Isola di Ortigia

Il nucleo più antico di Siracusa, isola tra due porti, patrimonio UNESCO.
Aggiornato in data 25 Luglio 2026 da Alessandro Calabrò
MonumentoIsola di Ortigia
Veduta aerea dell'isola di Ortigia circondata dal mare, con il tessuto edilizio storico, la darsena e i ponti verso la terraferma

L’isola di Ortigia vista dall’alto, tra il Porto Grande e il Porto Piccolo.
Dati identificativi
NomeIsola di Ortigia
Nomi storiciOrtygia, Nasos, Insula, Arx, Homothermon
ComuneSiracusa (centro storico)
PosizioneEstremità orientale della città, tra il Porto Grande e il Porto Piccolo
Dati geografici
Superficie0,604 km² (per il Comune di Siracusa circa 1 km²)
Sviluppo costiero5,2 km
Coordinate37°03′42″N 15°17′40″E
CollegamentiPonte Umbertino, Ponte Santa Lucia, ponte ciclopedonale (2025)
Dati demografici
Abitanti3.889 (dato anagrafico 2020-2025)
Densitàcirca 6.440 ab./km²
Nome abitantiortigiani
Dati storici
Prima frequentazioneNeolitico (cultura di Stentinello)
Fondazione greca734-733 a.C. (coloni corinzi guidati da Archia)
Riconoscimenti
UNESCOSito «Siracusa e le necropoli rupestri di Pantalica», iscritto nel 2005 (ref. 1200, criteri ii, iii, iv, vi)

L’isola di Ortigia è il nucleo più antico della città di Siracusa: un’isola calcarea di 0,604 km², protesa tra il Porto Grande e il Porto Piccolo e unita alla terraferma da tre ponti sul canale della darsena. Abitata senza interruzione da circa tremila anni, ha visto sovrapporsi sullo stesso suolo le capanne dei Siculi, i templi dei Greci, la cattedrale bizantina, i vicoli arabi, il castello di Federico II di Svevia, i palazzi della ricostruzione barocca e le architetture del Novecento. Dal 2005 fa parte del sito UNESCO «Siracusa e le necropoli rupestri di Pantalica». Con circa 3.900 residenti e oltre un milione di presenze turistiche l’anno, è oggi il centro monumentale, turistico e identitario di Siracusa.

Geografia

Posizione e dimensioni

Ortigia costituisce l’estremità orientale di Siracusa. È separata dalla terraferma (l’area detta storicamente Montedoro, oggi Umbertino) da uno stretto canale marino, la darsena, che mette in comunicazione i due porti della città: a ponente il Porto Grande, la vasta baia naturale di circa 700 ettari chiusa a sud dalla penisola Maddalena-Plemmirio; a nord-est il Porto Piccolo, detto anche Lakkios o Porto Marmoreo. Le coordinate dell’isola sono 37°03′42″N 15°17′40″E.

La superficie è di 0,604 km² (60,4 ettari) secondo i repertori geografici, mentre il Comune di Siracusa indica una misura arrotondata di circa 1 km²; lo sviluppo costiero è di 5,2 chilometri. Le misure lineari più citate attribuiscono all’isola circa 1.600 metri di lunghezza per 800 metri di larghezza massima, ma alcune fonti riportano valori inferiori (circa 1.000 per 500 metri), differenza dovuta ai diversi criteri di misura adottati. Gli abitanti sono detti ortigiani.

Geologia e idrogeologia

Dal punto di vista geologico Ortigia appartiene al sistema dei Monti Iblei: il suo basamento è la roccia calcarea bianca, tenera e facilmente lavorabile, nota come pietra bianca di Siracusa, interessata da un carsismo maturo. Con questa pietra sono costruiti i templi greci, i palazzi barocchi e gran parte dell’edilizia storica dell’isola.

Sotto il banco calcareo scorre acqua dolce alimentata dalla falda profonda degli Iblei, la stessa che dà origine al fiume Ciane sulla sponda opposta del Porto Grande: le piogge assorbite dall’altopiano filtrano nei terreni permeabili e riaffiorano dove incontrano strati impermeabili. È questo il meccanismo idrogeologico che genera la Fonte Aretusa, sorgente d’acqua dolce che sgorga a pochi metri dal mare.

Siracusa ricade in zona sismica 1, quella di massima pericolosità. Il terremoto del 13 dicembre 1990, con epicentro sulla costa ionica siracusana e magnitudo 5,68, danneggiò abitazioni e chiese di Ortigia, molte delle quali furono dichiarate pericolanti, e accelerò l’esodo dei residenti verso i quartieri nuovi.

I due porti

Il Porto Grande, delimitato a nord dalla costa di ponente di Ortigia, è la baia che ha determinato la fortuna strategica di Siracusa antica: qui si combatterono le battaglie navali decisive dell’assedio ateniese del 415-413 a.C. I fondali in banchina variano da 3 a 6 metri, su fondo fangoso; lo specchio d’acqua è esposto ai venti di grecale e scirocco.

Il Porto Piccolo, ricavato in un’insenatura a nord-est dell’isola, era il porto militare dell’antichità. Il nome greco Lakkios («fossa», «cisterna») indicava la sua parte più interna, sede degli arsenali; la denominazione di Porto Marmoreo rimanda alle banchine di marmo. Dionisio I lo attrezzò per ospitare fino a sessanta triremi con oltre centosessanta rimesse, e negli arsenali del Lakkios furono costruite le prime quadriremi e quinqueremi della storia navale greca. Nell’area portuale sorge ancora l’arsenale greco, con le tracce degli scivoli di alaggio scavati nella roccia.

Il canale della darsena

In epoca arcaica Ortigia era un’isola vera. Secondo Tucidide i coloni corinzi la unirono alla terraferma con un terrapieno di pietre, tanto che ai suoi tempi non poteva più dirsi isola; una tradizione parallela attribuisce a Dionisio I lo scavo di un canale marino di collegamento tra i due porti, in corrispondenza dell’attuale darsena. Nei secoli l’istmo e il canale si alternarono seguendo le esigenze militari della piazzaforte.

L’assetto attuale nasce in età spagnola. Dopo il terremoto del 1542 prese corpo l’idea di ricongiungere le acque dei due porti; negli anni Trenta e Quaranta del Cinquecento il viceré Ferrante Gonzaga affidò all’ingegnere bergamasco Antonio Ferramolino il ridisegno delle fortificazioni di Ortigia. Secondo la testimonianza di Vito Amico, fino al 1683 un istmo collegava ancora l’isola alla terraferma: in quell’anno, per ordine vicereale, furono scavati due fossati e vi fu immessa l’acqua del mare, restituendo a Ortigia la condizione insulare. Sotto i bastioni di San Filippo e Santa Lucia fu ricavata una darsena capace di far passare le galee da un porto all’altro, per eludere un eventuale blocco navale. Dei tre fossati con ponti levatoi del sistema spagnolo, il canale della darsena è l’unico sopravvissuto: è la striscia di mare che ancora oggi fa di Ortigia un’isola. Il canale è navigabile solo da piccole imbarcazioni, per la presenza dei ponti.

Il Ponte Umbertino in pietra sulla darsena di Siracusa, con le balaustre e i lampioni in ferro battuto

Il Ponte Umbertino sulla darsena, principale ingresso monumentale di Ortigia. Immagine da Wikimedia Commons (CC0).

I ponti

Il collegamento spagnolo con la terraferma avveniva tramite un ponte di legno su otto piloni in muratura, teso tra il Rivellino e la Porta Ligny. Nel 1869 i piloni furono demoliti e vennero costruite le prime cinque arcate dell’attuale Ponte Umbertino, inizialmente completato da un ponte levatoio ligneo nell’ultima campata; nel 1870, eliminati i levatoi, il collegamento divenne stabile. Il ponte, intitolato a Umberto I di Savoia, prosegue corso Umberto verso il Foro Siracusano e poggia su un isolotto artificiale che è l’unico elemento superstite dei bastioni spagnoli della darsena, con balaustre neoclassiche e lampioni in ferro battuto. Sul rivellino alla testata del ponte si trova dal 2016 il monumento ad Archimede di Pietro Marchese.

Il Ponte Santa Lucia, parallelo all’Umbertino sul lato del Porto Grande, fu inaugurato nel 2004, nel XVII centenario del martirio della patrona; collega via Malta a via dei Mille ed è oggi il principale accesso veicolare all’isola. Sorge dove, secondo le cronache locali, un precedente ponte provvisorio in legno e ferro era crollato in acqua, causando la morte di un camionista in transito.

Il terzo attraversamento è il ponte ciclopedonale di Ortigia, inaugurato il 1° marzo 2025 nell’area dell’ex ponte dei Calafatari (un piccolo ponte carrabile degli anni Sessanta, chiuso nel 2005 e demolito nel 2014-2015). È un arco in acciaio a campata unica di circa 42 metri, con impalcato in legno-resina, progettato dall’architetto Lorenzo Attolico: collega via Eritrea, nella Borgata Santa Lucia, alla riva della Posta, sulla punta nord dell’isola, ed è riservato a pedoni, biciclette e monopattini.

Fotografia storica in bianco e nero del Porto Grande di Siracusa con velieri ormeggiati davanti alla marina di Ortigia

Il Porto Grande e la marina di Ortigia in una veduta di fine Ottocento. Foto di Carlo Brogi, Wikimedia Commons.

Costa e balneazione

La costa di Ortigia è prevalentemente rocciosa e frastagliata, con rare calette; poco al largo affiora lo scoglio detto isola dei Cani, quasi interamente sommerso, e lungo il perimetro si incontrano lo Scoglio a Pizzo e altri affioramenti minori. Sul versante di levante si aprono la piccola spiaggia di ciottoli di Cala Rossa, incastonata tra le case, e il solarium di Forte Vigliena, ricavato sul sedime dell’omonimo bastione spagnolo demolito nel 1893 e oggi unico accesso al mare gratuito del centro storico. Il Lungomare Alfeo, sul lato del Porto Grande, e il lungomare di Levante alternano affacci panoramici, ristoranti e discese a mare; sull’estremità meridionale si apre l’Affaccio Enzo Maiorca, intitolato al primatista di apnea Enzo Maiorca. La flora urbana è mediterranea, con palme e ficus monumentali; nella Fonte Aretusa cresce il papiro e vivono anatre e pesci d’acqua dolce.

Clima

Il clima è mediterraneo, con inverni miti e piovosità concentrata in autunno-inverno (547 millimetri l’anno) ed estati calde e siccitose dominate dallo scirocco. La temperatura massima media annua è di 23,1 °C, la minima di 11,6 °C. L’11 agosto 2021 la stazione SIAS di Siracusa registrò 48,8 °C, il valore più alto mai rilevato in Europa, convalidato ufficialmente dall’Organizzazione Meteorologica Mondiale.

Etimologia e mito

Il nome delle quaglie

Il nome Ortigia deriva dal greco antico ὄρτυξ (ortyx), «quaglia»: Ὀρτυγία è letteralmente l’«isola delle quaglie», secondo l’interpretazione registrata già dal lessico Liddell-Scott. Gli studiosi hanno discusso anche etimologie alternative: una radice sanscrita Vártikā, allusiva al movimento circolare dell’uccello al suolo; l’accostamento al latino coturnix, voce forse onomatopeica; un’ipotesi di derivazione egizia. L’isola si trovava sulla rotta migratoria delle quaglie tra l’Africa e l’Europa, circostanza che spiega in modo naturale la diffusione del toponimo.

