Duomo di Siracusa

Cattedrale metropolitana della Natività di Maria Santissima, sede dell’arcidiocesi di Siracusa. Nata dall’inglobamento del tempio dorico di Atena del V secolo a.C., di cui conserva in piedi le colonne del peristilio dentro i muri, è dal 2005 parte del sito UNESCO Siracusa e le necropoli rupestri di Pantalica.
Aggiornato in data 11 Settembre 2026 da Alessandro Calabrò

Duomo di Siracusa

Il Duomo di Siracusa, ufficialmente Cattedrale metropolitana della Natività di Maria Santissima, è la chiesa cattedrale dell’arcidiocesi di Siracusa e sorge sul lato orientale di Piazza Duomo, nel punto più alto dell’isola di Ortigia, a 16,6 metri sul livello del mare. L’edificio ingloba nelle proprie murature un tempio dorico periptero del V secolo a.C., il santuario di Atena, l’Athenaion che Cicerone descrive nelle Verrine. Nove colonne del fianco meridionale sporgono per metà dalla parete della navata destra; sul fianco settentrionale, verso Piazza Minerva, colonne e stilobate si vedono dall’esterno, in parte nascosti dal muro di rinforzo eretto dopo il terremoto del 1542.Il tempio sorse su un’area sacra frequentata almeno dall’VIII secolo a.C., dove dalla prima metà del VI secolo stava un tempietto in antis, smantellato e sepolto sotto un vasto livellamento. Era un periptero esastilo di 6 per 14 colonne, con stilobate di circa 22 per 55 metri e coronamento in marmo pario. La tradizione più diffusa lo attribuisce al tiranno Gelone e lo data al 480 a.C., come ringraziamento per la vittoria di Imera sui Cartaginesi. Nessuna fonte antica lo dice: Diodoro Siculo attribuisce al bottino di Imera i templi di Demetra e Kore e il tripode d’oro di Delfi, e non nomina Atena. Lo stesso Paolo Orsi, che vi scavò fra il 1912 e il 1917, collocava l’edificio fra il 474 e il 460 a.C. e lo assegnava ai Dinomenidi, «dopo le grandi vittorie di Imera e di Cuma»; la ricerca più recente, sui materiali sigillati dalla colmata di fondazione, sostiene che il cantiere non poté aprirsi prima del 478 a.C. e ne riferisce l’avvio a Ierone. La questione resta aperta.La conversione in chiesa cristiana è tradizionalmente attribuita al vescovo Zosimo e collocata nel VII secolo, ma la fonte agiografica su cui la tradizione poggia dice altro. La Vita S. Zosimi racconta che Zosimo fu ordinato presbitero di una chiesa già dedicata alla Vergine dal vescovo Giovanni, documentato fra il 595 e il 603, e che da vescovo la rinnovò e la ridedicò (renovavit, dedicavit); il tempio pagano non vi compare mai. La letteratura specialistica anticipa quindi la conversione alla metà del VI secolo, mentre il Catalogo generale dei Beni Culturali adotta la formula «fra il VI e il VII secolo»; la Vita non identifica esplicitamente la chiesa della Vergine con l’Athenaion, e questo collegamento richiede un confronto distinto con la documentazione archeologica e monumentale. I lavori rovesciarono l’orientamento, tamponarono gli intercolumni e tagliarono otto arcate per lato nei muri della cella, ricavando le navate laterali nell’ambulacro del peristilio.La presa araba del 21 maggio 878 portò al saccheggio della cattedrale, spogliata di cinquemila libbre di metalli preziosi. L’affermazione corrente che l’edificio sia stato allora trasformato in moschea non trova conferma nelle fonti primarie superstiti qui esaminate, arabe o cristiane; il saccheggio e l’incendio della città dopo due mesi non permettono, da soli, di stabilire gli usi successivi della cattedrale; gli studi qui esaminati non identificano nel Duomo elementi archeologici che ne attestino la destinazione a moschea, e le iscrizioni arabe note dal 1624 stanno sul tempio di Apollo. Dopo la resa ai Normanni dell’ottobre 1085 e la ricostituzione della diocesi nel 1093, il sisma del 1169 aprì il cantiere della sopraelevazione della navata centrale e delle quattordici finestre strombate, attribuito al vescovo Riccardo Palmer. Il terremoto dell’11 gennaio 1693 abbatté la facciata, la torre campanaria e parte della copertura; il prospetto attuale fu costruito fra il 1728 e il 1753 dai vescovi Tommaso Marini e Francesco Testa, su un disegno scelto per concorso di cui i documenti non nominano l’autore.Il Duomo rientra nel sito seriale «Siracusa e le necropoli rupestri di Pantalica», iscritto nella Lista del Patrimonio Mondiale UNESCO il 15 luglio 2005; le coordinate depositate per l’intero bene sono quelle di Piazza Duomo. Il dossier di candidatura italiano definisce la cattedrale, in traduzione dall’inglese, «un manuale vivente e completo di storia dell’architettura». Ne fa un caso quasi isolato al mondo la combinazione fra la conservazione del tempio greco e la continuità dell’uso liturgico: l’edificio ospita tuttora la parrocchia e la cattedra dell’arcivescovo Francesco Lomanto. Orsi, il 9 gennaio 1927, alla riapertura dopo i restauri, osservò che di molte cattedrali si dice che sorgano sulle rovine di templi pagani, e aggiunse: «nessuna, che io ricordi, si è installata ed è rimasta per secoli entro un tempio greco, contribuendo così al suo salvataggio» (Riaprendosi la Cattedrale di Siracusa, in «La Siciliana», 1927, p. 21).
