta di gesso stava una struttura di canne e travi ormai marcia, e che il tetto fu rinnovato per intero. Che la spesa la sostenne l’Amministrazione comunale di Siracusa, sollecitata dal parroco: è l’unico finanziamento pubblico comunale che le fonti consultate registrino per questa chiesa. E che il soffitto piano di abete, dipinto color noce, nasceva dichiaratamente come soluzione provvisoria. Il provvisorio durò ventotto anni. Delle carte di quel cantiere, delibere o importi, le fonti consultate non conservano nulla.
Il rifacimento del 1956
La demolizione del soffitto piano e la costruzione del tetto attuale sono raccontate da Salonia (1981, pp. 25-26) in un passo unico:«Rimaneva brutto quanto mai il pesante soffitto ligneo piano, che dava a tutti un senso di oppressione; e finalmente dopo continue ed insistenti sollecitazioni del parroco presso gli enti preposti alla cura dei monumenti d’arte, nell’anno 1956 venne abbattuto per costruire un tetto carenato a capriate scoperte. Era certamente questa la copertura della seconda età del tempio, difatti, disfatta la tettoia in alto nascoste trovammo sei capriate originarie tre-quattrocentesche, parecchi puntoni e mensoloni, e in essi tracce evidenti della struttura e decoratura della tettola.»Il ritrovamento diventò il progetto: «sulla scorta di tali ritrovamenti avvenne la costruzione ed il ripristino con diligente scrupolosità della tettoia». Quel che oggi si vede sopra la navata è quindi un tetto del 1956 disegnato sul modello dei pezzi tre-quattrocenteschi trovati nascosti in alto mentre si disfaceva la vecchia struttura.Il passo è anche l’unico del libretto in cui affiori un rapporto lento con la tutela: il tetto si poté rifare soltanto «dopo continue ed insistenti sollecitazioni del parroco presso gli enti preposti alla cura dei monumenti d’arte». Chi firmò il progetto del tetto, quale impresa lo eseguì, quale ufficio lo autorizzò e con quale atto, Salonia non lo dice, e le altre fonti consultate tacciono. Per il campanile costruito pochi anni prima, fra il 1° dicembre 1948 e il 13 marzo 1949, lo stesso autore fa il nome del progettista, quello dell’impresa e quello dell’organo che approvò il progetto. Per la copertura, nulla di tutto questo.
Le travi antiche rimesse in opera
La parte più antica di quanto si vede è descritta a p. 26:«Quattro travi-tiranti originarie con alcune mensole sono state conservate e rimesse “in situ”; esse sono le prime quattro a cominciare dal prospetto. Questi pezzi ritrovati fortunatamente e a caso hanno nella loro semplicità una eleganza non comune; le mensole delineate da semplici cornici agli spigoli sono ornate da un rosa scolpita in fronte; le travi sono anchesse distinte da spigoli ovolati e da incavi per tutta la lunghezza, che mostrano evidenti tracce di doratura, la quale è stata rinnovata.»Chi entra dal portale e guarda in alto ha dunque sopra la testa, nelle prime quattro campate a partire dalla facciata, legno antico: quattro travi-tiranti e alcune mensole, queste ultime con una rosa scolpita sulla fronte e cornici semplici lungo gli spigoli. Le travi portano spigoli ovolati e incavi per tutta la lunghezza. La doratura che vi si vede risale al cantiere degli anni Cinquanta, perché Salonia scrive che delle tracce antiche «è stata rinnovata» la doratura, e la precisazione va tenuta ferma: i repertori che descrivono la chiesa non la riportano.Salonia non dice quante capriate furono messe in opera nel 1956, né in che modo le quattro travi antiche siano inserite nella struttura nuova. Le fotografie dell’interno mostrano la sequenza di capriate, mensoloni, arcarecci e tavolato, e su questo punto le fonti consultate si fermano.
I tetti delle navatelle, maggio 1958
Due anni dopo toccò alle navate minori, e questa volta Salonia (1981, p. 26) data l’intervento al mese: «Nel maggio del 1958 venne parimenti abbattuta la brutta copertura piana in legno abete delle due navatine laterali, e, dopo aver fatto invano accurati sondaggi alla ricerca di eventuali tracce della tettoia antica, si ricostruirono i tettucci in legno sullo schema del tetto della nave mediana come sopra descritto».Il risultato negativo dei sondaggi è dichiarato dall’autore stesso e pesa sulla lettura dell’edificio: sopra le navatelle non fu trovato nulla di antico, e i due tettucci attuali sono interamente moderni, disegnati per analogia con il tetto della navata. Dall’esterno, dal cortile giardino sul fianco settentrionale, si leggono i due piani di falda sovrapposti, il tettuccio della navatella coperto a coppi e, più in alto, il tetto a due falde della navata.Le date che non tornano
Sull’anno del tetto grande il libretto si smentisce da solo. A p. 25 l’abbattimento del soffitto piano è del 1956 e il ritrovamento è di «sei capriate originarie»; a p. 15 lo stesso ritrovamento è collocato «nei lavori del 1957» e riguarda «sei travi e alcune capriate intere». Cambiano l’anno e l’oggetto, e chi ha scritto dopo di lui ha scelto ora l’una ora l’altra versione, senza segnalare la divergenza.Il pieghevole della chiesa firmato da Angelo Garofalo, privo di data e posteriore al 1984 perché cita il mosaico absidale di quell’anno, dà una terza versione: un restauro parziale del tetto a capriate nel 1958, con le capriate dette del XVI secolo. Sia la data sia il secolo divergono da Salonia, che assegna il 1956 alla navata, il maggio 1958 alle navatelle e attribuisce al Tre-Quattrocento i pezzi ritrovati.La scheda del Comune di Siracusa, ripresa parola per parola da siracusaturismo.net con la nota che i testi sono stati validati dalla Soprintendenza, riassume così: «la bellissima copertura lignea con capriate a vista risale al XV secolo». Detta in questo modo la formula attribuisce al Quattrocento un tetto costruito negli anni Cinquanta del Novecento.Antico e ricostruito
Riassumendo quanto le fonti permettono di affermare: dell’eventuale volta a botte delle origini non resta niente, e la sua esistenza è una congettura di Salonia dichiarata come tale; del tetto ligneo trecentesco restano quattro travi-tiranti e alcune mensole, rimesse in opera nelle prime quattro campate dalla facciata, con la doratura rinnovata; le capriate, gli arcarecci e il tavolato della navata sono una ricostruzione del 1956, o del 1957 secondo l’altra pagina dello stesso libretto, modellata sui sei elementi antichi ritrovati sopra il controsoffitto; i tetti delle due navatelle sono del maggio 1958 e non conservano alcun elemento antico. La volta di gesso barocca, che aveva coperto la chiesa dopo il 1693, fu demolita nel 1928 e sostituita da un soffitto piano di abete, rimasto in opera fino al 1956.L’abside e il catino
L’abside di San Martino è una sola, semicircolare, in asse con la navata centrale, e le navatelle si chiudono a oriente su un muro rettilineo senza absidiole. Su questo concordano due letture dell’edificio che divergono su quasi tutto il resto: Paolo Giansiracusa, nella nota premessa al libretto del 1981, ragiona su una basilica a tre navate con una sola abside saldata alla navata mediana, e Giuseppe Michele Agnello (2014, p. 8) assegna al primo impianto un’aula unica chiusa dalla stessa abside. La planimetria allegata al libretto del 1981 dà all’emiciclo una sporgenza di circa 2,1 metri oltre il muro di testata e un diametro esterno di circa 5,4 metri, contro un diametro interno di poco più di quattro; la corda dell’abside cade a 5,20 metri dal quinto pilastro, quota scritta sul disegno. Nessuna fonte consultata registra invece le altezze interne della chiesa, e quindi neppure quella della chiave dell’arco absidale.L’emiciclo e le nove assise di conci
Fino al primo Novecento di tutto questo non si vedeva nulla. La tavola «La chiesa prima dei restauri» pubblicata da Salonia mostra il fondo della chiesa con la volta continua in gesso, le pareti intonacate chiare e il grande altare ligneo addossato al muro di levante, con dossale e gradini: nessuna pietra a vista. L’abside riapparve quando quell’altare fu demolito, e il parroco Giuseppe Salonia ne racconta il ritrovamento nella pagina più compiaciuta del suo libretto:«Distrutto pertanto l’altare centrale in legno che era quasi addossato al muro di levante e portato in altro posto della stessa chiesa il prezioso polittico quattrocentesco, apparve nella sua luminosa e calda impostazione il primitivo volto arcaico della zona absidale scoprendo in stato di ottima conservazione, tranne qualche concio corroso dal tempo, il ricco e compatto paramento lapideo dell’abside semianulare sino all’imposta della calotta e formato da nove assise di conci ben squadrati di pietra disposti su linee parallele e variabili in altezza dai 30 ai 35 centimetri» (Salonia 1981, p. 21).Nove assise alte fra 30 e 35 centimetri fanno, sommate, fra 2,70 e 3,15 metri di paramento continuo fino al punto in cui comincia il catino. Salonia (1981, pp. 21-22) considera quel rivestimento «unico esempio per il ricco rivestimento calcareo nelle chiese siracusane coeve e medievali» e ne fa uno degli argomenti della sua datazione al VI secolo; Agnello (2014, p. 15) descrive lo stesso muro come «abside estradossata a conci a faccia vista con finestre a feritoia» e lo elenca fra i caratteri che San Martino condivide con San Tommaso Apostolo e San Nicolò, cioè con un gruppo di chiese di età normanna. Lo stesso paramento serve a due datazioni lontane sei secoli, e la questione appartiene al capitolo sulla datazione.
Il catino in opus incertum
Sopra le nove assise la tecnica cambia. Salonia lo scrive in una riga che nessuno ha ripreso: «Nel catino non furono trovati conci e quindi presenta comune muratura ad “opus incertum”» (1981, p. 22). L’emiciclo è dunque in conci squadrati fino all’imposta, la semicalotta in muratura irregolare. Il parroco registra il dato fra gli indizi di arcaicità e non ci torna sopra; nessuna delle fonti consultate spiega perché le due parti dell’abside siano costruite in modi diversi, né discute se la differenza dipenda dalla statica della calotta, da una scelta di cantiere o da un rifacimento successivo del catino. Quella frase serve però a datare la decorazione che oggi lo ricopre, e vale come descrizione dello stato del catino nel 1981: muratura nuda.La monofora e la sua riapertura
Al centro dell’emiciclo, in asse, si apre una monofora a strombo profondo. Salonia la descrive nel passo più letterario del libretto, dentro il quale inserisce fra virgolette una frase di cui non dichiara l’autore e che nelle fonti consultate non trova riscontro:«nella cui parte mediana innestata proprio al centro riapparve ancora una elegante e semplice monofora a strombatura profonda “dalla quale il sole penetra sfolgorante, portando assieme alla simbolica luce di Oriente, l’acre profumo della salsedine marina”, è coronata in alto da una ghiera di piccoli conci rettangolari e da un massiccio e grande arco a tutto sesto e a duplice fascia a mo’ di severa cornice» (Salonia 1981, p. 22).All’esterno la finestra è priva di qualunque ornato, e per Salonia (1981, p. 22) l’assenza di cornice «le conferisce un carattere di più spiccata arcaicità». La sua storia recente è fatta di due chiusure e una riapertura. Dopo il terremoto del 1693, nelle trasformazioni che coprirono di stucchi l’interno, la finestra a sguancio dell’abside fu murata (Salonia 1981, p. 18); davanti al muro restò l’altare maggiore, di legno fino al 1920, con sopra il polittico quattrocentesco che ne nascondeva la traccia (1981, p. 11). La monofora tornò alla luce nel 1917, quando la pala fu tolta dall’abside: Salonia lo dice di passaggio, raccontando le vicende del dipinto, «quando nel 1917 la pala fu rimossa dall’abside essendosi scoperta la finestra a strombo» (1981, p. 16). Trentadue anni dopo quella finestra diventò il modello per tutte le altre: nel 1949, scrive il parroco, «a dare maggiore omogeneità e in armonia alla ritrovata finestra a feritoia dell’abside» furono chiuse le tre grandi finestre rettangolari per lato dei muri d’alzato e se ne aprirono altrettante «a strombatura larga e profonda» (1981, p. 25). Oggi la monofora è di nuovo in parte coperta, perché davanti a essa, su un cavalletto, è tornato il polittico a sei scomparti che il restauro del 1917 aveva spostato altrove.

L’arco absidale e l’ipotesi della volta a botte
L’abside si apre sulla navata attraverso un arco in conci a doppia ghiera. Salonia lo chiama in due modi diversi in due pagine diverse: a p. 22 è il «massiccio e grande arco a tutto sesto e a duplice fascia», a p. 11 sono «quei due archi appaiati che chiudono in alto la semicalotta dell’abside», e proprio da quella doppia ghiera fa dipendere l’unica ipotesi che abbia formulato sulla copertura originaria della chiesa:«Nessuna certa notizia possiamo dare sulla copertura originaria della chiesa e tanto meno sul prospetto bizantino… Forse quei due archi appaiati che chiudono in alto la semicalotta dell’abside potrebbero indicare la esistenza, quasi in continuazione, della volta a botte o piena e reale, come chiamasi nel gergo edilizio siciliano» (Salonia 1981, p. 11).I termini di confronto che porta sono la tricora della Cuba al Plemmirio e le navate minori di San Pietro intra moenia, dove la volta era fatta di piccoli conci legati da muratura a pezzame e poi intonacata. L’ipotesi resta tale, e lo dichiara lui stesso: la volta, se c’era, fu abbattuta e sostituita dalla travatura lignea, e nessun rilievo pubblicato ne ha documentato l’imposta sui muri della navata. Va tenuto distinto da questo arco il falso arco trionfale che si trovava più avanti, verso la balaustra, impostato su due semipilastri intonacati e concluso da un capitello corinzio in gesso: Salonia (1981, p. 25) lo dice «sospettato posticcio», racconta che fu «decisamente divelto» nel secondo ciclo di restauri e che dietro i semipilastri riapparvero frammenti della cornice d’imposta antica.
Il mosaico del catino
Il catino oggi è occupato da una grande decorazione a fondo oro. Al centro, dentro una mandorla azzurra bordata di azzurro più chiaro, siede Cristo in trono: benedice con la destra, regge con la sinistra un libro gemmato con una croce sulla coperta, ha nimbo crucigero con gemme rosse e verdi, veste dorata e manto verde-azzurro, e poggia i piedi nudi su un suppedaneo giallo, sopra un trono a intarsi geometrici rossi, bianchi e azzurri. A sinistra di chi guarda una figura femminile velata, nimbata, con manto grigio-azzurro bordato d’oro, in atteggiamento di intercessione; a destra un santo vescovo nimbato, con mitria, pastorale nella sinistra, paramento rosso e bianco e un libro gemmato. Sotto le tre figure corre una fascia di prato verde con piantine stilizzate. La superficie ha lacune estese nella parte alta e altre nella fascia bassa, dove sono cadute le tessere.Salonia non ne parla mai, in nessuna pagina del libretto, e la spiegazione è semplice: quando scriveva, quella decorazione non c’era. La sola fonte che la dati è il pieghevole di Angelo Garofalo, stampato senza editore né anno:«Altri abbellimenti interni sono proseguiti ancora intorno agli anni Cinquanta, quando nel catino absidale e nelle mura di alzato della navata centrale sono stati eseguiti alcuni affreschi, dei quali rimangono ormai solo poche tracce, a causa del veloce deterioramento (quello nell’abside è stato definitivamente sostituito nel 1984 da un mosaico raffigurante il Cristo in trono tra i Santi Marciano e Lucia)» (Garofalo, p. 3).Il 1984 spiega il silenzio del libretto, uscito tre anni prima, e si accorda con la riga sul catino in muratura nuda. Garofalo dà anche i nomi dei due santi, San Marciano e Santa Lucia, cioè la coppia dei patroni cittadini che ricorre nell’iconografia siracusana e che compare anche nel polittico della stessa chiesa: la figura velata a sinistra sarebbe dunque Lucia e il vescovo a destra Marciano, ma nell’opera nessun attributo lo dichiara, e nessun’altra fonte conferma l’identificazione. Restano ignoti l’autore del cartone, l’esecutore, la committenza e il costo: nessuna delle fonti consultate li nomina, e il mosaico, che è la cosa più vistosa dell’interno, è anche la meno documentata. Il dato del 1984 poggia poi su una fonte sola, divulgativa e priva di rinvii, che in altre pagine dà date in contrasto con il libretto del parroco; le fotografie più antiche che inquadrano il catino risalgono al 2012.Il pieghevole aggiunge un particolare che non si legge altrove: prima del mosaico il catino era affrescato, insieme ai muri d’alzato della navata centrale, da una campagna «intorno agli anni Cinquanta» deterioratasi in fretta. Salonia, che di quei lavori era il committente, non nomina affreschi in abside, e le due affermazioni stanno insieme soltanto ammettendo che nel 1981 dell’affresco non restasse più nulla di visibile, che è quanto la frase di Garofalo lascia intendere. Sui muri della navata un frammento di pittura murale sopravvive davvero, accanto a una monofora del cleristorio, e ha una trattazione a parte in questa scheda.
Il crocifisso sospeso
Davanti all’arco absidale, appeso a una catena sopra il presbiterio, pende un grande crocifisso ligneo. Garofalo lo elenca fra le opere dell’abside come «Crocifisso ligneo (prima metà del ‘500)» e lo identifica con il crocifisso cinquecentesco proveniente dall’abolita chiesa di San Domenico, in origine inserito in un reliquiario donato ai domenicani dai Cavalieri Gerosolimitani. Salonia (1981, p. 27) racconta la stessa donazione, la data al 1530 e la fa arrivare dalla chiesetta della Congregazione del Nome di Gesù, soggetta ai domenicani, ma colloca il crocifisso «nella navatina destra», mentre la tavola fotografica che precede quella pagina porta la didascalia «Navatina sinistra». Nella chiesa i crocifissi sono due, questo e uno fissato a una parete della navatella settentrionale, e quale dei due sia quello donato dai Cavalieri le fonti non concordano nel dire.Il presbiterio e gli altari
Il presbiterio occupa l’ultimo tratto della chiesa. Nella planimetria fuori testo del libretto di Salonia (1981, scala 1:50) una doppia linea trasversale attraversa navata e navatelle all’altezza del quinto pilastro e delimita una fascia quotata 5,20 metri fino al filo dell’abside, con davanti all’emiciclo il rettangolo dell’altare maggiore sulla predella. Il piano è rialzato rispetto alla navata, e il rialzo non risale alla fabbrica antica. I lavori del secondo ciclo di restauri portarono a una conclusione che Salonia (1981, p. 27) mette per iscritto senza trarne conseguenze pratiche:«Parve certo ancora che il presbiterio avesse lo stesso livello (piano) della Chiesa, ma si pensò opportuno non modificarlo, e si lasciò una spia alla base della colonna marmorea a sinistra dell’altare maggiore.»La base della colonna di marmo fu lasciata a vista, scrive lo stesso autore (Salonia 1981, p. 21), «anche per indicare il piano originario del presbiterio». Il piano di calpestio è quello posato nel 1961 sotto la guida della Soprintendenza ai Monumenti, in marmo botticino nel presbiterio, nelle navatelle e nelle fasce fra i pilastri (Salonia 1981, p. 26). Nello stesso ciclo di lavori sparì il diaframma che separava il presbiterio dalla navata, quel «falso arco di trionfo sospettato posticcio» che Salonia (1981, p. 25) racconta di aver fatto divellere.
L’altare maggiore, dal legno al «marmo granito»
La più antica descrizione conosciuta dell’altare maggiore viene da un registro di visite pastorali della Cancelleria arcivescovile, oggi nell’Archivio storico diocesano, che Salonia (1981, p. 16) riassume: il visitatore trovò l’altare «ben fatto e composto con sopra un’icona della gloriosissima Vergine Maria, di S. Martino e di S. Lucia». Salonia data la visita al 15 settembre 1452, ma il nome del vescovo e quello del parroco che vi compaiono si accordano meglio con il 1542.Fino al primo Novecento l’altare maggiore era di legno e stava «quasi addossato al muro di levante», dove copriva la monofora dell’abside (Salonia 1981, p. 21). Nel primo ciclo di restauri fu rifatto in pietra, con mensa e predella in marmo, insieme ai due altari minori, anch’essi lignei (Salonia 1981, p. 22). I tre altari furono consacrati insieme, e in quella occasione cambiarono titolo:«Essi furono solennemente consacrati, a conclusione di questo primo ciclo di lavori, il 14 aprile 1919, lunedì santo, dedicando l’altare maggiore a S. Marziano, primo vescovo di Siracusa secondo una vetusta tradizione, l’altare minore di destra a S. Raffaele […] e l’altro di sinistra alla S. Famiglia.»Il nome che Salonia scrive «S. Marziano» è quello che l’uso corrente rende come san Marciano. Le reliquie da deporre negli altari erano state preparate la sera prima nella vicina chiesetta di Gesù e Maria e furono portate in processione la mattina (Salonia 1981, p. 22).Quell’altare di pietra durò poco più di quarant’anni. In coda al secondo ciclo di restauri, dopo il 1961, fu smontato, e Salonia (1981, p. 27) elenca in una riga sola quanto si fece: «fu demolito l’altare centrale in pietra bianca variamente scolpita e fu costruito un nuovo altare in marmo granito, secondo le nuove norme liturgiche, un nuovo tabernacolo eucaristico in metallo dorato con sicura porticina in smalto, la lineare balaustra in schiuma di mare». L’anno esatto non compare in nessuna fonte consultata: l’unico appiglio è il richiamo alle «nuove norme liturgiche», che colloca l’operazione nel clima del Vaticano II.La balaustra ha avuto tre forme in meno di settant’anni. Era di legno al tempo del parroco Concetto Caracò, che la elenca fra i lavori fatti in parte a sue spese fra il 1896 e il 1921 (Salonia 1981, p. 31); fu rifatta in pietra nel primo ciclo di restauri, e compare ancora nella tavola fotografica «Interno della chiesa dopo i restauri (1945-1965)»; negli anni Sessanta divenne quella «lineare» in «schiuma di mare». Nelle fotografie dal 2012 in poi non se ne vede traccia, e nessuna fonte dice quando sia stata rimossa. Il presbiterio odierno ha una mensa moderna, un leggio e il tabernacolo su un supporto metallico, con la lampada rossa accanto alla colonna di granito. Un secondo tabernacolo, piccolo e murale, conserva gli oli santi: uno sportello entro cornice di legno nero filettata d’oro, con l’anta rossa segnata da una losanga a rilievo, che nessuna fonte scritta nomina.
I due altari delle navatelle

«la parte superiore dei due altari laterali, ricca costruzione seicentesca nobilitata da cornici, architravi, e delineata da due colonne con baccellature verticali, fu lasciata intatta, ma in appresso al posto delle tele furono aperti dei nicchioni e collocate dentro le statue lignee della S. Famiglia e dell’Arcangelo S. Raffaele.»Se ne ricavano due fatti: fino al primo Novecento nelle edicole c’erano tele dipinte, e le nicchie furono ricavate tagliando la struttura più antica; mensa e predella di marmo sono del cantiere del 1905-1919.Le affermazioni del libretto sulla datazione non si compongono senza attrito. A p. 22 i due altari laterali sono detti di legno prima del 1905 e la loro parte alta è detta seicentesca; a p. 30 il parroco Orazio Bignardelli, in carica dal 18 marzo 1762 al 30 settembre 1794, risulta aver «costruito l’altare di destra in pietra dedicandolo a S. Raffaele Arc. e S. Vincenzo Mart., del quale espose il Corpo». Le tre date, Seicento per il coronamento, tardo Settecento per la costruzione in pietra e primo Novecento per il rifacimento, andrebbero verificate sull’opera. Anche le statue hanno due versioni nella stessa fonte: a p. 22 sono collocate nelle nicchie durante i restauri conclusi nel 1919, a p. 32 il loro acquisto è attribuito al parroco Filippo Rapaglià, entrato in carica nel 1921. Autore, bottega, materiali e misure delle due sculture non sono documentati.
Destra, sinistra e il cambio di dedicazione

Gli altarini minori scomparsi e le loro dediche
Gli altari della chiesa sono stati più di tre. Il più antico di cui si abbia notizia è una cappella in onore del titolare, ricordata in un atto del notaio Bartolomeo Palermo del 13 settembre 1462 che Giuseppe Maria Capodieci trascrisse nei suoi annali e che Salonia cita di seconda mano (1981, p. 15). Alla fine dell’Ottocento gli altari minori erano quattro: il parroco Caracò fece rifare «i frontoni e le predelle dei quattro altarini minori» (Salonia 1981, p. 31). Due di essi furono soppressi pochi anni dopo:«Furono quindi eliminati gli altarini minori in legno dedicati uno a S. Michele (già a S. Elena, patrona degli argentieri della città), e l’altro al Crocifisso, e al loro posto furono posti i confessionali, come lo sono ancora ma ora nuovi, recentemente costruiti nel 1963 in pregiato legno rovere. Furono ancora murate le nicchie di S. Michele, del SS. Ecce Homo, dell’Addolorata, anche per dare maggiore solidità alle fabbriche.»Il passo (Salonia 1981, p. 20) è la sola descrizione di ciò che la chiesa ha perduto: due altari lignei e tre nicchie devozionali con i loro titoli. Le rientranze dei muri laterali che oggi ospitano i confessionali sono il posto lasciato libero dagli altarini.Su questi altari scomparsi circola una notizia che va maneggiata con prudenza. La scheda della chiesa pubblicata dal Comune di Siracusa, ripresa dal portale turistico provinciale e dalle voci di Wikipedia in tedesco e in inglese, elenca cinque dediche: sant’Amatore, Tutti i Santi, sant’Elena, san Costantino e sant’Aloè. Non corrispondono ai due altari esistenti e nelle fonti a stampa non se ne trova riscontro: non nell’inventario di Capodieci (1813 e 1821), non nella nota artistica di Gioacchino Di Marzo alla voce Siracusa del dizionario di Vito Amico (1856), non nella visita regia di De Ciocchis del 1742-1743. Delle cinque, l’unica documentata è sant’Elena, e per via indiretta: il passo di Salonia appena citato dice che l’altarino poi intitolato a san Michele era stato «già a S. Elena, patrona degli argentieri della città». Finché non se ne trovi la fonte, le altre quattro dediche vanno riferite come tradizione priva di riscontro documentario.
Il polittico del Maestro di San Martino
La pala d’altare legata alla chiesa ha sei scomparti su due registri sovrapposti, a tempera su tavola con fondo oro. Angelo Garofalo la dice «uno dei dipinti più pregiati della città di Siracusa» e ne dà le misure in «cm. 256 X 196»; la stessa misura ricorre in Licia Buttà (2004, p. 55 nota 6), secondo cui l’opera doveva essere più grande «se si aggiungono virtualmente anche la cornice lignea e la predella scomparse». Salonia (1981, p. 16) misura invece i due registri separatamente, «metri 2×1,70» quello inferiore e «metri 2×0,50» quello superiore, cifre che non coincidono con le precedenti. Salonia, Garofalo e il Comune di Siracusa scrivono polittico; Buttà scrive sempre trittico, leggendo l’opera come tre scomparti principali sormontati da una cuspide tripartita.L’inventario dei beni storici e artistici della diocesi di Siracusa, su BeWeB, scheda le sei tavole una per una, in altezza per larghezza: 171 per 82 cm la Madonna in trono col Bambino, 171 per 57 il San Martino e la Santa Lucia, 85 per 82 la Crocifissione e la Madonna annunciata, 85 per 57 l’Angelo annunciante. Il registro inferiore somma 196 cm di larghezza e i due registri 256 cm di altezza, in accordo con Buttà e Garofalo; il registro superiore somma invece 221 cm, e una delle misure è verosimilmente errata.Buttà registra che restano «i tre pannelli principali con scarsi resti della cornice e le tre corrispondenti tavole della cuspide, radicalmente resecate». Salonia spiega la mutilazione della parte alta, «barbaramente tagliuzzata, forse per adattarla a qualche nicchia», e ipotizza che gli scomparti fossero separati in origine da «esili tortili colonnine» sotto una ricca cornice dorata a fiori e volute (1981, pp. 16-17). Del soggetto della predella nessuna fonte dice nulla.Gli scomparti