Asteria, Artemide e Delo

Il mito eziologico racconta che la titanide Asteria, sorella di Leto, per sfuggire alle brame di Zeus si mutò in quaglia e divenne l’isola di Ortigia: la versione articolata della vicenda compare per la prima volta in Pindaro, mentre la metamorfosi in quaglia è tramandata dalla tradizione mitografica successiva, a partire dalla Biblioteca di Apollodoro. Il nome lega l’isola siracusana al culto di Artemide e al santuario di Delo: l’Inno omerico ad Apollo distingue i due parti di Leto, collocando la nascita di Artemide a Ortigia e quella di Apollo a Delo. Strabone identificava Ortigia con l’antico nome di Delo stessa, mentre altre fonti lo riferivano a Renea, l’isolotto-necropoli accanto a Delo. Artemide era la divinità di tutte le Ortigie del mondo greco — se ne contavano almeno cinque, tra Egeo, Efeso, Etolia e Sicilia — e a Siracusa il mese artemisio, tra marzo e aprile, celebrava il ritorno primaverile della dea. Pindaro chiama Ortigia «giaciglio di Artemide» e «sorella di Delo».

I nomi storici

Nei secoli l’isola è stata chiamata in vari modi. I Greci di Siracusa la dicevano correntemente Nasos (Νᾶσος, forma dorica per «isola»); i Romani la tradussero in Insula, e come Arx («rocca») compare nelle fonti che ne ricordano la funzione di cittadella. Il poeta Nicandro di Colofone tramandò per primo il nome arcaico Homothermon: Tommaso Fazello lo interpretò come riferito ad acque calde, mentre gli eruditi Goltzio e Ottavio Caetano lo spiegarono con l’esposizione a sud-est e con le acque tiepide circostanti, in assenza di vere sorgenti termali sull’isola.

Ortigia nella letteratura antica

Ortigia compare due volte nell’Odissea: Calipso ricorda che Artemide uccise Orione «in Ortigia», ed Eumeo descrive l’isola Siria «al di sopra di Ortigia, dove sono le svolte del sole»; l’identificazione dell’Ortigia omerica con quella siracusana resta però discussa. Il riferimento più celebre è l’attacco della Nemea prima di Pindaro, dedicata a Cromio, siracusano signore di Etna: «O fulgida requie d’Alfeo, o di Siracusa vermena tu florida, Ortigia, d’Artèmide talamo, di Delo sorella». Virgilio, nel terzo libro dell’Eneide, colloca l’isola «di fronte al Plemmirio ondoso» e riferisce la fama del fiume Alfeo che, corse vie segrete sotto il mare dall’Elide, riaffiora alla bocca di Aretusa mescolandosi alle onde sicule. Pausania riporta l’oracolo delfico rivolto all’ecista Archia di Corinto: «Un’isola, Ortigia, giace sull’oceano nebbioso / di contro a Trinacria, dove la bocca di Alfeo / gorgoglia mescolandosi con le fonti della vasta Aretusa».

Storia antica

L’insediamento pre-greco

La frequentazione umana di Ortigia precede di millenni l’arrivo dei Greci. Gli scavi diretti da Giuseppe Voza in piazza Duomo tra il 1996 e il 1998, in occasione dell’ultima ripavimentazione, hanno rivelato livelli di vita dal Neolitico e dall’antica età del Bronzo, riferibili all’orizzonte della cultura di Stentinello, e hanno documentato villaggi articolati delle facies di Thapsos e di Cassibile. In particolare sono emersi frammenti vascolari e una capanna della cultura di Castelluccio (XXII-XV secolo a.C.), un pozzo e capanne con zoccolo in pietra e pavimenti in argilla concotta della facies di Thapsos (media età del Bronzo), e capanne della facies di Cassibile (X-IX secolo a.C.), per lo più circolari, oltre a una a pianta rettangolare rinvenuta nel cortile dell’Arcivescovado. Tombe della media età del Bronzo sono segnalate anche presso la Fonte Aretusa.

Altri resti di abitazioni preistoriche sono stati individuati sotto il Palazzo del Senato, nell’area del tempio ionico e in via Roma sotto il palazzo del Governo; fu Paolo Orsi, agli inizi del Novecento, ad affermare per primo la presenza umana preistorica sull’isola. Gli scavi sotto piazza Minerva hanno restituito oltre 250 unità stratigrafiche, dall’età dei metalli al XVIII secolo, comprese capanne sicule della tarda età del Bronzo. Tucidide attesta che al momento della fondazione greca sull’isola vivevano i Siculi, scacciati dai coloni corinzi.

La fondazione corinzia e i Gamoroi

Siracusa fu fondata da coloni corinzi guidati dall’ecista Archia, della stirpe dei Bacchiadi, dopo la consultazione dell’oracolo di Delfi: la data tradizionale, ricavata dalla cronologia di Tucidide, è il 734 a.C., con la variante 733 a.C. accolta da parte degli studiosi. Il primo nucleo urbano sorse su Ortigia, scelta per l’abbondanza d’acqua dolce e per i due porti naturali; secondo Tucidide i coloni unirono presto l’isola alla terraferma con un terrapieno. Dalla prima generazione di coloni discese l’aristocrazia dei Gamoroi («coloro che possiedono una porzione di terra»), che dominò a lungo la città. All’inizio del V secolo a.C. i Gamoroi furono cacciati dal demos alleato ai Killichirioi, i servi di origine sicula; rifugiatisi a Casmene, fecero appello a Gelone, tiranno di Gela, che li ricondusse in città impadronendosi di Siracusa nel 485 a.C.

Le rovine del Tempio di Apollo a Ortigia, con colonne doriche monolitiche e murature in pietra calcarea dorata

Il Tempio di Apollo in piazza Pancali, il più antico tempio dorico periptero in pietra della Sicilia. Immagine da Wikimedia Commons.

I grandi templi

Ai primi decenni del VI secolo a.C. risale il Tempio di Apollo, in piazza Pancali: è considerato il più antico tempio dorico periptero in pietra della Sicilia e dell’Occidente greco, documento della transizione dall’architettura lignea a quella litica. Misura 55,36 per 21,47 metri allo stilobate, con sei colonne monolitiche sui fronti e diciassette sui lati; sulla faccia del gradino orientale corre una delle più antiche iscrizioni architettoniche greche, che tramanda il nome di Kleomenes figlio di Knidieidas, variamente inteso dagli studiosi come architetto o committente dell’opera. Nei secoli l’edificio fu chiesa bizantina, moschea, chiesa normanna del Salvatore e infine caserma spagnola; fu individuato attorno al 1860 all’interno della caserma e liberato dalle superfetazioni con gli scavi di Paolo Orsi e la campagna di Giuseppe Cultrera del 1938.

Nel punto più alto dell’isola sorgeva l’Athenaion, il tempio di Atena eretto da Gelone dopo la vittoria sui Cartaginesi a Imera (480 a.C.) al posto di un tempio precedente della metà del VI secolo; il culto nell’area risale all’VIII secolo a.C., come attesta un altare arcaico rinvenuto negli scavi. Dorico, esastilo, con stilobate di circa 22 per 55 metri, era celebre per lo scudo di bronzo dorato sul frontone, visibile ai naviganti, per le porte in avorio e oro e per le tavole dipinte con la battaglia di Agatocle contro i Cartaginesi e i ritratti di ventisette re e tiranni di Sicilia. Trasformato in cattedrale nel VII secolo, è oggi il Duomo di Siracusa: nove colonne del lato destro e le due antistanti la cella sono ancora visibili nelle sue murature.

Accanto all’Athenaion, e parallelo ad esso, sorgeva l’Artemision, tempio ionico dedicato ad Artemide della fine del VI secolo a.C., individuato da Paolo Orsi nel 1910 e scavato da Gino Vinicio Gentili e Paola Pelagatti tra il 1964 e il 1969: i suoi resti, con frammenti di fusti e capitelli ionici di tipo microasiatico, si trovano nei sotterranei del Palazzo del Senato e sono accessibili dal padiglione di piazza Minerva progettato da Vincenzo Latina; il sito è tornato visitabile nel maggio 2024. La compresenza dei due templi maggiori conferma il ruolo di Ortigia come acropoli sacra della città greca.

Sul lato del Porto Grande sgorgava intanto la Fonte Aretusa, legata al mito della ninfa seguace di Artemide che, inseguita dal fiume Alfeo, fu trasformata in sorgente dalla dea e riemerse a Ortigia, dove Alfeo l’avrebbe raggiunta mescolando le proprie acque alle sue dopo un percorso sotterraneo dalla Grecia. La testa di Aretusa circondata da delfini, incisa dai maestri Kimon ed Eveneto sui decadrammi d’argento di fine V secolo a.C., divenne l’emblema monetale della città. Nella fonte cresce il papiro: il papireto siracusano è uno dei due soli d’Europa.

La cittadella dei tiranni

Dopo la Grande Rivolta del 405 a.C., Dionisio I individuò in Ortigia la zona più sicura della città e la fortificò per intero, riservandola alla corte, agli ufficiali e ai mercenari: la popolazione civile fu allontanata dalla rocca, sull’isola furono trasferite la zecca e la reggia, e nel Porto Piccolo fu creato l’arsenale con i ricoveri per sessanta triremi. Le mura urbane complessive, costruite tra il 402 e il 397 a.C. impiegando secondo Diodoro sessantamila lavoratori e seimila coppie di buoi, raggiunsero i 27 chilometri circa (fino a 30 secondo altre stime), abbracciando la pentapoli di Ortigia, Acradina, Tyche, Neapolis ed Epipoli fino al castello Eurialo. Della cinta dionigiana di Ortigia sopravvive la Porta Urbica di via XX Settembre, scoperta nel 1977: restano le fondazioni di due torri quadrate di oltre otto metri di lato che inquadravano un grande portale ad arco. Le fonti sui tiranni menzionano anche i Pentapyla, complesso monumentale di porte presso l’istmo, la cui collocazione esatta resta dibattuta.

Ortigia rimase la cittadella del potere per tutte le tirannidi: vi si asserragliò Dionisio II, vi ebbero la reggia Agatocle e Ierone II, e il palazzo di quest’ultimo divenne poi la residenza dei governatori romani. Nel 344-343 a.C. Timoleonte, ottenuta la resa di Dionisio II dopo la battaglia di Adrano, compì l’atto simbolico che chiuse la prima stagione delle tirannidi: secondo Plutarco chiamò i Siracusani a portare picconi e attrezzi, fece abbattere il castello, i palazzi adiacenti e i monumenti dei tiranni, e al posto della fortezza fece erigere i tribunali di giustizia.

L’assedio ateniese (415-413 a.C.)

Durante la spedizione ateniese in Sicilia, partita dal Pireo nell’estate del 415 a.C. con 134 triremi e circa trentamila uomini al comando di Nicia, Alcibiade e Lamaco, Ortigia costituiva il nucleo fortificato della città e non fu mai attaccata direttamente: gli Ateniesi tentarono la circonvallazione delle Epipole con un doppio muro d’assedio, mai completato a nord. La difesa siracusana, guidata tra gli altri da Ermocrate e sostenuta dallo spartano Gilippo, ribaltò le sorti del conflitto: nel 413 a.C. i Siracusani sbarrarono l’imboccatura del Porto Grande — larga circa otto stadi tra Ortigia e il Plemmirio — con navi ancorate di traverso, intrappolando la flotta nemica. Nella ritirata via terra i superstiti furono annientati al fiume Assinaro; circa settemila prigionieri finirono nelle latomie, dove i più morirono di stenti, e Nicia e Demostene furono giustiziati. La disfatta, costata ad Atene tra i 4.500 e i 5.000 talenti, avviò il declino della potenza ateniese.

La conquista romana e il pretorio

Nel corso della seconda guerra punica, l’assedio di Marco Claudio Marcello — avviato nel 214-213 a.C. e reso celebre dalle macchine difensive di Archimede — si concluse nel 212 a.C. Ortigia fu l’ultima roccaforte a cadere: la flotta cartaginese rinunciò a soccorrerla per i venti contrari, e la presa avvenne per il tradimento di Merico, prefetto ispanico cui era affidato il settore costiero dalla Fonte Aretusa all’imboccatura del Porto Grande, che in cambio della cittadinanza romana fece entrare di notte i soldati trasportati da una quadrireme. Nel sacco della città Archimede fu ucciso da un soldato che non lo aveva riconosciuto; Marcello ne onorò la sepoltura. Le opere d’arte trasferite a Roma diedero avvio al gusto romano per l’arte greca; il tempio di Atena fu però risparmiato e lasciato adorno.