Disambiguazione. Questa scheda riguarda l’edificio della cattedrale. Lo spazio urbano antistante ha una scheda propria, Piazza Duomo di Siracusa, e va tenuto distinto sia da Piazza Minerva, l’invaso contiguo che corre lungo il fianco settentrionale della chiesa, sia dal sito archeologico del tempio di Atena, che costituisce l’ossatura della cattedrale stessa e va cercato dentro di essa. Al civico 5 della stessa piazza si affacciano gli altri edifici del complesso episcopale, addossati al fianco meridionale del Duomo: il Palazzo Arcivescovile, il Seminario, la Biblioteca Alagoniana, l’Archivio Storico Diocesano e il Museo Diocesano, che non fanno parte della chiesa. Il civico 4 è il Palazzo del Senato, oggi sede del Comune. Hanno schede autonome anche le tre cappelle interne, Cappella del Santissimo Sacramento, Cappella del Crocifisso e Cappella della Madonna della Neve. Il Duomo va infine distinto dalle altre grandi chiese cittadine con cui è spesso confuso, in particolare il Santuario della Madonna delle Lacrime e la Basilica Santuario di Santa Lucia al Sepolcro.
ArcheologiaDuomo di Siracusa
La facciata barocca del Duomo di Siracusa vista di scorcio, con le colonne, il timpano e la statua di san PaoloLa facciata settecentesca su progetto attribuito ad Andrea Palma
DenominazioneCattedrale metropolitana della Natività di Maria Santissima; comunemente Duomo di Siracusa. Il nucleo antico è noto come Athenaion o tempio di Atena.
TitoloChiesa cattedrale metropolitana e sede parrocchiale (Parrocchia Cattedrale Natività di Maria SS.ma)
IndirizzoPiazza Duomo 5, 96100 Siracusa, isola di Ortigia (la scheda del Comune di Siracusa indica il civico 3)
DiocesiArcidiocesi metropolitana di Siracusa; arcivescovo Francesco Lomanto dal 2020 (elenco dei vescovi di Siracusa)
Stile architettonico
  • Dorico: tempio greco del V secolo a.C.
  • Bizantino: conversione in basilica a tre navate
  • Normanno: sopraelevazione della navata centrale e finestre strombate, dopo il 1169
  • Tardobarocco: facciata, presbiterio e cappelle, dopo il 1693
Epoca del tempioV secolo a.C. Datazioni proposte: 480/470 a.C. con attribuzione a Gelone (tradizione storiografica prevalente dal 1932); 474-460 a.C. e attribuzione generica ai Dinomenidi (Paolo Orsi, 1918); avvio del cantiere dopo il 478 a.C. e attribuzione a Ierone, con completamento dopo la caduta della tirannide nel 466 (ricerca recente). Fasi precedenti: area sacra dall’VIII secolo a.C.; tempio arcaico in antis del VI secolo.
Conversione in chiesaMetà del VI secolo secondo la letteratura specialistica; VII secolo, con il vescovo Zosimo, secondo la tradizione corrente; «fra il VI e il VII secolo» secondo il Catalogo generale dei Beni Culturali
Facciata1728-1753, con iscrizione commemorativa datata 1754. Committenti: i vescovi Tommaso Marini (avvio) e Francesco Testa (compimento); capomastro Giuseppe Ferrara. Il disegno fu scelto per concorso fra il 1727 e il 1728 e i documenti non ne nominano l’autore; l’attribuzione ad Andrea Palma, corrente dal 1938, è respinta dalla storiografia specialistica. Statue di Ignazio Marabitti. Il campanile previsto dal progetto settecentesco non fu eseguito; l’attuale cella campanaria risale al 1925.
DimensioniTempio: stilobate di circa 22 per 55 metri (56 secondo altre fonti); peristilio di 6 per 14 colonne, 36 in tutto; fusti di 1,90-2 metri di diametro e fra 8 e 8,60 metri di altezza, con 20 scanalature. Edificio attuale: circa 85 metri di lunghezza e circa 21,7 metri di larghezza sul filo della facciata. Il confronto delle misure richiede il riferimento alle tavole e ai punti rilevati, fra cui quelli pubblicati nel volume Rilievi di Cattedrale Siracusa. Cronache di un restauro, a cura di Mariella Muti (2009).
Riconoscimento UNESCODal 15 luglio 2005 nel sito seriale «Siracusa e le necropoli rupestri di Pantalica» (n. 1200), criteri (ii), (iii), (iv) e (vi), decisione 29 COM 8B.41 della 29ª sessione del Comitato del Patrimonio Mondiale (Durban). Il Duomo ricade nella zona nucleo della componente di Ortigia.
Coordinate37° 03′ 34″ N, 15° 17′ 35″ E (coordinate di riferimento dell’intero bene UNESCO n. 1200, depositate per Piazza Duomo)