Chi è il santo vescovo
L’identificazione resta aperta, con quattro posizioni.La prima lo dice san Martino, il titolare. È la lettura del documento più antico: la relazione di una visita pastorale, conservata nell’archivio diocesano, descrive l’altare maggiore «ben fatto e composto con sopra un’icona della gloriosissima Vergine Maria, di S. Martino e di S. Lucia». Salonia la data al 15 settembre 1452 sotto monsignor Bononia (1981, p. 16), Buttà al 15 settembre 1542 sotto monsignor Girolamo Bologna. La cronotassi dei vescovi di Siracusa dà ragione a Buttà: Girolamo Beccadelli di Bologna resse la diocesi dal 1541 al 1560, mentre nel 1452 il vescovo era Paolo Santafè. Con il titolo San Martino BeWeB scheda la tavola, ed è la lettura di Buttà, che la sostiene con la dedicazione della chiesa, i frammenti d’iscrizione sul libro e il confronto fisionomico con il San Pietro della Dormitio di Gherardo Starnina all’Art Institute di Chicago.La seconda lo dice San Marciano, primo vescovo di Siracusa, nella grafia locale anche Marziano. A stampa lo nomina per primo Gioacchino Di Marzo, nelle note al Dizionario topografico della Sicilia di Vito Amico (vol. II, Palermo 1856, p. 525): sull’altare maggiore sta «un bellissimo dipinto sopra tavola ed in fondo d’oro» con la Vergine, san Marziano e santa Lucia. È la lettura della scheda del Comune di Siracusa, testo che siracusaturismo.net dichiara validato dalla Soprintendenza, e di Garofalo: «a sinistra il Protovescovo S. Marciano (erroneamente identificato in passato con il titolare S. Martino) e a destra S. Lucia, patrona della città».La terza è di Salonia, parroco negli anni dei restauri del secondo dopoguerra, che esclude il titolare per il colore del manto: il vescovo sarebbe «probabilmente S. Marziano o S. Zosimo, non S. Martino giacché il piviale rosso indica il sangue cioè il martirio». L’argomento è debole, perché il rosso è colore liturgico anche fuori dal martirio. La quarta lascia aperte le tre ipotesi, ed è la formula di Wikipedia in italiano.Prima di tutti, Giuseppe Maria Capodieci nel 1813 registra in chiesa «un quadro in tavola di man greca di Maria Vergine, a destra l’accennato S. Vescovo, ed a sinistra S. Lucia» (Antichi monumenti di Siracusa, t. II). «L’accennato S. Vescovo» rinvia a un vescovo nominato altrove nel suo elenco, probabilmente san Marziano, senza che il testo lo sciolga. Nelle Tavole del 1821 (p. 67) ripete la formula e dice l’opera «di greco pennello», cioè di gusto bizantineggiante: è il primo giudizio di stile noto sul dipinto.Il nome del maestro, la datazione, la critica
Il nome convenzionale si deve a Stefano Bottari, «Il “maestro di S. Martino”», in Siculorum Gymnasium, n.s., 2, 1949, pp. 169-185, seguito da una pubblicazione catanese del 1950, dalle pagine della Pittura del Quattrocento in Sicilia (1954) e da «Ancora sul maestro di San Martino» negli Studi in onore di Carmelina Naselli (Catania 1968). Bottari assegnò allo stesso anonimo il polittico dell’ex monastero di Santa Maria, parte del retablo di San Lorenzo e il trittico del Municipio di Licata (Salonia 1981, p. 17). Secondo Salonia il maestro sarebbe nato a Palermo nella seconda metà del Trecento e avrebbe lavorato a Siracusa nei primi anni del Quattrocento, rifacendosi «da un lato alla tradizione artistica tosco-marchigiana e cosmopolitana e dall’altro a quella catalana e valenzana»; la nascita palermitana non è ripresa da altri. Per la cuspide Bottari riconobbe la mano di un seguace di Lluís Borrassà e propose il nome del siracusano Giovanni Puedelebra, documentato a Barcellona nella bottega di quel pittore (Buttà 2004, pp. 55-56): è l’unico nome proprio avanzato per una parte del polittico.Nel 1953 Roberto Longhi tornò sull’opera in «Frammento siciliano» (Paragone, n. 47). Secondo Garofalo vi riconobbe influenze veneto-marchigiane e legami con il tardogotico ispanico, riconducendo le architetture dell’Annunciazione, il trono e il panneggio della Madonna alla scuola di Valencia, e ipotizzò un pittore venuto dalla Spagna oppure un siciliano rientrato dopo un soggiorno spagnolo. A Longhi Buttà riconduce l’ingresso nel dibattito dei nomi di Marçal de Sax e Pere Nicolau.Lo stesso anno la mostra messinese Antonello da Messina e la pittura del ‘400 in Sicilia, con catalogo di Giorgio Vigni e Giovanni Carandente, distinse l’autore della pala di San Martino da quello del polittico di Santa Maria e ne abbassò l’esecuzione agli anni trenta o quaranta del Quattrocento; Maria Grazia Paolini, in «Ancora sul Quattrocento siciliano» (Nuovi Quaderni del Meridione, 1964), seguì la distinzione e la cronologia. Luigi Hyerace, nella scheda n. 1 di Opere d’arte restaurate nelle province di Siracusa e Ragusa, II (1989), Siracusa 1991, pp. 15-20, riportò la datazione al primo decennio del secolo e restituì alla pala la priorità sul polittico di Santa Maria. Francesco Abbate, nella Storia dell’arte nell’Italia meridionale (1998), rappresenta la tendenza a riunire il gruppo sotto un unico artefice formato «all’ombra dei valenzianismi di Gherardo Starnina», nella sintesi di Buttà.Buttà distingue due mani dentro la stessa opera:«sembra possibile individuare nel trittico due autori: il primo responsabile della tavola con la Vergine e di quella con San Martino, il secondo della Santa Lucia e della cuspide» (Buttà 2004, p. 56).Il primo sarebbe un pittore di formazione valenzana, il secondo quello che dipingerà poi il polittico di Santa Maria, di radici lombardo-venete e toscane. Per la tavola centrale Buttà propone confronti con Michelino da Besozzo nella cappella Thiene di Santa Corona a Vicenza (1410-1414) e con due Madonne del Maestro di Cinctorres, e avverte che i nomi di comodo Maestro di San Martino, di Santa Maria e di San Lorenzo hanno «piuttosto che chiarirla, complicato ulteriormente la vicenda».Le datazioni proposte sono 1400 nella didascalia della tavola fotografica di Salonia; 1410 circa per Buttà, che conclude per un’esecuzione «entro il primo decennio del Quattrocento o non molto più in là», e per Garofalo; 1400-1410, con ambito «bottega valenzano-barcellonese», per BeWeB; prima metà del XV secolo per il Comune; anni trenta o quaranta per Vigni, Carandente e Paolini. Se la visita pastorale è del 1542, nessun documento scritto attesta l’opera nel Quattrocento, e la datazione resta stilistica.
I restauri
Per i restauri antichi l’unica fonte è Salonia, che li elenca con giudizio severo: nel 1905 intervenne «il siracusano Politi», al quale attribuisce «il rosso scarlatto dei visi di tutte le figure», nel 1916 «il fiorentino Bacci», nel 1920 «il figlio dell’anzidetto Bacci». «Vari rifacimenti e restauri non sempre controllati» avrebbero fatto scomparire la superficie originaria, lasciando vedere in qualche punto la preparazione di fondo (1981, p. 17).Nel 1917 la pala fu smontata: «Le due parti furono staccate credendola opera di mano diversa, quando nel 1917 la pala fu rimossa dall’abside essendosi scoperta la finestra a strombo» (1981, p. 16). Hyerace, citato da Buttà, precisa che il polittico fu allora privato della cuspide, creduta un’aggiunta successiva.Il restauro decisivo è del 1955, per mano di Giovanni Nicolosi, che «portò via la grossolana e vergognosa ridipintura fatta verosimilmente nel tardo Cinquecento»:«venne alla luce il dipinto originale con gamma di colori bellissimi splendidi panorami di fondo; e apparve chiaro trattarsi di un’unica opera e dello stesso autore che è stato chiamato “Maestro di S. Martino”, non essendo stata trovata nessuna indicazione nè sul quadro nè su documenti scritti» (Salonia 1981, p. 16).La scheda di Hyerace in un volume di opere d’arte restaurate riferito al 1989 fa pensare a un intervento successivo, di cui non si conoscono autore e data esatta. Buttà ne scrive che «ha ridato vita solo in parte al dipinto, considerate le notevoli cadute di superficie pittorica» (2004, p. 55).
Dall’altare maggiore all’abside
Nel 1856 Di Marzo colloca la pala sull’altare maggiore. Salonia aggiunge che essa copriva la finestra dell’abside, murata, in un’abside «per lunghi secoli oscurata da intonaci, dallo altare maggiore» e dal «polittico meraviglioso, ora posto altrove» (1981, p. 11). Con il primo ciclo di restauri fu «Distrutto pertanto l’altare centrale in legno che era quasi addossato al muro di levante e portato in altro posto della stessa chiesa il prezioso polittico quattrocentesco» (1981, p. 21). Per il Comune la pala fu collocata, «dopo il rinvenimento della finestrella a feritoia, sull’altare laterale», senza dire quale.Nel 1981 Salonia scrive che il polittico sta altrove dentro la chiesa. Nel 2004 le fotografie dell’articolo di Buttà lo mostrano davanti all’abside, con la didascalia «Chiesa di san Martino, Siracusa»; Garofalo lo elenca fra le opere dell’abside con il crocifisso ligneo della prima metà del Cinquecento, e nel 2019 l’Arcidiocesi di Siracusa indica San Martino come la chiesa «dove si ammira il polittico del ‘400». L’anno del ritorno nella zona absidale non è documentato.Oggi davanti alla parete absidale sta, su un cavalletto metallico nero, un polittico a sei tavole montato in un telaio moderno a griglia di legno chiaro. Il registro inferiore conserva parte degli archetti trilobati intagliati e dorati, il superiore ne è privo. La superficie è impoverita, con vaste cadute nella metà inferiore del manto della Madonna e nella veste di Santa Lucia, e fori di insetti xilofagi su tutte le tavole.La questione di Palazzo Bellomo
Le opere d’arte e gli arredi
Quel che la chiesa contiene è documentato male. La sola catalogazione moderna reperibile online è l’Inventario dei beni storici e artistici della diocesi di Siracusa, sul portale BeWeB della Conferenza Episcopale Italiana: dieci schede, di cui sei per le tavole del polittico, una per l’organo e tre per opere delle quali non è dichiarata la collocazione. Il Catalogo generale dei Beni Culturali non contiene alcuna scheda di opera d’arte riferita a questa chiesa, e l’unico identificativo noto, S017919, riguarda il complesso architettonico. Resta il libretto di Giuseppe Salonia, parroco dal 17 agosto 1941 e direttore dei restauri fra il 1944 e il 1965, che nel 1981 descrive per esteso quel che gli stava a cuore e tace sul resto. Per diverse opere oggi visibili il censimento poggia sulle sole fotografie.Il crocifisso ligneo dei Cavalieri di Malta

«Il grande Crocifisso in legno posto nella navatina destra proviene dalla chiesetta della Congr. del Nome di Gesù chiusa al culto e che era soggetta ai PP. Domenicani la cui grande chiesa era la più bella della città. Il Crocifisso ch’era circondato da insigni reliquie (cedute ora alla Chiesa del Carmine in Siracusa) è veramente una opera somaticamente e artisticamente perfetta e ispira profonda devozione. Fu regalato ai PP. Domenicani nel 1530 lasciando Siracusa per Malta dai Cavalieri dell’Ordine Gerosolimitano con il suo Gran Maestro Villers.»Per la donazione del 1530 Salonia rinvia a un’unica fonte erudita, N. Agnello, «Il Monachesimo a Siracusa», p. 16, e non aggiunge altro. Il gran maestro che chiama «Villers» è Philippe de Villiers de L’Isle-Adam, sotto il quale l’Ordine Gerosolimitano prese possesso di Malta proprio nel 1530, al termine degli anni siciliani; a Ortigia l’Ordine aveva una chiesa nella piazzetta che ne porta ancora il nome. Le «insigni reliquie» che circondavano il crocifisso risultano già cedute nel 1981 alla chiesa della Madonna del Carmine: quali fossero, e dove siano oggi, le fonti consultate non lo dicono.Su dove stia l’opera il libretto si contraddice. Il testo di p. 27 dice «navatina destra», mentre la tavola fuori testo che mostra un grande crocifisso appeso al muro porta la didascalia «Navatina sinistra della chiesa». Le fotografie odierne mostrano due crocifissi: uno sospeso a catena davanti all’arco absidale e uno fissato a una parete. Il secondo si localizza con precisione, perché sul bordo dell’inquadratura compare un frammento della parete dipinta del battistero, con le lettere delle iscrizioni latine e la sagoma di un cervo: il crocifisso a muro sta all’estremità occidentale della navatella settentrionale, accanto al vano del fonte, cioè nella navatina sinistra della didascalia e non in quella destra del testo.Ha croce latina liscia di legno scuro con il cartiglio INRI dipinto; il Cristo è morto, capo reclinato sulla destra, corona di spine, braccia molto sollevate, incarnato chiaro con colature di sangue al costato, alle ginocchia e ai piedi, perizoma dorato annodato sul fianco destro e piedi sovrapposti trafitti da un solo chiodo. Materiali, misure e restauri non sono documentati, e quale dei due crocifissi sia quello del 1530 resta indimostrato: a favore di quello a muro gioca la coincidenza fra la sua posizione attuale e la didascalia della tavola del 1981.
La tela di San Michele arcangelo

I dipinti centinati delle navatelle
Alle pareti alte delle navatelle sono appese grandi tele centinate in cornice dorata, delle quali le fonti dicono pochissimo. Una sola frase di Salonia (1981, p. 22) riguarda con sicurezza uno di questi dipinti: raccontando la dedicazione dell’altare minore alla Sacra Famiglia, annota che «la grande tela con la S. Famiglia e S. Gaetano porta la data 1767». Era dunque una delle due tele che stavano nelle edicole degli altari laterali prima che vi si aprissero le nicchie per le statue, e dopo il 1919 fu spostata altrove in chiesa.Il soggetto si riconosce in una delle tele fotografate nelle navatelle: in alto la colomba dello Spirito Santo fra nubi e cherubini, la Vergine seduta che porge il Bambino, dietro un san Giuseppe anziano e barbuto, in basso a sinistra un santo inginocchiato a piedi nudi, in abito nero, verso cui il Bambino si protende, e un putto con un giglio accanto a un libro posato a terra. È l’iconografia consueta di san Gaetano Thiene che riceve il Bambino dalla Vergine, e l’abito nero è quello dei teatini. Negli ingrandimenti non si leggono né firma né la data 1767 che Salonia dichiara presente sull’opera. Autore, misure e restauri restano ignoti, e la tela non compare né in BeWeB né nel Catalogo generale.Un secondo dipinto documentato è la piccola tela con san Raffaele che stava sull’altare minore dedicato all’arcangelo. Salonia (1981, p. 22) la descrive così:«del quale si trova una piccola tela del settecento, nel 1982 restaurata, che porta la firma del pittore Elia Interguglielmi, nato a Napoli nel 1764, e morto a Palermo nel 1835».La firma autografa ne farebbe l’unica opera della chiesa con un autore certo, e proprio per questo le righe di Salonia meritano un controllo. Il Dizionario Biografico degli Italiani, nella voce curata da Gaetano Bongiovanni (vol. 62, Roma 2004, pp. 216-219), dà Elia Interguglielmi nato a Napoli nel 1746 e morto a Palermo il 16 maggio 1835: sulla morte Salonia è esatto, sulla nascita sbaglia di diciotto anni. Il pittore si trasferì a Palermo intorno al 1767 e vi lavorò come figurinista e decoratore fra tardo barocco e neoclassicismo. La voce del Dizionario non nomina mai Siracusa fra i luoghi della sua attività e per la Sicilia sud-orientale registra soltanto il san Giuseppe da Copertino dipinto nel 1816 per la chiesa di San Francesco dell’Immacolata di Ragusa Ibla: la tela di San Martino risulta quindi inedita nella letteratura specialistica. Anche la data del restauro fa problema, perché il libretto porta l’anno 1981, con nota introduttiva datata 27 dicembre 1981, mentre il restauro è detto «del 1982». L’opera non è stata identificata in nessuna delle fotografie disponibili.Restano non identificati almeno due grandi quadri incorniciati appesi in alto nelle navatelle. Uno potrebbe corrispondere a una scheda che BeWeB registra fra i beni della diocesi senza dichiararne la collocazione, «Bottega romana sec. XVIII, San Martino dona parte del mantello al povero», olio su tela di cm 182 x 132: se fosse in questa chiesa sarebbe l’unico dipinto noto con il soggetto del titolare, e nessuna fonte scritta lo nominerebbe.
Le sculture delle nicchie
Le due statue collocate nelle edicole degli altari delle navatelle valgono anche come opere a sé, mentre la loro vicenda di collocazione è trattata nella sezione sugli altari. Nella nicchia meridionale sta un gruppo policromo dell’arcangelo Raffaele con Tobiolo: l’angelo, giovanile, ha capelli biondi ondulati, ali spiegate, nimbo, tunica bianca e ampio manto rosato annodato, regge con la sinistra un lungo bastone da pellegrino e appoggia il braccio destro sulla spalla del ragazzo; Tobiolo, in tunica chiara e manto grigio-verde, guarda l’angelo e tiene con la destra il pesce del racconto biblico. Nella nicchia settentrionale sta una statua di santo vescovo benedicente, con mitria bianca e oro, piviale rosso con orfrey dorato ricamato a croci, camice bianco, pastorale dorato nella sinistra e barba bianca, entro un vano dipinto di grigio-azzurro. L’unico dato di acquisizione documentato riguarda le statue lignee dell’Arcangelo e della Sacra Famiglia, procurate secondo Salonia (1981, p. 32) dal parroco Filippo Rapaglià, in carica dal 1921 al 1931. Autore, bottega, materiali e misure non sono documentati per nessuna delle due, e il santo vescovo non è identificato da alcuna fonte scritta.La statua di Santa Rita
All’estremità occidentale della navatella meridionale, dentro una nicchia ad arco acuto ricavata nel muro, sta una statua a figura intera di monaca agostiniana: abito e velo neri, soggolo bianco, mani giunte, capo leggermente reclinato, su un piedistallo poligonale di legno scuro. La stigmate sulla fronte, attributo per cui la si riconosce, non è verificabile nelle immagini disponibili. Autore, materiale e data non sono documentati. La devozione a santa Rita, che a Siracusa ha una chiesa propria, si diffonde in Italia soprattutto dopo la canonizzazione del 1900, il che collocherebbe la statua nel Novecento: è una deduzione, non un dato.L’Ecce Homo
All’estremità occidentale della navatella settentrionale, entro una nicchia poco profonda, sta una figura di Cristo a grandezza naturale, in piedi, con corona di spine di rami veri o imitati, capo reclinato sulla spalla destra, barba e capelli scuri, corpo nudo con perizoma di tela chiara annodato sul fianco, mani legate da una corda e piaghe dipinte con colature di sangue al costato, alle spalle, alle ginocchia e alle caviglie. Poggia su una base di legno dipinta a finto marmo grigio, posata su una pedana coperta da un drappo rosso. Materiale, autore, data e restauri non sono documentati; la base mobile e la corda alle mani sono indizi di uso processionale.Due cose portano lo stesso nome e vanno tenute distinte. La nicchia storica del Santissimo Ecce Homo, secondo Salonia (1981, p. 29), stava in fondo alla piccola navata meridionale, e sotto di essa fu sepolto il parroco Antonio Veneziano, eletto il 24 maggio 1592; quella nicchia fu murata nel primo ciclo di restauri, insieme a quelle di san Michele e dell’Addolorata (1981, p. 20). La statua che oggi si vede sta invece nella navatella settentrionale, in una nicchia diversa, e quando vi sia stata collocata le fonti consultate non lo dicono.Sul legame con la Settimana Santa serve prudenza. Un testo pubblicato dall’arcidiocesi di Siracusa il 5 aprile 2023 ricostruisce la vicenda del Mistero, la messa in scena di una stazione della Via Crucis con manichini: era opera dell’Arciconfraternita dello Spirito Santo, che aveva sede nella chiesa dello Spirito Santo sul lungomare di Ortigia, si interruppe per il venire meno dei confrati e fu ripresa circa un ventennio prima del 2023 da monsignor Sebastiano Gozzo, parroco di San Martino e rettore della stessa chiesa; dopo la sua morte un gruppo di laici della parrocchia ha continuato a promuovere il recupero e il restauro di quanto resta dei manichini. Quei manichini sono di cartapesta e vestiti con abiti settecenteschi, mentre l’Ecce Homo di San Martino è una statua a tutto tondo, scolpita e dipinta, con base propria: può essere servita in quelle occasioni, ma appartiene a una tipologia diversa.La Via Crucis
Le quattordici stazioni sono formelle di legno chiaro intagliate ad altorilievo, con più figure ciascuna, montate su mensole modanate di legno scuro fissate ai pilastri e alle pareti delle navatelle; sotto ogni mensola è applicato un braccio portacandela di ferro battuto a voluta, con rosone di attacco a muro. Salonia non le nomina, e nessun’altra fonte consultata dà autore, bottega, data, materiali o misure. La tipologia, altorilievi in legno naturale non policromo di gusto naturalistico, è quella della produzione devozionale diffusa in Italia nel Novecento, ma è un giudizio di stile e non un documento.Gli arredi lignei e la suppellettile minore
I confessionali attuali sono del 1963, «in pregiato legno rovere», e hanno sostituito quelli che nel primo ciclo di restauri avevano preso il posto dei due altarini lignei eliminati (Salonia 1981, p. 20); occupano le rientranze poco profonde dei muri laterali. Nella zona presbiteriale è murato un armadio di noce, che nessuna fonte cita. Il tabernacolo degli oli santi è uno sportello entro cornice di legno nero filettata d’oro, con l’anta rossa segnata al centro da una losanga a rilievo argentata e dorata e da quattro specchiature agli angoli: anche di questo le fonti tacciono.Fra la suppellettile si contano almeno due recipienti di maiolica bianca a decoro azzurro, verde e giallo, mai citati da alcuna fonte: uno grande, a coppa su piede, posato su un piano di marmo presso l’altare settentrionale, con il monogramma costantiniano dorato entro un cartiglio sul fianco, e uno piccolo sul gradino dello stesso altare. Per forma e per il monogramma il primo potrebbe servire da fonte battesimale mobile, dato che il fonte storico resta chiuso dietro la grata del battistero, ma è un’ipotesi. BeWeB registra fra i beni della diocesi anche un «Reliquiario di San Martino» di bottega italiana del Settecento, in rame fuso e vetro, di cm 3,7 x 7,9, senza dichiararne la collocazione: le due piccole teche circolari a vetro incassate nella predella dell’altare settentrionale hanno funzione affine, ma non la forma dichiarata dalla scheda.Qualche arredo documentato non si trova più. Durante il parrocato di Francesco La Rosa, fra il 1931 e il 1935, furono acquistati due portalampade di ferro battuto per il Santissimo Sacramento, i banchi genuflessori e una statua lignea dell’Immacolata (Salonia 1981, p. 32): nessuno di questi oggetti è stato identificato nelle fotografie. Nella stessa condizione si trova la statua lignea della Sacra Famiglia procurata da Rapaglià, e delle due tele che stavano nelle edicole degli altari laterali prima del 1919 una sola, quella con san Gaetano, è stata riconosciuta con ragionevole sicurezza.Il battistero e l’acquasantiera
Gli arredi dell’acqua sono due, distinti per data, per funzione e per posizione: il fonte battesimale di pietra, chiuso nel vano all’angolo nord-ovest, voluto dal parroco Orazio Bignardelli fra il 1762 e il 1794, e la pila di marmo per l’acqua benedetta presso l’ingresso, che secondo Salonia (1981, p. 27) porta incisa la data 1588. L’unica fonte scritta che li descriva è il libretto del parroco Giuseppe Salonia, che a ciascuno dedica poche righe. Nessuno dei due compare nell’inventario dei beni storici e artistici della diocesi di Siracusa pubblicato su BeWeB, che per questa chiesa cataloga dieci opere fra dipinti, organo e reliquiario, e nel Catalogo generale dei Beni Culturali non esiste alcuna scheda di opera d’arte riferita a San Martino.Il vano all’angolo nord-ovest

Il fonte di Orazio Bignardelli
Salonia lo descrive in una sola frase, che è anche tutto ciò che se ne sa per via documentaria (p. 20):«Il fonte battesimale, in pietra elegantemente scolpita, voluto dal Parroco O. Bignardelli (1762-1794) e del quale leggesi il nome ai bordi superiori, che era collocato nel primo intercolunnio a sinistra entrando in chiesa, fu posto nella restaurata cappella dove come dicemmo era la scala per l’organo.»Da qui si ricavano tre dati: il materiale, la committenza e, soprattutto, l’esistenza di un’iscrizione con il nome del committente incisa sui bordi superiori della vasca. Nessuna fonte consultata ne trascrive il testo, e nessuna dà le misure del fonte, il tipo di pietra, l’autore o la bottega.Orazio Bignardelli fu parroco di San Martino dal 18 marzo 1762 alla morte, il 30 settembre 1794, a settantotto anni, e fu sepolto in chiesa (Salonia, pp. 29-30). Nello stesso elenco dei parroci Salonia gli attribuisce il restauro della chiesa a proprie spese, la fornitura di arredi sacri, la fondazione di un legato e di una cappellania quotidiana di sante messe, e la costruzione in pietra dell’altare laterale dedicato a San Raffaele arcangelo e a San Vincenzo martire, sul quale espose il corpo del santo acquistato dal predecessore Ambrogio Noto. Il fonte battesimale appartiene dunque alla medesima stagione di committenza, quella del parroco che rimise in ordine la chiesa a metà Settecento.Dietro la cancellata si riconosce una vasca circolare di pietra chiara su un alto fusto sagomato, chiusa da un coperchio ligneo a calotta sormontato da un elemento apicale; accanto sta il cero pasquale sul suo candelabro. L’iscrizione con il nome di Bignardelli, che corre sui bordi superiori, non è leggibile dall’esterno della grata.
I cervi alla fonte e le iscrizioni latine
La parete di fondo del vano è dipinta, ed è questa la cosa più singolare del battistero. Entro una cornice a zigzag policromo, su un fondo verde grigio chiaro, due cervi affrontati si abbeverano a una fontana resa come un pilastro scanalato dal quale scendono getti d’acqua verticali bianchi, su specchiature rosso brune e verdi; il cervo di sinistra è giallo ocra, quello di destra è più grande e screziato. Sotto corre uno zoccolo di marmo venato, e all’estremità sinistra della parete si intravede un secondo riquadro dipinto con altre lettere, non leggibili.Le scritte, a lettere capitali rosse di gusto paleocristiano, distribuiscono due testi biblici su tre campi. In alto, ai due lati della scena, si leggono DESIDERAT AD FONTES AQVARVM e ANIMA MEA AD TE DEVS: sottinteso l’incipit «sicut cervus», compongono il versetto del Salmo 41 (42), 2 nella numerazione della Vulgata, «Sicut cervus desiderat ad fontes aquarum, ita anima mea ad te, Deus», cioè «come il cervo anela alle fonti delle acque, così l’anima mia anela a te, o Dio». Nella fascia bassa, su due righe, entro un bordo dipinto a imitazione di un mosaico con quadretti e rombi azzurri, gialli e rossi e un motivo a onde, corre NISI QVIS RENATVS FVERIT EX AQVA ET SPIRITV SANCTO NON POTEST INTROIRE IN REGNVM DEI, cioè «se uno non rinasce da acqua e Spirito Santo, non può entrare nel regno di Dio», che è Giovanni 3, 5, la risposta di Gesù a Nicodemo. La desinenza della parola AQVA e l’ultima parola della frase non si leggono con sicurezza.La scelta dei due testi è quella corrente nei battisteri: la sete dell’anima e la rinascita dall’acqua. Chi abbia dipinto la parete, con quale tecnica e in quale anno, non risulta da nessuna delle fonti consultate. Non ne parla il libretto di Salonia, che pure descrive nel dettaglio sia i lavori del primo Novecento sia quelli che egli stesso diresse fra il 1944 e il 1965; non ne parlano la scheda del Comune di Siracusa, la voce di Wikipedia, la scheda diocesana. L’iconografia dei cervi alla fonte, ripresa dai battisteri e dai sarcofagi paleocristiani, le capitali rosse e il finto bordo musivo si accordano con un intervento novecentesco condotto nello spirito di ritorno alle origini paleocristiane che governa tutti i restauri di questa chiesa, e il momento più probabile sarebbe la sistemazione della cappella di cui Salonia parla a p. 20. Resta però una lettura stilistica, non una notizia documentata, e va presa per tale.L’acquasantiera del 1588

«presso l’ingresso della Chiesa si trova un’elegante pila in marmo per l’acqua benedetta; mostra nello zoccolo poligonale la data del 1588 in un lato e nell’altro questa leggenda incisa: “Franc. et Isabella Degaleco”.»L’oggetto sta oggi addossato a un pilastro della navata, fra i banchi. È una pila circolare poco profonda, di marmo bianco venato di grigio, con orlo modanato a toro rovescio e sottocoppa lavorato a baccelli; la vasca è fessurata e restaurata, con almeno due lesioni radiali visibili. Poggia su un fusto a balaustro rastremato, scolpito a squame o foglie ormai molto consunte, e su una base modanata con una specchiatura rettangolare incorniciata per lato. Su quella visibile restano tracce di caratteri incisi, in buona parte illeggibili, fra cui due cifre finali compatibili con «88».Una precisazione sulla forma della base: Salonia la chiama «zoccolo poligonale», mentre la base ha pianta quadrilobata, cioè quattro lati con gli angoli concavi. La differenza non è oziosa, perché la data e la leggenda stanno su due facce diverse e sapere quante siano le facce serve a ritrovarle.
Francesco e Isabella Degaleco
L’iscrizione nomina due persone, con ogni verosimiglianza marito e moglie, che pagarono la pila: «Franc. et Isabella Degaleco». Salonia non aggiunge nulla su chi fossero, e nessun’altra fonte consultata nomina un cognome Degaleco, a Siracusa o altrove.L’unico appiglio è onomastico e indiretto. Negli elenchi annuali degli ufficiali dell’università di Siracusa che Giuseppe Agnello pubblica nella tesi di dottorato «Urbs fidelissima», tratti dall’Archivio di Stato di Siracusa, compaiono due Galeco: il mastro barbiere e chirurgo Gregorio Galeco nell’anno 1527-1528 e il portiere Bernardino Galeco nell’anno 1528-1529. Sono le uniche due occorrenze del cognome in tutto il lavoro, e le forme registrate sono Galeco, latinizzato Galecus e volgarizzato Galecu. Il cognome, dunque, era presente a Siracusa nel primo Cinquecento, sessant’anni prima della data della pila, in famiglie di ceto artigiano e di servizio civico, e la grafia «Degaleco» dell’iscrizione si spiega bene come univerbazione di «de Galeco», secondo l’uso delle epigrafi siciliane di fine Cinquecento.Se ne ricava un’ipotesi ragionevole, che Francesco e Isabella fossero una coppia siracusana e non una famiglia forestiera, e nulla di più. L’identificazione resta da fare sui registri parrocchiali di San Martino per gli anni fra il 1580 e il 1600, sui riveli dei beni e delle anime del 1569 e del 1583, sui protocolli dei notai siracusani del Cinquecento e sui manoscritti degli Annali di Capodieci conservati alla Biblioteca Alagoniana.La data 1588 e un equivoco corrente
Salonia riferisce il 1588 alla pila dell’acqua benedetta presso l’ingresso, e assegna il fonte battesimale a Bignardelli, quindi alla seconda metà del Settecento. Circola invece, anche su questo sito, la formula «un fonte battesimale datato 1588»: la usa la scheda dedicata al corpo di San Vincenzo martire, che fra gli arredi della chiesa elenca il crocifisso ligneo del 1530 e, appunto, un fonte battesimale del 1588. Si tratta di due oggetti diversi, con due funzioni diverse e in due punti diversi della chiesa, separati da quasi due secoli: la pila serve all’acqua benedetta di chi entra, il fonte al battesimo, nel vano chiuso in fondo alla navatella nord. Nessuna fonte consultata attribuisce al fonte battesimale una data cinquecentesca, e la lettura di Salonia, che era il parroco e aveva i due oggetti sotto gli occhi, va preferita.Accanto alla pila di marmo, le fotografie mostrano almeno due recipienti di maiolica bianca a decoro azzurro, verde e giallo: uno grande, a coppa su piede, posato su un piano di marmo presso l’altare settentrionale, con il monogramma costantiniano dorato entro un cartiglio sul fianco, e uno piccolo, della stessa famiglia decorativa, sul gradino dello stesso altare. Nessuna fonte scritta li nomina. Per la forma e per il monogramma, il più grande potrebbe servire da fonte battesimale mobile, dato che quello storico resta chiuso dietro la grata, ma anche questa è una lettura dell’oggetto e non una notizia.La cantoria e l’organo
In controfacciata, sopra la bussola d’ingresso, corre una cantoria lignea con balaustra a specchiature, e al suo centro si alza il corpo dell’organo. Nulla di quanto si vede lì è antico: cantoria e scala di accesso furono rifatte da capo nel primo ciclo di restauri novecenteschi, quello guidato dall’architetto siracusano Sebastiano Agati che Salonia (1981, p. 19) ricorda come collaboratore del soprintendente Paolo Orsi. Il libretto del parroco descrive l’intervento in una frase sola, densa di conseguenze:«all’interno venne rifatta per intero la cantoria e la scala a chiocciola in ferro situandola dove ora si trova, poiché prima vi era nella parte opposta una brutta indecorosa scala di legno con sotto accatastate in disordine delle cose inutili. A causa di questa nuova collocazione della scala per la cantoria ed il campanile venne chiuso e murato il piccolo ingresso alla Chiesa dal vestibolo a destra tamponandolo a somiglianza del lato sinistro opposto.» (Salonia 1981, p. 19)

L’organo dei Polizzi, opus 62 del 1918
Sulla cantoria nuova fu messo uno strumento nuovo. Il racconto di Salonia (1981, p. 20) è l’unica testimonianza narrativa sull’acquisto:«Sulla cantoria fu collocato un nuovo organo costruito dai Fratelli Polizzi di Modica (RG), in sostituzione di un altro organo già appartenente all’ex Convento di S. Maria in Siracusa e venduto dal Demanio di Stato al Parroco Loreto (1860-1895). Le canne superiori del nuovo organo furono poste in forma semilunata allo scopo di consentire che dalla Chiesa si potesse vedere il rosone.»Salonia non dà l’anno. Lo danno due catalogazioni indipendenti e concordi: la scheda dell’Inventario dei beni storici e artistici della diocesi di Siracusa, pubblicata su BeWeB il 14 marzo 2018, e la scheda organologica raccolta su Wikibooks fra le disposizioni foniche degli organi a canne siciliani. Entrambe indicano il 1918. La data colloca lo strumento dentro il primo ciclo di lavori e prima della consacrazione degli altari, che Salonia (1981, p. 22) fissa al 14 aprile 1919: nel 1918 la cantoria era dunque finita e portante. Sulla periodizzazione complessiva di quella campagna il libretto oscilla, e la questione appartiene alla sezione sui restauri.Sullo strumento precedente si sa soltanto quello che scrive Salonia: veniva dall’ex convento di Santa Maria in Siracusa, era stato venduto dal Demanio dello Stato al parroco Giuseppe Loreto, in carica dal 15 aprile 1860 al 17 giugno 1895, e nel 1918 fu tolto per far posto al Polizzi. Quale fosse, fra i molti istituti siracusani intitolati alla Vergine, quel convento di Santa Maria, le fonti consultate non lo precisano; e che fine abbia fatto l’organo dismesso non lo dice nessuna. Nella stessa pagina Salonia annota che i lavori furono condotti «con denaro approntato dall’Arciv. Mons. Luigi Bignami (1905-1919), che aveva particolare simpatia per questa illustre chiesa», senza però specificare se la spesa dell’organo rientrasse in quella provvista.
La disposizione fonica

I Polizzi di Modica
Sul costruttore le fonti consultate danno poco, e quel poco non coincide nemmeno nella forma del nome. Salonia (1981, p. 20) scrive «Fratelli Polizzi di Modica (RG)». BeWeB indica come autore «Fratelli Polizzi» e come ambito culturale «bottega modicana». La scheda di Wikibooks fa i nomi propri, Michele e Agostino Polizzi, e aggiunge il numero d’opera, 62. Wikipedia in italiano si limita a «organo a canne Polizzi opus 62». Si tratta della stessa ditta chiamata in quattro modi, e la forma con i due nomi di battesimo dipende da una sola fonte.Oltre a questo, il vuoto. Quando la bottega aprì, da chi discendesse, quanti strumenti costruisse, quali altre chiese conservino organi dei Polizzi, se i due fratelli fossero i titolari della ragione sociale «Fratelli Polizzi» o due membri di una famiglia più larga: nessuna delle fonti consultate lo dice, e nessuna monografia sull’organaria siciliana è stata reperita che li tratti. Resta il numero d’opera, e va preso per quello che è: al 1918 la bottega numerava progressivamente i propri lavori ed era arrivata a sessantadue. Un catalogo che dia corpo a quella numerazione non è stato trovato.Conservazione e uso
La scheda di Wikibooks registra alla voce dei restauri un secco «sì, restauri conservativi», senza data e senza nome del restauratore. Chi li fece e quando, nessuna fonte consultata lo supplisce.Che lo strumento fosse suonabile in tempi recenti è documentato una volta sola. Il 19 marzo 2015, secondo una notizia dell’arcidiocesi di Siracusa, si tenne nella chiesa un concerto per organo e voce intitolato «Laudate Dominum», del maestro Gaetano Ruggieri con il soprano Isabella Calleri, dentro il programma «Il fascino della musica celestiale nella liturgia» della Biblioteca Alagoniana, dedicato alla valorizzazione degli organi a canne della provincia; all’iniziativa partecipava l’organaro restauratore Antonio Bovelacci. Il nome di Bovelacci è la sola pista disponibile per i restauri conservativi che la scheda organologica registra senza data, ma che sia stato lui a eseguirli nessuna fonte lo afferma.Un ultimo dato viene dal sistema di catalogazione della Conferenza Episcopale Italiana. Nella scheda architettonica dell’edificio, la sezione che elenca i beni mobili conservati nella chiesa nomina un solo oggetto, l’organo dei Fratelli Polizzi. La circostanza va letta con prudenza: le altre nove schede di opere riferite a San Martino non dichiarano alcuna collocazione, e un dato mancante non equivale a un dato negativo. Resta che, nell’unico censimento moderno disponibile, l’organo del 1918 è l’unico arredo di questa chiesa di cui si affermi per iscritto che sta ancora dove fu messo.La chiesa continua a ospitare concerti, fra i quali un appuntamento della rassegna «Surrexit Dominus» della Schola Cantorum «Madonna delle Lacrime» il 18 aprile 2026; se in quelle occasioni si usi l’organo Polizzi o uno strumento portato da fuori, le fonti consultate non lo precisano.Il corpo di San Vincenzo martire