Divenuta Siracusa sede del pretore della provincia di Sicilia, il palazzo di Ierone II su Ortigia divenne il pretorio, dimora ufficiale dei governatori; Cicerone riferisce che i Romani vietarono ai Siracusani di abitare nell’isola, perché il luogo dominava i porti e poteva essere tenuto militarmente. Le Verrine, pronunciate nel 70 a.C., documentano le spoliazioni di Gaio Verre, governatore dal 73 al 71 a.C.: dal tempio di Atena asportò le pitture della battaglia di Agatocle e i ritratti dei re, e ne spogliò le porte strappandone la testa di Gorgone. Nel 21 a.C. Augusto ripopolò la città deducendovi una colonia romana.

Storia medievale

Ortigia bizantina: la capitale di Costante II

Con la riconquista giustinianea del 535 Siracusa entrò nell’orbita bizantina, che la tenne per oltre tre secoli. Nel VII secolo il vescovo Zosimo trasferì la cattedra episcopale dalla basilica di San Giovanni, fuori le mura, al tempio di Atena in Ortigia, trasformato in chiesa dedicata alla Natività di Maria: gli intercolumni dorici furono chiusi da muri, nei fianchi della cella furono aperte otto arcate per lato e l’orientamento fu invertito secondo la liturgia bizantina. La trasformazione in cattedrale salvò il tempio del V secolo a.C. dalla distruzione.

Nel 663 l’imperatore Costante II, dopo la campagna contro i Longobardi, si stabilì a Siracusa e ne fece la capitale dell’Impero Romano d’Oriente: è l’unica volta nella storia in cui la capitale bizantina fu spostata a occidente di Costantinopoli. La corte risiedette sull’isola, la zecca cittadina batté moneta imperiale e la pressione fiscale imposta a Sicilia, Calabria e Sardegna generò un malcontento profondo. Costante II morì a Siracusa nel 668, ucciso mentre faceva il bagno alle terme di Dafne da un servitore che lo colpì con un portasapone di bronzo; le fonti oscillano tra il 15 luglio e il 15 settembre per la data dell’assassinio. L’usurpatore Mezezio, proclamato imperatore dall’esercito, resse la città fino al 669, quando Costantino IV ripristinò l’ordine e riportò la capitale a Costantinopoli. Alla fine del VII secolo Siracusa divenne capitale del Thema di Sicilia, con uno stratega residente in città.

L’assedio arabo dell’878

L’assedio finale degli Aghlabiti iniziò nell’agosto dell’877, condotto dal governatore di Palermo Giafar ibn Muhammad, e durò nove mesi, concentrato sull’istmo che collegava Ortigia alla terraferma; al momento dell’attacco solo l’isola e parte dell’Acradina risultavano ancora popolate. La fonte principale è la lettera del monaco siracusano Teodosio, testimone oculare, scritta dalla prigionia di Palermo: durante la carestia un moggio di grano arrivò a costare centocinquanta monete d’oro, gli abitanti mangiarono pelli e carcasse e si registrarono episodi di cannibalismo. Il 21 maggio 878, all’alba, l’assalto finale sfondò le difese dal lato dell’attuale Porta Marina: circa cinquemila uccisi, migliaia di prigionieri, la città incendiata e le fortificazioni demolite. Il bottino, valutato in un milione di monete bizantine, fu descritto come il più ricco mai tratto da una metropoli cristiana; la flotta bizantina di soccorso non arrivò in tempo e Palermo sostituì definitivamente Siracusa come città principale della Sicilia.

Ortigia araba: il ridisegno del tessuto urbano

Dopo la distruzione dell’878 la città superstite si contrasse sull’isola. Un nuovo insediamento, musulmano e cristiano, è attestato nel 962; nel 1027 la città subì un’ulteriore devastazione nelle lotte tra fazioni islamiche. Dell’età musulmana non sono stati finora identificati edifici o strati archeologici: l’eredità araba si legge nel tessuto viario, con le deviazioni in vicoli e corti cieche — i «ronchi» — che segnano ancora l’area alle spalle del Tempio di Apollo, nel triangolo tra via Resalibera, via Vittorio Veneto e via De Benedictis, corrispondente ai rioni della Graziella e della Spirduta. Dal XV secolo la costruzione di conventi e chiese con fondazioni profonde ha demolito gran parte delle preesistenze, rendendo impossibile rintracciare puntualmente l’edilizia araba nel tessuto minuto di Ortigia.

Nel 1038 la spedizione bizantina di Giorgio Maniace tentò la riconquista dell’isola: Siracusa cadde nel 1040 e restò bizantina probabilmente fino al 1043. Maniace fortificò la città — la tradizione colloca un suo forte sulla punta estrema di Ortigia, da cui il nome del castello successivo — e trafugò le reliquie di santa Lucia, inviate a Costantinopoli e poi traslate a Venezia dopo il 1204.

Normanni, Genovesi e Svevi

Nel maggio 1086 il gran conte Ruggero I d’Altavilla pose l’assedio per mare e per terra a Siracusa, retta dall’emiro Benavert: il 25 maggio, durante la battaglia navale nel porto, l’emiro cadde in mare trascinato dall’armatura e affogò; la città resistette fino all’ottobre dello stesso anno, quando si arrese. Nel 1093 fu ricostituita la diocesi e prese avvio il programma edilizio normanno, cui risalgono tra l’altro la chiesa di San Tommaso Apostolo (fondata secondo la tradizione nel 1199) e la sopraelevazione della navata centrale della cattedrale attribuita al vescovo inglese Riccardo Palmer. Secondo l’Enciclopedia dell’Arte Medievale, nel 1141 fu eretto un castello sull’istmo, danneggiato dal terremoto del 1169 e ricostruito nel 1196.

Nel 1204 il corsaro genovese Alamanno da Costa, con Enrico Pescatore conte di Malta, strappò la città ai Pisani e si proclamò conte di Siracusa in nome di Genova: per un ventennio Ortigia fu base delle imprese corsare genovesi e del commercio granario. Nel 1220 Federico II di Svevia rivendicò i diritti regi, espulse i Genovesi e riportò la città al demanio proclamandola urbs fidelissima.

Al programma federiciano si deve il monumento simbolo della punta dell’isola: il Castello Maniace, costruito tra il 1232 e il 1240 circa su progetto di Riccardo da Lentini, tra i più antichi castelli federiciani edificati ex novo. Pianta quadrata di 51 metri di lato, quattro torri cilindriche angolari, muri spessi in media tre metri e mezzo, portale marmoreo ogivale e una grande sala ipostila con volte a crociera costolonate: una lettura simbolica vede nelle sue campate i domini di Federico II con la Sicilia al centro. All’ingresso erano collocati due arieti bronzei ellenistici, legati dalla tradizione a Giorgio Maniace; l’unico superstite è oggi al Museo Salinas di Palermo. Allo stesso clima costruttivo appartiene il nucleo duecentesco di Palazzo Bellomo, con l’aquila sveva nella chiave di volta del vestibolo.

I Vespri e la Camera Reginale

Nel 1282 Siracusa fu tra le prime città a unirsi alla rivolta dei Vespri Siciliani dopo Palermo, Corleone e Taormina. Con la dinastia aragonese l’isola visse una lunga stagione particolare: Federico III assegnò alla consorte Eleonora d’Angiò la Camera Reginale, dote-appannaggio delle regine di Sicilia istituita tra il 1302 e il 1305, che comprendeva Siracusa come capitale insieme a Lentini, Avola, Paternò, Mineo, Vizzini, Castiglione, Francavilla, Santo Stefano di Briga e Pantelleria. La Camera funzionava come un dominio autonomo con giurisdizione civile e criminale separata dal demanio regio, amministrata da un governatore nominato dalla regina; il Castello Maniace ne fu sede e residenza, e vi soggiornarono Costanza d’Aragona, Maria di Sicilia, Bianca di Navarra e Germana de Foix. Bianca di Navarra, vicaria del regno dal 1408, dopo la morte di re Martino II nel 1410 fu assediata a Siracusa dal gran giustiziere Bernardo Cabrera, che ne insidiava la mano e il trono, e liberata da Antonio Moncada. La Camera Reginale fu abolita da Carlo V nel 1537, dopo la morte di Germana de Foix (ottobre 1536), e Siracusa rientrò nel demanio regio.

La stretta via della Giudecca a Ortigia con palazzi in pietra bianca, balconi in ferro battuto e l'insegna del laboratorio dei pupi

Via della Giudecca, asse principale dell’antico quartiere ebraico. Foto di Giovanni Dall’Orto, 2008, Wikimedia Commons.

La Giudecca e la comunità ebraica

La presenza ebraica a Siracusa è attestata verosimilmente dal III secolo d.C. Nel Quattrocento la comunità siracusana, con circa cinquemila anime secondo le stime più alte, era con Palermo la più numerosa della Sicilia. Il quartiere ebraico, la Giudecca, occupava il margine sud-orientale di Ortigia attorno alle attuali via della Giudecca e via Alagona; le fonti erudite collocano la sinagoga maggiore dove oggi sorge la chiesa di San Filippo Apostolo, mentre la tradizione locale indica la chiesa di San Giovannello come edificio legato al culto ebraico riconvertito dopo il 1492.

La principale testimonianza materiale della comunità è il miqweh di via Alagona, il bagno rituale scoperto nel 1989 da Amalia Daniele di Bagni durante la ristrutturazione del palazzo al civico 52 (oggi Residence «Alla Giudecca»): cinquantotto gradini in tre rampe scavati nella roccia scendono a circa diciotto metri di profondità fino a una sala ipogea con quattro pilastri e tre vasche disposte a trifoglio, alimentate dalla stessa falda che alimenta la Fonte Aretusa — l’«acqua viva» richiesta dal precetto. Il riempimento del sito è datato alla fine del Quattrocento, in coincidenza con l’espulsione; è presentato come il più grande e antico bagno rituale ebraico d’Europa conservato integro, anche se la datazione all’età bizantina proposta dalla divulgazione non è unanimemente accolta dagli studiosi, che propendono per un’origine medievale. Un secondo bagno rituale, raggiungibile da una scala elicoidale attorno a un pozzo greco, si trova nei sotterranei di San Filippo Apostolo, identificato nel 1977 e confermato nel 2019 dagli studi di Yonatan Adler e Nadia Zeldes dopo la scoperta di un’iscrizione ebraica presso la vasca.

Con l’editto dell’Alhambra del 31 marzo 1492, esteso alla Sicilia spagnola, tra la fine del 1492 e il 1493 gli ebrei siracusani — le stime dei partenti oscillano tra mille e tremila — lasciarono la città: la Giudecca si svuotò e gli esuli ripararono in Calabria, a Salonicco e nella penisola, dove a Roma fondarono la «schola siciliana».

Storia moderna

La piazzaforte di Carlo V

Il Cinquecento si aprì con la peste del 1500-1501, che fece quasi diecimila morti, e con il terremoto del 1542, che diroccò edifici e danneggiò il campanile della cattedrale. Carlo V d’Asburgo considerava Ortigia «una chiave del Regno» di Sicilia e vi ordinò una monumentale opera di fortificazione: i primi ordini risalgono al 1526, dal 1533 furono restaurate le antiche mura per circondare l’intera isola e nel novembre dello stesso anno arrivò in città l’ingegnere bergamasco Antonio Ferramolino, cui il viceré Ferrante Gonzaga affidò il progetto complessivo della cittadella. Il Porto Piccolo fu in parte interrato per non offrire ripari al nemico, pietre del teatro greco furono impiegate nelle mura e l’ingresso dell’isola fu articolato in fossati. Nel 1563 sorse il quartiere militare spagnolo, che inglobò il Tempio di Apollo trasformandolo in caserma; il progetto del 1576 dell’ingegnere Campi concentrò la difesa nella parte alta dell’istmo con i due bastioni di San Filippo e Santa Lucia, e dal 1575 fu ridisegnato il fronte a mare con la chiusura della Porta dell’Aquila e la costruzione della Porta Nuova di Mare, ortogonale alla Porta Marina. La popolazione, oltre cinquantamila abitanti nel Cinquecento, si ridusse a circa diecimila nel Settecento: il regime di piazzaforte, con le porte che si aprivano e chiudevano al sorgere e al calare del sole, impediva la normale espansione della città.