Il tempio di Atena

Sotto la cattedrale, e per gran parte dentro le sue stesse murature, sopravvive un tempio dorico periptero costruito nel V secolo a.C. sul punto più alto dell’isola di Ortigia, a 16,6 metri sul livello del mare. L’area, fra l’odierna piazza Duomo e via Roma, a nord della fonte Aretusa e a sud del tempio di Apollo, coincide con l’acropoli della città greca e con il suo santuario centrale, in uso dall’età del Bronzo a oggi. Paolo Orsi, che vi condusse gli scavi decisivi fra il 1910 e il 1917, definì il complesso un «prezioso volume palinsesto».L’identificazione con l’Athenaion, discussa nell’Ottocento da chi vi riconosceva piuttosto il tempio di Diana, è oggi largamente accolta; restano proposte minoritarie che assegnano il tempio ad Artemide.

Le fasi precedenti

Sotto i livelli greci gli scavi hanno raggiunto strati protostorici delle facies di Castelluccio e di Thapsos. Il culto è documentato dall’VIII secolo a.C. da un altare messo in luce da Orsi, che nei taccuini del 14-15 gennaio 1913 ne riassunse la storia:
«Io vedo tre fasi successive cultuali ed architettoniche: a) quella del pilastro, cippo ad altare monolito, centrale isolato (VIII secolo); b) poi stroncato e circondato di un muro di pietre da taglio regolare (VII-VI secolo); c) infine sopraelevato colle metope ed i triglifi (V secolo)».
La continuità cultuale ininterrotta, cara allo scavatore, resta però una sua ricostruzione, e Giulio Amara, riesaminando i depositi votivi, mostra che la sequenza dell’altare è più problematica di come venne presentata.Il predecessore diretto del grande periptero è un tempietto in calcare arenario che Orsi chiamò «presunto tempio arcaico» e che gli studi recenti indicano come tempio A, emerso dalle campagne di piazza Minerva (1910-1914) e dal saggio nel cortile dell’Arcivescovado (1917). Ne restano le fondazioni, un capitello dorico, frammenti di colonne scanalate, tegole e terrecotte dipinte; era un edificio aptero, distilo in antis con pronao, in opera isodoma, con colonne sotto i quattro metri. Orsi lo giudicò «dei tempi del buon arcaismo, ma non arcaicissimo» e lo collocò fra il 550 e il 500, mentre Amara ne alza la cronologia al 580-550 sulla base del profilo del capitello, confrontato con l’Apollonion di Ortigia e con il tempio Y di Selinunte.Il tempio A fu smantellato prima che il periptero venisse impiantato, e sopra i suoi resti si stese una colmata di grosso pietrame chiusa dal cantiere del nuovo edificio. Va corretta, per contro, la versione tradizionale che vorrebbe Gelone intento ad abbandonare il cantiere del tempio ionico incompiuto, l’Artemision, per dedicarsi all’Athenaion: le fondazioni della peristasi ionica tagliano la canalizzazione detta cloaca dell’Athenaion, sicché sono posteriori al tempio dorico e vengono collocate fra la fine del V e l’inizio del IV secolo a.C.

La data e il committente: una questione aperta

La versione corrente, ripetuta dalle schede istituzionali e dalla divulgazione, attribuisce il tempio al tiranno Gelone e lo lega alla vittoria riportata sui Cartaginesi a Imera nel 480 a.C.; l’attribuzione nasce da una convergenza costruita in età moderna e non trova appoggio nelle fonti antiche. Diodoro Siculo, la fonte principale sul dopo Imera, dice che Gelone destinò la parte migliore del bottino a ornare «i templi di Siracusa», al plurale e senza nominare Atena, e che il trattato di pace imponeva ai vinti di costruire due templi; quando indica che cosa il tiranno edificò con le spoglie, nomina altre divinità:
«Dopo questo episodio Gelone costruì con le spoglie notevoli templi a Demetra e Kore, e fatto un tripode d’oro del valore di sedici talenti lo dedicò nel recinto sacro di Delfi come offerta di ringraziamento ad Apollo».
Il passo (Diodoro, Biblioteca storica, XI, 26, 7) è qui tradotto dalla versione inglese di Charles H. Oldfather. Il santuario individuato in piazza della Vittoria durante gli scavi per il Santuario della Madonna delle Lacrime è stato collegato da Giuseppe Voza ai templi di Demetra e Kore ricordati da Diodoro. Questa localizzazione dipende dalla ricostruzione archeologica e topografica: il passo XI, 26, 7 nomina le due dee, senza fissare la posizione dei loro templi nella città.Il dibattito moderno ha attraversato posizioni distanti.
  • Il duca di Serradifalco, nel volume IV delle Antichità della Sicilia (1840), ricava la data da un frammento del libro VIII di Diodoro su un Agatocle, distinto dall’omonimo tiranno più tardo, incaricato della fabbrica del tempio e punito dai Geomori: poiché i Geomori governarono prima di Gelone, ne conclude una datazione arcaica, «fra il 596 ed il 495 av. G. C.». Sulla stessa linea Francesco Saverio Cavallari e Adolf Holm, nel 1883, riconoscono in quegli avanzi «l’arte del sesto secolo av. Cr. e non quella dei tempi dei Dinomenidi».
  • Robert Koldewey e Otto Puchstein, nel 1899, vi leggono invece un monumento della caduta della tirannide dinomenide, e lo datano fra il 466 e il 440.
  • Orsi, nella relazione del 1918, osserva che il materiale sotto la grande colmata non scende oltre il 470 circa e attribuisce il tempio «per opera della casa dei Dinomenidi, dopo le grandi vittorie di Imera e di Cuma, entro un lasso di tempo, che con una certa latitudine porremo tra 474 e 460». Lo scavatore, dunque, evitò sia la data del 480 sia il nome di Gelone.
  • La datazione al 480-470 con committenza geloniana si afferma con Giovanni Pugliese Carratelli nel 1932 ed è poi sostenuta, fra gli altri, da Michel Gras, Nicola Luraghi e Dieter Mertens: una posizione di studiosi di primo piano.
  • La revisione più recente, dovuta ad Amara fra il 2020 e il 2023, muove dalla stratigrafia: il deposito L del cortile dell’Arcivescovado, sigillato dalla colmata sotto il nuovo tempio, è composto in larga parte da frammenti di anfore panatenaiche a figure nere, undici dei quali attribuiti al Pittore di Eucharides, ceramografo ateniese attivo fra il 500 e il 475 a.C.: quei frammenti fissano un termine dopo il quale la colmata si formò e il cantiere prese avvio, ragionevolmente le Grandi Panatenee del 478. La conclusione è netta, «non sussiste alcuna evidenza materiale o storiografica per ricondurre il momento della sua progettazione a Gelone o alla commemorazione della sua vittoria», e l’avvio dei lavori va ascritto a Ierone, secondo dei Dinomenidi, con completamento dopo la caduta della tirannide nel 466.
Amara stesso segnala un elemento contrario, un frammento ateniese da un deposito di circa il 450 a.C.; repliche nel merito non risultano, e la questione resta aperta.All’origine della lettura geloniana sta una somiglianza impressionante: il tempio dorico della città bassa di Imera, detto della Vittoria, misura 55,91 × 22,45 metri ed è un periptero esastilo con quattordici colonne sui lati lunghi, quasi lo stesso progetto dell’Athenaion. La corrispondenza sostiene il confronto cronologico fra i due cantieri e l’ipotesi di una circolazione di modelli e maestranze, mentre data e committente restano da stabilire per altra via.