L’acquisto del 1746
La notizia poggia su una sola riga del libretto del parroco Giuseppe Salonia, che nel 1981 compilò le brevi biografie dei suoi predecessori. Di Ambrogio Noto, dottore in sacra teologia ed esaminatore sinodale, parroco dal 1719 al 1762, Salonia (1981, p. 30) scrive che «acquistò nel 1746 il Corpo di S. Vincenzo Martire trasportato a Siracusa dalle Catacombe romane di S. Callisto».Il verbo conta. La scheda di Aretusapedia dedicata alla reliquia legge «acquistò» come la descrizione della procedura ordinaria del Settecento: il corpo santo veniva concesso dietro domanda formale e pagamento delle spese di estrazione, di trasporto e di autentica, per il tramite del Custode delle Reliquie del Cardinale Vicario di Roma, dentro una pratica amministrativa regolata dal Vicariato. Secondo la stessa scheda, nel 1746 la sede romana è di Benedetto XIV e quella siracusana dell’arcivescovo Matteo Trigona, in carica dal 1732 al 1747.Quello che le fonti non dicono
Il resto della vicenda manca. L’autentica romana del 1746 non è stata rintracciata, e non lo è neppure una cronaca del rito con cui la chiesa accolse la cassa. La scheda di Aretusapedia avanza due ipotesi che dichiara come tali: che il documento possa recare la firma di Marcantonio Boldetti, custode delle reliquie fino al 1749, e che il racconto della traslazione possa stare nei registri parrocchiali dell’epoca oppure nei manoscritti degli Annali di Giuseppe Maria Capodieci alla Biblioteca Alagoniana. Nessuna delle due è stata verificata. Delle traslazioni settecentesche si conosce lo schema generale, con verifica dell’autentica, rottura del sigillo del Custode, processione del clero per la città e deposizione sotto la mensa, ma per Siracusa, fra le fonti consultate, un resoconto dell’evento non esiste.L’altare di Bignardelli e la cassa di vetro
Il successore di Noto diede alla reliquia una sede stabile. Di Orazio Bignardelli, parroco dal 18 marzo 1762 al 30 settembre 1794, Salonia (1981, p. 30) riferisce che «costruì l’altare di destra in pietra dedicandolo a S. Raffaele Arc. e S. Vincenzo Mart., del quale espose il Corpo». La dedicazione doppia, un arcangelo accanto a un martire catacombale, era una formula corrente negli altari laterali del secolo, secondo la lettura che ne dà la scheda di Aretusapedia.L’urna visibile oggi è molto più tarda. Fra le opere compiute durante il suo parrocato, dal 31 gennaio 1896 al 16 novembre 1921, il parroco Concetto Caracò elenca, in parte a proprie spese, anche «la cassa di vetro di San Vincenzo» (Salonia, 1981, p. 31). Il contenitore attuale, in legno scuro con cornici e filetti dorati e pareti vetrate, risale dunque al passaggio fra Otto e Novecento; di come fosse esposto il corpo prima di allora le fonti consultate non dicono nulla.L’iscrizione del gradino
Alla base dell’altare corre un gradino di marmo grigio venato con una iscrizione incisa a lettere capitali, che dichiara identità e provenienza della reliquia: CORPUS S. VINCENTII M. EX COEMET. S. CALLISTI. Seguono altri caratteri, plausibilmente ROMAE, che l’usura della pietra e i riflessi rendono incerti. Nessuna fonte a stampa trascrive l’iscrizione né dà una data per la sua esecuzione.Destra o sinistra
Un punto di topografia resta aperto. Salonia colloca all’altare «di destra» tanto San Raffaele quanto il corpo di San Vincenzo, e all’altare di sinistra la Sacra Famiglia (1981, pp. 22 e 30). Oggi l’urna è sotto l’altare della navatella nord, che è a sinistra per chi entra, mentre il gruppo dell’arcangelo Raffaele con Tobiolo occupa la nicchia dell’altare meridionale. La scheda di Aretusapedia scioglie la contraddizione con la convenzione liturgica, per cui il lato destro è quello del celebrante rivolto all’assemblea, cioè il lato del Vangelo, che per il visitatore corrisponde alla navatella sinistra: in questa lettura l’urna non si è mai mossa dall’altare di Bignardelli, e dopo il 1981 sono cambiate le statue dentro le nicchie. La lettura alternativa prende «destra» alla lettera e riconosce nell’altare meridionale quello settecentesco, con un trasferimento dell’urna al lato nord in data imprecisata. A favore della prima ipotesi gioca il fatto che il gradino iscritto è solidale con l’altare nord; contro di essa, che mense e predelle furono rifatte in marmo nei restauri del 1905-1919 descritti da Salonia (1981, p. 22), e che l’iscrizione potrebbe quindi essere stata incisa allora.Il culto
Non risulta documentata una festa liturgica propria del corpo di San Vincenzo in San Martino, né una processione cittadina dedicata al santo: la scheda di Aretusapedia parla di venerazione statica sul posto, e nulla fra le fonti consultate la smentisce. La stessa scheda osserva che per le chiese italiane con un San Vincenzo martire di provenienza catacombale la data liturgica veniva in genere fissata al 22 gennaio, festa di Vincenzo di Saragozza. La reliquia non è isolata in città: il Duomo custodisce i corpi santi di San Benedetto e di Santa Vittoria, anch’essi da San Callisto, indizio di un canale stabile fra la diocesi siracusana e il Vicariato di Roma fra la fine del Seicento e la metà del Settecento.La parrocchia e i suoi parroci
San Martino Vescovo è sede di parrocchia da secoli, ma la sua storia istituzionale poggia quasi per intero sul libretto che il parroco Giuseppe Salonia stampò nel 1981. Salonia dichiara a p. 29 le carte su cui lavorò: «Il seguente elenco risulta dai Registri della Parrocchia, della biblioteca Alagoniana e della Cancelleria Metropotana (Privilegiorum et Rerum Apostolicarum libri)». Le altre testimonianze sono poche e le lacune molte.Dalla prebenda canonicale alla cura d’anime
Il primo documento noto che nomini la chiesa riguarda il reddito dei canonici. Secondo Salonia (1981, p. 15):«Il primo documento storico e ufficiale intorno alla chiesa si trova nel Sinodo diocesano celebrato dal Vescovo Tomaso de Erbes O.S.B. nel gennaio 1389; egli decretò tra gli articoli come prebende dei canonici della chiesa cattedrale, per la scarsezza della mensa canonicale, le chiese di S. Lucia extra-moenia, di S. Martino, di S. Pietro e di altre della vasta diocesi, essendo in quel tempo in pieno vigore l’opzione canonicale: certamente fin dal 1452 San Martino è chiesa parrocchiale.»Nel 1389, dunque, San Martino non compare come parrocchia: viene assegnata come prebenda ai canonici della cattedrale insieme a Santa Lucia fuori le mura e a San Pietro, e l’assegnazione presuppone una chiesa già esistente e dotata di rendita. Il vescovo è Tommaso de Erbes o de Herbes, benedettino, consacrato da Urbano VI il 18 marzo 1388 e morto il 14 marzo 1419 secondo la cronotassi dei vescovi di Siracusa. Gli atti di quel sinodo non risultano reperibili: la notizia si conosce solo da Salonia, che non ne indica l’edizione né la segnatura.La data del 1452, che in rete circola come anno di erezione della parrocchia, va maneggiata con cautela. Salonia non parla di erezione, e nessuna fonte riporta un atto istitutivo. La sua frase si regge su una relazione di visita pastorale riassunta a p. 16:
«In un antico registro della Cancelleria arcivescovile di Siracusa (ora custodito nell’archivio diocesano), che contiene le relazioni delle visite pastorali dei Vescovi, si legge che nel 1452 a XV Settembre – 15 Ind. – Mons. Bononia in corso di sacra visita, si portò in S. Martino e vi trovò Parroco il sac. Antonio Castro; egli visita l’altare maggiore di detta chiesa e lo trova “ben fatto e composto con sopra un’icona della gloriosissima Vergine Maria, di S. Martino e di S. Lucia”.»Tre elementi di questa registrazione stanno male con il 1452. Quell’anno la sede di Siracusa era retta da Paolo Santafè, vescovo dal 3 febbraio 1446 al 4 gennaio 1460, e nessun vescovo siracusano del Quattrocento si chiamò Bononia; il nome corrisponde invece a Girolamo Beccadelli di Bologna, vescovo dal 29 aprile 1541 al 16 luglio 1560, che Rocco Pirri nell’indice della «Sicilia sacra» registra come «De Bononia Hieronymus Syracus.». L’indizione quindicesima cade nel 1452 ma anche nel 1542. Il parroco, infine, porta il nome dell’Antonio De Castro che lo stesso Salonia (p. 29) dice eletto con bolla pontificia nel giugno 1529 e morto nel settembre 1562. Il 15 settembre 1542 cade dentro quel parrocato e dentro l’episcopato di Beccadelli. La lettura 1542 resta un’ipotesi: il registro è nell’Archivio storico diocesano di piazza Duomo 5, dove una consultazione diretta scioglierebbe la questione. Salonia non si accorge della difficoltà, perché a p. 16 dà un parroco in carica nel 1452 e a p. 29 scrive che «il primo Parroco del quale si ha notizia» è Vincenzo Jarruto, in carica dal 1510.Resta un terzo documento quattrocentesco, doppiamente mediato. Salonia (p. 15) riferisce che Giuseppe Maria Capodieci, nei suoi annali manoscritti conservati alla Biblioteca Alagoniana, cita «un atto pubblico in notaio Bartolomeo Palermo del 13 settembre 1462, dove si legge di una cappella fatta in S. Martino in onore di detto Santo». L’atto riguarda una cappella dentro la chiesa, e nulla dice della parrocchia.
Il territorio, le rendite e le anime
Il quadro entro cui leggere la parrocchia in età moderna è quello delle sei parrocchie cittadine. Vito Amico, nella traduzione annotata di Gioacchino Di Marzo (1856, vol. II, p. 507), scrive:«Afferma il Pirri tenere il primato per antichità fra le parrocchie quella di s. Tommaso apostolo, e l’enumera prima dopo la cattedrale; ma attestano aver luogo sulle altre quella di s. Giovanni Battista, volgarmente di s. Giovannello, trascuratamente preterita da questo scrittore; è dessa verso oriente, la prima in un frequente sito della città, come anche l’altra dei Ss. Pietro e Giacomo: quella di s. Martino verso mezzogiorno, e quella di s. Paolo nella contrada Salibra appresso le porte. Non più esiste la parrocchia di s. Niccolò, poiché Giov. Ant. Capobianco la congiunse all’altra di s. Paolo. Presiedono a queste sei parrochi istituiti dal romano Pontefice.»San Martino sta «verso mezzogiorno», nella parte meridionale dell’isola, e le parrocchie sono sei dopo che il vescovo Giovanni Antonio Capobianco aveva unito San Nicolò a San Paolo. Il primato di antichità, secondo Amico, se lo contendono San Tommaso apostolo e San Giovannello, e nessuno lo rivendica a San Martino.Sulla provvista dei parroci le fonti mostrano tre canali. Amico li dice «istituiti dal romano Pontefice», e in effetti Antonio De Castro nel 1529 ed Egidio Franchino nel 1935 sono nominati con bolla pontificia. Altri arrivano per concorso canonico, come Antonio De Alfonso nel 1580 e Gaetano Fazzina nel 1795. In età borbonica, a sede vacante, subentra la cedola reale: così Fazzina fu trasferito a San Paolo nel 1807 e Antonio Tarantello nominato a San Martino lo stesso anno.Del patrimonio parrocchiale sopravvive una sola notizia a stampa, e riguarda una latomia. Capodieci, negli «Antichi monumenti di Siracusa» (t. I, 1813, p. 239, nel paragrafo 62 che si apre a p. 233), dice la latomia di Santa Venera, detta anche del Salanitro, «di pertinenza della Chiesa parrocchiale di S. Martino Vescovo»; Salonia riprende il passo citando la pagina d’apertura del paragrafo. Le altre notizie patrimoniali sono interne alla chiesa: il legato e la cappellania quotidiana di messe fondati dal parroco Orazio Bignardelli, e la casa canonica a fianco della chiesa, prospiciente l’allora via Mentana e oggi Lungomare Ortigia 11, acquistata dalla Santa Sede per 50.000 lire durante il parrocato di Filippo Rapaglià, con un contributo in denaro della parrocchia e del parroco. Cifre di rendita non compaiono in alcuna fonte.Nessuna fonte dà nemmeno il numero delle anime, né il libretto di Salonia né l’annuario diocesano né il censimento della Conferenza Episcopale Italiana. L’unico ordine di grandezza settecentesco viene dalla regia visita di Giovanni Angelo De Ciocchis, che nel 1743 conta per la città di Siracusa 10.828 anime, senza distinguerle per parrocchia. I confini del territorio parrocchiale non sono descritti; si sa solo che l’atto di morte di Bignardelli, nel 1794, fu registrato dalla parrocchia di San Giovanni Battista, «nel cui territorio abitava».
Sinodi e regia visita
Oltre alla visita di «mons. Bononia», non si conoscono relazioni di visita pastorale a San Martino. Salonia registra invece la presenza dei suoi parroci ai sinodi diocesani: Vincenzo Jarruto a quelli del 1510, 1511, 1517, 1519 e 1520; Francesco Oliveri al sinodo di monsignor Faraone del 1622 e, come esaminatore sinodale, a quelli di monsignor Antinoro del 1632 e di monsignor Capobianco del 1651; Paolo Salafia al sinodo indetto nel 1683 dal vescovo Fortezza; Ambrogio Noto, esaminatore sinodale, al sinodo di monsignor Marini del 1727.La regia visita compare due volte. Dai suoi registri Salonia (p. 29) ricava la vicenda del parroco Girolamo ab Ancona, che nominato nel 1568 ottenne il 3 giugno le lettere discessoriali per la Spagna e si recò alla corte. La grande visita di De Ciocchis del 1742 e 1743, invece, non nomina San Martino: il volume sul Val di Noto descrive la cattedrale, il capitolo, la mensa vescovile e il seminario, e liquida le altre parrocchie con una formula generale, «In reliquis vero Parochialibus, et Curatis Ecclesiis Urbis, et Dioecesis cura Parochialis exercetur per Parochos, vel Curatos». Il silenzio si spiega verosimilmente con il fatto che la visita regia si occupava delle istituzioni di regio patronato.La serie mostra parroci che sono quasi sempre uomini di curia: canonici della cattedrale, vicari curati, esaminatori sinodali, bibliotecari dell’Alagoniana, professori.Registri, sepolture, cimitero
I libri parrocchiali dei defunti esistono, secondo Salonia (pp. 12-13), fin dal 1600, e ripetono la formula «sepultus est in hac parochiali Ecclesia Divi Martini». Sul lato settentrionale la chiesa non aveva abitazioni addossate ma un «viridarium», un piccolo giardino che Salonia pensa sia stato o sia poi diventato il cimitero parrocchiale, come per altre chiese della città. L’autore usa il condizionale, e precisa che non esiste un cimitero sotterraneo.Si seppelliva dentro la chiesa. Antonio Veneziano fu sepolto a destra dell’altare maggiore, in fondo alla navatella meridionale sotto la nicchia del Santissimo Ecce Homo; le sorelle vi posero una lapide con lunga iscrizione, il cui testo è conservato nel registro parrocchiale, rimossa nel 1918 quando si rifece il pavimento, mentre le ceneri rimasero in posto. Bignardelli fu sepolto in chiesa «probabilmente nel sepolcro già costruito presso l’altare di S. Raffaele», e l’atto di morte di Salvatore Merendino, nel 1837, reca la dicitura «Da seppellirsi nella Chiesa di S. Martino». Ambrogio Noto fu invece sepolto nel 1762 nella vicina chiesa di Gesù e Maria.La serie dei parroci
L’elenco di Salonia va dal 1510 al 1941. Dichiara un solo vuoto, «Dal 1562 al 1567 non si è trovato il nome d’alcun Parroco», ma ne lascia altri impliciti, come quello fra il 1520 e il 1529.Il primo nome è don Vincenzo Jarruto, «o meglio Giarruto», canonico capitolare, parroco dal 1510 al 1520, detto dallo Scobar «vir plurimum solers», autore di dissertazioni sugli antichi monumenti siracusani, che forse ebbe insieme la cura di San Giovanni Battista. Seguono don Antonio De Castro, eletto nel giugno 1529 secondo i registri della Cancelleria arcivescovile (vol. V, p. 221) e morto nel settembre 1562; don Girolamo ab Ancona, già canonico della cattedrale, nominato nel 1568 e poi andato in Spagna; don Antonio De Alfonso, eletto per concorso l’8 giugno 1580 dopo la rinuncia di don Girolamo; don Bernardino Corso, parroco dal 1585 al 1592, del quale si conosce solo la data di morte, il 25 aprile 1592; don Antonio Veneziano, eletto il 24 maggio 1592, poi canonico teologale e nel 1609 vicario generale di monsignor Giovanni Torres, che seguì a Catania, morto a Piazza Armerina durante una visita.Don Francesco Oliveri, dottore in utroque iure e procuratore del clero, nominato beneficiato di San Martino il 3 aprile 1621, risulta parroco «fino al 1660 e oltre». Don Giovanni Moro è parroco dal 1663 al settembre 1673. Don Paolo Salafia compare nei registri dal 1679 all’ottobre 1718 ed era lui il parroco, scrive Salonia, «nella luttuosa circostanza del grande terremoto dell’11 gennaio 1693» (il terremoto). Ambrogio Noto, dottore in sacra teologia, nominato nel 1719, «insigne per pietà e dottrina», acquistò nel 1746 il corpo di San Vincenzo martire dalle catacombe romane di San Callisto e morì colpito da paralisi il 22 febbraio 1762, a settantatré anni, dopo quarantatré di servizio. Gli succede il 18 marzo 1762 Orazio Bignardelli, che restaurò a proprie spese la chiesa, la fornì di arredi e costruì in pietra l’altare dedicato a San Raffaele arcangelo e a San Vincenzo, esponendovi il corpo; morì il 30 settembre 1794 a settantotto anni.L’Ottocento è il secolo dei passaggi rapidi verso le altre parrocchie cittadine. Gaetano Fazzina, già vicario curato della cattedrale, parroco dal 1795, passa a San Paolo il 9 marzo 1807. Antonio Tarantello, nominato il 2 maggio 1807, già vicario curato della cattedrale e rettore del Seminario, è trasferito a San Pietro il 7 febbraio 1817; qui il libretto si contraddice, perché lo dice morto nel dicembre 1817 e poi, nel 1838, canonico della cattedrale e vicario generale di monsignor Amorelli. Il fratello Carmelo Tarantello regge la parrocchia dal 26 aprile 1817 al 20 giugno 1826, quando passa a San Paolo; morì nel 1837. Emanuele Reale, secondo bibliotecario dell’Alagoniana, sta dal 2 ottobre 1826 al 9 febbraio 1834, poi va a San Giovanni Battista, dove muore il 29 dicembre 1849. Salvatore Merendino prende possesso il 3 luglio 1834 e muore il 6 agosto 1837, a cinquantacinque anni, nelle carceri del Castello Maniace, dove secondo Salonia «era stato trascinato assieme ad altri innocenti in seguito ai luttuosi avvenimenti della rivolta contro i Borboni». Dopo tre anni di vicereggenza del sacerdote Emanuele Stella vengono don Francesco Serafino, eletto il 10 marzo 1840 e trasferito a San Paolo un anno dopo, e Pasquale Salibra, nominato il 13 marzo 1842, trasferito anch’egli a San Paolo il 21 novembre 1858 e nel 1864 canonico teologo della cattedrale. Don Giuseppe Loreto, eletto il 15 aprile 1860, professore di lettere nel Regio Ginnasio-Liceo, muore il 17 giugno 1895 ed è sepolto nel nuovo cimitero comunale in contrada Fusco.Concetto Caracò, parroco dal 31 gennaio 1896 al 16 novembre 1921, già canonico e vicario curato della cattedrale e secondo bibliotecario dell’Alagoniana, scrive di aver trovato la chiesa in pessime condizioni e di avervi fatto eseguire, in parte a proprie spese, il pavimento di mattonelle di cemento, la balaustra lignea del presbiterio, i lampadari di cristallo, i confessionali, i frontoni e le predelle dei quattro altarini minori e la cassa di vetro di San Vincenzo, concludendo che «la chiesa di S. Martino gareggia con le altre chiese più ben messe della città». Filippo Rapaglià, arrivato nel 1921 dalla parrocchia matrice di Francofonte, diede impulso alla devozione a San Raffaele e procurò le statue lignee dell’arcangelo e della Sacra Famiglia; canonico della Metropolitana nel 1931, morì a Francofonte il 15 ottobre 1949 a ottantasei anni. Francesco La Rosa, da Ragusa, prese possesso il 18 agosto 1931 e fu trasferito a Lentini il 16 giugno 1935: sotto di lui si fecero il nuovo impianto elettrico, i due portalampade in ferro battuto per il Santissimo Sacramento, i banchi genuflessori e la statua lignea dell’Immacolata. Egidio Franchino, da Piazza Armerina, nominato il 28 ottobre 1935, restò fino al 1° febbraio 1941; durante il suo parrocato la chiesetta di Gesù e Maria in via Capodieci 11 divenne salone per l’Azione cattolica. Dopo la breve vicereggenza del sacerdote Salvatore Scionti, il 17 agosto 1941 prese possesso canonico Giuseppe Salonia, da Sortino, autore del libretto e guida del secondo ciclo di restauri. L’elenco si chiude con lui e non dice fino a quando restò in carica.Dopo il 1981 la successione va ricostruita su fonti diocesane e di stampa, e resta lacunosa. Monsignor Sebastiano Gozzo, parroco di San Martino e rettore della chiesa dello Spirito Santo, primo direttore del settimanale diocesano «Cammino» e cittadino onorario di Siracusa dal 22 marzo 1998, morì nel dicembre 2007; le date del suo parrocato non sono note. Monsignor Sebastiano Amenta, anch’egli rettore dello Spirito Santo e poi vicario generale dell’arcidiocesi, lascia la parrocchia nel marzo 2013 «dopo poco più di tre anni». Don Alfredo Andronico, allora vice rettore del Seminario, gli succede per nomina dell’arcivescovo Salvatore Pappalardo, con notizia del 30 marzo 2013. Don Salvatore Musso è parroco almeno dal novembre 2020, quando in parrocchia nasce il circolo «Laudato Sii», fino al settembre 2022, quando passa al Sacro Cuore di Gesù. Mancano le date di arrivo di Gozzo e di partenza di Andronico, e tutta la serie fra Salonia e Amenta.
La parrocchia oggi
L’annuario degli enti dell’Arcidiocesi di Siracusa registra l’ente come «PARROCCHIA SAN MARTINO VESC.», codice fiscale 80000670895, via San Martino 1, telefono 0931 24385, posta elettronica parrocchiasanmartinosr@gmail.com; come sito web indica un profilo Instagram. Nel censimento della Conferenza Episcopale Italiana la chiesa ha l’identificativo di scheda BY2ch01 e la qualificazione «parrocchiale».Parroco è don Gianluca Belfiore, nato il 28 giugno 1981, ordinato diacono il 29 novembre 2016 e presbitero il 26 maggio 2017, nominato con provvedimento annunciato il 18 settembre 2022 parroco di San Martino Vescovo e vicario parrocchiale della parrocchia Metropolitana. L’annuario diocesano lo indica anche economo diocesano, e il censimento CEI lo dà rettore della chiesa di San Giuseppe, rettoria dipendente da San Martino.San Martino appartiene al Vicariato urbano di Siracusa, vicario foraneo monsignor Maurizio Aliotta, che raccoglie 27 delle 76 parrocchie dell’arcidiocesi. Le parrocchie con sede in Ortigia sono sei: la Cattedrale, San Martino Vescovo, San Paolo Apostolo, San Giacomo Apostolo ai Miracoli, San Pietro al Carmine e San Giovanni Battista all’Immacolata. Non risulta una unità pastorale formale, ma la collaborazione fra le parrocchie del centro storico è documentata dal manifesto unico degli orari delle messe promosso dal vicariato nel novembre 2022, dalla via crucis interparrocchiale del 2025 e dalla rassegna «Siracusa Sacra».La vita parrocchiale si appoggia anche alla chiesa di San Benedetto in via Capodieci 24, dove si celebra la messa del sabato sera e il cui cortile ospita le feste; dal 2010 la stessa chiesa è concessa alla comunità ortodossa romena. Non è documentato se la rettoria dello Spirito Santo, tenuta da Gozzo e da Amenta, sia ancora in capo al parroco di San Martino. Presso la parrocchia opera dal 1990 il gruppo scout AGESCI Siracusa 1, trasferito allora da Sant’Anna. Al titolo della chiesa si richiama la Comunità di San Martino di Tours ODV, associazione autonoma nata nel maggio 1997 attorno alla mensa dei poveri aperta dalla Caritas diocesana in via Nome di Gesù nel maggio 1989, che conta oltre centodieci volontari.Confraternite, feste e devozioni
Nessuna fonte consultata assegna a San Martino una confraternita propria, con sede e regole dentro la chiesa. Giuseppe Salonia (1981, pp. 12-13), scrivendo del cimitero parrocchiale, dà per scontato che a Siracusa esistessero sepolcreti «appartenenti a Confraternite o a Case Religiose», ma non ne nomina alcuna per la chiesa che reggeva. Quanto conserva di quel mondo è arrivato da fuori, per due strade: i manichini del Mistero della Settimana Santa, che erano dell’arciconfraternita dello Spirito Santo, e le ossa dei confrati di una chiesa soppressa della stessa via.L’arciconfraternita dello Spirito Santo e il Mistero
Della vicenda esiste una sola ricostruzione organica, un testo pubblicato il 5 aprile 2023 dall’arcidiocesi di Siracusa con il titolo «Siracusa Chiesa di San Martino». Si apre con un passo di Serafino Privitera, «Storia di Siracusa», citato senza edizione né pagina: «Tali furono le feste del Corpus Domini del 1795 feriate dalla confraternita dello Spirito Santo.» Il commento diocesano descrive confraternite in aperta rivalità fra loro, che solennizzavano le ricorrenze con processioni, carri trionfali e drammi sacri, e il culmine nel Corpus Domini e nel Triduo pasquale, quando, sempre secondo Privitera, «con apparati e simulacri di personaggi storicamente vestiti si rappresentava un fatto della Scrittura». Segue la linea di trasmissione, da cui dipende tutto ciò che oggi si dice dei Misteri:«La tradizione della rappresentazione di una scena della [Passio]ne di Cristo è giunta fino alla metà del secolo XX ad opera dell’Arci-confraternita dello Spirito Santo, che aveva sede nella Chiesa dello Spirito Santo sul Lungomare Ortigia. Interrottasi per il venire meno dei confrati, la rappresentazione del Mistero nella Settimana Santa, raffigurante una stazione della Via Crucis, è stata ripresa circa un ventennio fa dal compianto mons. Sebastiano Gozzo, Parroco di San Martino e Rettore della Chiesa dello Spirito Santo. L’opera iniziata da Mons. Gozzo è stata sostenuta e continuata, dopo la sua morte, da un gruppo di laici della Parrocchia S. Martino Vescovo che tuttora promuove il recupero e il restauro di quanto resta dei manichini dell’antica Arciconfraternita dello Spirito Santo.»L’arciconfraternita non aveva dunque sede a San Martino ma nella propria chiesa dello Spirito Santo, sul lungomare di Levante: il legame passa per la rettoria, perché sia Gozzo sia il successore monsignor Sebastiano Amenta furono parroci di San Martino e insieme rettori di quella chiesa. Il sodalizio è estinto e non compare né nella Consulta diocesana delle aggregazioni laicali né fra le diciannove confraternite laicali che l’arcidiocesi dichiara. La ripresa, intorno al 2003, fu opera di un parroco, e quel che resta è oggi in mano a laici, senza forma confraternale.I manichini sono «manufatti preziosi in cartapesta con le vesti settecentesche appartenenti alla Confraternita dello Spirito Santo» (siracusanews, 16 aprile 2025). La scena cambia ogni anno, e cambia anche il luogo: nel 2016 la Pasqua ortigiana si contava fra i Sepolcri e «i Misteri della chiesa di San Martino» (siracusaoggi, 25 marzo 2016), mentre nel 2025 l’esposizione si teneva nella chiesa di San Giuseppe, rettoria della stessa parrocchia, ogni sera dalle 19.30 e, il giovedì dei Sepolcri, fino a mezzanotte. I Misteri appartengono alla parrocchia e si spostano dentro il suo perimetro.Il recupero è passato due volte dal Consiglio comunale di Siracusa: nell’aprile 2024 un emendamento al bilancio, illustrato dal consigliere Ferdinando Messina, istituì un capitolo di spesa di 3.000 euro «per l’esposizione dei “Misteri” della parrocchia San Martino vescovo»; nel novembre dello stesso anno fu approvato, su richiesta dello stesso consigliere, uno stanziamento «per la conservazione dei Misteri in cartapesta», la cui cifra nei resoconti locali è mutilata e si legge soltanto «000 euro».
La chiesetta di San Michele e le ossa dei confrati
L’altra traccia confraternale sta sotto il pavimento. Negli scavi dei restauri del 1961 emersero due ossari, uno grande presso il battistero e uno più piccolo presso il confessionale della navatella settentrionale, oltre a fosse vuote in ogni intercolunnio. Salonia (1981, p. 26) si chiede se risalgano al terremoto del 1693, che a quella pagina il libretto stampa per errore come 1963, oppure al cimitero della parrocchia, e chiama in causa una fonte che nessun altro ha più visto:«In una cronaca manoscritta del 1860 si legge che essendo stata venduta la chiesetta di S. Michele sita in questa via di S. Martino, al n. civico 11 odierno, le ossa dei Confrati ivi sepolti, furono trasportate nella vicina chiesa di S. Martino; altre fosse vuote apparvero in ogni intercolunnio. Tutto fu interrato e lasciato come prima.»San Michele era dunque una chiesa di confraternita, con i confrati sepolti sotto il pavimento; Salonia la elenca fra le chiese vicine «chiuse al culto e manomesse», alienata e divenuta edificio privato (1981, pp. 13-14). Della confraternita non si conoscono nome, regola e date, e la cronaca del 1860 non ha collocazione dichiarata e non risulta reperita.Dentro la chiesa restano due indizi, nessuno dimostrativo. Fra gli altarini eliminati nel primo ciclo di restauri Salonia (1981, p. 20) ricorda quello di san Michele, prima intitolato a sant’Elena, patrona degli argentieri della città, unica traccia di una devozione di mestiere qui; e in una navatella sta una grande tela di san Michele arcangelo, discussa nella sezione sulle opere, che nessuna fonte scritta nomina. Ricondurla alla chiesetta soppressa resta una congettura.
L’undici novembre
La festa del titolare cade l’11 novembre, giorno della sepoltura di Martino a Tours e non della sua morte. A Siracusa quella data ha un peso che va oltre la parrocchia, e il primo a dirlo è Giuseppe Maria Capodieci, che nel tomo I degli «Antichi monumenti di Siracusa» (1813), discutendo delle feste antiche delle botti celebrate ad Atene l’undici di novembre, annota: «lo stesso praticavasi in Siracusa fuori le mura in onor di Bacco. Oggi una tal reliquia del gentilesimo è restata nello stesso giorno festa del Vescovo S. Martino».Sessant’anni dopo Giuseppe Pitrè, in «Spettacoli e feste popolari siciliane» (Palermo 1881, pp. 409-414), fa la stessa lettura su scala isolana e la argomenta con i proverbi: «A San Martinu si vivi lu vinu», «A San Martinu ogni mustu è vinu» (p. 412). Registra il patronato popolare sui bevitori, che contrasta con il santo astinente dei leggendari, e conclude che poche feste hanno «tanta continuità con le feste popolari antiche», riconoscendovi le Antesterie greche, la cui prima giornata era dedicata alla spillatura delle botti (pp. 413-414).La parte cittadina della ricorrenza è ancora questa. Le cronache locali descrivono lo spillamento del vino nuovo e le zeppole, crispelle di pasta fritta salate con acciughe o ricotta e dolci con zucchero o crema, fritte in casa o in friggitorie improvvisate davanti ai negozi di alimentari (siracusanews, 9 novembre 2014); il fenomeno è tanto esteso da avere prodotto nel settembre 2016 una regolamentazione comunale dei banchi e da avere retto anche alla pandemia del 2020, con file inattese davanti ai panifici (siracusaoggi, 12 novembre 2020). Dal 2012 la Giudecca ospita intorno a quella data il San Martino Puppet Fest della Compagnia dei Pupari Vaccaro-Mauceri, estraneo alla parrocchia e alla chiesa.In parrocchia la giornata ha un profilo diverso, legato alla carità. Il resoconto più dettagliato è dell’11 novembre 2025: messa delle 18.30, durante la quale i volontari della Mensa di San Martino di Tours rinnovano le loro promesse, e zeppole a seguire; il sabato successivo l’arcivescovo amministrò confermazione e prima comunione ai ragazzi del gruppo scout Siracusa 1, e la sera si chiuse nel cortile della chiesa di San Benedetto con il ballo della cordella, in cui le coppie intrecciano nastri colorati attorno a un palo (siracusanews, 11 novembre 2025). L’11 novembre 2023 il XIII Istituto comprensivo «Archimede» aveva portato un gruppo di alunni in chiesa e poi alla mensa della Caritas, in una iniziativa chiamata «San Martino a San Martino» (libertasicilia, 22 novembre 2023).Le devozioni interne