L’ultimo ammodernamento si deve all’ingegnere fiammingo Carlos de Grunembergh, che dopo la visita del viceré Claude Lamoral principe di Ligne (1673) isolò ulteriormente Ortigia con fossati, cinque ponti levatoi e una cittadella «a punta di diamante»; a lui si deve la Porta Ligny, ingresso principale della piazzaforte, con portale a colonne tortili e stemmi marmorei, difesa dai bastioni San Filippo e Santa Lucia. Un detto siracusano ne ricorda la chiusura serale: «a na cetta ura cu era rintra era rintra e l’autri ristavunu fora».

Caravaggio a Ortigia

Tra ottobre e novembre del 1608 Michelangelo Merisi da Caravaggio, evaso dal carcere di Malta, giunse a Siracusa accolto dall’amico pittore siracusano Mario Minniti, che gli procurò la commissione del Seppellimento di santa Lucia, la grande pala (408 per 300 centimetri) destinata all’altare maggiore della basilica di Santa Lucia al Sepolcro, dove si trova tuttora dopo anni di spostamenti tra Palazzo Bellomo, Milano, la chiesa di Santa Lucia alla Badia e il MART di Rovereto. Fu l’erudito Vincenzo Mirabella — autore nel 1613 delle Dichiarazioni della pianta delle antiche Siracuse — ad accompagnare Caravaggio alle latomie: da quella visita nacque il nome «Orecchio di Dionisio».

I Vermexio e il Seicento

Il Seicento lasciò su Ortigia la firma della famiglia di architetti Vermexio. Giovanni Vermexio costruì tra il 1629 e il 1633, su commissione del Senato cittadino, il Palazzo del Senato in piazza Duomo, oggi municipio: ordine inferiore ancora rinascimentale, piano superiore barocco, e nell’angolo del cornicione la piccola lucertola scolpita, firma dell’architetto legata al soprannome dovuto alla sua magrezza; nell’atrio è conservata la Carrozza del Senato del 1763. Con lui operò in città il fratello Andrea Vermexio. Al maggio del 1646 risale l’episodio all’origine della festa del Patrocinio di Santa Lucia: durante una processione di preghiera contro la carestia, secondo le cronache un uccello — una colomba o, in altre versioni, una quaglia — entrò in cattedrale mentre giungevano in porto navi cariche di grano e legumi.

Veduta panoramica di piazza Duomo a Ortigia con la facciata barocca della Cattedrale al centro, il Palazzo del Senato a sinistra e il Palazzo Arcivescovile a destra

Piazza Duomo, centro della ricostruzione barocca: la facciata di Andrea Palma (1728-1753) tra il Palazzo del Senato e il Palazzo Arcivescovile. Foto di pjt56, Wikimedia Commons (CC BY-SA 3.0).

Il terremoto del 1693 e la ricostruzione barocca

L’11 gennaio 1693, alle 13:30, la seconda e più violenta scossa del terremoto del Val di Noto (magnitudo stimata 7,3, preceduta dalla scossa del 9 gennaio e seguita da maremoto) devastò la Sicilia sud-orientale. A Siracusa morirono circa quattromila persone su 15.339 abitanti, oltre un quarto della popolazione; secondo la relazione del vescovo Francesco Fortezza, dei sessantaquattro monasteri della diocesi solo tre rimasero intatti. In cattedrale crollarono la facciata normanna e il campanile, mentre si salvarono la struttura interna e le colonne del tempio di Atena; le fortificazioni appena rinnovate da Grunembergh furono gravemente danneggiate.

La ricostruzione diede a Ortigia il volto barocco attuale. Il cantiere simbolo è la facciata del Duomo: il concorso indetto dal vescovo Tommaso Marini fu vinto dall’architetto trapanese Andrea Palma, e i lavori si svolsero in due fasi, dal 1728 al 1731 e dal 1751 al 1753, con le cinque statue esterne scolpite da Ignazio Marabitti nel 1757. Attorno alla piazza Duomo presero forma la chiesa di Santa Lucia alla Badia, ricostruita tra il 1695 e il 1703 su progetto di Luciano Caracciolo, il Palazzo Beneventano del Bosco, acquistato nel 1778 dal barone Guglielmo Beneventano e ricostruito su progetto di Luciano Alì tra il 1779 e il 1788, e il Palazzo Borgia del Casale, ristrutturato nel 1760 sul preesistente palazzo aragonese degli Impellizzeri. Nella vicina piazza Corpaci fu ricostruita nei primi anni del Settecento la chiesa di San Francesco all’Immacolata, con la facciata convessa rielaborata da Luciano Alì; alla Giudecca sorse tra il 1706 e il 1742 la chiesa di San Filippo Apostolo.

Il Grand Tour

Tra Settecento e Ottocento Ortigia entrò negli itinerari del Grand Tour, quasi sempre con giudizi che contrapponevano la grandezza antica alla decadenza presente. Johann Hermann von Riedesel (1767) scrisse che nulla nella Siracusa attuale corrispondeva alle sue idee; lo scozzese Patrick Brydone (1770), autore di A Tour through Sicily and Malta, definì la città il luogo più desolato incontrato nel viaggio, pur descrivendo le fortificazioni di Ortigia come una piazzaforte quasi inespugnabile, e ironizzò sulle lavandaie della Fonte Aretusa. Seguirono Jean-Pierre Houël con le tavole del suo Voyage pittoresque (1782-1787), il naturalista polacco Michel-Jean de Borch, e nel 1778 Vivant Denon, che catalogò le rovine con il supporto di Saverio Landolina dopo ventotto giorni di quarantena nel porto. Goethe, contrariamente a una diffusa vulgata, non visitò mai Siracusa: nel 1787 la evitò, dissuaso dalle voci di pestilenza e dalle pagine di Riedesel. Nel 1804 arrivò l’architetto Karl Friedrich Schinkel; nel 1885 Guy de Maupassant dedicò alla Venere Landolina — la statua scoperta nel 1804 proprio da Landolina — le pagine celebri poi confluite in La vie errante.

Il 1837: colera, moti e declassamento

Nell’estate del 1837 il colera colpì duramente Siracusa e la popolazione credette a un avvelenamento ordinato dal governo borbonico. L’avvocato Mario Adorno guidò l’insurrezione sostenendo la tesi del colera «non asiatico, ma borbonico» e fece firmare al sindaco Emanuele Francica barone di Pancali un proclama di accusa al governo. La repressione del generale Del Carretto fu spietata: Adorno fu fucilato insieme al figlio Carmelo e ad altri condannati, e per punizione della «scelleratezza e ribellione» il capoluogo di provincia fu trasferito da Siracusa a Noto nell’agosto 1837. Nella parentesi rivoluzionaria del 1848 i siracusani ottennero brevemente la restituzione del capoluogo, revocata con la restaurazione borbonica.

Fotografia storica in bianco e nero della Porta Ligny di Siracusa, con il portale monumentale a colonne tortili delle fortificazioni spagnole

La Porta Ligny (1673), ingresso principale della piazzaforte spagnola, in una foto precedente alla demolizione del 1893. Immagine d’epoca di pubblico dominio.

L’Unità e l’abbattimento delle mura

Nell’estate del 1860 Siracusa passò ai garibaldini senza spargimento di sangue, e il plebiscito del 21 ottobre sancì l’annessione al Regno d’Italia. Il 20 marzo 1865, con la legge Lanza, il capoluogo di provincia tornò a Siracusa dopo ventotto anni. Tra il 1865 e il 1885 le fortificazioni furono demolite e i fossati interrati: dei tre fossati spagnoli rimase solo il canale della darsena. Tra il 1869 e il 1870 fu costruito il Ponte Umbertino, detto popolarmente «u Rettifilu», poi allargato tra il 1901 e il 1910; nel 1893, in attuazione del piano regolatore del 1890 dell’ingegner Pandolfo, caddero anche la Porta Ligny e la porta interna Reale o di Carlo V, insieme al bastione di Forte Vigliena. Sul fronte del Porto Grande, liberato dalle cortine, fu creato il Foro Vittorio Emanuele II, il passeggio della Marina, dove restano la Porta Marina — unica porta superstite del sistema difensivo — e la Fontana degli Schiavi, abbeveratoio cinquecentesco con gli stemmi delle famiglie nobili siracusane. Con la caduta delle mura la città poté finalmente espandersi sulla terraferma, dove dalla seconda metà dell’Ottocento crebbe la Borgata.

Storia contemporanea

La facciata monumentale in pietra calcarea del Palazzo delle Poste di Siracusa, sulla riva della Posta all'ingresso di Ortigia

Il Palazzo delle Poste di Francesco Fichera (1929-1930) sulla riva della Posta, oggi hotel Ortea Palace.

Il primo Novecento e gli sventramenti

All’inizio del XX secolo Ortigia contava circa ventimila abitanti. Il piano regolatore del 1885 prevedeva per l’isola la demolizione dei quartieri Graziella e Sperduta con due assi trasversali, parte mai attuata; nel 1891 l’ingegnere Luigi Mauceri pubblicò una proposta di risanamento igienico-edilizio dei quartieri medievali. Fu invece il Ventennio a incidere sul tessuto urbano: nel 1933 iniziò lo smantellamento del quartiere dei Bottari, con le sue case-bottega dei secoli XIII-XV, e nel 1936 fu completata la via del Littorio, oggi corso Matteotti, asse rettilineo da largo XXV Luglio a piazza Archimede che costò la demolizione di decine di abitazioni; gli sventramenti liberarono anche lo spazio attorno al Tempio di Apollo. All’ingresso dell’isola, sulla riva della Posta, era intanto sorto il Palazzo delle Poste, progettato dal catanese Francesco Fichera, completato nel 1929 e inaugurato il 4 maggio 1930, con la prima pietra posata da Vittorio Emanuele III alla presenza del sindaco Eduardo Di Giovanni; dal 2019 l’edificio ospita l’hotel cinque stelle Ortea Palace.

La guerra e i bombardamenti

Tra il febbraio 1941 e la fine della Seconda guerra mondiale su Siracusa si contarono 923 tra incursioni e allarmi aerei; la città disponeva di trentotto rifugi antiaerei, sedici dei quali a Ortigia, ricavati in cantine e cunicoli preesistenti — tra questi i sotterranei della chiesa di San Filippo Apostolo. La sera del 9 luglio 1943, nel quadro dell’operazione Husky, cinquantacinque bombardieri Wellington colpirono porto e aeroporto; l’VIII Armata britannica entrò in città la sera del 10 luglio 1943, e i porti di Siracusa e Augusta, presi quasi intatti, servirono allo sbarco di truppe e rifornimenti alleati.

Lo spopolamento

Nel dopoguerra lo sviluppo edilizio si concentrò nei quartieri nuovi a nord della città, mentre il polo industriale di Augusta-Priolo-Melilli attraeva i lavoratori fuori dal centro. Le case storiche, prive di riscaldamento, garage e ascensori, furono progressivamente abbandonate: dai circa ventimila abitanti di inizio secolo si passò ai dodicimila degli anni Settanta e ai quattromilacinquecento-cinquemila dei primi anni Duemila, con il terremoto del 13 dicembre 1990 ad aggravare l’esodo. A fine Novecento Ortigia appariva in stato di semi-abbandono.