Celebrazioni e concerti
Il ritmo ordinario è ridotto a un appuntamento: il manifesto unico degli orari del centro storico, promosso dal vicariato urbano nel novembre 2022, dà a San Martino una sola messa settimanale, la domenica alle 10, senza feriali né prefestive, mentre il sabato sera si celebra a San Benedetto.Attorno a quel minimo si addensano i riti straordinari. Il programma parrocchiale del 2026 prevede, il giovedì santo, la reposizione del Santissimo Sacramento con adorazione fino alle 23, il sabato la veglia pasquale alle 22.30 e la domenica la messa di Pasqua alle 10 (siracusanews, 30 marzo 2026). Il 4 aprile 2025 dalla chiesa è partita alle 18 la via crucis interparrocchiale organizzata con la parrocchia di san Filippo, che ha percorso le vie Privitera, Capodieci, Zummo e Galilei, piazza San Giuseppe, via della Giudecca, via Logoteta e via del Crocefisso. Il 12 marzo 2021 la via crucis diocesana di «Paschalia» fu trasmessa in streaming da qui, con un filmato dedicato alla chiesa nella prima stazione.Per la stampa locale la chiesa è soprattutto una sala da concerto, e la ragione è tecnica: nel marzo 2015 siracusanews la definiva «unica chiesa a Siracusa ad oggi ad avere un organo funzionante», riprendendo gli organizzatori di una rassegna sugli organi a canne della provincia, giudizio di parte e non censimento. L’8 novembre 2009 vi suonò Gianluca Libertucci, organista della basilica di San Pietro in Vaticano; il 4 maggio 2025 vi fu eseguita «Lodi al Creatore» di André Gouzes, con la Camerata Polifonica Siciliana diretta da Giovanni Ferrauto.Non tutto quello che la parrocchia organizza si tiene dentro San Martino: il programma natalizio «Culti, Canti e Cunti» del 2023, a sostegno di un progetto di Medici con l’Africa CUAMM, distribuiva i concerti fra tre chiese, presentate come «il fascino aragonese della chiesa di San Martino, il barocco della chiesa di San Benedetto e la settecentesca chiesa di San Giuseppe». Fra gli usi non liturgici resta isolato quello dell’estate 2022, quando per la rassegna «Siracusa Sacra» la chiesa espose i volti in terracotta dello scultore modicano Carmelo Lorefice.Il terremoto del 1693 e il volto barocco
Il catalogo dei forti terremoti italiani CFTI4Med dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia scompone il sisma del gennaio 1693 in tre scosse, tutte risentite a Siracusa. La prima, il 9 gennaio alle 21 GMT circa, arrivò in città al settimo grado e fece cadere alcune casupole, il campanile del baluardo della polveriera e parte della torre di Casanova, con quattro morti dentro le mura. La seconda, l’11 gennaio alle otto del mattino, non passò il quarto grado. La terza, l’11 gennaio verso le 13:30 GMT, le ventuno secondo l’ora italiana di allora, è l’evento maggiore della sismologia siciliana: undicesimo grado all’epicentro, magnitudo momento 7,32 nel catalogo parametrico CPTI15, nono grado a Siracusa. Secondo la relazione allegata alla lettera del viceré del 14 maggio, citata dal catalogo dall’Archivio generale di Simancas, provocò «la morte di 3500 persone su una popolazione totale di circa 15.400 abitanti».Il manoscritto anonimo del 1698
Salonia (1981, p. 18) fa dipendere il crollo della chiesa da una fonte che non identifica: «secondo un manoscritto anonimo del 1698 trovato per caso nel 1909, la Chiesa di S. Martino e altre della città caddero». Il CFTI4Med cita lo stesso testo fra le proprie fonti dirette e ne dà la scheda: «Memoriale sui terremoti del 9 e 11 gennaio 1693 scritto da un anonimo ecclesiastico di Siracusa (ms. 1698)», edito da S. Aiello in «Una cronachetta inedita del secolo XVII. Il gran terremoto del 1693 in Siracusa», sul periodico siracusano «Aretusa», anno 2, n. 24, 13 novembre 1910, p. 3. Fra le due indicazioni cambia solo la data, riferita al ritrovamento dal libretto e alla stampa dal catalogo; dove sia oggi conservato il manoscritto le fonti consultate non lo dicono.Da quel cronista discende l’elenco degli edifici religiosi danneggiati:«Tra gli edifici ecclesiastici furono danneggiati la cattedrale, che subì il crollo della facciata, della torre campanaria e di parte della copertura; la chiesa dei Gesuiti, che crollò parzialmente, le chiese parrocchiali di S. Giovanni Battista, S. Paolo, S. Giacomo, S. Tommaso, S. Martino e molte chiese filiali e di confraternite.»Il verbo conta. Il catalogo riserva le parole del crollo al Duomo, alla chiesa dei Gesuiti e a Santa Lucia, di cui «rimase in piedi soltanto la parte più bassa degli alloggi», mentre delle cinque parrocchiali, San Tommaso e San Paolo comprese, dice soltanto che furono danneggiate. Le letture restano discordi: per Salonia (1981, pp. 18 e 26) la chiesa «cadde» e vi «subì gravi disastri»; per il CFTI4Med fu danneggiata; per il pieghevole di Angelo Garofalo (p. 2) «nel violento terremoto del 1693 l’edificio rimase pressoché indenne». Negli eruditi siracusani a stampa il danno non lascia traccia: né Giuseppe Maria Capodieci né Vito Amico nominano San Martino fra gli edifici colpiti. Un refuso va segnalato: la data del sisma è stampata nel libretto tre volte come 11 gennaio 1963, alle pagine 9, 17 e 26, e corretta solo a p. 30.
I registri della parrocchia
L’archivio parrocchiale di San Martino è fra le fonti dirette su cui il catalogo fonda la valutazione degli effetti del 1693 a Siracusa. Il CFTI4Med cita la nota sui terremoti del 9 e 11 gennaio nel libro dei battezzati e quella corrispondente nel registro dei matrimoni, entrambe pubblicate da Giuseppe Salonia in «Il terremoto del 1693 a Siracusa nel racconto dei contemporanei», nell’«Archivio Storico Siracusano», serie III, volume 1, 1983, pp. 65-76, con le note di San Martino a p. 67. Sono fra le poche annotazioni parrocchiali siracusane a registrare entrambe le scosse, e a tenerle era il parroco don Paolo Salafia. Su un punto il catalogo si contraddice: la frase sulla distruzione delle contrade Tremaniaggi, Mastrarua e Salibra, annotata «nel registro dei matrimoni della parrocchia di S. Giacomo», rimanda in nota al registro dei matrimoni di San Martino, e resta aperto in quale dei due libri stia quell’annotazione.Che cosa cadde
La sola descrizione dei danni è quella di Salonia (1981, p. 18):«Possiamo certamente affermare che la parte superiore della trecentesca facciata rovinò assieme al rosone; il prospetto caduto fu rifatto non più con piccoli conci calcarei ma con muratura ordinaria a pezzame e al posto del rosone fu aperta una brutta finestra rettangolare ad arco ribassato, come vedesi nella foto riprodotta. Parimenti rovinate buona parte delle travature lignee trecentesche o divenute pericolanti, furono costruite volte a gesso ornate con decorazione barocca.»La caduta del coronamento lasciò una cicatrice leggibile ancora dalla strada, perché dall’altezza del rosone in su il paramento passa dai conci squadrati alla muratura comune; della finestra rettangolare che ne prese il posto si dice trattando della facciata. Le travature perdute portarono alle volte di gesso, demolite nel 1928.Attorno, il catalogo misura danni pesanti. Nella relazione che il governatore di Siracusa Diego Garcia Asturiz inviò al viceré il 24 novembre 1693, conservata all’Archivio di Stato di Palermo, si legge che nel monastero di San Benedetto «crollarono anche il campanile e il tetto della cappella maggiore della chiesa» e che a Santa Teresa cadde «la maggior parte della copertura»: due fabbriche dello stesso isolato, a poche decine di metri dal portale. Per il contiguo palazzo Bellomo nessuna fonte consultata registra danni.
Il rivestimento barocco

«E l’intero edificio venne oscurato e appesantito da un cumulo di intonachi e stucchi stesi sulla cortina muraria perimetrale, sui pilastri e gli archi fino al tetto, nell’abside, creando falsi capitelli, basi, lesene, livellando se necessario quanto impedisse l’arricchimento delle forme barocche volute: tutto ciò fu dovuto al cambiamento di gusto e al desiderio di adeguarsi al nuovo indirizzo.»Il libretto distingue ciò che rovinò per il sisma da ciò che fu cambiato per gusto. Si aggiunsero altarini lignei, nicchie e quadri, tanto che la chiesa «diventò preda delle varie richieste devozionali dei fedeli e delle tendenze dei Parroci». Garofalo (p. 2), che nega il danno sismico, conferma però il rivestimento e lo data: «sebbene non necessitasse di modifiche, nel Settecento il suo interno fu oggetto di un ampio rivestimento barocco».
Perché non fu riedificata in forme barocche
La domanda va posta nei termini giusti, perché nessuna fonte dice che San Martino sfuggì al barocco: dicono che ne fu vestita, e che il vestito le fu tolto nel Novecento, quando tutto ciò, scrive Salonia (1981, p. 18), «scomparve senza rimpianto nei profondi restauri operati dal 1917 al 1922 e dal 1945 al 1965». Resta da spiegare perché nel Settecento la fabbrica fu soltanto rivestita, mentre il Duomo, Santa Lucia, San Giorgio, Santa Maria della Porta e San Domenico furono riedificati.La prima ragione sta nella natura del danno: caddero le parti alte e leggere, mentre i muri d’ambito, i pilastri, le arcate, l’abside e il portale del 1338 arrivano fino a noi. Una fabbrica che perde il timpano e le travature si ripara; una come Santa Lucia, per cui nel 1695 fu redatto un capitolato d’appalto, si ricostruisce.La seconda riguarda il denaro, e si ricava dalla serie dei parroci. Gli unici interventi documentati fra il 1693 e il Novecento furono pagati dal parroco di tasca propria: Orazio Bignardelli, in carica dal 1762 al 1794, «restaurò a sue spese la Chiesa parrocchiale» (Salonia 1981, p. 30), e più di un secolo dopo Concetto Caracò trovò la chiesa «in pessime condizioni» e vi fece eseguire molti lavori «in parte a sue spese» (1981, p. 31). La ricostruzione barocca della città procedeva intanto con ben altri capitali: la facciata del Duomo su progetto di Andrea Palma fra il 1728 e il 1753, e negli atti notarili citati dal catalogo l’appalto di San Giorgio già il 27 aprile 1693, il capitolato di Santa Lucia nel 1695, Santa Maria della Porta nel 1706, San Domenico ancora in ricostruzione nel 1727. In quegli elenchi San Martino non compare: un’assenza che non fa prova, perché lo spoglio dei fondi notarili non è esaustivo, ma va registrata.Una terza osservazione, che nessuna fonte consultata indica come ragione, riguarda la forma urbana: la chiesa sta a filo di una via stretta, in un isolato saturo fra palazzo Bellomo, San Benedetto, Santa Teresa e Gesù e Maria, in una Ortigia dove, ricorda Salonia (1981, p. 9), «financo una strada stretta e breve aveva parecchie Chiese». Un prospetto barocco vuole uno spazio da cui essere guardato, e lì quello spazio non c’era.I testi che risponderebbero davvero restano fuori portata: gli studi di Giuseppe Agnello sulla rinascita edilizia a Siracusa dopo il 1693, nell’«Archivio Storico Siciliano» fra il 1950 e il 1953, e il saggio di Santi Luigi Agnello «Il terremoto del 1693 a Siracusa: invito ad una ricerca», nello stesso fascicolo del 1983 che ospita l’articolo di Salonia. Quanto si può dire è che il sisma danneggiò la chiesa senza abbatterla e che il gusto del secolo le arrivò addosso sotto forma di stucchi anziché di una fabbrica nuova: nella Siracusa che Enrico Mauceri (1909, p. 90) descriveva come «uno strano miscuglio di medievale e di barocco», San Martino sta dalla parte del medievale.Gli altri terremoti
Il Database Macrosismico Italiano DBMI15 elenca per Siracusa 68 terremoti risentiti fra il 1125 e il 2020, e quattro soltanto superano in città l’ottavo grado: il 7 giugno 1125, il 4 febbraio 1169, il 10 dicembre 1542 e l’11 gennaio 1693. Del 1125, con epicentro assegnato alla stessa Siracusa, il CFTI4Med non ha elaborato il commento storico-critico, e nessuna fonte lo collega alla chiesa. Al 1169 Salonia (1981, p. 14) attribuisce la caduta del prospetto più antico, mentre Giuseppe Michele Agnello (2014, pp. 9 e 15) vi colloca la riedificazione dell’organismo a tre navate e lo dice «peggiore di quelli del 1542 e 1693», giudizio che i cataloghi non confermano: la discussione appartiene al capitolo sulla datazione. Del 1542 il catalogo elenca gli edifici colpiti in città, dal palazzo vescovile alla torre campanaria del Duomo, e le contrade più danneggiate, Maniace e la strada dell’Amalfitania: San Martino non vi compare.L’Ottocento e il primo Novecento non lasciano tracce sull’edificio. Per il 20 febbraio 1818 la voce del catalogo è di una riga: la scossa «fu avvertita fortemente, ma non causò danni». Per l’11 gennaio 1848, settimo grado a Siracusa, i commenti storico-critici sono dichiarati «in fase di elaborazione» e manca ogni descrizione degli effetti. Del terremoto dello Stretto di Messina del 28 dicembre 1908, sesto grado in città, il catalogo registra soltanto che «fece oscillare gli oggetti e fermare gli orologi, causò inoltre qualche lieve lesione negli edifici».L’ultimo evento è quello del 13 dicembre 1990, alle 00:24, magnitudo momento 5,61, sesto-settimo grado a Siracusa, ed è l’unico per cui i cataloghi trattano Ortigia come località distinta, sotto il nome di Siracusa Vecchia, assegnandole il quinto grado: la distinzione riguarda la sola intensità, perché il testo descrittivo delle due voci è identico. Quel testo elenca cornicioni caduti nei palazzi del corso Umberto, sessanta edifici pubblici gravemente danneggiati e, per la replica del 16 dicembre, due frontoni caduti da palazzo Capodieci in via della Maestranza: nessuna chiesa ortigiana vi compare. La vicina chiesa di San Giuseppe fu chiusa da quel sisma e restituita al culto nell’autunno del 2022 con i fondi della legge 433/1991; San Martino in quei finanziamenti non compare, come non compare fra le cinque chiese per cui nel giugno 2025 l’arcidiocesi di Siracusa ha ottenuto tre milioni di euro di consolidamento antisismico. Per San Martino nessuna fonte consultata documenta danni o inagibilità legati a quel sisma.I restauri del primo Novecento
Nei primi vent’anni del secolo la chiesa fu rivoltata da un cantiere che ne cambiò il prospetto, l’interno, il pavimento e gli altari. Chi pagò, chi diresse e chi eseguì si sa per vie disuguali. Il finanziamento e l’elenco delle opere li racconta Giuseppe Salonia, parroco dal 1941, che per quegli anni non fu testimone e lavorò su due materiali, le carte lasciate dal predecessore Concetto Caracò e la memoria orale dei muratori. L’inclusione della chiesa fra i cantieri della Soprintendenza è attestata da un testo dell’architetto che li seguì. Una relazione tecnica a stampa non esiste: nel sommario generale del Bollettino d’Arte dal 1907 a oggi nessun articolo riguarda San Martino, e negli indici dell’Archivio Storico Siracusano fra il 1955 e il 2012 non compare nulla su questi lavori.L’ufficio di Paolo Orsi e il denaro dell’arcivescovo
La cornice istituzionale è la Soprintendenza ai monumenti con sede a Siracusa, competente per le province di Siracusa e Catania, affidata a Paolo Orsi. Sulla data di nascita dell’ufficio le fonti divergono di un anno: Maria Rosaria Vitale (2022) la pone al 1907, Sebastiano Agati nel 1935 e Federico Fazio (2014, p. 37) danno il 1908, anno della nomina di Orsi. Agati indica anche la fine, il 1924, quando quella competenza fu soppressa.Nel 1935, commemorando Orsi appena scomparso, Agati passò in rassegna i cantieri di quell’ufficio e nominò espressamente questa chiesa:«Nel periodo in cui Siracusa fu sede della Soprintendenza ai monumenti (1908-1924) per le province di Catania e Siracusa, Paolo Orsi scrisse un importante capitolo nella storia dei restauri ai monumenti, sia classici che medievali e moderni, affidati alle sue cure. […] L’Ara di Ierone II, l’Anfiteatro, il Castello Eurialo all’Epipoli, le Catacombe di S. Giovanni e di Vigna Cassia, palazzo Montalto, palazzo Bellomo, la casa delle Orsoline, la chiesa di S. Maria, le parrocchiali di S. Tommaso e di S. Martino, la chiesetta normanna di S. Nicolò La Pietra, la basilica prebizantina di S. Foca, presso la frazione di Priolo, per dire dei principali monumenti, ebbero a Siracusa consolidamenti e restauri, i quali valsero a salvare alcuni di essi da sicura rovina.»Il passo si legge in Sebastiano Agati, «Opere della Soprintendenza di Siracusa», in «Archivio Storico della Calabria e Lucania», anno V, 1935, pp. 309-310, ed è riprodotto per intero da Valentina Di Fazio nel suo studio sulla tutela nell’attività di Agati. È l’unico documento coevo, firmato da un protagonista, che collochi ufficialmente San Martino fra i restauri della Soprintendenza di Orsi, accanto a San Tommaso e a Palazzo Montalto.Il denaro, però, lo mise l’arcivescovo. Secondo Salonia (1981, p. 20) le trasformazioni furono operate «sotto la direzione dello Ufficio della Soprintendenza ai Monumenti e con denaro approntato dall’Arciv. Mons. Luigi Bignami (1905-1919), che aveva particolare simpatia per questa illustre chiesa». Gli estremi dell’episcopato messi fra parentesi non coincidono con quelli correnti nella letteratura sulla cattedrale, che datano l’ingresso di Bignami al 1906, e la forbice 1905-1919 di molte sintesi discende da quella parentesi. Nessun importo, nessun capitolato e nessun nome di impresa compaiono in alcuna delle fonti consultate. Il terzo interlocutore fu il parroco Caracò, in carica dal 1896 al 1921, che secondo Salonia (1981, p. 23) collaborò ai lavori, «ne lasciò scritte le notizie» e pagò in parte di tasca propria: quelle carte restano la fonte di prima mano dell’intera vicenda.
Le date che non tornano
Il libretto del 1981 data l’intervento in tre modi diversi. A p. 18 Salonia parla dei «profondi restauri operati dal 1917 al 1922 e dal 1945 al 1965»; a p. 19 scrive che l’opera di rinnovamento comincia «all’inizio del sec. XX, durante la prima guerra mondiale»; la didascalia della tavola con il prospetto dopo i lavori intitola la campagna «1905-1919», gli stessi anni che a p. 20 sono quelli dell’episcopato di Bignami. A p. 22 la consacrazione del 14 aprile 1919 è detta «a conclusione di questo primo ciclo», e a p. 23 il ciclo si chiude con Caracò, che lascia nel novembre 1921. La Wikipedia in italiano riassume tutto in «restauri del 1905-1919», mentre l’articolo di Libertà Sicilia del 20 dicembre 2018 fissa nel 1919 la riapertura della chiesa. La lettura più difendibile colloca il cantiere fra il 1905 e il 1922, con il grosso fra il 1915 e il 1919.Sebastiano Agati
L’architetto che Salonia nomina all’apertura del suo racconto era siracusano e figlio d’arte. Federico Fazio (2014, nota 10) ha ritrovato all’Archivio di Stato di Siracusa il suo atto di nascita: Sebastiano Agati nacque il 5 luglio 1872 in via Dione, figlio di Francesco, «Capo Mastro Murifabbro», e di Giuseppa Caracciolo; morì a Siracusa il 27 novembre 1949. Si diplomò nel 1893 al Regio Istituto di Belle Arti di Palermo, dopo la Scuola d’Arte applicata all’Industria di Siracusa, e lavorò con Giuseppe Patricolo ai restauri del duomo di Cefalù e della Martorana.La nomina di Orsi nel 1908 fu la svolta della sua carriera: Fazio (2014, p. 37) lo dice attivo presso quell’ufficio «in qualità di collaboratore-progettista» e ne segue l’attività professionale fino al 1935. Secondo la voce enciclopedica a lui dedicata contribuì a Palazzo Greco, oggi sede dell’Istituto Nazionale del Dramma Antico, firmò il progetto di restauro di Palazzo Bellomo e Parisi e lavorò, fuori Siracusa, alla Cattolica di Stilo e alla cappella Bonajuto di Catania. Progettò per la città i Propilei della Vittoria presso Porta Marina, fra il 1922 e il 1932, mai costruiti, ed è l’autore del monumento sepolcrale di Bignami nella cappella del Santissimo Sacramento del Duomo. Nel novembre 1947 scriveva di volersi ritirare «dopo anni di lavoro irremunerato, e con una pensione di fame».Salonia (1981, p. 19) lo ricorda come «collaboratore intelligente ed efficace» di Orsi, che guida «con passione, amore e capacità tecnica» i lavori di ricostruzione dei monumenti siracusani. L’articolo di Libertà Sicilia del 2018 gli attribuisce la direzione del cantiere di San Martino, ma lo chiama «Giuseppe Agati»: il nome di battesimo è sbagliato, e le fonti d’archivio danno Sebastiano. In questa chiesa il suo nome torna un’ultima volta nel 1948, per il progetto del campanile a torre, pochi mesi prima della sua morte.Lavoro per lavoro
Sul prospetto il portale trecentesco «venne riparato dai guasti del tempo, poiché era un poco corroso», e insieme furono rifatti in pietra dura i gradini di accesso e il gran portone in legno di castagno (Salonia 1981, p. 19). Al posto della finestra rettangolare aperta dopo il terremoto del 1693 tornò un rosone, copiato da quello di San Giovanni alle Catacombe: lo eseguì su calco di gesso lo scalpellino sedicenne Giuseppe Gallone e lo pose in opera il muratore avolese Giuseppe Adorno, secondo il racconto di Anna Abbate ripreso da Libertà Sicilia nel 2018. La data oscilla fra il 1915 di Salonia e del Comune di Siracusa e gli anni successivi al 1917, e la questione è discussa per esteso nella sezione sulla facciata.All’interno la cantoria fu rifatta per intero, la scala lignea che saliva dall’angolo opposto lasciò il posto a una scala a chiocciola in ferro e il piccolo ingresso dal vestibolo di destra venne tamponato; sulla cantoria nuova fu collocato nel 1918 l’organo dei Polizzi di Modica. Il fonte battesimale del parroco Orazio Bignardelli passò nel vano lasciato libero dalla vecchia scala. Furono eliminati i due altarini lignei dedicati a san Michele, già a sant’Elena patrona degli argentieri, e al Crocifisso, sostituiti dai confessionali, e furono murate le nicchie di san Michele, del Santissimo Ecce Homo e dell’Addolorata, «anche per dare maggiore solidità alle fabbriche» (Salonia 1981, p. 20).Il lavoro più pesante riguardò le arcate. Le prime due presso l’ingresso, con parte dei pilastri, e le due che fiancheggiano l’abside furono liberate da intonaci, stucchi e sovrastrutture, e presso l’altare riapparvero le due colonne antiche di reimpiego, con capitelli alti 44 e 35 centimetri; l’arco di sinistra era «in pessime condizioni» e fu rifatto per intero. In fondo alla chiesa l’altare centrale di legno addossato al muro di levante fu demolito e il polittico quattrocentesco spostato altrove: tornarono in vista le nove assise di conci dell’emiciclo e, al centro, la monofora strombata murata dopo il 1693. I due oculi strombati delle navatelle furono ricavati allora, uno trasformando una finestra rettangolare, l’altro aperto ex novo «con il consenso della famiglia Lantieri dalla cui proprietà prende luce» (Salonia 1981, p. 22). Nel 1918 fu rifatto il pavimento di tutta la chiesa, con mattonelle di cemento al posto dei grossi quadroni di pietra.L’altare maggiore e i due laterali, che erano di legno, furono rifatti in pietra con mense e predelle di marmo, mentre la parte alta seicentesca dei due altari minori fu lasciata intatta e al posto delle tele vi si aprirono i nicchioni per le statue. I tre altari furono consacrati il 14 aprile 1919, lunedì santo, con dedicazione dell’altare maggiore a san Marciano, di quello di destra a san Raffaele e di quello di sinistra alla Sacra Famiglia; le reliquie erano state preparate la sera prima nella vicina chiesa di Gesù e Maria e vennero portate in processione al mattino. Alla riapertura al culto, nello stesso 1919, Bignami si congratulò personalmente con il giovane autore del rosone.Che cosa doveva dimostrare, e con quali criteri
L’obiettivo dichiarato andava oltre la manutenzione. Salonia (1981, p. 19) accosta San Martino alla basilica di San Pietro in Ortigia, «i cui lavori di restauro precedono a breve distanza di tempo», e scrive che insieme le due chiese formano «un modello completo di architettura paleocristiana», accostabile ad altri edifici «già illustrati da P. Orsi». Il cantiere doveva far vedere, sotto gli intonaci e gli stucchi del rifacimento seguito al 1693, una basilica antica, e lavorò per sottrazione, togliendo altari e rivestimenti, e per ripristino, rimettendo elementi che si riteneva fossero esistiti.I criteri sono quelli del tempo e si leggono nelle scelte. La prova che sopra il portale ci fosse stato un rosone trecentesco non era documentaria né di scavo: «dagli operai che lavorarono alla rielaborazione della facciata ci è stato detto che furono trovate tracce sicure del rosone trecentesco» (Salonia 1981, p. 19), e su quella base si copiò il rosone di un altro monumento. L’arco in cattivo stato fu sostituito da uno nuovo senza che nulla, nella muratura a vista, lo distingua dagli altri. Le nicchie devozionali furono murate con una motivazione di solidità che copriva anche una scelta di gusto. Nessuna delle opere nuove porta una data o un segno che la separi dall’antico, e questo rende oggi difficile leggere a occhio che cosa sia medievale e che cosa novecentesco in facciata e nelle prime campate.Il ciclo si fermò senza aver finito. Salonia (1981, p. 23) chiude così il racconto:«Così si concluse il primo grande ciclo dei restauri, che non furono continuati ed approfonditi, sia per la scarsezza di mezzi finanziari sia per le necessità di culto.»
Il tetto del 1928, pagato dal Comune
Fra la fine del primo ciclo e l’inizio del secondo c’è un solo intervento documentato, ed è anche il solo caso di finanziamento pubblico comunale nella storia moderna della chiesa. Nel 1928, con parroco Filippo Rapaglià, nativo di Francofonte, l’amministrazione comunale di Siracusa, da lui sollecitata, promosse «a sue spese» prima il rinnovo totale del tetto, perché canne e travi erano fradice, e poi, abbattuta la volta di gesso pericolante, la costruzione di un soffitto piano di legno di abete dipinto color noce «quale provvisoria soluzione» (Salonia 1981, p. 23). Il provvisorio restò in opera ventotto anni, fino al rifacimento a capriate del 1956 descritto nella sezione sulla copertura. Delibere, atti e importi di quel lavoro comunale non sono stati reperiti in alcuna fonte consultata.Il cantiere di Salonia
Fra il 1944 e il 1965 la chiesa fu spogliata dei rivestimenti, rimessa in pietra a vista e riarredata da capo per iniziativa del suo parroco. Il primo ciclo di restauri si era chiuso all’inizio degli anni Venti «sia per la scarsezza di mezzi finanziari sia per le necessità di culto» (Salonia 1981, p. 23), e per oltre vent’anni si mosse soltanto il rifacimento del tetto pagato dall’Amministrazione comunale nel 1928. Il secondo ciclo lo aprì l’uomo che ne avrebbe poi scritto anche il resoconto:«Il grande profondo e definitivo rinnovamento, che totalmente restituì la Chiesa al suo primitivo e austero aspetto, cominciò nel 1944 a distanza di oltre 25 anni dal primo ciclo di lavori, per l’amore e la tenacia del Parroco del tempo» (Salonia 1981, p. 23).Il parroco del tempo era lui stesso, e in tutto il capitolo parla di sé in terza persona.
Chi era Giuseppe Salonia
Il sacerdote dottor Giuseppe Salonia, da Sortino, prese possesso canonico della parrocchia il 17 agosto 1941 (Salonia 1981, p. 32). L’elenco dei parroci che chiude il suo libretto si ferma su questo nome e non dice fino a quando egli restò in carica; data di nascita, data di morte e anno di uscita dalla parrocchia non compaiono in nessuna delle fonti consultate. Al momento della pubblicazione è monsignore, come lo chiama Corrado Piccione nella presentazione del volume (Salonia 1981, p. 6).Oltre al libretto gli si conoscono due scritti. «Le Latomie di Siracusa», 1981, che cita di se stesso a p. 15 a proposito della latomia di Santa Venera appartenuta alla parrocchia, non risulta reperibile in rete. L’articolo «Il terremoto del 1693 a Siracusa nel racconto dei contemporanei», uscito nell’«Archivio Storico Siracusano», circola con due indicazioni bibliografiche divergenti: l’indice della Società Siracusana di Storia Patria lo colloca all’anno 22, pp. 65-76, con appendice di cinque documenti del 1693, il catalogo sismologico CFTI alla serie III, vol. 1 (1983), p. 67.Piccione lo iscrive nella tradizione dei preti eruditi siracusani, «da Avolio a Capodieci, da Privitera ad Immordini, da Cannarella a Musumeci», e lo chiama «parroco e storico di S. Martino» (Salonia 1981, pp. 5-6). Nella stessa presentazione i restauri sono detti «eseguiti con esemplare competenza e vivissimo senso d’arte da autorevoli esperti sotto la illuminata ispirazione di mons. Giuseppe Salonia»: una formula che attribuisce al parroco la regia e lascia senza nome gli esperti.Il libretto del 1981 e i suoi limiti
«La Basilica paleocristiana di San Martino Vescovo in Siracusa. Notizie storico-artistiche» è un fascicolo di 34 pagine, senza editore e senza data in frontespizio, con la sola nota «Tutti i diritti riservati alla Parrocchia S. Martino – Siracusa». L’indice dà sei parti: la presentazione di Corrado Piccione, la nota introduttiva di Paolo Giansiracusa, la storia della chiesa, i restauri, le brevi notizie sui parroci e le testimonianze dei visitatori. La datazione al 1981 viene da fuori, dalla firma della nota di Giansiracusa, datata Siracusa 27 dicembre 1981, e dalla catalogazione dell’archivio aperto RM Open Archive dell’Università di Napoli Federico II, dove la scansione è consultabile. Dentro il volume, però, a p. 22 si legge di una tela «nel 1982 restaurata»: il libro citerebbe dunque un fatto posteriore alla propria data di stampa. Le fonti consultate non sciolgono l’alternativa fra un volume più tardo di quanto i cataloghi dicano, un refuso e una ristampa aggiornata.È la fonte principale su questa chiesa perché è quasi l’unica. Dell’architettura, dei restauri, della serie dei parroci e degli arredi non esiste altro racconto disteso, e la pubblicistica successiva, dai repertori turistici alle voci enciclopediche in rete, riprende Salonia con o senza citarlo. Il peso della fonte porta con sé i suoi limiti, che vanno dichiarati.Il primo limite è di posizione: dei lavori del 1944-1965 scrive chi li volle, li seguì e li giudicò, a quindici anni dalla fine del cantiere e senza contraddittorio. Il secondo è di apparato: il capitolo sui restauri non ha note, non nomina imprese salvo quella del campanile, non dà importi, non cita relazioni, perizie o atti di autorizzazione. Il terzo è di coerenza interna. L’avvio del secondo ciclo è al 1944 nel testo di p. 23 e al 1945 nella didascalia della tavola fuori testo «Interno della chiesa dopo i restauri (1945-1965)», mentre a p. 18 lo stesso autore periodizza l’intera vicenda «dal 1917 al 1922 e dal 1945 al 1965». Il rifacimento del tetto è del 1956 a p. 25 e del 1957 a p. 15. Il campanile a vela demolito ha due pilastrini a p. 25 e tre a p. 15. La data del terremoto dell’11 gennaio 1693 è stampata «11 gennaio 1963» alle pp. 9, 17 e 26, e correttamente soltanto a p. 30: refuso ricorrente della stampa, che chi cita il libretto deve correggere. Il pittore Elia Interguglielmi è detto «nato a Napoli nel 1764, e morto a Palermo nel 1835» (p. 22), mentre la letteratura corrente lo dà nato a Palermo nel 1746.A queste debolezze corrispondono meriti che nessun’altra fonte ha. Salonia raccolse la testimonianza orale degli operai del primo ciclo, riassunse le carte del predecessore Concetto Caracò, trascrisse registri parrocchiali, registrò misure e date che nessun repertorio riporta e dichiarò anche i risultati negativi dei saggi.Il cantiere, lavoro per lavoro

Come si lavorava
Il cantiere durò vent’anni dentro una chiesa aperta, e il libretto ne concede un solo ritratto:«Quante volte il Parroco è salito sulle alte e traballanti impalcature per vedere, studiare, ispezionare, sollecitare il lavoro dei muratori, falegnami, pittori! E’ ancora da notarsi come nonostante la massa dei calcinacci e detriti e l’ingombro delle travi dei ponteggi la Chiesa ha sempre svolto il culto quotidiano e ogni sera i fedeli ripulivano ogni cosa e mettevano ordine ovunque» (Salonia 1981, p. 27).Chi pagò non è detto in nessun punto. Per il primo ciclo il libretto nomina almeno il finanziatore, l’arcivescovo Luigi Bignami, e per il tetto del 1928 il Comune di Siracusa; per i vent’anni del secondo ciclo non compaiono importi, contributi o sottoscrizioni, e nessun finanziamento pubblico intestato a questa chiesa risulta dai canali consultati. La tutela entra in scena due volte soltanto, per approvare il progetto del campanile nel 1948 e per guidare la posa del pavimento nel 1961, e una terza volta in negativo: il tetto si poté rifare «dopo continue ed insistenti sollecitazioni del parroco presso gli enti preposti alla cura dei monumenti d’arte» (p. 25), unico accenno del libretto a un rapporto lento con gli uffici.
Un restauro di ripristino
Il criterio dichiarato è quello del ritorno alla forma prima: «guardiamo sorridenti e soddisfatti il suo ritorno alle antiche linee e alla primitiva bellezza» (Salonia 1981, p. 27). Quasi tutto quanto fu rimosso apparteneva alla stagione seguita al terremoto del 1693: rivestimenti e capitelli di gesso sui pilastri, cornicione e lesene della navata, arco trionfale, finestroni del cleristorio, volta, pavimento, altare maggiore. Del Seicento restano in piedi le parti alte dei due altari laterali, lasciate intatte già nel primo ciclo, e poco altro.Di quello stato rimane una sola immagine, la tavola «La chiesa prima dei restauri (interno)» pubblicata nel libretto stesso: la documentazione di ciò che è stato tolto dipende quindi dalla stessa fonte che lo tolse. I saggi che potevano restituire informazione furono richiusi come erano: i sondaggi nei muri perimetrali coperti di nuovo con l’intonaco, i due ossari e le fosse vuote trovate sotto il pavimento nel 1961 reinterrati senza rilievo, «tutto fu interrato e lasciato come prima» (p. 26). Fa eccezione una sola accortezza, la spia lasciata alla base della colonna di marmo per segnalare il piano originario del presbiterio (p. 27).L’altro effetto riguarda quello che i visitatori vedono. La cornice d’imposta dei pilastri, il capitello rifatto «alla luce di un frammento nascosto» segnalato da Giansiracusa (1981, p. 8), le capriate della navata e, nel ciclo precedente, il rosone della facciata sono ricostruzioni novecentesche su modelli parziali, e la pubblicistica corrente le presenta come antiche: la scheda del Comune di Siracusa, ripresa da siracusaturismo.net, attribuisce al XV secolo una copertura costruita negli anni Cinquanta del Novecento.Resta il paradosso della forma ritrovata. Il cantiere puntava a restituire la basilica paleocristiana o bizantina che Salonia difende in tutto il volume; la lettura più recente, quella di Giuseppe Michele Agnello (2014) sulla scorta della tesi inedita di M. V. Fagotto, assegna l’impianto all’età normanna e i primi quattro pilastri di sinistra a quella aragonese. Quella lettura si esercita sulle murature in elevato, cioè sulle superfici che il cantiere del 1944-1965 aveva denudato: lo scrostamento che doveva dimostrare una tesi ha reso leggibile il materiale con cui altri l’hanno contestata. La questione della datazione è discussa nella sezione apposita.La chiesa oggi
San Martino è una chiesa parrocchiale in uso, ma il suo calendario ordinario si riduce a un appuntamento alla settimana: per il resto dell’anno il portone si apre in occasione di eventi, senza orari fissi. Chi passa in via San Martino la trova quasi sempre chiusa, e da oltre dieci anni i visitatori lamentano l’assenza di informazione più della chiusura.L’uso liturgico
La sola fonte ufficiale che dia un orario è il manifesto «Orari delle celebrazioni della Santa Messa» pubblicato dall’Arcidiocesi di Siracusa nel novembre 2022 per le chiese di Ortigia. San Martino vi compare una sola volta, la domenica alle «ore 10,00»: una messa alla settimana, senza feriali e senza prefestiva, mentre per la parrocchia la messa del sabato sera si celebra alle 18,30 nella chiesa di San Benedetto. Nella libreria media del sito diocesano non risulta un manifesto successivo, e l’orario regge almeno fino alla primavera del 2026, perché il programma della Settimana Santa diffuso da siracusanews il 30 marzo 2026 colloca «la Santa Messa della domenica di Pasqua alle ore 10.00, sempre nella stessa chiesa».Fuori da quel manifesto nessuno pubblica orari. La pagina dedicata alla chiesa dal Comune di Siracusa, aggiornata al 21 novembre 2023, ha una voce «Modalità di accesso» il cui contenuto integrale è «Informazione non disponibile»; la scheda Google Maps, non rivendicata, mostra ancora l’invito «Aggiungi orari» e non ha né telefono né sito; la voce su OpenStreetMap, sola nel suo isolato, non porta né il tag degli orari né quello sull’accesso in carrozzina. Sul posto, l’unico foglio affisso all’ingresso nelle fotografie recenti è un avviso sanitario.Le recensioni dei visitatori, che restano testimonianze personali, sono l’unico corpo di osservazioni ripetute nel tempo. Su TripAdvisor RobertodiGregorio scrive nel maggio 2023 che «al momento presente è possibile visitarla la domenica mattina, prima e dopo la celebrazione eucaristica»; su Google Maps, in una recensione che la piattaforma colloca intorno al 2018, Sebastiano Leggio anticipa di quattro anni il manifesto diocesano: «attualmente, purtroppo, la chiesa è difficilmente visitabile, soltanto la domenica, a ridosso degli orari delle messe».Concerti e musica sacra
Per la stampa locale la chiesa è prima di tutto una sala da concerto, e il motivo è l’organo: presentando nel marzo 2015 una rassegna sugli organi a canne della città, siracusanews la dice «unica chiesa a Siracusa ad oggi ad avere un organo funzionante». La frase è di un organizzatore, riferita da un cronista, e vale come tale, senza il peso di un censimento; ma spiega la continuità dei concerti. Dell’organo Polizzi si dice a parte.La serie documentata comincia nel novembre 2009, con un concerto di Gianluca Libertucci, organista nella basilica di San Pietro in Vaticano, per la riapertura del vicino Palazzo Bellomo. Il 15 ottobre 2011 ospita il primo incontro della Commissione diocesana «Musica e Canto per la Liturgia», con monsignor Giuseppe Liberto, già direttore della Cappella Musicale Pontificia Sistina. Il 31 agosto 2012 vi canta il gruppo a cappella tedesco Hohes C, nel cartellone delle Feste Archimedee, e alla fine dello stesso anno un recital lirico per il quinto anniversario della morte di monsignor Sebastiano Gozzo. Il 4 maggio 2025 la Camerata Polifonica Siciliana diretta da Giovanni Ferrauto vi esegue «Lodi al Creatore» di André Gouzes, per iniziativa dell’assessorato alla Cultura guidato da Fabio Granata con la parrocchia retta da don Gianluca Belfiore. Il 18 aprile 2026, alle 19.30, è la volta del secondo dei tre concerti di «Surrexit Dominus», ciclo della Schola Cantorum «Madonna delle Lacrime» diretta da Giulio Mirto: la notizia si trova soltanto su siracusa2000.com dell’8 aprile 2026.Molti concerti organizzati dalla parrocchia si tengono però in altre chiese del perimetro, come la «Passio Domini» dei Cantunovu del marzo 2024 a San Benedetto e il concerto natalizio degli stessi nel dicembre 2025 alla chiesa di San Giuseppe. Nel Natale 2023 la parrocchia riunì i tre edifici nel programma «Culti, Canti e Cunti», a sostegno di un progetto di Medici con l’Africa CUAMM in Sud Sudan, presentando San Martino come «il fascino aragonese». Il 22 dicembre 2025, per il secondo anno consecutivo, l’associazione Opera APS ha portato i «Cunti di Santa Lucia» «nei locali della chiesa», formula diversa da «nella chiesa».Visite guidate e aperture straordinarie
Le occasioni per entrare dipendono dagli eventi, e nessuna pagina web le raccoglie in anticipo. La più regolare è «Siracusa Sacra», organizzata dalla società Kairós e promossa dall’Ufficio per la pastorale del turismo dell’arcidiocesi. San Martino vi compare già nell’edizione del 2013, aperta il venerdì insieme a Santa Lucia alla Badia; nel 2021 con due visite serali ogni venerdì, alle 20.30 e alle 21.30, insieme a San Giuseppe e San Benedetto; nel 2022, edizione «Frammenti d’anima», quando l’aula ospitò una mostra di volti in terracotta dello scultore modicano Carmelo Lorefice, unico episodio documentato di arte contemporanea esposta qui dentro; nel 2024, ogni mercoledì di agosto, con la visita delle 20.30 che partiva da San Martino per arrivare a San Giuseppe e poi alla chiesa di San Paolo.Le altre aperture sono episodiche. Nel settembre 2017 la chiesa entrò nel circuito de «Le Vie dei Tesori» con gli unici orari certi mai pubblicati dalla stampa per questo edificio: venerdì 15 e sabato 16 dalle 10 alle 17.30, domenica 17 dalle 12 alle 17.30. Nell’ottobre 2014 era stata l’ultima tappa della Faimarathon di Ortigia. Il 31 marzo 2015 gli alunni del «Chindemi» poterono visitarla per una «piccola sorpresa non programmata», secondo siracusatimes, «grazie alla disponibilità del parroco, don Alfredo Andronico»: allora la chiesa non era aperta di norma. Seguono una visita conferenza nel giugno 2016, la serata sul polittico del maggio 2018, una tappa del «Missio Fest» nel marzo 2022 e un giro fra le tre chiese della parrocchia nel febbraio 2024.La Settimana Santa

La chiesa nel quartiere
La giornata dell’11 novembre è quella in cui la comunità si riconosce nell’edificio. Nel 2025, secondo siracusanews, si è aperta con la messa delle 18.30, durante la quale i volontari della Mensa di San Martino di Tours hanno rinnovato le promesse, e si è chiusa con le zeppole; il 15 novembre l’arcivescovo vi ha amministrato la Confermazione e la Prima Comunione ai ragazzi del gruppo scout Siracusa 1, e la festa è proseguita nel cortile di San Benedetto con il ballo della cordella. L’11 novembre 2023, per l’iniziativa «San Martino a San Martino», alcuni alunni del XIII Istituto Comprensivo «Archimede» hanno visitato la chiesa e incontrato i volontari della mensa: è la sola visita scolastica documentata. Qui si celebrano anche matrimoni, come mostrano il riso sui gradini in una fotografia recente e una recensione su Google Maps. Va invece tenuto separato il «San Martino Puppet Fest» della Giudecca, festa civile di pupi e marionette, che non si tiene nella chiesa e non è organizzata dalla parrocchia.Conservazione, lavori, finanziamenti
Nessuna delle fonti consultate pubblica una relazione sullo stato di conservazione, una perizia o una verifica di vulnerabilità sismica, e nessuna descrive lesioni nelle murature. Dopo il 1965 non risulta un solo intervento di restauro datato, attribuito e quantificato. Le notizie sono tre, tutte fragili: il restauro della tela di Elia Interguglielmi, che Salonia (1981, p. 22) dice «nel 1982» e di cui si tratta fra le opere; il mosaico del catino absidale, che il pieghevole di Angelo Garofalo, privo di editore e di anno, assegna al 1984 e di cui si tratta nella sezione sull’abside; e un inciso fra parentesi nell’articolo di Libertà Sicilia del 20 dicembre 2018 sul centenario del rosone, «un intervento recente negli anni Novanta», senza data, autore, importo né conferme.Sul terremoto del 13 dicembre 1990 va detto con precisione quello che i cataloghi dicono e quello che non dicono. Il Catalogo dei forti terremoti in Italia assegna a Siracusa il sesto o settimo grado della scala Mercalli e a «Siracusa Vecchia (Ortigia)» il quinto, e nei danni nomina puntualmente la sede dei vigili urbani in piazza Adda, i palazzi di corso Umberto, la stazione ferroviaria e i due frontoni caduti di Palazzo Capodieci in via Maestranza. La parola «Martino» non compare, e non compare alcuna chiesa di Ortigia. Nessuna fonte dice che San Martino fu danneggiata, lesionata o chiusa da quel sisma, e nessuna dice il contrario: il confronto con la vicina San Giuseppe, chiusa proprio nel 1990 e restaurata con i fondi della legge 433 del 1991 fino alla restituzione al culto nell’autunno del 2022, non prova nulla su questo edificio.Ai canali di finanziamento pubblico la chiesa risulta estranea. Il Piano di gestione del sito UNESCO aggiornato nel 2020 non la nomina mai. Nel giugno 2025 l’arcidiocesi ha ottenuto tre milioni di euro dal PNRR per il consolidamento antisismico di cinque chiese, il Duomo, la chiesa dello Spirito Santo e San Giovannello a Siracusa, la Chiesa Madre e San Sebastiano ad Augusta: San Martino non è compresa. Se ne possono dare due letture, che l’edificio non presentasse criticità tali da renderlo prioritario o che non sia entrato nella selezione, e nessuna fonte dice quale valga. Negli archivi digitali di undici testate siracusane dal 2009 a oggi non compare un solo articolo su un restauro, un cantiere, un crollo, un furto o un dissesto della chiesa; l’unica chiusura documentata in via San Martino è quella della strada, per lavori, nell’ottobre 2025.Le fotografie mostrano segni minori che le fonti scritte non commentano. Il mosaico absidale ha vistose lacune. La grande tela di San Michele arcangelo, in pessimo stato, nelle immagini del 2023 sta appoggiata a terra contro una parete, accanto a un mucchio di frammenti lapidei di cantiere. L’acquasantiera di marmo ha la vasca fessurata e restaurata, con almeno due lesioni radiali visibili. Il muro del cortile sul fianco settentrionale appare a intonaco fortemente degradato nella fotografia diocesana pubblicata da BeWeB, che per i modelli delle automobili ritratte sembra degli anni Novanta, mentre nelle immagini dal 2008 al 2019 lo stesso muro è intonacato di giallo. Il giudizio più equilibrato resta quello di un visitatore del 2023: «le condizioni in cui l’edificio versa non sono delle migliori (caratteristica purtroppo frequente nelle chiese di Ortigia), ma nonostante ciò bisogna segnalare la non poca cura messa dal sacerdote e dai fedeli che la frequentano: sia per la pulizia degli interni che per l’animazione delle liturgie».La chiesa nelle fonti e nei viaggiatori
San Martino entra nella letteratura tardi e sempre di lato. Per tre secoli l’erudizione siracusana fissa il canone dei monumenti cittadini senza nominarla, e la sua prima descrizione distesa è del 1864, in una guida inglese. Il silenzio che la precede non riguarda questo edificio soltanto, ma la categoria a cui appartiene, il gotico minore di Ortigia.Gli antiquari descrivono la città greca
Tommaso Fazello, nel «De rebus Siculis decades duae» (Palermo 1558), fra gli edifici di culto di Siracusa nomina la cattedrale, San Giovanni fuori le mura, Santa Lucia e San Pietro «a Trimilia fonte cognominata», e si ferma lì. Vincenzo Mirabella, nelle «Dichiarazioni della pianta delle antiche Siracuse» (Napoli 1613), nomina cinque chiese, e come riferimenti topografici. Giacomo Bonanni e Colonna, nell’«Antica Siracusa illustrata» (Messina 1624), scrive un libro intero sui luoghi della città e usa la parola chiesa sette volte in tutto. Quella letteratura ricostruisce la Siracusa dei Greci, e le chiese moderne restano fuori dal suo oggetto.Della «Sicilia sacra» di Rocco Pirri la Notitia siracusana non è accessibile in edizione digitale, e l’indice generale del tomo secondo non ha voci per un San Martino siracusano: quello che Pirri scrisse delle parrocchie si conosce di riflesso, attraverso Vito Amico nella traduzione annotata di Gioacchino Di Marzo (vol. II, Palermo 1856, p. 507), il cui passo sulle sei parrocchie è nella sezione sulla parrocchia. Gaetano Moroni, nel «Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica» (vol. LXVI, Venezia 1854), alla voce Siracusa non nomina per nome nessuna parrocchia: «Vi sono nella città altre chiese parrocchiali, ultimamente provvedute del s. fonte, oltre altre 8 chiese, essendo la più antica la suburbana di s. Giovanni». Il primato di antichità si contende, in quella tradizione, fra San Tommaso apostolo, San Giovanni Battista e il San Giovanni suburbano, e San Martino non vi partecipa.Capodieci, il primo che la guarda
L’inventario delle chiese moderne di Siracusa lo fa per primo Giuseppe Maria Capodieci nel 1813, e a lui si devono tutte le menzioni a stampa fino all’Ottocento. Sono quattro e nessuna descrive l’edificio: la latomia di Santa Venera, detta «di pertinenza della Chiesa parrocchiale di S. Martino Vescovo» (Antichi monumenti di Siracusa, t. I, 1813, p. 239); il polittico, registrato nel 1813 e nelle «Tavole delle cose più memorabili» del 1821 come opera «di man greca» e «di greco pennello»; e una nota di calendario, dove a proposito delle feste ateniesi delle botti dell’undici novembre l’antiquario scrive che «oggi una tal reliquia del gentilesimo è restata nello stesso giorno festa del Vescovo S. Martino» (t. I, p. 131).La menzione che conta per l’edificio sta nelle «Tavole» del 1821, alle pp. 35 e 36, dove Capodieci elenca i pochi avanzi medievali superstiti a uso degli «architetti viaggiatori» che li disegnano: «possono osservarsi quelle delle parrocchiali chiese di S. Gio. Battista, S. Pietro, S. Martino, S. Tommaso, la piccola della sagrestia di S. Omobono». Il portale è a stampa dal 1821, senza data, senza misure e senza una riga di descrizione propria, dentro una lista che prosegue con i portoni di palazzo Montalto e degli altri palazzi e con la porta del castello Maniace.Il Grand Tour non la vede
Dal viaggio di Johann Hermann von Riedesel del 1767 alla «Siciliana» di Ferdinand Gregorovius del 1861 nessuno dei viaggiatori canonici del Grand Tour siciliano nomina la chiesa: né Riedesel, né Patrick Brydone, a Siracusa il primo giugno 1770, né Henry Swinburne, Dominique Vivant Denon, Friedrich Münter, William Henry Smyth e Gregorovius. Dove il nome compare rimanda al monastero benedettino sopra Monreale, alla certosa napoletana o alla festa di novembre: come già nel latino di Fazello, dove ricorre decine di volte per il re d’Aragona e per i papi, il titolo trae in inganno chiunque cerchi questa chiesa nella letteratura siciliana. Nemmeno Jean Pierre Houël, che nel «Voyage pittoresque des isles de Sicile, de Malte et de Lipari» (1782-1787) incide centinaia di monumenti siciliani, anche minori, anche normanni, le dedica una tavola. Goethe, poi, a Siracusa non arrivò mai, avendo rinunciato alla costa orientale il 27 aprile 1787, e nell’«Italienische Reise» le menzioni di San Martino sono tutte dei giorni palermitani.La ragione sta nel programma di quei viaggi. Chi arrivava a Siracusa cercava le latomie, l’Orecchio di Dionisio, il teatro, il castello Eurialo e il Ciane, e in Ortigia due cose soltanto, le colonne doriche inglobate nel Duomo e la Venere del museo. Riedesel giudica «in a barbarous taste», di gusto barbaro, il modo in cui le colonne del tempio furono chiuse da muri a formare le navate della cattedrale. Saint-Non e Freeman non sono stati verificati.Murray 1864: la prima descrizione, ed è tecnica
La prima opera a stampa di genere odeporico che la descriva, fra quelle consultate, è l’«Handbook for Travellers in Sicily» pubblicato da John Murray a Londra nel 1864, nella Route 18, paragrafo «Churches»:«Several of the churches in Syracuse are of mediaeval times. Near the castle is S. Martino, which has a Gothic façade, and a doorway of 4 orders, with singular foliated capitals. The details are quite of a Northern character, which is rare in the pointed architecture of Sicily. The interior is modernised.»In italiano: presso il castello si trova San Martino, con facciata gotica e portale di quattro ordini dai singolari capitelli fogliati; i dettagli sono di carattere nordico, cosa rara nell’architettura ogivale di Sicilia; l’interno è modernizzato. La pagina è la 335, ricostruita dalle testate correnti perché il numero è caduto nella scansione.Quattro frasi che dicono tre cose nuove. «Orders» sono le ghiere concentriche dell’archivolto, e Murray le sta contando. L’attribuzione culturale va nella direzione opposta a quella corrente, perché la lettura aragonese-catalana discussa nella sezione sul portale nasce un secolo più tardi; e la stessa chiave nordica, applicata anche a San Giovanni Battista, è una categoria dell’autore più che un giudizio su questo edificio. Infine l’interno nel 1864 è già «modernised», il più antico termine di riferimento noto per i rifacimenti anteriori ai restauri del Novecento.Un dato non va ripetuto come buono: «near the castle» è indicazione larga, e dal Maniace la chiesa dista qualche centinaio di metri.
Sladen 1901: fra i superstiti, con disprezzo per l’interno
Douglas Sladen, nel primo volume di «In Sicily 1896-1898-1900» (New York e Londra 1901), la nomina due volte, la prima per collocare il palazzo Bellomo, che sorge sulla piazza adiacente alla chiesa, la seconda sotto il titolo «Other mediaeval remains in Syracuse», alla p. 297:«The city contains some churches with Gothic west doors and rose windows, which are generally shamefully modernised inside. Among them may be quoted S. Martino, close to the Palazzo Bellomo, S. Giovanni in the Giudecca, S. Maria dei Miracoli, near the Porta-a-Mare.»Cioè: alcune chiese con portali gotici occidentali e rosoni, vergognosamente modernizzate all’interno, e fra queste San Martino, vicino al palazzo Bellomo. Sladen conferma Murray a quarant’anni di distanza sull’interno rifatto, con in più l’indignazione del conservazionista, e corregge la topografia: la Galleria Regionale di Palazzo Bellomo è a pochi metri, il Maniace no.La frase sui rosoni va misurata con prudenza. Sladen visita prima del rifacimento del rosone che le fonti datano al 1915, e mette San Martino fra le chiese che un rosone lo hanno: qualcosa di rotondo e gotico in facciata c’era già. Ma enuncia un carattere di gruppo, e da lui non si ricava come fosse fatto quel rosone. Non descrive l’interno, non nomina il polittico né le capriate: il suo è un elenco di superstiti visti da fuori.
Il silenzio del Baedeker
Le otto edizioni inglesi del Baedeker per l’Italia meridionale e la Sicilia comprese fra il 1867 e il 1912 non nominano mai la chiesa, né nel capitolo su Siracusa né negli indici analitici del 1867, del 1873 e del 1880. Nel 1869, alla p. 296, il bilancio sull’architettura medievale cittadina sta in due righe e assegna la menzione a palazzo Montalto e al portale gotico del castello. Nel 1908, alla p. 410, e di nuovo nel 1912, alla p. 440, l’elenco si allarga a Montalto con le finestre gotiche del 1397, ai palazzi Interlandi e Bucceri, alla Porta Marina, a «the simple portal (1501) of the neighbouring Chiesa dei Miracoli» e a «the rose-window of the church of San Giovanni Battista (14th cent.)».Il silenzio è probante per questo. Chiamato a dire che cosa resti di medievale in Ortigia, il Baedeker sceglie un portale rinascimentale e un rosone trecentesco di due chiese minori, e omette l’unica chiesa che possiede l’uno e l’altro insieme; e nelle stesse pagine manda il viaggiatore in via Capodieci a vedere il palazzo Bellomo restaurato, cioè davanti alla porta di San Martino. Stesso esito nell’«Handbook» di Francis Coghlan del 1863, nel «Cook’s tourist’s handbook» del 1905 e in Augustus Hare, «Cities of Southern Italy and Sicily» (1891).Le guide siracusane e Mauceri
Il silenzio non è solo degli stranieri. «Siracusa pei viaggiatori» di Giuseppe Politi (Siracusa, Pulejo, 1835), prima guida locale tascabile, porta il lettore dalle latomie al teatro e al castello Eurialo, e in Ortigia si ferma sulla fonte Aretusa e sul Duomo, trattando le chiese moderne in blocco. Lo stesso fa, settant’anni dopo, «Siracusa ne la grandezza del passato, ne l’incanto de la natura» di F. Aurelio Favara (Siracusa, Tinè, 1905), che non la include neppure fra le quindici schede monumentali finali. In nessuno dei due il nome compare, e il riscontro sui testi integrali resta da fare.Il caso di Enrico Mauceri sta a metà fra presenza e assenza. In «Siracusa e la valle dell’Anapo» (Bergamo 1909) l’autore, direttore del Museo archeologico e allievo di Paolo Orsi, pubblica in tavola il portale di San Martino, accoppiato a quello di San Pietro, e lo registra nell’indice delle illustrazioni alla p. 91. Il testo che corre accanto non nomina mai la chiesa: parla di San Giovanni Battista, iniziata nel 1381 con i beni di Pandolfina Capici, e della chiesetta dei Miracoli col portale marmoreo del 1501, e fra le prove dell’influenza catalana in città cita Porta Marina, i Miracoli e la scala del palazzo Bellomo. Nel 1909 il portale è già degno di riproduzione fotografica per il direttore del museo e non è ancora entrato nel discorso storico: l’immagine precede la parola.Le guide del Novecento e la pubblicistica di oggi
La tradizione delle guide rosse del Touring Club Italiano, dalla prima edizione Bertarelli del 1919 in avanti, resta non verificata: in quale edizione San Martino vi compaia per la prima volta le fonti consultate non lo dicono. Indeterminato anche l’esito per le guide commerciali correnti, che è cosa diversa da un silenzio accertato.La descrizione pubblica più strutturata oggi disponibile è la scheda del Comune di Siracusa, che dà la chiesa fra le prime della città, probabilmente del VI secolo, rimaneggiata nel Trecento, con il portale datato 1338, il rosone del 1915, le capriate del XV secolo e il polittico a quindici scomparti. È fonte divulgativa istituzionale, non autorità sulla datazione, che le altre sezioni mostrano contesa. La funzione che nell’Ottocento era delle guide a stampa è passata intanto alle rassegne di aperture straordinarie, da «Siracusa Sacra» alle Vie dei Tesori alle Giornate FAI: in quali edizioni la chiesa vi sia stata aperta, le fonti consultate non lo precisano.La curva è netta. Per novantaquattro anni la chiesa è invisibile ai viaggiatori, che cercano la città greca; entra nella letteratura nel 1864 per la via del gusto inglese per il gotico, e la guida di massa continua a ignorarla per quarantacinque anni. La cultura siracusana la recupera per immagine prima che per parola, con la tavola del 1909, e solo il Novecento, col rosone rifatto e con la fortuna critica del polittico, la porta dentro il discorso storico e artistico.Immagini e rilievi
La chiesa è stata fotografata poco e disegnata quasi mai. Prima della metà del Novecento le immagini rintracciabili in archivi pubblici o in pubblicazioni datate sono quattro: un negativo degli Archivi Alinari con il prospetto prima dei restauri, una cartolina della Fototeca dell’Istituto centrale per il catalogo e la documentazione, la tavola del portale nel volume di Enrico Mauceri del 1909 e le nove tavole del libretto di Giuseppe Salonia del 1981. Non risulta nota alcuna incisione antica, né alcun disegno di età moderna: la storia figurata di San Martino comincia con la fotografia, e comincia tardi.Il negativo Alinari del prospetto prima dei restauri
Salonia (1981, p. 19) descrive la finestra aperta al posto del rosone «come appare dalla foto fornitaci dalla Società Alinari di Firenze». Quella fotografia ha una scheda nel catalogo degli Archivi Alinari: inventario ACA-F-033356-0000, didascalia «Chiesa di San Martino Vescovo, Siracusa», fotografo «Alinari, Fratelli», fondo «Archivi Alinari-archivio Alinari, Firenze», negativo su lastra di vetro alla gelatina ai sali d’argento, 21 x 27 cm. Sul margine inferiore della lastra è impressa la didascalia editoriale, con il numero di edizione «N.° 33356» e la dicitura «SIRACUSA», «Chiesa di S. Martino. (XIV. Secolo)».La tavola del libretto e l’anteprima pubblicata dal catalogo mostrano la medesima scena: stessa stazione di ripresa da nord lungo la via, il muro settentrionale in forte scorcio a sinistra e la facciata a destra, le due campane appese nella stessa posizione sul campanile a vela, la croce e l’elemento a pigna sul coronamento, la finestra centinata al posto del rosone, la scalinata di quattro alzate davanti al portale. La riproduzione del 1981 è tirata più chiara, ma è lo stesso negativo, ed è la fonte di ogni descrizione della facciata prima del rosone.La data di ripresa dichiarata dal catalogo, «1920-1930 ca.», va presa con cautela. È la stessa che le schede Alinari assegnano alle lastre siracusane vicine di numero, da ACA-F-033333, palazzo Vermexio, a ACA-F-033411, la cripta di San Marciano nella chiesa di San Giovanni alle Catacombe: una datazione applicata in blocco all’intera campagna siracusana, non alla singola lastra. Contro quella data sta l’immagine, dove la facciata è ancora priva del rosone, che Salonia (1981, p. 14) data al 1915, il pieghevole di Angelo Garofalo al 1919 e l’articolo di Libertà Sicilia del 20 dicembre 2018 al 1918. Il negativo è dunque anteriore alla ricostruzione del rosone, cioè al secondo decennio del Novecento, e non può essere degli anni Venti. Su operatore, campagna e data effettiva le fonti consultate tacciono. La lastra si conserva a Firenze, i diritti sono di FAF Toscana, la scheda impone il credito «Archivi Alinari, Firenze» e in rete se ne vede solo un’anteprima filigranata.La cartolina della Fototeca nazionale
Un secondo documento sta a Roma, nella Fototeca dell’ICCD. La scheda FFC011068, archivio del Gabinetto Fotografico Nazionale, fondo Ferro Candilera, registra come soggetto «Siracusa – Facciata di S. Martino» e come definizione dell’oggetto «cartolina»; la cronologia generica è 1901-2000, quella specifica 1910-1930; la scheda risale al 1994, firmata da G. Napoleoni, con funzionario responsabile Paola Callegari e revisore Fabio Carapacchio; il campo dell’autore della fotografia è vuoto. Il portale ne pubblica l’immagine intera, cimose comprese, in 1095 per 1683 pixel.La ripresa è dalla stessa posizione del negativo Alinari, con inquadratura più stretta, e mostra la facciata dopo il rosone, la cui cornice a più tori e il cui traforo a petali si leggono in forte scorcio; davanti al portale una scalinata di tre o quattro alzate sporge sul basolato della via. In alto, impresso sul cielo, il titolo tipografico in tre righe, «Siracusa», «Facciata di», «S. Martino»: nessun nome di editore o di fotografo compare sul recto, e il verso non è digitalizzato.La forbice 1910-1930 della scheda si può stringere leggendo l’immagine. Il rosone c’è già, quindi la ripresa è posteriore al 1915 o al 1919 secondo quale data si accolga; la torre campanaria non c’è ancora, e fu costruita fra il 1° dicembre 1948 e il 13 marzo 1949 secondo Salonia (1981, p. 25), nel 1947 secondo Garofalo. Sopra il muro nord si distinguono un vano scuro e travi oblique, compatibili con il campanile a vela, ma la stampa è a retino grosso. La datazione resta dunque una deduzione dall’immagine, non un dato di catalogo.Nel fondo Ferro Candilera, ricco di cartoline siracusane, San Martino compare una volta soltanto; le chiese che vi ricorrono più spesso sono il Duomo, San Giovanni alle Catacombe e San Giuseppe. L’immagine è attribuita all’ICCD e regolata dall’etichetta «Beni Culturali Standard» del Ministero: si scarica dal portale, e la scheda offre il comando per chiedere l’autorizzazione alla pubblicazione. Restano da vedere il verso e il campo «Iscrizioni e timbri», dove starebbero l’editore e la data di spedizione.La tavola di Mauceri, 1909
La più antica riproduzione a stampa della chiesa è la tavola di p. 91 di «Siracusa e la valle dell’Anapo» di Enrico Mauceri, uscito a Bergamo nel 1909 nella collana «Italia Artistica» dell’Istituto Italiano d’Arti Grafiche. La pagina accosta il portale della chiesa di San Pietro e quello di San Martino, ripreso da vicino e di sbieco da sud. L’inquadratura si ferma poco sopra l’arco, quindi la tavola non dice nulla su che cosa stesse allora al posto del rosone; quel che documenta dei gradini e del portone è discusso a proposito del portale. Non porta credito fotografico e il volume non nomina l’autore delle riprese: trattandosi di fotografie anonime del 1909 la riproduzione è verosimilmente libera, ma la verifica formale dei diritti non è stata fatta.Le nove tavole del 1981
Il libretto di Salonia porta nove tavole fuori testo non numerate e non ha colophon fotografico. Le didascalie stampate sono «La chiesa prima dei restauri (interno)», «Prospetto della chiesa prima dei restauri», «Prospetto della chiesa dopo i restauri (1905-1919)», «Capitello classico riutilizzato posto sulla colonna di granito presso l’altare», «Interno della chiesa dopo i restauri (1945-1965)», la tavola del polittico, «Navatina sinistra della chiesa» e «Planimetria dell’interno della chiesa»; la nona, con il portale e il rosone ripresi dal basso, è priva di didascalia.L’attribuzione dichiarata è una sola, quella Alinari per il prospetto anteriore ai restauri. Le altre otto tavole non portano né credito né data, e chi abbia scattato le fotografie dell’interno prima e dopo i lavori resta ignoto; l’unica via per saperlo sarebbe l’archivio parrocchiale. Sull’interno antico l’autore è esplicito: «Ci rimane una foto soltanto dalla quale appare in qualche modo lo stato della Chiesa all’inizio di questo secolo». Nessuna seconda fotografia dell’interno anteriore ai restauri risulta conservata in archivi pubblici.La tavola del prospetto dopo i restauri non va confusa con il negativo Alinari: vi compaiono vegetazione a sinistra e un edificio con balcone a destra, e il rosone appare come apertura circolare liscia per effetto dello scorcio. Il volume, stampato nel 1981 senza indicazione di editore, riproduce materiale protetto, e le sue tavole non sono riproducibili come tali.I rilievi architettonici
I rilievi pubblicati sono due, e nessuno dei due viene da una Soprintendenza. Il primo è l’ottava tavola del libretto del 1981, «Planimetria dell’interno della chiesa», in scala 1:50. È l’unico rilievo quotato dell’edificio; le sue misure sono discusse a proposito dell’interno, qui contano i suoi limiti. Non porta firma del rilevatore, né data, né freccia del nord; è stampato a scala ridotta rispetto a quella dichiarata; rende la testata orientale in modo schematico, senza il semicerchio dell’abside; e si ferma alla pianta. Della chiesa non esiste alcuna sezione verticale né alcun prospetto misurato: le altezze interne non compaiono in nessun rilievo pubblicato.Il secondo apparato grafico sta nel saggio di Giuseppe Michele Agnello sull’architettura normanna a Siracusa, del 2014. La figura 10, «Chiesa di S. Martino Vescovo», accosta due piante didascalizzate «I fase» e «II fase», l’aula unica con abside semicircolare a est nella prima, le tre navate su due file di sostegni nella seconda. La figura 19 mette tre piante alla stessa scala per confronto tipologico, San Nicolò dei Cordari, la chiesa di San Tommaso Apostolo e San Martino. Sotto entrambe, con la scala grafica e la freccia del nord, sta il credito «Elab. grafica – Arch. Federico Fazio». L’ipotesi delle due fasi costruttive, discussa a proposito della datazione, ha dunque anche una forma disegnata. Di riprese fotogrammetriche o con laser scanner non risulta traccia pubblica.Le riprese moderne