La legge speciale e il recupero

La svolta normativa arrivò con la legge regionale 7 maggio 1976, n. 70, «Tutela dei centri storici e norme speciali per il quartiere Ortigia di Siracusa e per il centro storico di Agrigento», che anticipò di due anni la legislazione nazionale qualificando i centri storici come beni culturali, sociali ed economici da recuperare con il risanamento conservativo: previde un piano particolareggiato decennale, interventi d’urgenza sugli edifici monumentali, espropri, contributi ai privati e un Ufficio tecnico speciale per Ortigia, con uno stanziamento complessivo di 3.950 milioni di lire. Il Piano Particolareggiato di Ortigia, redatto nel 1985 da Giuseppe Pagnano e approvato dalla Regione nel 1990, ne fu lo strumento attuativo; su oltre duemila domande di contributo presentate tra il 1990 e il 2002 ne furono finanziate poco più di trecento. I «Fondi per Ortigia» regionali proseguono ancora oggi, con 1,4 milioni di euro nel 2023 e un milione nel 2024.

Tra il 1996 e il 2002 l’isola fu interessata dal programma europeo URBAN, con una dotazione di circa settanta miliardi di lire: nacquero il Polo dei Servizi Turistici nell’ex mercato coperto, la sede dell’Ufficio Centro Storico a palazzo Midiri-Cardona, le sistemazioni di largo Aretusa e del belvedere della Turba, il completamento della rete fognaria, circa novecento concessioni edilizie private e il «Codice di Pratica» del 1998 per materiali e tecniche di restauro.

Il riconoscimento UNESCO

Il 17 luglio 2005, nella 29ª sessione del Comitato del Patrimonio Mondiale riunita a Durban, il sito «Siracusa e le necropoli rupestri di Pantalica» fu iscritto nella World Heritage List come quarantesimo sito italiano (ref. 1200). Il sito si compone di due elementi: la Siracusa storica — Ortigia con il Tempio di Apollo e il tempio di Atena divenuto cattedrale, più l’area archeologica della Neapolis — e la necropoli di Pantalica con le sue oltre cinquemila tombe rupestri. I criteri di iscrizione riconoscono nell’insieme una testimonianza straordinaria delle culture mediterranee attraverso i secoli (ii), dello sviluppo della civiltà per oltre tre millenni (iii), un insieme architettonico che raggruppa aspetti greci, romani e barocchi (iv) e il legame diretto con eventi, idee e opere di rilevanza universale, da Pindaro a Eschilo ad Archimede (vi). Nel 2006 il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi scoprì in piazza Duomo la targa del riconoscimento.

Turismo, movida e nuove sfide

Il recupero edilizio e il riconoscimento UNESCO hanno trasformato Ortigia in una destinazione turistica internazionale: una ricerca Confcommercio la indicò nel 2018 come «il centro storico più vitale d’Italia», gli arrivi sono cresciuti del 47,4 per cento nel decennio 2010-2020 e le presenze hanno superato 1,2 milioni nel 2024. La crescita turistica ha però avuto costi sociali: la conversione massiccia delle case in locazioni brevi — un appartamento rende 95-110 euro a notte in alta stagione — ha espulso i ceti popolari e portato i residenti stabili a 3.889, un terzo rispetto a mezzo secolo fa; il fenomeno è raccontato dal documentario Non nel mio quartiere di Enrico Montalbano (2018) e contrastato dal comitato «Ortigia Cittadinanza Resistente», costituito nel 2024, che ha presentato al sindaco un esposto con 158 firme contro la mala movida. L’accesso veicolare è regolato da una ZTL con varchi attivi nei feriali dalle 11 alle 15:30 e dalle 17 alle 2, e nei festivi dalle 10 alle 2.

L’isola ha ospitato anche grandi eventi internazionali: il G8 Ambiente dell’aprile 2009 al Castello Maniace, da cui uscì la «Carta di Siracusa sulla biodiversità»; la sfilata Dolce & Gabbana del luglio 2022; l’incontro tra i presidenti Sergio Mattarella e Frank-Walter Steinmeier nel settembre 2023; il G7 Agricoltura e Pesca del settembre 2024, ancora al Maniace, con l’expo diffusa «DiviNazione» per le vie dell’isola. Sul fronte dei restauri, il lungomare di Levante è stato riqualificato su progetto dello studio Monestiroli con la nuova piazza di largo di Porta Marina, le scale dal Passeggio Adorno alla Marina e il solarium della Turba, mentre al Castello Maniace sono stati completati il restauro del cortile d’ingresso e del corpo di guardia. Il cinema continua a scegliere l’isola come set: da Malèna di Giuseppe Tornatore (2000), con piazza Duomo passerella di Monica Bellucci, a Indiana Jones e il quadrante del destino (2023), fino alle scene della serie Il Gattopardo.

Monumenti e luoghi notevoli

La Cattedrale

La Cattedrale metropolitana della Natività di Maria Santissima riassume da sola la stratificazione di Ortigia: tempio dorico di Atena del 480 a.C., basilica bizantina dal VII secolo, moschea dopo l’878, restituita al culto cristiano nel 1093 sotto Ruggero I, con la facciata barocca di Andrea Palma innalzata tra il 1728 e il 1753 al posto di quella normanna crollata nel 1693 e le statue di Ignazio Marabitti del 1757. All’interno si conservano la Santa Lucia di Antonello Gagini (1527), la Madonna col Bambino di Domenico Gagini e il simulacro argenteo di santa Lucia realizzato da Pietro Rizzo nel 1599, custodito nella cappella della santa. Tre cappelle hanno schede dedicate su Aretusapedia: la cappella della Madonna della Neve, con la statua di Antonello Gagini del 1512, la cappella del Santissimo Sacramento, costruita dai Vermexio con ciborio di Luigi Vanvitelli, e la cappella del Crocifisso, che custodisce le reliquie di san Marciano.

Piazza Duomo e i suoi palazzi

La piazza Duomo, ellittica e interamente rivestita di pietra bianca, è l’esito principale della ricostruzione settecentesca. Vi si affacciano il Palazzo del Senato di Giovanni Vermexio (1629-1633), oggi municipio, che custodisce nei sotterranei i resti dell’Artemision ionico; il Palazzo Beneventano del Bosco, ricostruito da Luciano Alì tra il 1779 e il 1788, che ospitò Nelson e Ferdinando III di Borbone; il Palazzo Arcivescovile, con nucleo svevo, il corpo seicentesco commissionato dal vescovo Torres e la Biblioteca Alagoniana fondata nel 1780 dal vescovo Alagona, che custodisce oltre settantamila volumi e ventuno codici manoscritti latini, greci e arabi, tra cui un evangeliario greco del 1125; il Palazzo Borgia del Casale, sistemato nel 1760 su un palazzo aragonese del 1396; la chiesa di Santa Lucia alla Badia, con la facciata a due ordini divisa dalla balconata in ferro battuto. Sotto la piazza si estende l’Ipogeo di piazza Duomo, la rete di gallerie che dal punto più alto dell’isola scende fino al Foro Italico, con l’antica latomia da cui fu cavata la pietra della cattedrale e la cisterna del vescovo Faraone: nel 1943 servì da rifugio antiaereo, e il percorso, riaperto al pubblico, ne espone le fotografie d’epoca.

Il Castello Maniace sulla punta di Ortigia, con le mura in pietra calcarea e le torri cilindriche circondate dal mare

Il Castello Maniace di Federico II (1232-1240 circa), sulla punta estrema dell’isola.

Il Castello Maniace

Sulla punta estrema dell’isola, il Castello Maniace di Federico II — descritto nei suoi caratteri costruttivi nella sezione sulla storia medievale — chiude Ortigia verso il mare aperto. Prende il nome dal generale bizantino che nel 1038-1040 riconquistò brevemente la città e che la tradizione vuole autore di un primo fortilizio sul sito. Residenza delle regine della Camera Reginale, poi prigione e piazzaforte, nel 1704 fu devastato dall’esplosione della polveriera colpita da un fulmine, che uccise trentatré soldati spagnoli. Smilitarizzato nel Novecento e restaurato, è oggi aperto alle visite e sede di grandi eventi, dal G8 Ambiente del 2009 al G7 Agricoltura del 2024.

Il bacino circolare della Fonte Aretusa con il folto papireto al centro e il mare del Porto Grande alle spalle

La Fonte Aretusa con il papireto, uno dei due soli nuclei spontanei di papiro d’Europa. Immagine da Wikimedia Commons.

La Fonte Aretusa

Sul lungomare del Porto Grande si apre la Fonte Aretusa, lo specchio d’acqua dolce a pelo di mare cantato da Pindaro, Ovidio, Virgilio e Cicerone e ripreso nei secoli da Milton, Pope, D’Annunzio e Quasimodo. Inglobata nelle fortificazioni di Carlo V nel 1540 e usata nel Cinquecento anche per la concia delle pelli, fu liberata e sistemata nella forma attuale a doppio anello nel 1847; nel 1798 Nelson vi fece rifornimento d’acqua prima della battaglia di Abukir. Il papireto che vi cresce è, con quello del Ciane, uno dei due soli nuclei spontanei d’Europa. Accanto alla fonte si trovano il ficus monumentale di largo Aretusa, la scultura bronzea di Alfeo e Aretusa di Biagio Poidomani (1992) e la Villetta Aretusa con il monumento a Carmelo Campisi.

Palazzi medievali e nobiliari

Il patrimonio civile di Ortigia allinea sette secoli di architettura residenziale. Al Duecento svevo risale il nucleo di Palazzo Bellomo, sede dal 1948 della Galleria Regionale con l’Annunciazione di Antonello da Messina (1474), le sculture di Francesco Laurana e dei Gagini e i sarcofagi dei governatori della Camera Reginale. Il Palazzo Montalto, in via dei Mergulensi, è datato dall’iscrizione del portale al 1397, con il prospetto gotico chiaramontano a trifora e bifora su colonnine tortili. Il Palazzo Migliaccio, presso la Fonte Aretusa, conserva il balcone quattrocentesco con la fascia a zig-zag bicroma di lava nera e calcare bianco; sopravvisse al terremoto del 1693. In piazza Archimede si fronteggiano il trecentesco Palazzo Lanza Bucceri e il quattrocentesco Palazzo Platamone o dell’Orologio, con scala catalana nel cortile e l’orologio in facciata dal 1882, a lungo sede della Banca d’Italia.

Lungo via della Maestranza e nelle vie limitrofe si susseguono il Palazzo Interlandi Pizzuti, il Palazzo Impellizzeri dal cornicione con trentadue mascheroni, il Palazzo Bonanno con la loggia ad arcate nel cortile, il rococò Palazzo Bongiovanni (1772), restaurato nel 2019, e il Palazzo Mezio-Blanco. In corso Matteotti 29, il Palazzo Greco, di origine due-trecentesca, è dal Novecento la sede dell’Istituto Nazionale del Dramma Antico, con l’archivio storico e il Museo del Dramma Antico. Tra piazza Archimede e piazza Duomo si conserva il palazzo trecentesco detto della Camera Reginale, con portone gotico e bassorilievo di san Michele Arcangelo. Alla memoria popolare appartengono infine la Casa dei tre tocchi e la Casa del Pianto, ruderi e dimore legati alle leggende dell’isola.

Le chiese

Oltre alla Cattedrale, l’isola conta decine di chiese. La più antica per tradizione è la chiesa di San Pietro Apostolo alla Graziella, la cui fondazione è fatta risalire al 326 sotto il vescovo Germano: aula paleocristiana stratificata fino al barocco, riaperta al culto nell’aprile 2021. La chiesa di San Martino, di fondazione altomedievale e struttura in gran parte normanna, ha portale catalano-aragonese e rosone ricostruito nei restauri di primo Novecento. Il Seicento e il Settecento hanno lasciato la chiesa di San Benedetto, con la Morte di San Benedetto del caravaggesco Mario Minniti, oggi parrocchia ortodossa romena; la chiesa del Collegio dei Gesuiti, la più grande chiesa barocca dell’isola, iniziata nel 1635 su progetto attribuito a Giovanni Vermexio e proseguita da Pompeo Picherali e Rosario Gagliardi; la chiesa dello Spirito Santo sul lungomare di Levante, eretta dal 1727 da Picherali con la facciata bianca a tre ordini; la chiesa di San Paolo Apostolo accanto al Tempio di Apollo. Completano il quadro la chiesa di San Cristoforo, la chiesa di Santa Maria della Concezione, la chiesa di Gesù e Maria, la chiesa di San Filippo Neri, l’ex chiesa di Sant’Anna e, alla Giudecca, San Filippo Apostolo e San Giovannello.

La Fontana di Diana in piazza Archimede, con la statua della dea e i gruppi di tritoni, davanti al palazzo dell'Orologio

La Fontana di Diana di Giulio Moschetti (1906-1907) in piazza Archimede. Immagine da Wikimedia Commons.

Piazza Archimede e la Fontana di Diana

Piazza Archimede nacque dallo sventramento seguito all’incendio della chiesa di Sant’Andrea (10 marzo 1868): demolite Sant’Andrea e San Giacomo, la piazza assunse l’assetto attuale tra il 1872 e il 1878. Al centro si erge la Fontana di Diana, commissionata nel 1906 dal Consiglio comunale a Giulio Moschetti e compiuta in dieci mesi con la collaborazione del figlio Mario: alta 5,12 metri e realizzata in cemento armato, raffigura Diana con arco e cane e, ai suoi piedi, Aretusa in trasformazione e Alfeo attonito, circondati da tritoni su cavalli marini. Il monumento bronzeo ad Archimede, opera di Pietro Marchese, si trova invece dal 2016 sul rivellino del Ponte Umbertino, su un basamento che riproduce lo Stomachion.

L'arco in pietra della Porta Marina visto da via Savoia, con i dehors del Foro Vittorio Emanuele II sullo sfondo

La Porta Marina, unica porta urbica superstite delle fortificazioni di Ortigia. Foto di Giovanni Dall’Orto, 2008, Wikimedia Commons.

Mura, porte e lungomari

Del sistema difensivo resta anzitutto la Porta Marina, arco a tutto sesto sormontato da un’edicola merlata di gusto gotico-catalano: un’iscrizione ne data la costruzione al 1599 sotto Filippo III, ma lo stile dell’edicola rimanda al Quattrocento. Il Foro Vittorio Emanuele II, la passeggiata alberata della Marina realizzata dopo l’Unità sul fronte occidentale delle mura, allinea la Fontana degli Schiavi e il monumento a Giuseppe Garibaldi; nell’area verde di Porta Marina si trova il Monumento ai Caduti del Mare, riqualificato e reinaugurato nell’aprile 2025. Sopra la Marina si distende il Passeggio Adorno, la terrazza panoramica ricavata nel 1865-1866 sui bastioni spagnoli per iniziativa del sindaco Gaetano Adorno. Sul versante opposto, il lungomare di Levante corre dal Forte Vigliena al forte San Giovannello, il fortilizio superstite che difendeva il tratto centrale della costa orientale.

Mercati e teatri

Accanto al Tempio di Apollo sorge l’Antico Mercato di via Trento, costruito tra il 1899 e il 1900 sul modello del Mercato delle Vettovaglie di Livorno, con il portico di ventiquattro arcate e la corte con fontana: funzionò da mercato principale fino alla fine degli anni Ottanta, quando le attività passarono al mercato all’aperto di via Emmanuele De Benedictis, e dopo il restauro del 1997-2000 di Emanuele Fidone è divenuto spazio per eventi e sede del Polo dei Servizi Turistici. Il Teatro Comunale, oggi Teatro Massimo Città di Siracusa, progettato da Giuseppe Damiani Almeyda e inaugurato il 15 maggio 1897 con il Faust di Gounod, chiuse nel 1962 ed è tornato agli spettacoli il 26 dicembre 2016 dopo un lungo restauro. Raccontano infine la devozione popolare le edicole votive disseminate nei vicoli: Ortigia ne conserva decine, censite una a una su Aretusapedia.

I rioni storici

La tradizione locale individua nove quartieri storici di Ortigia: Graziella, Bottari, Spirduta, Duomo, Turba, Mastrarua, Giudecca, Maestranza e Maniace, cui si aggiungono contrade e toponimi minori come Cannamela, Gancia, Resalibera e Marina, e il quartiere Umbertino sorto a fine Ottocento sulla terraferma oltre il ponte. Ogni rione ospitava corporazioni di mestiere — ferrari, ortolani, tavernari, vasellari, cordari — spesso riunite in confraternite. Aretusapedia classifica i luoghi dell’isola secondo questa geografia storica.

Un vicolo stretto di Ortigia con case in pietra, balconi e panni stesi, la via Raffaele Lanza

Via Raffaele Lanza, uno dei vicoli del tessuto minuto di Ortigia.

Graziella

Il rione dei pescatori occupa il settore nord-orientale dell’isola, presso il Porto Piccolo. Il nome viene dalla devozione alla Madonna delle Grazie, protettrice dei pescatori: al centro del rione, a largo alla Graziella, si trovava l’edicola votiva dell’immagine davanti alla quale i pescatori si raccoglievano prima di prendere il mare; oggi ne resta la nicchia vuota in pietra. Le vie di riferimento — via Mirabella, via Dione, via Vittorio Veneto, via delle Grazie — sono costellate di icone mariane, come l’edicola della Madonna delle Lacrime dipinta da Salvatore Accolla in via Dione. L’impianto urbanistico, con strade strette «a labirinto», cortili e vicoli chiusi, è di forte impronta araba e ha una funzione bioclimatica di mitigazione di caldo e venti. Verso il mare di levante insistevano il carcere borbonico e il forte San Giovannello.

Giudecca

Il quartiere ebraico medievale, descritto nella sezione storica, si estende nel settore sud-orientale lungo via della Giudecca — la platea judeorum — e via Alagona, tra via della Maestranza e via Larga. Le piccole abitazioni a sviluppo interno «a catena» ne fanno un tessuto affine a quello della Turba; il terremoto del 1693 cancellò gran parte dell’edilizia originaria, ma il reticolo viario e i due bagni rituali sotterranei conservano la memoria della comunità.

Duomo

Il rione del Duomo, delimitato dalle vie Amalfitania, Roma e Capodieci e dalla passeggiata Aretusa, è il centro urbanistico, religioso e civile dell’isola: coincide con l’antica acropoli greca e ruota attorno a piazza Duomo, spazio che nei secoli ha ospitato celebrazioni, mercato e ospedale, con il suo intreccio di architettura nobiliare e religiosa.

Maestranza

Il rione si distende lungo via della Maestranza, l’asse est-ovest che da piazza Archimede scende verso il mare di levante. Il nome viene dalle maestranze, le corporazioni artigiane che vi prosperavano grazie al mercato portuale. Nel 1437 la regina Maria di Castiglia decretò leggi di esproprio per trasformare le vecchie case-bottega in palazzi nobiliari, e nel Seicento la via divenne la residenza più ambita dell’aristocrazia; dopo il 1693 fu ricostruita in tardobarocco e rococò inglobando resti medievali e rinascimentali, come mostrano i palazzi Zappata-Gargallo, Spagna, Ardizzone, Landolina-Bonanno, Romeo-Bufardeci, Danieli-Rizza e Impellizzeri. Una scheda del Catalogo dei Beni Culturali riferisce che nel medioevo la via era detta Mastrarua, «via maestra» catalana, denominazione che la maggioranza delle fonti locali riserva invece all’attuale via Vittorio Veneto: le due tradizioni coesistono. Nelle vicinanze si apre la piazzetta dei Cavalieri di Malta, con la caratteristica pavimentazione a losanghe.

Mastrarua

La Mastrarua per antonomasia è l’attuale via Vittorio Veneto, l’arteria principale d’accesso alla città prima degli sventramenti post-unitari e fascisti, tra le prime strade lastricate di Ortigia (1795). In origine parte del comparto della Graziella, si differenziò in età spagnola accogliendo l’élite borghese e nobiliare: vi si susseguono il Palazzo Blanco, il Palazzo Mezio-Blanco con il portale su mensole a grifone, la Casa Russo, il Palazzo Bongiovanni e la chiesa di San Filippo Neri, in una sequenza di strutture catalane e barocche ammirata dai viaggiatori di fine Settecento.

Turba

Rione popolare a est del Duomo, tra San Domenico e lo Spirito Santo, oggi noto anche come Capodieci dalla via omonima. L’etimologia del nome non è documentata; il richiamo al latino turba, la folla, resta un’ipotesi. Le abitazioni modeste, addossate ai muraglioni seicenteschi voluti dal vescovo Giovanni Antonio Capobianco, hanno uno sviluppo interno «a catena» simile a quello della Giudecca. La devozione a santa Lucia è particolarmente radicata: l’edicola votiva di via Roma 125, documentata dal 1757 e mantenuta storicamente dagli abitanti, è la tappa davanti alla quale il simulacro argenteo sosta per la benedizione durante le processioni di maggio.

Spirduta

Rione medievale attorno a via dei Mergulensi, tra Bottari, Graziella, Mastrarua e Maestranza. Il nome viene dal siciliano spirdìrisi, perdersi: la leggenda eponima racconta di una bambina di sei anni, bionda e con gli occhi azzurri, sbarcata da una nave con i genitori e smarritasi nei vicoli; la nave ripartì senza di lei e la piccola, accolta da Cuncittina, moglie di un pescatore senza figli, divenne «a Spirduta» che diede nome al quartiere. Una versione alternativa lega invece il toponimo a una concessione al barone Filippo Montalto dopo la morte della regina Costanza d’Aragona. Anche qui il tessuto è di matrice islamica, con ronchi e cortili; con la Camera Reginale i nobili ottennero la facoltà di demolire per costruire dimore signorili, e nella Spirduta sorsero il Palazzo Mergulense-Macciotta — l’attuale Palazzo Montalto — e il Palazzo Gargallo in gotico catalano, dimora della famiglia del poeta Tommaso Gargallo.

Bottari

Il rione degli artigiani occupava il settore nord-occidentale, tra corso Matteotti, via del Collegio, la Marina e via Savoia. Il nome viene dai bottai, i mastri costruttori di botti concentrati nell’odierna via Cavour, già via dei Bottari, legati al commercio vinicolo; le vie storiche comprendono via Pace, via Amalfitania, via Gemmellaro, via dei Candelai e via dei Cordari. L’impianto urbanistico greco «per stringas» ospitava case a doppia funzione, bottega al piano terra e abitazione sopra. Prospero nel Quattrocento come emporio portuale e colpito dal terremoto del 1693, il rione fu in gran parte demolito dal 1933 per aprire la via del Littorio, l’attuale corso Matteotti.

Castello (Maniace)

La punta meridionale dell’isola, «u Casteddu» nella parlata popolare, ruota attorno al Castello Maniace e mantenne un accesso di fatto militare fino al Novecento; oggi vi si arriva da piazza Federico II di Svevia, capolinea del Lungomare Alfeo. Nelle sue vie interne, come via Salomone con l’edicola della Madonna delle Grazie, sono in corso interventi di rifacimento di pavimentazioni e sottoservizi con i Fondi per Ortigia.

Contrade e toponimi minori

La Cannamela è la piccola contrada settecentesca presso piazza San Giuseppe, nell’area della Giudecca, dove le botteghe lavoravano la canna da zucchero, detta appunto «cannamela» perché la sua dolcezza ricordava il miele. La Gancia, tra via e largo della Gancia nella zona nord dell’isola, rimanda con il suo nome alle «grange», i possedimenti urbani dipendenti da monasteri e abbazie; una nuova piazzetta vi è in programma con i Fondi per Ortigia. Resalibera sopravvive nello stradario come via della zona nord-orientale, di documentazione incerta. La Marina è infine il fronte sul Porto Grande: comprende la banchina alberata del 1836, il Passeggio creato nel 1865 dal sindaco Gaetano Adorno con la demolizione del bastione del Collegio e l’area dell’attuale Foro Vittorio Emanuele II, aperta dall’abbattimento delle mura avviato nel 1870.