Dove sta il materiale e che cosa manca
I luoghi sono quattro: gli Archivi Alinari a Firenze per la lastra e per le diapositive del 1999, la Fototeca dell’ICCD a Roma per la cartolina, i volumi a stampa per Mauceri e per Salonia, la rete per le fotografie diocesane e per quelle libere. Si consulta subito, per intero e senza oneri, soltanto quel che sta online: la cartolina, le tre immagini di BeWeB e i file di Commons.Manca la documentazione che servirebbe di più. Delle due grandi stagioni di cantiere, quella del 1905-1922 e quella del 1944-1965, non risulta alcuna fotografia di lavori: Salonia racconta gli interventi da testimone diretto ma non pubblica immagini di cantiere, e se ne esistono stanno in parrocchia o nell’archivio fotografico della Soprintendenza di Siracusa, che non ha esposizione online. L’Archivio Storico Diocesano, in piazza Duomo 5, ha un regolamento di consultazione del 1° febbraio 2024, non pubblica inventari e non dichiara fondi fotografici. Europeana, Internet Culturale e la Fototeca della Fondazione Federico Zeri non conservano nulla su questa chiesa, e restano fuori da ogni catalogo pubblico le cartoline del mercato antiquario.Messe in fila, le poche immagini fanno comunque una serie che misura i cambiamenti. Davanti al portale il negativo Alinari mostra quattro alzate, la cartolina tre o quattro, le fotografie dal 2008 in poi due gradini più la soglia: il dislivello fra la chiesa e la strada si è ridotto, e di questo nessuna fonte scritta dà notizia.Tutela, vincoli e identificativi
San Martino è un edificio di culto di proprietà di un ente ecclesiastico, compreso nel perimetro del sito UNESCO di Siracusa e Pantalica e tutelato per legge senza che risulti a suo nome un decreto di vincolo. Le schede e i codici che lo riguardano sono di qualità disuguale: una è dichiarata bozza dal sistema che la pubblica, una è una segnatura d’archivio senza testo, una contiene un identificativo sbagliato.Proprietà ed ente responsabile
Il censimento «Le chiese delle diocesi italiane» della Conferenza Episcopale Italiana assegna l’edificio alla Parrocchia di San Martino Vescovo, diocesi di Siracusa, regione ecclesiastica Sicilia, con indirizzo in via San Martino 1 e qualificazione di chiesa parrocchiale. La scheda porta l’identificativo BY2ch01, è stata creata il 27 giugno 2012 e modificata l’ultima volta il 15 novembre 2023; l’immobile ha il numero 130454 dell’anagrafe CEI Immobili e la parrocchia il codice BY2. Il Comune di Siracusa, nella scheda dei luoghi aggiornata al 21 novembre 2023, dà lo stesso indirizzo come «Via S. Martino, 1, 96100» e un solo recapito, il telefono 0931 24385. Della denominazione ufficiale si tratta all’inizio della scheda.Il regime di tutela
L’elenco dei vincoli architettonici della provincia di Siracusa pubblicato dalla Regione Siciliana non comprende la chiesa di San Martino: in sette pagine tabellari la parola «Martino» non compare mai. Il dato va letto per quello che è. Quell’elenco raccoglie le dichiarazioni di interesse culturale pronunciate ai sensi dell’articolo 12 del Codice dei beni culturali e del paesaggio su beni di proprietà pubblica o di enti, come mostrano i casi ortigiani: i «rifugi antiaerei, detti anche ipogei di piazza Duomo», di proprietà dello Stato, con il decreto dirigenziale 8797 del 19 giugno 2007, Palazzo Bellomo e Porta Marina. L’unica chiesa dell’elenco provinciale è la parrocchiale di Priolo.San Martino appartiene invece a un ente ecclesiastico civilmente riconosciuto, e la sua fabbrica ha ben più di settant’anni. Il Codice, il decreto legislativo 42 del 2004, comprende all’articolo 10 comma 1 fra i beni culturali le cose immobili di questi enti che presentino interesse artistico o storico, e le sottopone alla tutela fino a quando la verifica dell’interesse culturale non ne accerti l’assenza. Per essere tutelata, quindi, alla chiesa non occorre un decreto, e Wikidata registra coerentemente la sola designazione generica di «bene culturale italiano».Resta una cautela. Un eventuale provvedimento antico, ai sensi della legge 364 del 1909 o della legge 1089 del 1939, comparirebbe nella banca dati nazionale Vincoli in Rete, i cui elenchi non figurano fra le fonti consultate: che a nome di questa chiesa non risulti un decreto è quanto si può affermare, che la chiesa non sia vincolata è un’altra affermazione, e le fonti consultate non la consentono.Il sito UNESCO e la precisazione sulla zona
Il sito «Siracusa e le necropoli rupestri di Pantalica» è iscritto nella Lista del patrimonio mondiale dal 2005 con il numero 1200 e i criteri (ii), (iii), (iv), (vi) e (vii), secondo il Piano di gestione del sito nell’edizione italiana del 2020 (p. 16), che dichiara di riprendere i dati dalla scheda UNESCO del bene. Il sito è seriale e si compone della necropoli di Pantalica, dell’area archeologica di terraferma da Epipolae al Castello Eurialo e di Ortigia, che con il numero 1200-003 conta 56,64 ettari di bene iscritto e 945,25 ettari di area cuscinetto (p. 10).Sulla posizione della chiesa quel documento non lascia margine (p. 13):«Nel caso del nucleo di Ortigia (ID-1200-003), il bene iscritto corrisponde all’intera Isola di Ortigia, sottoposta alla legge speciale di protezione emanata nel 1976 dalla Regione Sicilia e intitolata “Legge di protezione dei centri storici e norme speciali per l’area di Ortigia e il centro storico di Agrigento”.»La chiesa sta dunque nella core zone, cioè dentro il bene iscritto, e non nella buffer zone, che il Piano descrive come esterna all’isola. La distinzione vale anche in un altro senso: in nessuna delle cinquantaquattro pagine del documento la chiesa è nominata, e vi è compresa per posizione. La formula esatta è che l’edificio ricade nella core zone del sito, mentre «monumento UNESCO» attribuirebbe alla singola chiesa un riconoscimento che riguarda l’intera isola di Ortigia.
Il Piano Particolareggiato di Ortigia
Lo strumento che governa gli interventi edilizi attorno all’edificio è il Piano Particolareggiato di Ortigia, redatto sotto la direzione di Giuseppe Pagnano con rilievi dello stato di fatto al 1987 e discendente dalla legge regionale siciliana 7 maggio 1976 n. 70, la stessa legge speciale richiamata dal Piano di gestione UNESCO. Le Norme Tecniche di Attuazione si aprono citandola e prescrivono interventi «per unità minime corrispondenti a comparti unitari o parti di essi e sistematicamente per singole Unità Edilizie»; la chiesa ricade nel settore 16, intitolato proprio a San Martino.Sui vincoli storico-artistici il piano dice questo, all’articolo 5:«Tutte le prescrizioni relative ai vincoli storico-artistici ai sensi della Legge n.1089/1939, alla liberazione e restauro delle fortificazioni (contenute nella Tav. C20), alla viabilità e circolazione veicolare, ai parcheggi e aree di sosta, ai percorsi pedonali, ai nuovi spazi pubblici e al verde pubblico (contenute nella Tav. C22) sono da considerare normative.»La tavola C20 classifica dunque gli edifici vincolati e da vincolare dentro Ortigia, ed è un elaborato grafico in formato raster che non figura fra le fonti consultate: finché non se ne legge la grafia, in quale classe il piano collochi San Martino resta indeterminato.Le Norme Tecniche, in ventisette pagine, non nominano mai la chiesa di San Martino né alcun’altra chiesa. Regolano le unità edilizie del tessuto ordinario con quattro sistemi di vincolo grafico, dal «vincolo assoluto di conservazione in posizione, struttura forma e materia originaria» dei muri di prospetto al «vincolo di conservazione della forma dello spazio interno», e i sistemi funzionali che prevedono sono «Istruzione; Turismo e Commercio; Amministrazione Pubblica e Privata; Cultura», senza una voce per gli edifici di culto. I monumenti restano fuori da quel meccanismo, rimandati alla tavola dei vincoli e al parere della Soprintendenza ai Beni Culturali di Siracusa, che nelle norme compare quattro volte come organo del parere vincolante.
La scheda 96 del Piano Paesistico
Nel Piano Paesistico della Provincia di Siracusa la chiesa ha una propria scheda di rilevazione, la numero 96, collocata nella sezione dei Beni Archeologici e classificata sotto la voce «Manufatti isolati (chiesa)», quindi come manufatto a sé stante. Il testo, riprodotto dalla banca dati Heritage di Ignazio Caloggero che ne dichiara la fonte, sta in cinque righe:«Chiesa di San Martino. Via San Martino. Una delle prime chiese di Siracusa fondata forse nel VI secolo e restaurata in epoca normanna. Nella lunetta del portale è visibile un blocco di calcare su cui è inciso a lettere gotiche il monogramma di Cristo. L’interno è a tre navate con un unica abside.»La datazione vi è presa in forma cumulativa e prudente, fondazione «forse nel VI secolo» e restauro «in epoca normanna», senza nominare il 1338 del portale. La stessa banca dati geolocalizza l’edificio al civico 3 di via San Martino, mentre il censimento CEI e il Comune danno concordemente il civico 1. Il PDF originale della scheda 96 non risulta pubblicato. Il piano paesaggistico vigente tace del tutto: né il decreto di approvazione del Piano Territoriale Paesaggistico della provincia, centosessantasette pagine, né la relazione generale nominano la chiesa.
Gli identificativi e il loro contenuto
La voce Wikidata dell’edificio è Q3671080, e vi si trovano gli identificativi BeWeB 88285, ICCD S017919 nella forma «17919» e GND 1233322281, la categoria Commons «San Martino (Syracuse)», i collegamenti alle voci di Wikipedia in sei lingue e un codice di autorizzazione Wiki Loves Monuments, 19I7540052, dal 21 marzo 2023, con il patrocinio del Dicastero per la cultura e l’educazione, che fuori da Wikidata non trova riscontro. Le coordinate dichiarate sono 37,057284 N e 15,294482 E, importate da Wikipedia in italiano, accanto a un secondo paio di provenienza BeWeB deprecato dalla comunità senza motivazione.Nella stessa voce c’è un errore. La proprietà «descritto nell’URL» rimanda a un indirizzo dei dati aperti ministeriali costruito sull’identificativo S017742, che nel grafo del Ministero della Cultura appartiene a un bene diverso, «Via di Città n. 12», estraneo a Siracusa. Il server risponde comunque restituendo le triple della chiesa, il che rende l’errore invisibile a chi apra il collegamento senza guardare il codice. Le due dichiarazioni si contraddicono, e quella esatta è l’altra, S017919.S017919 non è quello che il nome lascia supporre. Nei dati aperti del Ministero la risorsa corrisponde a una unità archivistica dell’Archivio schede dell’Istituto centrale per il catalogo e la documentazione: etichetta «Chiesa di S. Martino», collocazione in armadio 12, busta 703, cartellina 3, estremi cronologici dal 1896 al 1943, materiale compilato su due modelli, il «Mod. n. 50 bis (Arti)» e uno senza numero. Se ne ricava che la chiesa fu catalogata dallo Stato italiano già alla fine dell’Ottocento. Il contenuto di quelle carte non è pubblicato: il grafo dà la segnatura e nulla più, senza coordinate, senza datazione, senza descrizione, con un indirizzo che si ferma al comune di Siracusa, codice ISTAT 089017. Altra cosa è la scheda della Fototeca del medesimo istituto, che riguarda una cartolina della facciata e di cui si tratta a proposito dell’iconografia.La scheda dei beni architettonici di BeWeB, numero 88285, porta scritto nel corpo della pagina «QUESTA SCHEDA È UNA BOZZA» e dichiara come fonte dei dati «CEIA smart, scheda inventariale dei beni architettonici (bozza)». Non contiene testo storico, descrittivo o sui restauri: campi anagrafici, tre fotografie diocesane e il rimando a un solo bene mobile, l’organo dei Fratelli Polizzi del 1918, la cui scheda 2524 dichiara «Collocazione del bene: Chiesa di San Martino Vescovo, Siracusa (SR)». Le altre nove opere che l’inventario diocesano riferisce a San Martino, fra cui le sei tavole del polittico quattrocentesco, portano tutte la dicitura «Informazione non disponibile»: un campo non compilato, che non certifica il trasferimento del polittico alla Galleria Regionale di Palazzo Bellomo.In OpenStreetMap la chiesa è il poligono way 175759917, nella versione del 23 aprile 2022, con otto tag, fra cui il nome «Chiesa di San Martino», la parrocchia «San Martino Vescovo» e i rimandi a Wikidata e a Wikipedia. Mancano i tag dell’indirizzo, degli orari, del telefono, del sito, dell’accessibilità in carrozzina e quelli del patrimonio, heritage e ref:mibact, che altrove registrano il regime di tutela. La geometria ha dieci vertici distinti e racchiude circa 319 metri quadrati, con centroide a 37,057264 N e 15,294623 E; le coordinate di Wikidata cadono una tredicina di metri più a ovest, sul filo della facciata.Il record della Deutsche Nationalbibliothek, GND 1233322281, classifica l’edificio come costruzione di chiesa a Siracusa, fissa il nome preferito «San Martino Vescovo (Syrakus)» e aggiunge una nota storica secondo cui si tratta di una ex basilica paleocristiana del VI secolo modificata nel XIV. Allo stesso record è agganciato il numero VIAF 3376162118003402320001, che su Wikidata non compare.Quello che manca
Di questa chiesa non esiste, fra i documenti accessibili, una scheda di catalogo vera e propria. L’identificativo ICCD rimanda a una cartellina d’archivio della quale si conosce la collocazione e non il contenuto; la scheda BeWeB è dichiarata bozza; la scheda del Piano Paesistico sta in cinque righe e si legge soltanto nella trascrizione di una banca dati privata; la pagina del Comune è una scheda turistica; il Catalogo generale dei Beni Culturali non restituisce risultati consultabili per questo edificio. Le verifiche che scioglierebbero i nodi aperti sono tre: la tavola C20, l’interrogazione di Vincoli in Rete e, soprattutto, la consultazione all’ICCD delle schede fra il 1896 e il 1943, che sono la più antica descrizione ufficiale della chiesa e potrebbero dire, sulla datazione e sui restauri anteriori al Novecento, quello che le fonti a stampa non dicono.Visitare la chiesa
Chi arriva in via San Martino senza aver prima telefonato trova quasi sempre il portone chiuso. È l’informazione di servizio più utile che questa scheda possa dare, e non nasce da una impressione personale: nessuna fonte, ufficiale o turistica, pubblica un orario di apertura di questa chiesa, e l’unico appuntamento fisso documentato è la messa della domenica mattina. Tutto il resto sono eventi, annunciati pochi giorni prima e in canali che il visitatore di passaggio non conosce.L’unico orario certo
Il manifesto «Orari delle celebrazioni della Santa Messa», pubblicato dall’Arcidiocesi di Siracusa nel novembre 2022 per le chiese di Ortigia, alla voce della domenica elenca la «Chiesa di San Martino» di «Via San Martino, 1» alle «ore 10,00». Una sola messa alla settimana, senza feriali e senza prefestiva: per il territorio della parrocchia la messa del sabato sera è alle 18,30 nella chiesa di San Benedetto, in via Capodieci 24. Nella libreria media del sito diocesano non risulta alcun manifesto successivo a quello del 2022, e la conferma più recente dell’orario è il programma della Settimana Santa 2026 riferito da siracusanews il 30 marzo 2026, che colloca la messa della domenica di Pasqua «alle ore 10.00, sempre nella stessa chiesa». Su questo dato, e su nessun altro, si può contare.Chi volesse soltanto vedere l’interno tenga presente che si tratta di una celebrazione liturgica e che, secondo le testimonianze raccolte online, il tempo utile per guardarsi attorno è quello immediatamente prima e dopo la messa. Una recensione di Google Maps firmata Simona Fiorenza racconta, a proposito di un matrimonio, che le porte vengono richiuse subito dopo la funzione.Gli orari che nessuno pubblica