Vie e lungomari

Gli assi principali dell’isola disegnano la sua storia: via Roma, che la taglia da nord a sud con preesistenze cinquecentesche inglobate in età post-unitaria; corso Matteotti, l’ex via del Littorio del 1936, da piazza Pancali a piazza Archimede; via Cavour, l’antica via dei Bottari, verso piazza Duomo; via Dione, la parallela interna che delimita la Spirduta e attraversa la Graziella; via della Maestranza verso il belvedere di levante; via Vittorio Veneto, la Mastrarua, sul fronte orientale. Il perimetro costiero è percorso dal Lungomare Alfeo — la prosecuzione pedonale del passeggio Aretusa, da largo Aretusa a piazza Federico II di Svevia — e dal lungomare di Levante intitolato a Elio Vittorini, oggetto della riqualificazione che sta completando il percorso perimetrale dell’isola.

Tradizioni, eventi e cultura

Il simulacro argenteo di santa Lucia portato a spalla in piazza Duomo davanti alla Cattedrale, tra la folla dei fedeli

Il simulacro argenteo di santa Lucia esce dalla Cattedrale il 13 dicembre 2024.

La festa di Santa Lucia

Ortigia è il punto di partenza della festa più sentita della città, quella di santa Lucia, martire siracusana del 304 e patrona di Siracusa. Il 13 dicembre, dopo il pontificale in Cattedrale, il simulacro argenteo esce in piazza Duomo nel primo pomeriggio, portato a spalla da quarantotto devoti con il tradizionale berretto verde: il corteo attraversa il passeggio Aretusa, costeggia il Porto Grande ed esce dall’isola verso la basilica di Santa Lucia al Sepolcro, alla Borgata, dove giunge in serata; l’ottava del 20 dicembre riporta la santa in Cattedrale, con lo spettacolo pirotecnico al Ponte Umbertino. La sera della vigilia si distribuisce la cuccìa, il grano bollito, e per tradizione il 13 dicembre i siracusani non mangiano pane né pasta.

Il simulacro, commissionato dal Senato cittadino nel 1588 e portato a termine dall’orafo palermitano Pietro Rizzo nel 1599 dopo undici anni di lavoro, è alto 1,57 metri in argento massiccio, con gli smalti a rendere l’incarnato del volto e delle mani; il viceré Bernardino de Cárdenas lo definì «l’opera più bella che esista in Italia». Nel petto è incastonata una reliquia della santa donata nel 1605, mentre il corpo di santa Lucia, trafugato da Giorgio Maniace nel 1040, riposa a Venezia. Statua e cassa reliquiaria seicentesca, con le formelle del martirio e le aquile coronate di Siracusa, raggiungono insieme i 3,70 metri.

Il Patrocinio di maggio

La prima domenica di maggio si celebra la festa del Patrocinio, popolarmente «Santa Lucia delle Quaglie». L’origine risale al maggio 1646: durante la carestia, mentre i fedeli erano in preghiera in Cattedrale, secondo la tradizione una quaglia — una colomba in altre versioni — entrò in chiesa, e poco dopo giunse notizia dell’arrivo in porto di navi cariche di grano; il Senato fece voto di una festa annuale di ringraziamento. Oggi il simulacro esce a mezzogiorno per una breve processione fino a Santa Lucia alla Badia, con il «volo delle quaglie» realizzato liberando colombe; l’ottava, la seconda domenica, percorre l’isola e rientra in Cattedrale, con la sosta per la benedizione davanti all’edicola di via Roma 125 nel rione Turba.

La festa dell’Immacolata

La festa dell’Immacolata ruota attorno alla chiesa di San Francesco all’Immacolata. I festeggiamenti si aprono all’alba del 29 novembre con la «Svelata»: alla formula «…e ora Maria svelaci il tuo volto!» il velo bianco scivola dal simulacro. La notte dell’8 dicembre la banda percorre le vie di Ortigia dalle 3 alle 5 del mattino — la «Nuttata» o «Atturna» — svegliando gli abitanti con marce festose; in giornata il fercolo, portato dai confrati con il berretto azzurro, tocca piazza Duomo e la Marina, dove la festa si chiude con i fuochi d’artificio.

Natale e Capodanno

A dicembre piazza Duomo si veste degli allestimenti natalizi — memorabile l’Albero Tortile AL.TO del Natale 2014 — tra luminarie, mercatini e concerti in Cattedrale. Dal 2013, con alcune interruzioni, i fondali davanti a riva Forte Gallo, presso il Ponte Umbertino, ospitano il Presepe Sommerso «Città di Siracusa», allestito dai volontari della protezione civile: ventuno statue illuminate di notte, visibili gratuitamente dall’8 dicembre al 6 gennaio. Il Capodanno si festeggia in piazza Duomo con il concerto di San Silvestro ad accesso libero.

Bancarelle di frutta, verdura e agrumi sotto gli ombrelloni del mercato quotidiano di Ortigia

Il mercato quotidiano di via De Benedictis, «uno dei più bei mercati del Mediterraneo» secondo il Gambero Rosso. Foto di Giovanni Dall’Orto, 2014, Wikimedia Commons.

Il mercato

Il mercato di Ortigia si svolge ogni mattina, domenica esclusa, lungo via Emmanuele De Benedictis e le strade limitrofe, alle spalle del Tempio di Apollo: pesce, agrumi e ortaggi delle campagne, ricotta e formaggi, tra le voci dei banditori — l’«abbanniata». Il Gambero Rosso lo ha definito «uno dei più bei mercati del Mediterraneo». Erede diretto delle funzioni dell’Antico Mercato coperto, attivo fino alla fine degli anni Ottanta, è anche un luogo di ristorazione popolare: il Caseificio Borderi, la cui famiglia commercia in zona dal 1930, è celebre per i panini farciti al momento. Il mercato compare già in Conversazione in Sicilia di Elio Vittorini.

L’Opera dei Pupi

La tradizione siracusana dell’Opera dei Pupi — proclamata dall’UNESCO Capolavoro del patrimonio orale e immateriale dell’umanità nel 2001 e iscritta nel 2008 nella lista del patrimonio culturale immateriale — risale al puparo Ernesto Puzzo, nella cui bottega si formò Rosario «Saro» Vaccaro, pasticcere che negli anni Cinquanta costruì i primi pupi in una bottega al vicolo dell’Ulivo. Il 5 luglio 1978, nella chiesa di San Giovannello alla Giudecca, i fratelli Vaccaro misero in scena i loro pupi per la prima volta, a trent’anni dall’ultimo spettacolo di Puzzo. Dal 1999 la Compagnia dei pupari Vaccaro-Mauceri gestisce il Piccolo Teatro dei Pupi in via della Giudecca, con oltre centoquaranta pupi costruiti nei propri laboratori, e ha creato il Museo Aretuseo dei Pupi, presentato come primo museo monotematico dedicato al teatro dei pupi in Italia.

Il papiro

La manifattura della carta di papiro nacque a Siracusa con Saverio Landolina, che dal 1780 studiò la pianta del Ciane e nel 1781 produsse i primi fogli seguendo la descrizione di Plinio; l’attività proseguì per generazioni e fu ripresa a inizio Novecento dalla famiglia Naro. A Ortigia sopravvivono botteghe artigiane che producono ancora manualmente carta di papiro dipinta, e dal 2014 l’ex convento seicentesco di Sant’Agostino in via Nizza ospita il Museo del Papiro «Corrado Basile», aperto al pubblico nel 1989 e gestito dall’Istituto Internazionale del Papiro.

Festival ed eventi

Le Feste Archimedee, nate nel 2012 da un’idea del pediatra Carlo Gilistro, uniscono arte e scienza con un congresso internazionale di pediatria e un festival dedicato al genio giovanile, culminato nel 2026 nella partita di scacchi viventi in piazza Duomo. L’Ortigia Film Festival, fondato nel 2009 e diretto da Lisa Romano, porta il cinema nelle piazze del centro storico e all’Arena Minerva. L’Ortigia Sound System, festival di musica elettronica nato nel 2014 con i celebri boat party nel Porto Grande, ha chiuso nel 2024 la sua stagione tra le accuse di mancati pagamenti agli artisti ed è rinato nel 2025, con nuova proprietà, come «Ortigia Music». Il Castello Maniace ospita aperture serali, mostre e concerti; il Teatro Massimo Città di Siracusa ha ripreso la sua programmazione dal 2016.

Gastronomia

La cucina identitaria dell’isola è marinara. La matalotta — dal francese matelote — è la zuppa di pesce alla siracusana, con la lampuga come pesce d’elezione; le puppetti ‘i muccu sono le polpettine di neonata di pesce; i moscardini bolliti e in insalata aprono gli antipasti di mare, e al mercato si vendono fritti gli «scopolaricchi», misto di calamaretti, seppioline e moscardini. Alla tavola rituale appartiene la cuccìa di Santa Lucia. Tra le insegne storiche, la Trattoria Archimede di via Gemmellaro serve dal 1938, gestita dalla stessa famiglia da quattro generazioni.

Ortigia nella letteratura

L’isola attraversa la letteratura di ogni epoca, dalla Nemea prima di Pindaro alle Verrine di Cicerone. Lo scrittore contemporaneo più legato a Ortigia è Elio Vittorini, nato alla Mastrarua il 23 luglio 1908: al romanzo postumo Le città del mondo e a Conversazione in Sicilia è dedicato il Parco Letterario «Elio Vittorini», inaugurato nel 2003, che si snoda in gran parte su Ortigia con il percorso «Viaggio sentimentale — Il garofano rosso»: la vecchia stazione marittima, il Tempio di Apollo, la chiesa di San Paolo, la Mastrarua, il liceo Gargallo ambiente del Garofano rosso, l’Antico Mercato di Conversazione in Sicilia, piazza Duomo.

Accessibilità

L’accessibilità di Ortigia manca di una pianificazione organica: Siracusa non ha ancora un PEBA (Piano per l’Eliminazione delle Barriere Architettoniche) approvato, obbligatorio per i Comuni dal 1986; il Consiglio comunale ne ha avviato l’iter solo nel febbraio 2024 e il responsabile del procedimento è stato nominato a fine 2025. Gli interventi realizzati sono quasi tutti finanziati da soggetti esterni al bilancio comunale.

La mappa tattile in Braille della planimetria della Cattedrale di Siracusa, montata su leggio all'interno del Duomo

La mappa tattile in Braille della Cattedrale, realizzata nel 2019: l’unica mappa tattile monumentale certa di Ortigia.

Accessibilità motoria

I marciapiedi dell’isola sono quasi ovunque privi di scivoli o dotati di scivoli non a norma, con pendenze oltre i limiti di legge e gradini residui che li rendono inutilizzabili in autonomia; la pavimentazione in basole presenta tratti sconnessi, e le rampe del Ponte Umbertino sono state descritte da una turista in carrozzina come proibitive per la pendenza. Nel luglio 2024 i paletti e le catene installati all’imbocco del ponte Santa Lucia contro i motocicli hanno reso il varco quasi impraticabile per carrozzine e passeggini. Tra i punti a favore: piazza Duomo è in piano, con pavimentazione regolare e servizi igienici a norma; la Cattedrale si visita entrando dalla rampa del cortile dell’Arcivescovado; Santa Lucia alla Badia ha una rampa; Palazzo Bellomo dispone di ascensore; l’Antico Mercato ha uno scivolo in corten e legno; il Castello Maniace ha un percorso con rampe al piano terra, su pavimentazione però irregolare in alcuni tratti. Le chiese di San Paolo e San Filippo Apostolo hanno gradini senza percorso alternativo. I titolari di contrassegno CUDE accedono alla ZTL comunicando la targa entro 48 ore; nel luglio 2024 è stato attivato un minibus elettrico sul periplo dell’isola, in servizio h24 con dieci fermate, e navette gratuite serali collegano i parcheggi Talete, Von Platen ed Elorina. Sul mare, il progetto comunale Siracusa Mare per Tutti offre postazioni gratuite con sedia Job allo Sbarcadero Santa Lucia e alla spiaggetta della Fonte Aretusa, mentre il solarium di Forte Vigliena è su pedane in legno; Cala Rossa, raggiungibile solo da scalinata, non è accessibile in autonomia.