Chiedere di entrare
Fuori dalla domenica, l’unica via che le fonti documentino è chiedere alla parrocchia. L’annuario degli enti dell’Arcidiocesi di Siracusa dà il telefono 0931 24385 e l’indirizzo di posta parrocchiasanmartinosr@gmail.com; il censimento CEI pubblica per le segnalazioni l’indirizzo gbelfiore@arcidiocesi.siracusa.it, del parroco don Gianluca Belfiore. Come sito web l’annuario indica un profilo Instagram, sanmartinosr, il cui contenuto è però leggibile solo dopo il login. La pagina Facebook «Parrocchia San Martino Vescovo Siracusa» esiste, dichiara lo stesso indirizzo di posta, conta centosettantaquattro follower e il post più recente visibile senza account risale al 13 marzo 2025: come bacheca degli orari non funziona.Che la strada sia questa lo prova un episodio del 2015. Il 31 marzo di quell’anno, raccontano siracusatimes e lagazzettasiracusana, gli alunni dell’istituto «Chindemi» ebbero «una piccola sorpresa non programmata» e poterono visitare la chiesa «grazie alla disponibilità del parroco, don Alfredo Andronico». L’accesso dipendeva dalla persona che aveva le chiavi, e nulla indica che oggi sia diverso. È la stessa raccomandazione che Aretusapedia dà già per la chiesa di San Giuseppe, rettoria della stessa parrocchia, che «apre in occasione di celebrazioni, concerti, mostre e rassegne» e per la quale chi vuole entrare deve informarsi caso per caso.Le recensioni online valgono come testimonianze personali, da pesare per quello che sono, e per tredici anni dicono la stessa cosa. Su TripAdvisor, ARTURCION, di Roma, scriveva nel settembre 2013 di dover recensire la chiesa «soltanto sulla memoria», perché «la Curia la tiene chiusa e la visita va richiesta secondo criteri “italiani”»; Vadim, di Murmansk, nel maggio 2016: «Sarete fortunati se lo trovate aperto»; un visitatore finlandese, nel giugno 2016, annotava che la chiesa era rimasta chiusa per tutti e quattro i giorni del suo soggiorno in Ortigia e chiedeva agli uffici del turismo «informazioni più precise circa le ore di apertura»; Redfire07, di Siracusa, nel settembre 2016 dichiarava di visitarla «sempre durante i giri dei sepolcri e sporadicamente nelle altre volte». Nell’agosto 2022 Alessandro Calabrò, che ha fondato Aretusapedia, scriveva sulla stessa piattaforma che la chiesa, pur non essendo abbandonata, «è quasi sempre chiusa e quindi risulta molto difficile da visitare». La lamentela ricorrente riguarda l’assenza di informazione più della chiusura in sé.I periodi in cui è più facile trovarla aperta
Le occasioni per entrare esistono e hanno una loro stagionalità, ma restano eventi singoli: le edizioni e le date sono elencate nella sezione sulla chiesa oggi, qui conta la regola pratica che se ne ricava. Il periodo più favorevole documentato è agosto, quando la rassegna diocesana «Siracusa Sacra», organizzata dalla società Kairós per l’Ufficio per la pastorale del turismo, apre la chiesa in un giorno fisso della settimana, di sera: nel 2021 il venerdì, con due visite guidate alle 20.30 e alle 21.30 e prenotazione al numero 0931 64694 o all’indirizzo info@kairos-web.com; nel 2024 il mercoledì, dalle 20 alle 22, con la precisazione che «le chiese possono essere visitate a qualunque ora» e con la visita guidata delle 20.30 su prenotazione obbligatoria, in partenza proprio da San Martino. Il secondo periodo è la Settimana Santa, quando la chiesa resta aperta per la reposizione del Santissimo il giovedì santo, per la veglia pasquale e per il giro dei sepolcri. Il terzo è l’11 novembre, festa del titolare, con la messa della sera. A questi si aggiungono i concerti, che qui sono frequenti per via dell’organo, e le rare aperture dei circuiti cittadini come «Le Vie dei Tesori» o la Faimarathon.Nessuna pagina web raccoglie in anticipo questi appuntamenti. Si trovano, a ridosso della data, sul sito dell’arcidiocesi e sulle testate locali siracusane, che ne danno notizia con pochi giorni di margine. Chi programma un viaggio da lontano faccia il conto opposto: scelga una domenica, o una settimana di agosto, e verifichi comunque per telefono.Ingresso, biglietti, servizi
Non risulta alcun biglietto d’ingresso, né alcuna forma di visita a pagamento gestita dalla parrocchia. Gli eventi documentati sono a ingresso libero, come il concerto «Lodi al Creatore» della Camerata Polifonica Siciliana del 4 maggio 2025, che siracusanews dà a ingresso gratuito. Per le visite guidate delle rassegne valgono invece le regole di chi le organizza, che nel caso di «Siracusa Sacra» prevedono la prenotazione; il costo di quelle visite non risulta dalle fonti consultate.Dentro la chiesa non si trovano biglietteria, personale di accoglienza, pannelli illustrativi, codici per l’ascolto, audioguide, bookshop né servizi igienici. I bagni pubblici più vicini mappati in OpenStreetMap stanno a circa 176 metri, al Passeggio Aretusa. L’unico cartello all’esterno è la targhetta con il nome. Delle barriere all’ingresso, della gradinata e dei servizi per chi ha una disabilità si tratta nella sezione dedicata.Arrivare in via San Martino
La strada è area pedonale. L’ordinanza del Comando di Polizia Municipale n. 499 del 5 settembre 2016, che è l’atto base del sistema di traffico di Ortigia, elenca via San Martino fra le «zone a traffico pedonale privilegiato all’interno della ZTL» e stabilisce che in esse «è sempre interdetta la sosta», con due sole eccezioni, i residenti muniti di pass nelle vie dove esistono stalli a loro riservati e i titolari di stalli personalizzati per persone con disabilità. Fermarsi davanti alla chiesa per far scendere qualcuno, che è la prima cosa che un accompagnatore prova a fare, non è consentito.L’intera area è dentro la zona a traffico limitato, delimitata secondo la stessa ordinanza dal ponte Santa Lucia, via dei Mille, via XX Settembre, piazza Pancali, via Vittorio Veneto e il lungomare di Levante, con tre varchi videocontrollati. Gli orari in vigore sono quelli dell’ordinanza dirigenziale n. 189 del 30 marzo 2026: dal lunedì al sabato dalle 11 alle 15.30 e dalle 17 alle 2 del giorno successivo, la domenica e i festivi dalle 10 alle 2. Da qui un cortocircuito che conviene conoscere: la messa domenicale è alle 10, e la domenica la ZTL si attiva alle 10. Si tenga conto che la pagina comunale sul rilascio dei pass riporta ancora gli orari invernali provvisori scaduti il 31 marzo 2026, mentre la pagina dedicata alla ZTL, aggiornata al 20 luglio 2026, dà quelli giusti; l’ufficio di riferimento è l’Ufficio Gestione ZTL, via del Porto Grande 56, telefono 347 711 3122.Restano il parcheggio e i piedi. La stessa ordinanza del 2016 descrive la zona a sosta controllata, esterna alla ZTL e compresa fra il ponte Umbertino e i varchi, dove si parcheggia a pagamento al Parcheggio Talete e negli stalli blu di Riva Nazario Sauro e gratuitamente negli stalli bianchi di Riva della Posta. Le strutture di sosta più vicine registrate in OpenStreetMap sono l’Autopark Ortigia a circa 206 metri e il Garage Ortigia a circa 514 metri. Dal 5 luglio 2024 la Sais svolge per conto del Comune un servizio di bus lungo il periplo dell’isola, attivo ventiquattro ore su ventiquattro con passaggi ogni dieci minuti dalle 7 alle 23 e ogni venti nelle ore notturne, capolinea al Talete e dieci fermate: né l’annuncio del 28 giugno 2024 né la comunicazione di avvio del 5 luglio parlano di gratuità, quindi va considerato trasporto pubblico ordinario. La fermata più vicina alla chiesa registrata in OpenStreetMap, sul Lungomare d’Ortigia a una cinquantina di metri dall’abside, non compare con quel nome nell’elenco comunale delle dieci fermate del 2024, e la corrispondenza andrebbe verificata sul posto.A piedi, infine, l’imbocco di via San Martino dista poco più di cento metri dalla Fonte Aretusa risalendo via Capodieci, e il portale della chiesa sta a una sessantina di metri, secondo le misure di OpenStreetMap, da quello della Galleria Regionale di Palazzo Bellomo, che si apre sulla stessa via Capodieci quasi in asse con l’imbocco. La galleria i suoi orari li pubblica, e il confronto fra i due portali a sessanta metri di distanza misura tutta la questione.Cronologia
Le voci che seguono raccolgono quanto risulta documentato sulla chiesa, con la fonte accanto a ogni notizia. Dove la data è incerta, contesa o poggia su una sola testimonianza, la voce lo dichiara.Origini e Medioevo
- Fine del V secolo o prima metà del VI: datazione proposta da Giuseppe Salonia, ricavata dalla struttura in mancanza di documenti e riannodata «almeno tipologicamente» alle basiliche attribuite al vescovo Germano (Salonia 1981, p. 10). Nello stesso volume Corrado Piccione scrive V secolo (p. 5), Paolo Giansiracusa VI (p. 8).
- Secondo quarto del XII secolo: per Giuseppe Michele Agnello la chiesa è costruita nuova dopo l’incoronazione di Ruggero II, del 1130, come aula unica chiusa dall’abside (2014, pp. 7-8). La lettura poggia sui rilievi della tesi inedita di M. V. Fagotto.
- 4 febbraio 1169: terremoto della Sicilia sud-orientale, nono grado a Siracusa (DBMI15). Salonia (1981, p. 14) vi indica la possibile causa della caduta del «vetusto prospetto bizantino», Agnello (2014, pp. 9 e 15) vi colloca invece la divisione in tre navate al tempo del vescovo Richard Palmer.
- 1338: è l’anno che Salonia (1981, p. 14) legge nella forma MCCCXXXVIII sull’architrave del portale, accanto a uno stemma detto «della dinastia aragonese». La data non è verificabile in fotografia, nessuna fonte anteriore al 1981 la riporta e l’«Elenco degli edifizi monumentali in Italia» del 1902 registra «porta principale, sec. XV».
- Trecento: per Salonia (1981, pp. 14-15) la facciata è rifatta dalle fondamenta in piccoli conci, la volta di pietra lascia il posto a una tettoia lignea e i muri della navata sono elevati di circa tre metri. Agnello (2014, pp. 11-12) assegna invece all’età aragonese i primi quattro pilastri di sinistra.
- Gennaio 1389: il vescovo Tomaso de Erbes assegna in sinodo San Martino come prebenda ai canonici della cattedrale, con Santa Lucia fuori le mura e San Pietro (Salonia 1981, p. 15). È la prima attestazione documentaria nota, e gli atti sinodali non risultano reperibili.
- 1452: «certamente fin dal 1452 San Martino è chiesa parrocchiale», scrive Salonia (1981, p. 15) sulla prova di una sola visita pastorale, quella di «mons. Bononia» al 15 settembre, che vi trova parroco Antonio Castro. Nessun atto di erezione della parrocchia risulta da alcuna fonte.
- 13 settembre 1462: un atto del notaio Bartolomeo Palermo, trascritto da Giuseppe Maria Capodieci e riferito da Salonia (1981, p. 15), ricorda «una cappella fatta in S. Martino in onore di detto Santo»: il titolo era già quello attuale.
Età moderna
- 1530: i Cavalieri dell’Ordine Gerosolimitano, lasciando Siracusa per Malta, donano ai domenicani un grande crocifisso ligneo, arrivato più tardi a San Martino dalla chiesetta del Nome di Gesù (Salonia 1981, p. 27). In chiesa i crocifissi sono due e quale sia quello donato resta indimostrato.
- 15 settembre 1542: è la data alla quale Licia Buttà (2004) riconduce la visita pastorale che Salonia dà al 1452, assegnandola a monsignor Girolamo Beccadelli di Bologna. Nel 1452 la sede era retta da Paolo Santafè, il parroco nominato coincide con l’Antonio De Castro in carica dal 1529 al 1562 e l’indizione quindicesima cade in entrambi gli anni; con questa lettura la più antica prova sicura di parrocchialità scende al 1510.
- 1588: è la data che Salonia (1981, p. 27) legge sulla base della pila di marmo per l’acqua benedetta, con la leggenda incisa «Franc. et Isabella Degaleco». Va tenuta distinta dal fonte battesimale, di due secoli più tardo.
- 11 gennaio 1693: il terremoto maggiore della sismologia siciliana, nono grado a Siracusa, con circa 3500 morti su 15.400 abitanti (CFTI4Med). Sui danni alla chiesa le fonti divergono: il manoscritto anonimo del 1698 la elenca fra le parrocchiali danneggiate, Salonia (1981, pp. 18 e 26) scrive che «cadde» e che la parte alta della facciata rovinò con il rosone, Angelo Garofalo (p. 2) che «rimase pressoché indenne».
- Dopo il 1693: al posto del rosone è aperta una finestra rettangolare, le travature rovinate lasciano il posto a volte di gesso, le monofore sono sostituite da grandi finestre, quella dell’abside è murata e l’interno riceve intonaci, stucchi e un arco trionfale posticcio (Salonia 1981, p. 18). Garofalo data «nel Settecento» il rivestimento barocco.
- 1746: il parroco Ambrogio Noto acquista il corpo di San Vincenzo martire, portato a Siracusa dalle catacombe romane di San Callisto (Salonia 1981, p. 30). L’autentica romana non è stata rintracciata.
- 1762-1794: il parroco Orazio Bignardelli restaura la chiesa a proprie spese, fa scolpire il fonte battesimale con il proprio nome inciso sui bordi e costruisce in pietra l’altare laterale di san Raffaele e san Vincenzo, sotto il quale espone il corpo (Salonia 1981, pp. 20 e 30). Lo stesso autore (p. 22) dice però seicentesca la parte alta delle due edicole laterali.
Ottocento
- 1813 e 1821: Capodieci dà le prime menzioni a stampa, la latomia di Santa Venera «di pertinenza della Chiesa parrocchiale di S. Martino Vescovo» e, nelle «Tavole delle cose più memorabili» (pp. 35-36), il portale fra i pochi avanzi medievali della città, senza data e senza descrizione.
- 1860: una cronaca manoscritta citata da Salonia (1981, p. 26), e non altrimenti reperita, racconta che, venduta la chiesetta di San Michele di via San Martino, le ossa dei confrati furono portate nella vicina San Martino.
- 1864: l’«Handbook for Travellers in Sicily» di John Murray dà la prima descrizione a stampa dell’edificio, con facciata gotica, portale «of 4 orders» e la notazione «The interior is modernised».
- 1878: la campana dell’ex chiesa di San Leonardo dei Cavalieri di Malta è venduta alla parrocchia per 329 lire e trasferita sul campanile, che allora era quello a vela dell’angolo del prospetto (scheda di Aretusapedia sulla piazzetta dei Cavalieri di Malta). Salonia non nomina mai quell’acquisto.
- 1896-1921: il parroco Concetto Caracò trova la chiesa in pessime condizioni e vi fa eseguire, in parte a proprie spese, il pavimento di mattonelle, la balaustra lignea, i lampadari, i confessionali e la cassa di vetro di San Vincenzo (Salonia 1981, p. 31).
Il primo ciclo di restauri
- 1905-1922: si svolge il primo ciclo di restauri, finanziato dall’arcivescovo Luigi Bignami e condotto sotto l’ufficio della Soprintendenza di Paolo Orsi, con l’architetto siracusano Sebastiano Agati (Salonia 1981, pp. 19-20). Le date oscillano dentro lo stesso libretto, fra «dal 1917 al 1922» a p. 18 e «1905-1919» nella didascalia del prospetto.
- 1915: è l’anno che Salonia (1981, p. 14) e il Comune di Siracusa assegnano al rosone nuovo, copiato su calco di gesso da quello di San Giovanni alle Catacombe dallo scalpellino sedicenne Giuseppe Gallone. Circolano anche il 1916 o 1917, il 1917 e il 1919, e lo stesso Gallone, intervistato a novantasette anni, dichiarò che nel 1917 c’era ancora la finestra rettangolare.
- 1917: demolito l’altare maggiore ligneo e spostato il polittico, tornano in vista il paramento absidale in nove assise di conci e, al centro, la monofora strombata murata dopo il 1693 (Salonia 1981, pp. 16 e 21-22). Nella stessa occasione il polittico fu privato della cuspide, creduta aggiunta successiva.
- 1918: è rifatto il pavimento di tutta la chiesa con mattonelle di cemento (Salonia 1981, p. 29) e sulla cantoria ricostruita è collocato l’organo dei Fratelli Polizzi di Modica, opus 62, datato al 1918 dalla scheda BeWeB e da quella organologica su Wikibooks.
- 14 aprile 1919: nel lunedì santo sono consacrati i tre altari rifatti in pietra, con l’altare maggiore dedicato a san Marciano, quello di destra a san Raffaele e quello di sinistra alla Sacra Famiglia (Salonia 1981, p. 22). Nello stesso anno la chiesa è riaperta al culto.
- 1928: con parroco Filippo Rapaglià, l’Amministrazione comunale di Siracusa rinnova a proprie spese l’intero tetto, poi abbatte la volta di gesso pericolante e costruisce un soffitto piano di abete «quale provvisoria soluzione» (Salonia 1981, p. 23). È il solo finanziamento pubblico comunale documentato, e il provvisorio resterà ventotto anni.
Il cantiere di Salonia
- 17 agosto 1941: il sacerdote dottor Giuseppe Salonia, da Sortino, prende possesso canonico della parrocchia (Salonia 1981, p. 32), e sarà l’autore dell’unica monografia sulla chiesa.
- 1944: comincia il secondo ciclo di restauri e pilastri e arcate sono spogliati del rivestimento seicentesco (Salonia 1981, p. 23). La didascalia di una tavola dello stesso libretto data però il ciclo «1945-1965».
- 1945: abbattuto il cornicione che cingeva internamente la navata, compaiono un intonaco più antico e una tecnica muraria diversa verso l’alto, «segno che la chiesa era stata sopraelevata in successione di tempo» (Salonia 1981, p. 24).
- 1° dicembre 1948 – 13 marzo 1949: l’impresa di Giovanni Garipoli costruisce il campanile a torre su progetto del professor Orazio Nocera, sotto la guida di Agati e con l’approvazione della Soprintendenza (Salonia 1981, p. 25). È l’unico intervento di cui si conoscano progettista, impresa, organo autorizzante e date estreme al giorno; Garofalo (p. 3) lo data al 1947.
- Marzo 1949: sulla torre finita sono collocate, accanto alla campana «più grande esistente da tempo», due grosse campane prese dalla chiesetta del Santissimo Nome di Gesù, chiusa al culto (Salonia 1981, p. 25).
- 1949 e 1950: le tre grandi finestre per lato del cleristorio sono tamponate e sostituite da monofore strombate, «a dare maggiore omogeneità e in armonia alla ritrovata finestra a feritoia dell’abside», e l’anno dopo la stessa operazione tocca la navatella settentrionale (Salonia 1981, p. 25).
- 1955: Giovanni Nicolosi restaura il polittico e toglie «la grossolana e vergognosa ridipintura fatta verosimilmente nel tardo Cinquecento» (Salonia 1981, p. 16).
- 1956: abbattuto il soffitto piano, la navata riceve il tetto a capriate scoperte che ancora si vede, disegnato sulle sei capriate tre-quattrocentesche trovate nascoste in alto; quattro travi-tiranti antiche furono rimesse in opera nelle prime quattro campate, con la doratura rinnovata (Salonia 1981, pp. 25-26). A p. 15 lo stesso libretto data il ritrovamento al 1957.
- Maggio 1958: abbattuta la copertura piana delle navatelle e falliti i sondaggi alla ricerca della tettoia antica, i tettucci sono rifatti sullo schema del tetto della navata (Salonia 1981, p. 26).
- 1961: sotto la guida della Soprintendenza è posato il pavimento attuale in marmo botticino. I saggi di scavo che lo precedettero non trovarono né pavimenti anteriori né murature più antiche, e portarono alla luce due ossari e fosse vuote in ogni intercolunnio: «Tutto fu interrato e lasciato come prima» (Salonia 1981, p. 26).
- Dopo il 1961: l’altare centrale di pietra è demolito e sostituito da un altare in marmo granito «secondo le nuove norme liturgiche», e nel 1963 arrivano i confessionali di rovere ancora presenti (Salonia 1981, pp. 20 e 27). L’anno dell’altare non compare in alcuna fonte consultata.
- 1965: si chiude il secondo ciclo. Dopo quella data non risulta documentato un solo intervento datato, attribuito e quantificato sull’edificio.
Dal 1981 a oggi
- 1981: esce «La Basilica paleocristiana di San Martino Vescovo in Siracusa», fascicolo di 34 pagine senza editore, con nota di Paolo Giansiracusa firmata il 27 dicembre. Resta l’unica monografia sulla chiesa, e la sua data è messa in dubbio dalla riga di p. 22 che dice una tela «nel 1982 restaurata».
- 1984: il catino absidale riceve il mosaico con Cristo in trono fra due santi, in sostituzione di un affresco degli anni Cinquanta deterioratosi in fretta. La data viene dal solo pieghevole di Garofalo (p. 3), che identifica i santi in Marciano e Lucia; autore e committenza restano ignoti.
- 1984-1985: M. V. Fagotto discute a Catania, con relatore Francesco Tomasello, la tesi «Nuove osservazioni sulla chiesa siracusana di San Martino», rimasta inedita. È la base materiale della lettura normanna che Agnello pubblicherà nel 1999 e nel 2014.
- 13 dicembre 1990: terremoto delle 00:24, magnitudo momento 5,61, sesto-settimo grado a Siracusa e quinto a «Siracusa Vecchia (Ortigia)» secondo il Catalogo dei forti terremoti in Italia. Il testo dei danni non nomina alcuna chiesa ortigiana, e per San Martino nessuna fonte consultata documenta danni, lesioni o chiusure.
- 2005: il sito «Siracusa e le necropoli rupestri di Pantalica» è iscritto nella Lista del patrimonio mondiale. La chiesa ricade nella core zone perché il bene coincide con l’intera isola di Ortigia, e il Piano di gestione del 2020 non la nomina mai.
- Dicembre 2007: muore monsignor Sebastiano Gozzo, parroco di San Martino e rettore della chiesa dello Spirito Santo, che circa un ventennio prima aveva ripreso il Mistero della Settimana Santa con i manichini dell’estinta arciconfraternita dello Spirito Santo.
- 30 marzo 2013: l’arcivescovo Salvatore Pappalardo nomina parroco don Alfredo Andronico, dopo che monsignor Sebastiano Amenta aveva lasciato la parrocchia nel marzo dello stesso anno. Fra il 1981 e il 2009 la serie dei parroci resta quasi tutta da ricostruire.
- 20 dicembre 2018: Laura Cassataro, su Libertà Sicilia, ricostruisce per il centenario la vicenda del rosone e accenna fra parentesi a «un intervento recente negli anni Novanta» del quale non dà data, autore né importo.
- Settembre e novembre 2022: il 18 settembre è annunciata la nomina a parroco di don Gianluca Belfiore, e in novembre il manifesto degli orari dell’Arcidiocesi di Siracusa assegna a San Martino una sola celebrazione settimanale, la domenica alle 10.
- 21 novembre 2023: il Comune di Siracusa aggiorna la scheda della chiesa, dove alla voce «Modalità di accesso» il contenuto integrale è «Informazione non disponibile»; il 13 dicembre BeWeB pubblica la scheda 88285 con la dicitura «QUESTA SCHEDA È UNA BOZZA».
- 2024: il Consiglio comunale di Siracusa interviene due volte sui Misteri in cartapesta custoditi dalla parrocchia, con un capitolo di spesa di 3.000 euro in aprile e una variazione per la conservazione in novembre, il cui importo è troncato in tutte le testate che ne scrissero.
- Giugno 2025: l’arcidiocesi di Siracusa ottiene tre milioni di euro dal PNRR per il consolidamento antisismico di cinque chiese, e San Martino non è compresa. Se manchino criticità o sia mancata la selezione, nessuna fonte lo dice.
- 2026: il programma della Settimana Santa riferito da siracusanews il 30 marzo conferma la messa di Pasqua alle 10, e il 18 aprile la chiesa ospita un concerto di «Surrexit Dominus», ciclo della Schola Cantorum «Madonna delle Lacrime».
Questioni aperte
Quello che segue è l’elenco dei punti che la documentazione disponibile lascia indecisi, con l’indicazione di che cosa servirebbe per chiuderli: l’età dell’edificio, alcuni oggetti che stanno in chiesa e che nessuno ha mai descritto, alcune notizie che circolano nella pubblicistica senza un documento dietro.L’età dell’impianto, e nessuno scavo che la verifichi
La pubblicistica corrente dà la chiesa per paleocristiana del VI secolo: così la scheda del Comune di Siracusa e così la scheda 96 del Piano Paesistico provinciale, che la dice «fondata forse nel VI secolo e restaurata in epoca normanna». Giuseppe Salonia, che quella datazione propose nel 1981, dichiara su che cosa poggia: «non avendo nessun documento scritto che ne parli, possiamo soltanto riferirci alla sua struttura architettonica e alla sua icnografia» (1981, p. 10). Giuseppe Michele Agnello (2014) legge gli stessi muri come normanni, posteriori al 1130. Manca uno scavo stratigrafico pubblicato. L’unica volta che si guardò sotto il pavimento, nel 1961, i «profondi saggi di scavo» cercavano «un eventuale pavimento precedente o altre stutture murarie portanti» e trovarono soltanto due ossari e fosse vuote; «Tutto fu interrato e lasciato come prima» (1981, p. 26). Il pieghevole di Angelo Garofalo afferma che «le recenti indagini archeologiche» avrebbero verificato una struttura del XII secolo (p. 1), senza dirne autore, data né esito, e le fonti consultate non ne registrano alcuna. Le carte del cantiere del 1961, condotto sotto la guida della Soprintendenza ai Monumenti, sono il primo posto in cui cercare.La tesi normanna poggia su un elaborato che nessuno ha più visto
La revisione che assegna la chiesa all’età normanna circola come posizione scientifica corrente e dipende, nella sua parte materiale, da una fonte sola. Agnello rinvia quattro volte, alle note 33, 34, 52 e 66 del saggio del 2014, a M. V. Fagotto, Nuove osservazioni sulla chiesa siracusana di San Martino, tesi di laurea discussa all’Università di Catania con relatore Francesco Tomasello nell’anno accademico 1984-1985, che dichiara «corredata d’interessanti rilievi» e «rimasta purtroppo inedita». Le pagine citate sono la 53, le 61-62 e le 63-67, e da lì vengono il primo impianto a navata unica, i pilastri inseriti dopo il terremoto del 1169 e i primi quattro pilastri di sinistra assegnati all’età aragonese. Di quella tesi non risulta copia digitale, e il nome per esteso dell’autore non compare nelle fonti consultate. Finché i rilievi non tornano leggibili, la fasizzazione che accosta San Martino a San Tommaso Apostolo resta una notizia di seconda mano. La copia d’obbligo va cercata all’Università di Catania.L’arco ogivale «a sinistra entrando»
Salonia, per sostenere che nel Trecento la chiesa fu allungata verso ovest, porta due indizi: le prime due arcate presso l’ingresso, più basse e più strette delle altre, «e forse ancora l’arco ogivale esistente a sinistra entrando» (1981, p. 11). Le arcate della navata sono tutte a tutto sesto, nessun’altra fonte nomina quell’arco e in nessuna delle fotografie disponibili si riconosce. Se esiste, è un elemento databile della fase trecentesca; se è scomparso in un cantiere posteriore al 1981, andrebbe detto. La verifica si fa sul posto, nei vani d’ingresso e nel primo tratto della navatella settentrionale.La croce incisa sulla colonna di marmo
Sulla colonna antica di marmo Salonia rileva un segno inciso, e lo presenta come domanda: «Sulla stessa colonna vediamo incisa una croce di tipo bizantino: è forse un segno della consacrazione originaria della Chiesa?» (1981, p. 21). L’osservazione è passata nella divulgazione come argomento a favore dell’antichità dell’edificio, e nessuna delle pubblicazioni consultate la riprende: nessuno la misura, la fotografa o la confronta con croci incise datate, e nessuno si chiede se sia coeva alla colonna, alla chiesa o al suo reimpiego. Servono una fotografia a luce radente, un rilievo e un confronto tipologico.Chi è il santo vescovo del polittico
Sul vescovo in piviale rosso della tavola di sinistra le fonti si dividono in quattro. La più antica notizia lo dice san Martino, il titolare, per via della relazione di visita pastorale che descrive l’icona della Vergine, di san Martino e di santa Lucia (Salonia 1981, p. 16), ed è la lettura dell’inventario diocesano di BeWeB e di Licia Buttà (2004). Gioacchino Di Marzo nel 1856, la scheda del Comune e Garofalo lo dicono invece san Marciano. Salonia esclude il titolare per un argomento di colore liturgico e propone Marziano oppure san Zosimo. Wikipedia sospende il giudizio, e Giuseppe Maria Capodieci, nel 1813, scriveva soltanto «l’accennato S. Vescovo». L’unico elemento interno all’opera è l’iscrizione sul libro, che Salonia leggeva come inizio del Simbolo apostolico e che Buttà trova ridotta a «PAUP… ET…LUM…». Una lettura strumentale di quelle lettere, con le carte del restauro del 1989, deciderebbe più di qualunque confronto stilistico.Che cosa sta oggi davanti all’abside
Wikipedia in italiano, e con essa le pagine che ne dipendono, dà il polittico per conservato alla Galleria Regionale di Palazzo Bellomo, senza note a sostegno; per conseguenza la tavola visibile in chiesa dovrebbe essere una copia. Il Comune di Siracusa, nella scheda aggiornata al 21 novembre 2023, descrive la pala fra le opere della chiesa; l’Arcidiocesi la indicava in chiesa nel 2019; Buttà la fotografava davanti all’abside nel 2004; Garofalo la elenca in abside. Nessuna fonte consultata documenta un trasferimento né la collocazione di una copia, e le fotografie dal 2012 al 2023 mostrano lo stesso oggetto nella stessa posizione, con le medesime cadute di colore. Manca un documento che dica la cosa in positivo: l’inventario diocesano scheda le sei tavole e lascia vuoto il campo della collocazione, e il numero di catalogo regionale non è reperibile online. Bastano il registro d’inventario della Galleria e una dichiarazione della parrocchia.Il catino a fondo oro: autore, tecnica, data
La decorazione del catino absidale, con Cristo in trono entro una mandorla fra una figura femminile velata e un santo vescovo, è la cosa più vistosa dell’interno e la meno documentata. Salonia non la nomina in nessuna pagina del libretto, e a p. 22 scrive che «Nel catino non furono trovati conci e quindi presenta comune muratura ad “opus incertum”», cioè descrive nel 1981 una superficie nuda. L’unica fonte che ne parli è il pieghevole di Garofalo, secondo cui l’affresco eseguito «intorno agli anni Cinquanta» fu «definitivamente sostituito nel 1984 da un mosaico raffigurante il Cristo in trono tra i Santi Marciano e Lucia» (p. 3). Restano ignoti autore del cartone, esecutore, committenza e costo; l’anno poggia su una fonte divulgativa priva di rinvii, che altrove dà date in contrasto con il libretto del parroco; nell’opera nessun attributo dichiara santa Lucia né il vescovo; e la tecnica stessa andrebbe accertata da vicino. Da cercare nell’archivio parrocchiale, nei bollettini diocesani degli anni Ottanta e nelle annate del settimanale «Cammino».Le cinque dediche d’altare senza riscontro
La scheda del Comune di Siracusa, ripresa dal portale turistico provinciale e dalle voci di Wikipedia in tedesco e in inglese, elenca cinque altari dedicati a sant’Amatore, a Tutti i Santi, a sant’Elena, a san Costantino e a sant’Aloè. Non corrispondono ai due altari esistenti e nelle fonti a stampa non se ne trova traccia: non nell’inventario di Capodieci del 1813 e del 1821, non nella nota di Di Marzo al dizionario di Vito Amico del 1856, non nella regia visita di Giovanni Angelo De Ciocchis del 1742-1743. L’unica documentata è sant’Elena, per via indiretta, perché Salonia (1981, p. 20) scrive che l’altarino poi intitolato a san Michele era «già a S. Elena, patrona degli argentieri della città». Finché non si trova il documento da cui il Comune le ha tratte, le altre quattro vanno riferite come tradizione priva di riscontro. I titoli degli altari stanno elencati per intero negli inventari e nelle relazioni di visita pastorale.La visita pastorale: 1452 o 1542
Salonia (1981, p. 16) riassume da un registro della Cancelleria arcivescovile la visita di «Mons. Bononia», che il 15 settembre 1452, indizione quindicesima, trovò parroco Antonio Castro e descrisse l’altare maggiore. Con il 1452 tre elementi stanno male insieme. La cronotassi dei vescovi di Siracusa mette in sede, in quell’anno, Paolo Santafè, e l’unico presule di quel nome è Girolamo Beccadelli di Bologna, vescovo dal 1541 al 1560, che Rocco Pirri indicizza come «De Bononia Hieronymus Syracus.»; l’indizione quindicesima cade nel 1452 come nel 1542; e il parroco in carica porta il nome dell’Antonio De Castro che lo stesso Salonia (p. 29) dice eletto nel 1529 e morto nel 1562. La lettura 1542 resta una ipotesi di lavoro, e con quella data il Quattrocento perde la sua unica prova esplicita di parrocchialità e la più antica descrizione nota dell’interno scende di novant’anni. Il registro si conserva nell’Archivio storico diocesano.La Notitia di Pirri, mai letta
La «Sicilia sacra» di Rocco Pirri è la fonte moderna di riferimento per le chiese siciliane, e la sua Notitia siracusana non è accessibile in edizione digitale. L’indice generale del tomo secondo non ha voci per un San Martino siracusano, e quello che Pirri scrisse delle parrocchie cittadine si conosce per riflesso, attraverso la traduzione annotata di Vito Amico curata da Di Marzo (vol. II, Palermo 1856, p. 507), dove la chiesa compare in una riga, «quella di s. Martino verso mezzogiorno». Se Pirri le assegnasse una data, o ne registrasse rendite e rettori, resta indeterminato, e la lettura va fatta su un esemplare a stampa.I fondi dell’Archivio storico diocesano
La storia istituzionale della parrocchia poggia quasi per intero sul libretto del 1981. L’autore dichiara a p. 29 le carte su cui lavorò, cioè «i Registri della Parrocchia, della biblioteca Alagoniana e della Cancelleria Metropotana (Privilegiorum et Rerum Apostolicarum libri)», e nessuna pubblicazione successiva vi è tornata sopra. Quei fondi contengono la registrazione della visita discussa qui sopra, i libri dei defunti che dal 1600 ripetono la formula «sepultus est in hac parochiali Ecclesia Divi Martini» (1981, pp. 12-13), e verosimilmente gli inventari degli arredi. Restano irreperibili anche gli atti del sinodo del gennaio 1389, che nominano la chiesa per la prima volta e di cui Salonia non indica edizione né segnatura, e l’atto del notaio Bartolomeo Palermo del 13 settembre 1462 sulla cappella del titolare, noto solo attraverso gli annali manoscritti di Capodieci. L’archivio ha sede in piazza Duomo 5 ed è aperto alla consultazione.La scheda di catalogo che manca
Di questa chiesa non esiste, fra i documenti accessibili, una scheda di catalogo ministeriale. L’identificativo ICCD S017919 corrisponde a una unità archivistica dell’Archivio schede dell’Istituto centrale per il catalogo e la documentazione, etichettata «Chiesa di S. Martino», in armadio 12, busta 703, cartellina 3, con estremi cronologici dal 1896 al 1943: del contenuto il grafo dei dati aperti non pubblica una riga. La scheda dei beni architettonici di BeWeB, numero 88285, porta scritto «QUESTA SCHEDA È UNA BOZZA» e non contiene testo storico né descrittivo. La scheda 96 del Piano Paesistico sta in cinque righe e si legge solo nella trascrizione di una banca dati privata. Il Catalogo generale dei Beni Culturali non restituisce risultati consultabili per l’edificio. Restano da leggere la tavola C20 del Piano Particolareggiato di Ortigia, dove il piano classifica gli edifici vincolati, e la banca dati Vincoli in Rete.Le verifiche che chiuderebbero più questioni insieme
Quattro indirizzi sciolgono la maggior parte di questo elenco. L’Archivio storico diocesano decide la data della visita pastorale, la serie dei parroci prima del 1510 e i titoli degli altari scomparsi. L’Università di Catania conserva la tesi del 1984-1985. L’Istituto centrale per il catalogo e la documentazione custodisce la più antica descrizione ufficiale della chiesa, compilata prima dei restauri che ne hanno cambiato l’aspetto. La chiesa stessa risponde, con un sopralluogo, sull’arco ogivale, sulla croce incisa e sulla tecnica del catino. Resta fuori portata la verifica che deciderebbe la questione principale, cioè un saggio stratigrafico sotto il pavimento del 1961.Voci collegate
Le schede di Aretusapedia che toccano da vicino la chiesa di San Martino, il suo isolato e la sua storia.La chiesa e quello che conserva
- Corpo di San Vincenzo martire, la reliquia catacombale acquistata nel 1746 dal parroco Ambrogio Noto e ancora esposta sotto la mensa dell’altare settentrionale.
- Galleria Regionale di Palazzo Bellomo, il museo a cinquanta metri dalla facciata, che conserva i polittici della stessa cerchia di pittori a cui appartiene quello rimasto in San Martino.
- San Marciano I, il protovescovo siracusano che parte della critica riconosce nel santo vescovo del polittico.
- San Zosimo, l’altro vescovo siracusano proposto per la stessa figura.
L’isolato e la città
- Isola di Ortigia, il centro storico in cui la chiesa si trova.
- Chiesa di San Benedetto, l’unica delle quattro chiese dell’isolato rimasta aperta al culto insieme a San Martino.
- Chiesa di Gesù e Maria, chiusa al culto, a pochi passi lungo via Capodieci.
- Santa Lucia la Piccola, esempio di chiesa di Ortigia scomparsa, come la San Michele di via San Martino.
- Piazzetta dei cavalieri di Malta, da cui nel 1878 arrivò una campana al campanile di San Martino.
- Piano Particolareggiato di Ortigia, lo strumento urbanistico del 1987 che intitola alla chiesa un intero settore di rilievo.
Confronti e contesto
- Chiese di Siracusa, l’elenco generale.
- Duomo di Siracusa, l’altro caso siracusano di edificio antico sopravvissuto dentro una chiesa in uso.
- Chiesa di San Giovanni alle Catacombe, il cui rosone fu preso a modello per ricostruire quello di San Martino.
- Chiesa di San Pietro, il termine di paragone obbligato nel dibattito sulle basiliche paleocristiane di Siracusa.
- Chiesa di San Giovannello, altro portale gotico di Ortigia di poco posteriore.
- Terremoto del 1693, che fece crollare la parte alta della facciata.
Persone
- Paolo Orsi, soprintendente ai tempi del primo ciclo di restauri.
- Giuseppe Maria Capodieci, l’annalista che trascrisse gli atti notarili sulla chiesa e diede il nome alla via accanto.
- Vincenzo Mirabella, autore della prima pianta moderna di Siracusa.
Galleria fotografica
La chiesa di San Martino si trova quasi sempre chiusa, e le sue fotografie d’interno sono rare. Le immagini che seguono percorrono l’edificio nell’ordine in cui lo incontra chi arriva da via Capodieci: prima la facciata e l’esterno, poi le navate e l’abside, infine gli altari e le opere. Per ogni scatto sono indicati autore e, dove serve, licenza.L’esterno e la facciata
Le fotografie della facciata e dell’esterno, dal portale del 1338 al campanile del 1948.












L’interno
Le navate, la copertura a capriate e l’abside, fotografate in una delle rare occasioni in cui la chiesa era aperta.











Gli altari, le opere e gli arredi
Gli altari delle navatelle, le statue, i dipinti e gli arredi liturgici.

