Accessibilità visiva

Il primo percorso tattile pavimentale cittadino risale al 2007 ed è oggi discontinuo e mal mantenuto, con i dehors dei locali che interrompono i tracciati; non risultano mappe tattili urbane, e piazza Duomo è valutata non accessibile per le persone con disabilità visiva dalle schede di Sicilia Accessibile. L’unica mappa tattile monumentale certa è quella in Braille all’interno della Cattedrale, realizzata nel 2019; per la Fonte Aretusa le fonti divergono sulla presenza di una dotazione tattile dedicata al mito di Alfeo e Aretusa. L’illuminazione agli ingressi dell’isola è scarsa e frammentaria, con difficoltà di orientamento per le persone ipovedenti; a largo Aretusa sono stati installati paletti antintrusione non rilevabili con il bastone bianco. Alla Galleria di Palazzo Bellomo è attivo dal maggio 2025 «Vis in Musa», percorso permanente con riproduzioni tattili e dispositivi audio-narrativi di prossimità curato dall’Università di Catania.

Accessibilità uditiva

Siracusa ospita il primo progetto siciliano di itinerari turistici in LIS: dieci percorsi tra Siracusa e Noto che comprendono la Cattedrale, il Castello Maniace e Santa Lucia alla Badia, promossi dal Comune con FIABA, Italia Nostra e l’ENS. La sezione provinciale dell’Ente Nazionale Sordi organizza visite guidate in LIS al centro storico di Ortigia con guide abilitate e interpreti, e una visita alla «casa divina» di piazza Duomo ha superato i quaranta partecipanti della comunità sorda locale. Mancano invece sistemi informativi visivi o sottotitolati stabili nei monumenti.

Accessibilità cognitiva

Non esistono percorsi semplificati, guide in linguaggio facile da leggere o segnaletica ad alta comprensibilità dedicati al centro storico. La struttura urbana a labirinto dei rioni può disorientare; la navetta circolare con fermate fisse e la pedonalizzazione di piazza Pancali e via Trento semplificano però gli spostamenti lungo percorsi prevedibili.

Suggerimenti

Le priorità segnalate da cittadini e associazioni negli ultimi anni: approvazione del PEBA con censimento delle barriere, adeguamento di scivoli e attraversamenti agli ingressi dell’isola, ripristino e manutenzione dei percorsi tattili, mappe tattili urbane almeno in piazza Duomo e ai varchi, illuminazione adeguata agli accessi, un registro pubblico delle strutture ricettive realmente accessibili e la rimozione dei varchi-barriera come quello del ponte Santa Lucia. Se ne occupano, tra gli altri, il progetto Abbattiamo le Barriere e le associazioni delle persone con disabilità del territorio.

Fonti

  • Tucidide. La guerra del Peloponneso, libri VI-VII (fondazione di Siracusa; assedio ateniese). Edizione Manzi 1832 su Aretusapedia.
  • Cicerone, Marco Tullio. Verrine (Actio secunda, libri IV-V), 70 a.C. (descrizione dell’Insula, templi, Fonte Aretusa, spoliazioni di Verre).
  • Pindaro. Nemea I; Ovidio, Metamorfosi V; Virgilio, Eneide III, vv. 692-696; Pausania, Periegesi V, 7 (mito di Aretusa, oracolo di Archia). Consulta online.
  • Diodoro Siculo. Bibliotheca historica, libri XIII-XIV (Dionisio I, fortificazione di Ortigia); Livio, Ab Urbe condita, XXIV-XXV (assedio romano); Plutarco, Vite parallele (Timoleonte, Marcello, Dione).
  • Mirabella e Alagona, Vincenzo. Dichiarazioni della pianta delle antiche Siracuse. Napoli, 1613. Scheda e testo integrale su Aretusapedia.
  • Bonanni e Colonna, Giacomo. Delle antiche Siracuse. 1624. Scheda su Aretusapedia.
  • Brydone, Patrick. A Tour through Sicily and Malta. Londra, 1773. Scheda su Aretusapedia.
  • Capodieci, Giuseppe Maria. Antichi monumenti di Siracusa. Siracusa, 1813. Scheda su Aretusapedia.
  • Privitera, Serafino. Storia di Siracusa antica e moderna. Napoli, 1879.
  • Cavallari, Francesco Saverio; Holm, Adolf. Topografia archeologica di Siracusa. Palermo, 1883. Scheda su Aretusapedia.
  • Favara, Angelo. Siracusa nella sua grandezza del passato. 1905. Scheda su Aretusapedia.
  • Trigilia, Lucia. Siracusa. Distruzioni e trasformazioni urbane dal 1693 al 1942. Roma, 1985.
  • Dufour, Liliane; Raymond, Henri. Siracusa tra due secoli. Le metamorfosi dello spazio 1600-1695. Arnaldo Lombardi Editore, Palermo, 1992.
  • Adorno, Salvatore. La produzione di uno spazio urbano. Siracusa tra Ottocento e Novecento. Marsilio, Venezia, 2004.
  • Di Natale, Maria Concetta. «Santa Lucia a Siracusa». Università di Palermo. Consulta online.
  • «Gli interi colonnati». Un’ipotesi per l’iscrizione dell’Apollonion di Siracusa. Annuario della Scuola Archeologica di Atene, vol. 98, 2020, pp. 102-126. Consulta online.
  • Treccani. Enciclopedia dell’Arte Medievale, voce «Siracusa». Consulta online.
  • Treccani. Dizionario Biografico degli Italiani, voci «Alamanno da Costa», «Eleonora d’Angiò», «Adorno, Mario». Consulta online.
  • UNESCO World Heritage Centre. «Syracuse and the Rocky Necropolis of Pantalica» (ref. 1200, 2005). Consulta online.
  • Ministero della Cultura — Ufficio UNESCO. «Siracusa e le necropoli rupestri di Pantalica». Consulta online.
  • Regione Siciliana. Legge regionale 7 maggio 1976, n. 70, «Tutela dei centri storici e norme speciali per il quartiere Ortigia di Siracusa e per il centro storico di Agrigento». Consulta online.
  • Comune di Siracusa. Schede «Luoghi» (Isola di Ortigia, Ponte Umbertino, Artemision, Porta urbica, Foro Vittorio Emanuele II, Antico Mercato, Palazzo Greco, Chiesa di San Giovannello, Lungomare di Levante) e «Piano Particolareggiato di Ortigia». Consulta online.
  • Wikipedia (it). Voci «Isola di Ortigia», «Ortigia (mitologia)», «Origini di Siracusa», «Siracusa (città antica)», «Tempio di Apollo (Siracusa)», «Duomo di Siracusa», «Tempio di Atena (Siracusa)», «Fonte Aretusa», «Castello Maniace», «Camera Reginale», «Comunità ebraica di Siracusa», «Assedio di Siracusa (878)», «Storia di Siracusa in età spagnola», «Terremoto del Val di Noto del 1693», «Grand Tour a Siracusa», «Fontana di Diana», «Antico Mercato», «Festa di santa Lucia (Siracusa)», «Santa Lucia (Pietro Rizzo)». Consulta online.
  • Siracusa Turismo (Provincia regionale). Schede «Cosa vedere»: Artemision, Bagno ebraico, Porta Marina, Marina e Foro Vittorio Emanuele II, Solarium Forte Vigliena, Palazzo Migliaccio. Consulta online.
  • Visit Jewish Italy — Fondazione Beni Culturali Ebraici in Italia. «La giudecca di Siracusa»; «Ritual bath at Casa Bianca». Consulta online.
  • Museo del Papiro «Corrado Basile» — Istituto Internazionale del Papiro. «Storia della manifattura della carta di papiro a Siracusa». Consulta online.
  • Fondazione INDA — Istituto Nazionale del Dramma Antico. «La Fondazione» e pagine su Palazzo Greco. Consulta online.
  • Compagnia dei pupari Vaccaro-Mauceri. «Il Teatro dei Pupi di Siracusa» e «Museo Aretuseo dei Pupi». Consulta online.
  • Catalogo generale dei Beni Culturali (MiC). «Il tardo barocco nella Sicilia sud-orientale»: schede su via della Maestranza, Santa Lucia alla Badia, Palazzo Impellizzeri. Consulta online.
  • Touring Club Italiano. Schede «La Graziella», «La Marina e il passeggio Adorno», «Lungomare di Levante». Consulta online.
  • Balarm. «È uno dei nove quartieri di Ortigia» (rione Bottari); «Il suo nome lo deve a una bimba scomparsa: la Spirduta»; «Il bagno ebraico più antico d’Europa è a Ortigia». Consulta online.
  • Siracusa News. «Dal Rettifilu al Ponte Umbertino»; «’A Spirduta: il quartiere più misterioso»; «Siracusa e le barriere architettoniche, la denuncia di un cittadino ipovedente» (10 marzo 2025). Consulta online.
  • BlogSicilia. «Ortigia senza abitanti: come il turismo ha svuotato il cuore di Siracusa», 15 marzo 2026. Consulta online.
  • La Civetta di Minerva. «Siracusa, 40 anni di barriere, quartieri al buio e nessun piano», 10 maggio 2026. Consulta online.
  • The Italian Academy. «The Graziella Neighborhood». Consulta online.
  • Parco Letterario Elio Vittorini. Percorso «Viaggio sentimentale — Il garofano rosso». Consulta online.
  • Sicilia Accessibile — Fondazione Amato onlus. Schede «Piazza Duomo» e «Fonte Aretusa». Consulta online.
  • Village For All. «Siracusa accessibile in 3 giorni — itinerari accessibili per tutti». Consulta online.

Voci correlate

Scheda aggiunta da Alessandro Calabrò il 19 luglio 2026.

⭐ Recensioni

Carico le recensioni…

📷 Foto della community

Carico le foto…

Da non perdere a Siracusa

Le voci più cercate di Aretusapedia.

Tabella dei Contenuti

Indirizzo
Isola di Ortigia, Siracusa — accesso dal Ponte Umbertino, dal Ponte Santa Lucia e dal ponte ciclopedonale.
Quartiere / Zona
Epoca / Secolo
Abitata dal Neolitico; fondazione greca 734-733 a.C.; assetto barocco dopo il 1693 (XVIII secolo).
Accessibilità
🦽 Motoria – Piazza Duomo in piano, ma scivoli scarsi, basole sconnesse e varchi critici ai ponti
👁️ Visiva – Percorsi tattili discontinui, nessuna mappa urbana; mappa Braille solo in Cattedrale
👂 Uditiva – Visite guidate in LIS con l’ENS; mancano supporti stabili nei monumenti
🧠 Cognitiva – Nessun percorso semplificato; vicoli labirintici, utile la navetta circolare
Orari o note pratiche

ZTL: feriali 11:00-15:30 e 17:00-02:00; domeniche e festivi 10:00-02:00. Titolari CUDE ammessi comunicando la targa entro 48 ore (numero verde 800 632328).

Parcheggi: Talete (sull’isola) e Molo Sant’Antonio; navette serali gratuite dai parcheggi Von Platen, Elorina e Talete.

Navetta elettrica h24 sul periplo di Ortigia, dieci fermate, attesa massima 10-20 minuti.

Il Duomo e i principali monumenti hanno orari propri: consultare le rispettive schede.