Accessibilità
Di questa chiesa nessuna fonte pubblica un solo dato di accessibilità. La pagina che le dedica il Comune di Siracusa, aggiornata al 21 novembre 2023, alla voce «Modalità di accesso» scrive «Informazione non disponibile»; il censimento delle chiese della Conferenza Episcopale Italiana, scheda BY2ch01, non prevede campi di accessibilità; la scheda dell’edificio sul portale BeWeB non è pubblicata; la voce di OpenStreetMap non porta il tag «wheelchair», che nel raggio di quattrocento metri hanno quasi tutte le chiese vicine, da Gesù e Maria alla Cattedrale con «wheelchair = no», San Filippo e Santa Maria della Concezione con «limited», San Giovanni Battista con «yes». San Martino è l’unica del quartiere a non avere quel campo compilato.La cornice cittadina è quella ricordata dalla scheda di Aretusapedia sulla chiesa di San Giuseppe, rettoria della stessa parrocchia: il Comune non ha ancora adottato il Piano per l’eliminazione delle barriere architettoniche, il cui atto di indirizzo è del febbraio 2024.Accessibilità motoria
L’ingresso è rialzato sulla carreggiata. Davanti al portale sporgono due gradini di pietra chiara più la soglia di marmo, tre alzate in tutto; la più bassa è in parte annegata nell’asfalto e da lontano si conta come selciato, e da qui viene l’oscillazione fra due e tre gradini. Prima dei restauri del primo Novecento le alzate erano quattro, come mostrano la tavola di Enrico Mauceri del 1909 e la fotografia Alinari riprodotta da Salonia (1981, p. 19); i gradini attuali vennero «rifatti in pietra dura» in quello stesso ciclo di lavori. Il dislivello non è misurato da nessuna fonte: sulle proporzioni delle fotografie si colloca fra 35 e 50 centimetri.Sulla gradinata non compare, in nessuna fotografia disponibile, alcun ausilio: niente rampa, niente pedana amovibile, niente servoscala, niente corrimano. Ai piedi delle alzate, sul lato sinistro, sta un grande vaso con un’agave, ostacolo mobile posato sulla linea di avvicinamento, e la via non ha marciapiedi. Non risulta un ingresso alternativo a raso: il rilievo del 1981 non documenta una seconda porta sulla via pubblica, e dal lato opposto l’abside, scrive Salonia (1981, p. 22), è «inglobata in parte» in costruzioni civili, con «un dislivello tra il piano interno e il piano stradale di circa tre metri». Il Duomo di Siracusa ha almeno un accesso con rampa dal cortile dell’Arcivescovado; qui alternative non ce ne sono.Il vano di porta non sarebbe stretto: sulle proporzioni fotografiche la luce libera fra i battenti di castagno si aggira sui 2,0-2,1 metri, con un margine del dieci per cento. Nella pratica si apre un battente solo, e allora la luce utile scende intorno al metro, praticabile per una carrozzina ma stretta. Subito dopo il portone c’è un secondo passaggio che nessuna fonte descrive e che conta più del primo, la bussola di legno scuro sotto la cantoria: la luce utile finale è quella, e non la misura nessuno.Dentro, l’aula è su un piano unico e le misure del rilievo del 1981 sono comode: navata centrale di 4,50 metri fra i pilastri affrontati, navatelle di 1,85 e 2,10 metri sul disegno e di 1,80 nel testo dello stesso libretto, luci fra i pilastri fra 3,05 e 3,15 metri. Il presbiterio comincia al quinto pilastro, a circa 21 metri dall’ingresso, ed è rialzato: dell’altezza di quel gradino, come già detto nella sezione sull’interno, le fonti consultate non dicono nulla. Chi vuole accostarsi all’urna del corpo di San Vincenzo martire trova sotto la mensa un gradino di marmo basso e sporgente.Servizi igienici interni non risultano. Dei due più vicini mappati in OpenStreetMap, quello al Passeggio Aretusa, a 176 metri, non porta tag di accessibilità; quello a 349 metri, a pagamento, porta «wheelchair = no», con controllo al 18 marzo 2025. Il servizio accessibile più vicino, secondo l’itinerario di Village For All ripreso dalla scheda di Aretusapedia sulla chiesa di San Tommaso Apostolo, è quello del Bar del Duomo, a poco più di duecentocinquanta metri: esercizio privato, disponibilità da chiedere sul posto.Via San Martino è area pedonale. L’ordinanza del Comando di Polizia Municipale n. 499 del 5 settembre 2016 la elenca fra le «zone a traffico pedonale privilegiato all’interno della ZTL» e stabilisce che in esse «è sempre interdetta la sosta», salvo i residenti muniti di pass e i titolari di stalli personalizzati per persone con disabilità: fermarsi davanti alla chiesa per far scendere un passeggero non è consentito in nessun orario. Gli stalli riservati il Comune non li elenca: la pagina aggiornata al 3 dicembre 2025 rinvia a una mappa su Google Earth. Nella mappatura di OpenStreetMap il più vicino sta sul Lungomare d’Ortigia all’altezza del civico 15, a circa 61 metri, seguito da uno in via delle Vergini 3a a 104 metri. Il primo è sul lato dell’abside: dalla sosta al portale si gira attorno all’isolato.Per chi entra in ZTL con il contrassegno, la stessa ordinanza, all’articolo 1 punto 13, fissa una procedura:«In caso d’ingresso di persone diversamente abili titolari di apposito contrassegno non residenti o non possessori del contrassegno magnetico rilasciato dal Comando della P.M., il suddetto ingresso deve essere regolarizzato entro 48 ore […] comunicando, su apposita modulistica anche a mezzo posta elettronica, il numero della targa del veicolo utilizzato e la copia del contrassegno.»Non basta quindi comunicare la targa, e l’inottemperanza è sanzionata. L’ufficio di riferimento, secondo la pagina comunale sulla ZTL aggiornata al 20 luglio 2026, è l’Ufficio Gestione ZTL di via del Porto Grande 56, telefono 347 711 3122; il numero verde della Polizia Municipale, nella rubrica ufficiale del Comune, è l’800 187500. Una avvertenza: il numero verde 800 632328, che circola come recapito per gli ingressi in ZTL, nella stessa rubrica è quello della Protezione Civile. Gli orari dei varchi stanno nella sezione sulla visita: la domenica la ZTL si attiva alle 10, cioè all’ora della messa.
Accessibilità visiva
I gradini d’ingresso sono un punto di rischio. Alzate, pedate e paramento sono della stessa pietra chiara, il bordo non porta fascia di contrasto cromatico e a terra non c’è segnalazione tattile: chi ha un residuo visivo ridotto non percepisce il salto, e lo trova con il piede.In via San Martino non risulta alcun percorso podotattile. Il tracciato di Ortigia, descritto nelle schede di Aretusapedia sul Duomo e su San Giuseppe, collega largo Aretusa a piazza Duomo per tratti discontinui, in pietra chiara a scarso contrasto e in più punti occupata dai dehors: alla chiesa non arriva.Non risultano mappe tattili, modellini, braille, audioguide né descrizioni sonore, e non ne prevede la rassegna diocesana «Siracusa Sacra», che in agosto apre la chiesa con visite narrate a voce. Il programma di mappe tattili realizzato dall’associazione Sicilia Turismo per Tutti, presieduta da Bernadette Lo Bianco, con la Stamperia Regionale Braille di Catania, riguarda altri beni: la Cattedrale, dove la mappa fu inaugurata il 29 marzo 2019, il Teatro Greco, la Neapolis, il Tempio di Apollo, la Fonte Aretusa, il Santuario della Madonna delle Lacrime e la Galleria Regionale di Palazzo Bellomo, a una sessantina di metri dal portale di San Martino. La distanza fra un bene attrezzato e uno che non lo è, qui, si misura in decine di metri.L’interno pone due problemi di luce. Il pavimento posato nel 1961, in botticino e listelli rossi di demigrès (Salonia 1981, p. 26), nelle fotografie recenti è lucido e riflettente, e vi si specchiano finestre e banchi: una superficie così abbaglia, restituisce falsi contrasti e diventa scivolosa quando dal portale entra acqua. L’illuminazione è di luminanza medio bassa e di contrasto alto: la luce naturale scende dal cleristorio, dalle monofore e dal rosone, le navatelle restano in ombra e le nicchie degli altari sono più scure della navata; quella artificiale viene dai lampadari in ferro battuto e dalle applique sui pilastri, con l’impianto centralizzato installato dal parrocato iniziato nel 1931 (Salonia 1981, p. 32). Nessuna illuminazione è dedicata alle opere: l’occhio deve riadattarsi più volte in pochi metri.Gli arredi mobili completano il quadro: nella navata compaiono sedie rosse sparse e non allineate, un ventilatore a piantana nella navatella meridionale, sedie pieghevoli accatastate e un leggio, ostacoli che cambiano posto e che nessuna mappa mentale può prevedere.Sui cani guida non risulta alcuna disposizione riferita a questa chiesa, né divieto né autorizzazione esplicita: la stessa lacuna registrata per la Cattedrale, dove manca un regolamento pubblicato.Accessibilità uditiva
Non risulta alcun impianto a induzione magnetica, neppure per i concerti d’organo che qui sono frequenti. Non risultano sottotitolazione, schermi, fogli di sala, testi scritti a disposizione durante le celebrazioni né servizio stabile di interpretariato in lingua dei segni.L’unica risorsa documentata in città è l’affiancamento di un interprete LIS alle guide turistiche, previsto dall’itinerario accessibile che Village For All pubblica con Sicilia Turismo per Tutti (338 831 4461), insieme ai recapiti dell’Ente Nazionale Sordi di Siracusa (0931 33567) e delle Guide Turistiche di Siracusa (333 378 4101). San Martino non figura fra i luoghi di quell’itinerario, che in Ortigia tocca fra gli altri la Cattedrale, la Fonte Aretusa e Palazzo Bellomo. Durante la messa della domenica, unico momento di apertura ordinaria, il parlato non è accessibile, e fuori dalla messa nessun supporto scritto sostituisce la parola di chi apre la porta.Accessibilità cognitiva
Lo spazio, in sé, è fra i più leggibili: un rettangolo a tre navate con un solo ingresso, senza percorso obbligato e senza deviazioni. Dalla porta si vede l’abside, e l’orientamento è immediato.Manca tutto il resto: nessun pannello informativo, in italiano o in altre lingue, nessuna versione in lettura facilitata, nessun codice da inquadrare per l’ascolto, nessuna pianta affissa né segnaletica di orientamento, nessun personale di accoglienza. Quando la chiesa è aperta lo è per una celebrazione, e il riferimento è il sacerdote. All’esterno l’unico cartello è una targhetta bianca in alto a destra del portale, che dice «Chiesa San Martino» e porta una terza riga in corpo minore illeggibile nelle fotografie disponibili.La barriera più alta è la prevedibilità. Un luogo che apre per una sola messa settimanale e per eventi annunciati pochi giorni prima, senza un orario pubblicato da nessuna parte, è di fatto precluso a chi deve pianificare la giornata. Non risulta neppure una fascia oraria di visita silenziosa, né alcuna indicazione sui posti a sedere riservati.Suggerimenti
Pochi interventi cambierebbero molto e costano poco. Il primo riguarda l’informazione: pubblicare un orario, anche minimo, sulla pagina Facebook della parrocchia e rivendicare la scheda di Google Maps, che mostra ancora l’invito «Aggiungi orari», risolverebbe una lamentela che le recensioni ripetono da tredici anni; un cartello sul portone con l’orario della messa, il telefono 0931 24385 e l’indirizzo di posta della parrocchia costerebbe quanto un foglio plastificato, là dove oggi l’unico avviso è un manifesto sanitario superato.Il secondo riguarda la soglia. Una pedana amovibile a norma coprirebbe un dislivello stimato fra 35 e 50 centimetri, intervento contenuto ma da concordare con la Soprintendenza, perché la gradinata è parte del restauro storico del primo Novecento. Una fascia di contrasto cromatico antiscivolo sul bordo delle alzate costa ancora meno e riduce un rischio reale, visto che oggi alzate, pedate e paramento hanno lo stesso colore.Il terzo riguarda il racconto. Un pannello davanti alla chiesa con testo ad alto contrasto, versione in braille e un codice per l’ascolto avrebbe un modello già funzionante a sessanta metri, a Palazzo Bellomo, e inserire San Martino negli itinerari accessibili di Sicilia Turismo per Tutti e di Village For All, che da lì già passano, non richiederebbe opere. Restano due cose da pochi minuti: i tag «wheelchair» e «opening_hours» su OpenStreetMap, e la misura di ciò che nessuna fonte riporta, numero e altezza delle alzate, larghezza della soglia, luce della bussola, altezza del gradino del presbiterio. Finché quelle misure non esistono, ogni descrizione dell’accessibilità di San Martino resta una stima.Fonti e bibliografia
Su questa chiesa esiste un libro solo, e sta in trentaquattro pagine: «La Basilica paleocristiana di San Martino Vescovo in Siracusa. Notizie storico-artistiche», che Giuseppe Salonia, parroco dal 1941, stampò a cura della parrocchia nel 1981, con la presentazione di Corrado Piccione e la nota introduttiva di Paolo Giansiracusa datata 27 dicembre 1981. Il resto è fatto di pagine sparse: tre menzioni di Giuseppe Maria Capodieci fra il 1813 e il 1821, due righe di Vito Amico nella traduzione annotata di Gioacchino Di Marzo del 1856, quattro frasi di una guida inglese del 1864, una riga di un elenco ministeriale del 1902, una tavola fotografica del 1909, alcune pagine di un saggio del 2014. Nell’«Archivio Storico Siracusano», sede della storiografia locale, fra il 1955 e il 2012 non esce un solo articolo dedicato alla chiesa, e il sommario del «Bollettino d’Arte» dal 1907 a oggi non ne registra nessuno.
Fonti primarie e d’archivio
Nessuno di questi documenti è edito per intero: si leggono attraverso chi li cita, e la mediazione è indicata voce per voce.- Sinodo diocesano del vescovo Tomaso de Erbes, gennaio 1389, che assegna la chiesa come prebenda ai canonici della cattedrale. È la prima menzione nota e si conosce soltanto attraverso Salonia (1981, p. 15), che non indica né edizione né segnatura.
- Registro delle visite pastorali della Cancelleria arcivescovile, oggi nell’Archivio storico diocesano di Siracusa, con la visita del 15 settembre, indizione quindicesima, e la descrizione dell’altare maggiore e della sua icona. Salonia (1981, pp. 15-16) legge 1452 e chiama il visitatore «Mons. Bononia»; Licia Buttà (2004, p. 55) data lo stesso documento al 1542 e lo attribuisce a Girolamo Bologna. Nessuno dei due dà la segnatura, e il testo latino resta inedito.
- Atto del notaio Bartolomeo Palermo, 13 settembre 1462, su una cappella eretta nella chiesa in onore del titolare. Arriva per doppia mediazione: Salonia (1981, p. 15) lo cita dagli Annali di Siracusa manoscritti di Capodieci, cinquantaquattro volumi nella Biblioteca Alagoniana.
- Libri parrocchiali di San Martino, esistenti dal 1600. I registri dei defunti ripetono la formula «sepultus est in hac parochiali Ecclesia Divi Martini» (Salonia 1981, pp. 12-13); il primo volume dei Defunti è citato a p. 59 per la sepoltura del canonico Antonio Veneziano e a p. 237 per la morte del parroco Ambrogio Noto, e i registri della Cancelleria arcivescovile al vol. V, p. 221, per la nomina del parroco Antonio De Castro nel 1529 (Salonia 1981, pp. 29-30). Le note sulle scosse del 9 e dell’11 gennaio 1693 nel libro dei battezzati e nel registro dei matrimoni sono edite in Salonia 1983, p. 67, e il catalogo dei forti terremoti italiani le classifica fra le fonti dirette sugli effetti del terremoto del 1693 a Siracusa.
- Memoriale anonimo del 1698 sui terremoti del 9 e dell’11 gennaio 1693, opera di un ecclesiastico siracusano, edito da S. Aiello, Una cronachetta inedita del secolo XVII. Il gran terremoto del 1693 in Siracusa, in «Aretusa», anno 2, n. 24, 13 novembre 1910, p. 3. Salonia (1981, pp. 17-18) lo chiama «manoscritto anonimo del 1698 trovato per caso nel 1909».
- Istituto centrale per il catalogo e la documentazione, Archivio schede, unità «Chiesa di S. Martino», armadio 12, busta 703, cartellina 3, materiale dal 1896 al 1943 compilato sul «Mod. n. 50 bis (Arti)» e su un modello senza numero. È l’identificativo S017919, e del contenuto i dati aperti ministeriali non pubblicano una riga.
Fonti a stampa fra Cinquecento e Ottocento
L’erudizione siracusana antica descrive la città greca, e la chiesa entra a stampa solo nel 1813 con Capodieci. Gli esiti negativi contano quanto quelli positivi e sono dichiarati.- Tommaso Fazello, De rebus Siculis decades duae, Palermo 1558, Deca I, libro IV, anche nella traduzione di Remigio Fiorentino, Palermo 1817; Vincenzo Mirabella, Dichiarazioni della pianta delle antiche Siracuse, Napoli 1613; Giacomo Bonanni e Colonna duca di Montalbano, Dell’antica Siracusa illustrata, Messina, Pietro Brea, 1624, con la riedizione congiunta Delle antiche Siracuse, Palermo 1717. Nessuno dei tre nomina la chiesa: fra gli edifici di culto siracusani Fazello elenca la cattedrale, San Giovanni fuori le mura, Santa Lucia e San Pietro. Digitalizzazioni su archive.org, Fazello e Bonanni.
- Rocco Pirri, Sicilia sacra disquisitionibus et notitiis illustrata, terza edizione a cura di Antonino Mongitore e Vito Maria Amico, Palermo 1733. La Notitia secunda Ecclesiae Syracusanae occupa nel tomo primo le pagine 600-645 circa; l’indice generale del tomo secondo non ha voci per un San Martino siracusano.
- Giovanni Angelo De Ciocchis, Sacrae Regiae Visitationis per Siciliam acta decretaque omnia, vol. III, Vallis Neti, Palermo 1846, per la visita regia del 1742-1743: la sezione siracusana comincia a p. 387, liquida in due righe tutte le parrocchie della città senza nominarne alcuna e a p. 388 dà per Siracusa 10.828 anime. Stessa reticenza in Gaetano Moroni, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, vol. LXVI, Venezia, Tipografia Emiliana, 1854, voce Siracusa, pp. 298-299, che dà per più antica la suburbana di San Giovanni.
- Giuseppe Maria Capodieci, Antichi monumenti di Siracusa, tomo I, Siracusa, Francesco M. Pulejo, 1813 (archive.org): p. 131, la festa dell’11 novembre letta come continuazione delle feste antiche del vino; p. 239, la latomia di Santa Venera «di pertinenza della Chiesa parrocchiale di S. Martino Vescovo», passo che Salonia (1981, p. 15) cita come «t. I, pag. 233, par. 62», cioè alla pagina d’inizio del paragrafo. Tomo II, 1813, con tavola incisa datata 1816 (archive.org), p. 362: il polittico «di man greca», senza indicazione del luogo dentro la chiesa. Tavole delle cose più memorabili della storia di Siracusa avanti Gesù Cristo, Messina, Giuseppe Fiumara, 1821 (archive.org): pp. 35-36, l’elenco dei portali medievali superstiti, che è la più antica menzione a stampa del portale; p. 67, di nuovo il polittico, «di greco pennello».
- Giuseppe Politi, Siracusa pei viaggiatori, Siracusa, Pulejo, 1835, e F. Aurelio Favara, Siracusa ne la grandezza del passato, ne l’incanto de la natura, Siracusa, Tinè, 1905: le guide locali storiche, e in nessuna delle due il nome compare.
- Vito Amico, Dizionario topografico della Sicilia, traduzione e annotazioni di Gioacchino Di Marzo, vol. II, Palermo, Tipografia di Pietro Morvillo, 1856: p. 507, l’elenco delle sei parrocchie con San Martino «verso mezzogiorno», riferito sulla scorta di Pirri; p. 525, il polittico sull’altare maggiore, con il santo vescovo detto «s. Marziano». È il testo a stampa più ricco fra quelli anteriori al Novecento. Il latino del Lexicon topographicum siculum per la voce Syracusae non risulta accessibile, e il passo si cita quindi nella traduzione.
- John Murray, A Handbook for Travellers in Sicily, Londra, John Murray, 1864, Route 18, sezione «Churches», p. 335: la prima descrizione della chiesa a stampa. Digitalizzazione su archive.org.
- Karl Baedeker, Italy: Handbook for Travellers. Third Part, Southern Italy and Sicily, otto edizioni inglesi fra il 1867 e il 1912: nessuna la nomina, neppure dove elenca quanto resta di medievale in Ortigia (p. 296 nel 1869, p. 410 nel 1908, p. 440 nel 1912).
- Serafino Privitera, Storia di Siracusa antica e moderna, 2 voll., Napoli 1878-1879: non digitalizzata, si legge solo attraverso chi la cita.
- Giuseppe Pitrè, Spettacoli e feste popolari siciliane, Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane, vol. XII, Palermo, Luigi Pedone Lauriel, 1881, pp. 409-414: riguarda l’11 novembre siciliano, non l’edificio.
Studi moderni
- Elenco degli edifizi monumentali in Italia, Ministero della pubblica istruzione, Roma, Ludovico Cecchini, 1902, p. 449: «Chiesa parr. di S. Martino (porta principale, sec. XV)». Digitalizzazione su archive.org.
- Douglas Sladen, In Sicily 1896-1898-1900, vol. I, New York, E. P. Dutton and Co., e Londra, Sands and Co., 1901, pp. 296-297: la chiesa in un elenco di superstiti medievali, con un giudizio severo sugli interni rifatti.
- Enrico Mauceri, Siracusa e la valle dell’Anapo, collana «Italia Artistica», Bergamo, Istituto Italiano d’Arti Grafiche, 1909: tavola del portale e indice delle illustrazioni a p. 91, mentre nel testo la chiesa non compare. Digitalizzazione su archive.org.
- Sebastiano Agati, Opere della Soprintendenza di Siracusa, in «Archivio Storico della Calabria e Lucania», a. V, 1935, pp. 309-315: alle pp. 309-310 le parrocchiali di San Tommaso e di San Martino figurano fra i restauri condotti al tempo di Paolo Orsi. Il passo si legge nella riproduzione integrale che ne dà Valentina Di Fazio, Aspetti della tutela del patrimonio artistico e monumentale in Sicilia nell’attività di Sebastiano Agati, Università degli Studi di Palermo.
- Giuseppe Salonia, La Basilica paleocristiana di San Martino Vescovo in Siracusa. Notizie storico-artistiche, Siracusa, Parrocchia di San Martino, 1981, 34 pagine e nove tavole fuori testo, con presentazione di Corrado Piccione alle pp. 5-6 e nota introduttiva di Paolo Giansiracusa alle pp. 7-8. Frontespizio senza editore e senza data: l’anno viene dalla firma di Giansiracusa e dalla catalogazione. Scansione integrale nell’archivio aperto RM Open Archive dell’Università di Napoli Federico II, eprint 5334: rmoa.unina.it. Chi lo cita tenga presenti il refuso «11 gennaio 1963» per il 1693 alle pp. 9, 17 e 26 e la menzione a p. 22 di un restauro «nel 1982».
- Giuseppe Salonia, Il terremoto del 1693 a Siracusa nel racconto dei contemporanei, in «Archivio Storico Siracusano», con due indicazioni divergenti: l’indice della Società Siracusana di Storia Patria lo colloca all’anno 22, pp. 65-76, con cinque documenti del 1693 alle pp. 72-75; il catalogo sismologico CFTI alla serie III, vol. 1 (1983), p. 67. Dello stesso autore Le Latomie di Siracusa, 1981, citato da lui medesimo e non reperito.
- Licia Buttà, Il maestro di Santa Maria di Siracusa. Incontri e accordi di stile, in «Matèria. Revista internacional d’Art», n. 4 (2004), pp. 53-76: la trattazione più ampia e più recente del polittico, con la proposta di due mani distinte. Testo integrale su revistes.ub.edu.
- La critica sul polittico anteriore a Buttà si legge attraverso le note di lei, e i suoi estremi vanno presi con questa riserva: Stefano Bottari, Il Maestro di San Martino, estratto da «Siculorum Gymnasium», luglio-dicembre 1949, e Il Maestro di San Martino, Catania 1950; La pittura del Quattrocento in Sicilia, Messina e Firenze 1954, pp. 28-34; Ancora sul Maestro di san Martino, in Studi in onore di Carmelina Naselli, Catania 1968, pp. 19-32. Roberto Longhi, Frammento siciliano, in «Paragone», n. 47, 1953, pp. 1-44, in particolare p. 14. Giorgio Vigni e Giovanni Carandente, Antonello da Messina e la pittura del ‘400 in Sicilia, catalogo della mostra, Messina 1953, pp. 52-54. Maria Grazia Paolini, Ancora sul Quattrocento siciliano, in «Nuovi Quaderni del Meridione», II, aprile-giugno 1964, pp. 314-328. Luigi Hyerace, scheda n. 1, in Opere d’arte restaurate nelle province di Siracusa e Ragusa, II (1989), Siracusa 1991, pp. 15-20. Francesco Abbate, Storia dell’arte nell’Italia meridionale. Il sud angioino e aragonese, tomo II, Roma 1998, citato da Buttà una volta a p. 327 e una volta a p. 227.
- Giuseppe Michele Agnello, L’architettura normanna a Siracusa. Una proposta d’interpretazione, in Il bagno ebraico di Siracusa e la sacralità delle acque nelle culture mediterranee. Atti del seminario di studio (Siracusa, 2-4 maggio 2011), a cura di Giuliana Musotto e Luciana Pepi, Palermo, Officina di Studi Medievali, 2014, collana «Machina Philosophorum» 42, pp. 1-33: l’unico studio scientifico moderno che tratti l’edificio. Accesso aperto su rmoa.unina.it.
- Giuseppe Agnello, Urbs fidelissima. Il governo di Siracusa durante la Camera reginale (1282-1536), tesi di dottorato, Università di Catania, XXIV ciclo, triennio accademico 2008-2011: per il quadro cittadino del Trecento, per il vescovo Tomaso de Erbes (p. 22) e per i Galeco dell’acquasantiera.
- Vittorio Giovanni Rizzone, Chiese di Siracusa in età paleocristiana e bizantina alla luce delle fonti documentarie, in Syrakó. Atti delle Giornate di studi in memoria di Gioacchino Lena e Roberto Mirisola, a cura di Lorenzo Guzzardi e Carmelo Scandurra, Quaderni della Società Siracusana di Storia Patria 7, Siracusa, Tyche Edizioni, 2025, pp. 259-284: il repertorio più aggiornato delle chiese siracusane antiche documentate, dove San Martino non compare. PDF su rmoa.unina.it.
- Giuseppe Michele Agnello, voce Siracusa, e Pio Francesco Pistilli, sezione «Architettura» della voce Sicilia, entrambe nell’Enciclopedia dell’Arte Medievale, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana: cornice storico-artistica e bibliografia critica.
- Bruno Judic, Le origini del culto di san Martino in Italia nei secoli V e VI, relazione alla giornata di studi di Casalecchio di Reno, 2016: per la diffusione italiana del culto del titolare. Il PDF è stato rimosso dal sito che lo pubblicò e si recupera dalla Wayback Machine.
- Federico Fazio, Un progetto di Sebastiano Agati per Siracusa: i Propilei della Vittoria (1922-1932), in «Agorà», n. 50, 2014, pp. 36-41, per l’architetto del campanile, e Gaetano Bongiovanni, voce Interguglielmi, Elia, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 62, Roma 2004, pp. 216-219, per il pittore della tela firmata.
- Angelo Garofalo, Chiesa di San Martino Vescovo, pieghevole illustrato di quattro pagine, senza editore e senza data, posteriore al 1984: testo divulgativo locale, con alcuni dati tecnici che non si trovano altrove. Digitalizzato su archive.org.
Schede istituzionali e banche dati
- Comune di Siracusa, scheda Chiesa di San Martino Vescovo, ultimo aggiornamento dichiarato 21 novembre 2023: comune.siracusa.it. Lo stesso testo sta su siracusaturismo.net con la nota «I testi di questa scheda sono stati validati dalla Soprintendenza ai Beni Culturali di Siracusa», ed è la descrizione da cui dipende quasi tutta la pubblicistica turistica.
- Conferenza Episcopale Italiana, censimento «Le chiese delle diocesi italiane», scheda Chiesa di San Martino Vescovo, identificativo BY2ch01, identificativo CEI Immobili 130454, codice parrocchia BY2, creata il 27 giugno 2012 e modificata il 15 novembre 2023.
- BeWeB, beni architettonici, edificio 88285: beweb.chiesacattolica.it. La scheda porta scritto «QUESTA SCHEDA È UNA BOZZA» e non contiene testo descrittivo; nella sezione dei beni storici e artistici stanno invece dieci schede riferite alla chiesa, fra cui l’organo dei fratelli Polizzi del 1918, numero 2524, e le sei tavole del polittico, numeri 2567-2572.
- Identificativi correnti: Wikidata Q3671080, Deutsche Nationalbibliothek GND 1233322281, ICCD S017919, OpenStreetMap way 175759917. La proprietà «descritto nell’URL» di Wikidata rinvia a un identificativo sbagliato, S017742, che nel grafo ministeriale appartiene a un altro bene.
- Piano Paesistico della provincia di Siracusa, scheda di rilevazione 96, «Manufatti isolati (chiesa)», cinque righe. Il PDF originale non risulta pubblicato e il testo si legge nella banca dati Heritage di Ignazio Caloggero: lasiciliainrete.it.
- Arcidiocesi di Siracusa, annuario degli enti, scheda della parrocchia: arcidiocesi.siracusa.it.
- Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, CFTI4Med, Catalogue of Strong Italian Earthquakes, storing.ingv.it, con le schede dei terremoti del 1125, 1169, 1542, 1693, 1818, 1848, 1908 e 1990, e i database DBMI15 e CPTI15 in versione 4.0, dove Siracusa e Siracusa Vecchia, cioè Ortigia, sono località distinte.
- Wikibooks, Disposizioni foniche di organi a canne, scheda dell’organo di San Martino, aggiornata al 30 settembre 2019.
Stampa e materiali in rete
- Laura Cassataro, Siracusa. Quel centenario di un rosone, in «Libertà Sicilia», 20 dicembre 2018: libertasicilia.it. È il solo testo che ricostruisca l’esecuzione materiale del rosone, con il nome dello scalpellino Giuseppe Gallone e una testimonianza familiare diretta, e cita A. Abbate, Il rosone di Giuseppe Gallone, maestro scalpellino da Siracusa, in «I Siracusani», anno III, n. 11, 1998, p. 50, rivista non digitalizzata.
- Arcidiocesi di Siracusa, Siracusa Chiesa di San Martino, 5 aprile 2023: la sola ricostruzione organica dei Misteri della Settimana Santa e dell’arciconfraternita dello Spirito Santo, con una lunga citazione da Privitera.
- Scheda della rassegna «Le Vie dei Tesori», settembre 2017, ripresa con lo stesso testo da siracusanews, siracusaoggi e siracusatimes: il ritratto divulgativo più letto della chiesa, che attribuisce a Tomaso de Erbes una qualifica anacronistica.
- ortigia.it, scheda Chiesa di San Martino, nella versione archiviata del 6 gennaio 2017 su Internet Archive: è la fonte su cui Wikipedia in italiano appoggia la datazione normanna, e dice altro.
- Wikipedia, voci Chiesa di San Martino (Siracusa), San Martino, Siracusa e San Martino (Syrakus) nelle edizioni italiana, inglese e tedesca: da citare come oggetto, perché la loro bibliografia è in parte non verificabile e in parte riprende Salonia senza dirlo.
Fotografie e materiale iconografico
- Archivi Alinari, Firenze: negativo su lastra ACA-F-033356, «Chiesa di San Martino Vescovo, Siracusa», gelatina ai sali d’argento, 21 x 27 cm, con la didascalia editoriale «N.° 33356» impressa sul margine. Mostra il prospetto prima del rosone ed è la stessa immagine della seconda tavola di Salonia. Nello stesso catalogo la serie SEA-S-SR1999, otto diapositive di George Tatge del 1999. Diritti FAF Toscana, credito obbligatorio, in rete solo anteprime filigranate.
- Istituto centrale per il catalogo e la documentazione, Fototeca, fondo Ferro Candilera, cartolina FFC011068, «Siracusa – Facciata di S. Martino», scheda del 1994: fotografia.cultura.gov.it. Unica cartolina storica della chiesa catalogata in un archivio pubblico, con immagine intera consultabile.
- Enrico Mauceri, 1909, tavola di p. 91, «Chiesa di S. Martino. Il portale»: la più antica riproduzione a stampa.
- Giuseppe Salonia, 1981, nove tavole fuori testo, fra cui l’unica fotografia nota dell’interno prima dei restauri e la «Planimetria dell’interno della chiesa», che resta l’unico rilievo quotato dell’edificio.
- Giuseppe Michele Agnello, 2014, figure 10 e 19: le piante delle due fasi costruttive e il confronto tipologico con San Nicolò dei Cordari e San Tommaso, elaborazione grafica di Federico Fazio.
- BeWeB, scheda 88285: tre fotografie della diocesi di Siracusa, pubblicate il 13 dicembre 2023, licenza Creative Commons Attribuzione, Non commerciale, Condividi allo stesso modo 4.0.
- Wikimedia Commons, categoria «San Martino (Syracuse)»: ventiquattro file più una sottocategoria per l’interno, il più antico del 17 febbraio 2008, e nessuna immagine storica. Nella stessa raccolta la cartografia siracusana antica: la pianta di Tiburzio Spannocchi del 1578, la tavola anonima del 1584 della Biblioteca Angelica, la pianta con il cartiglio di Domenico Gargallo e la firma del sacerdote Giuseppe Costa, il piano militare austriaco del 1823.
- Le fotografie di Alessandro Calabrò pubblicate in questa scheda, riprese con la chiesa aperta: per molti arredi sono l’unica immagine pubblica esistente.
Fonti non consultate
Questo è l’elenco che dice dove andare. Le questioni che ciascuna di queste fonti scioglierebbe sono discusse a parte.- Rocco Pirri, Sicilia sacra, tomo I, Notitia secunda Ecclesiae Syracusanae, pp. 600-645 circa dell’edizione del 1733: quanto Pirri scrisse delle parrocchie siracusane si conosce solo attraverso Amico.
- Costituzioni sinodali siracusane dei vescovi Faraone (1622), Antinoro (1632), Capobianco (1651), Fortezza (1683) e Marini (1727), ai quali presero parte ecclesiastici di San Martino: sono il luogo dove si elencano parrocchie, benefici e altari. L’unico esemplare digitalizzato individuato, il sinodo del 1651, ha uno strato di riconoscimento ottico inservibile.
- Lucio Cristoforo Scobar, De rebus praeclaris Syracusanis, Venezia 1520, dove secondo Salonia (p. 29) è ritratto il parroco Vincenzo Giarruto: sarebbe la più antica menzione a stampa legata alla chiesa. Non digitalizzato.
- M. V. Fagotto, Nuove osservazioni sulla chiesa siracusana di San Martino, tesi di laurea, relatore F. Tomasello, Università di Catania, anno accademico 1984-1985, inedita: sono i rilievi su cui poggia per intero la lettura normanna dell’edificio.
- Luigi Hyerace, scheda n. 1 in Opere d’arte restaurate nelle province di Siracusa e Ragusa, II (1989), Siracusa 1991, pp. 15-20, che è la scheda tecnica del polittico, e Gioacchino Barbera, Siracusa. Galleria regionale di palazzo Bellomo, 1994, per il rapporto con le opere della Galleria Regionale di Palazzo Bellomo.
- Santi Luigi Agnello, Chiese siracusane del VI secolo, in «Archivio storico siracusano», n.s., 5 (1978-1979), pp. 115-136, da cui l’Enciclopedia dell’Arte Medievale trae la datazione al VI secolo, e Il terremoto del 1693 a Siracusa: invito ad una ricerca, nella stessa rivista, s. III, vol. 1 (1983), pp. 57-64. Giuseppe Agnello, L’architettura bizantina in Sicilia, Firenze, La Nuova Italia, 1952, e L’architettura aragonese-catalana in Italia, Palermo 1969, quest’ultima quasi certamente la matrice della formula «aragonese-catalana» che Salonia applica al portale. G. Spatrisano, Portali e finestre nell’architettura siciliana del Trecento, in «Palladio», n.s., 18, 1968, pp. 61-74.
- Lucia Acerra, Architettura religiosa in Ortigia. Viaggio nella città invisibile, Siracusa, Lombardi, 1995, e Salvatore Russo con le fotografie di Melo Minnella, Siracusa medioevale e moderna, Arnaldo Lombardi editore, 1992, p. 127: citati dalla pubblicistica locale e da Wikipedia, non visti.
- Guide del Touring Club Italiano, dalla prima edizione curata da Luigi Vittorio Bertarelli nel 1919: non liberamente consultabili, e resta indeterminato in quale edizione la chiesa compaia per la prima volta.
- Archivi ed emeroteche: l’Archivio storico diocesano di Siracusa, che non pubblica inventari; l’archivio della Soprintendenza, dove dovrebbero stare le carte dei restauri del 1905-1922 e del 1944-1965; le tre cartelline dell’Istituto centrale per il catalogo e la documentazione con il materiale dal 1896 al 1943; i quotidiani siracusani anteriori al 2009, che esistono solo su carta.
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