Pianta, orientamento e misure

L’edificio è un periptero esastilo, con sei colonne sui lati brevi e quattordici sui lati lunghi, per un totale di trentasei colonne nella peristasi. Serradifalco, che le contò una per una, lo dice «di quel genere che addimandasi exastilo periptero con trentasei colonne all’intorno, oltre a quattro di minor diametro nel pronao e nel postico»: il conteggio combacia con lo schema 6 × 14, mentre uno schema 6 × 13 darebbe trentaquattro sostegni. La lezione «tredici colonne sui lati lunghi», diffusa in rete, è quasi certamente un errore, perché anche gli interassi ricavati dalle misure ottocentesche tornano solo con tredici campate.Il peristilio racchiudeva una cella preceduta da pronao e chiusa da opistodomo, entrambi distili in antis, cioè con due colonne fra le ante. La cella con i muri misurava 47 palmi e 4 once, poco più della metà della larghezza del tempio, e le colonne del pronao, di 6 palmi e 9 once di diametro, erano più sottili di quelle esterne. Il tutto poggiava su tre gradini, e già nel 1840 quello inferiore risultava sepolto. L’orientamento è a oriente, «secondo l’uso geratico, esposto a’ quattro punti cardinali», con un azimut misurato di 92 gradi.Sulle misure convivono due tradizioni distinte. Serradifalco misurò l’edificio in palmi siciliani dalla fronte del gradino superiore e registrò per lo stilobate una lunghezza di 218 palmi e 2 once e una larghezza di 86 palmi e 6 once, osservando che la seconda «risponde a quasi due quinti della prima». Nelle sintesi divulgative ricorrono le misure di circa 22 × 55 metri, con rapporto di 2:5. La conversione dei palmi dà circa 22,3 metri di larghezza e circa 56,2-56,3 metri di lunghezza: lo scarto rispetto ai 55 metri richiede il confronto dei punti di misura e delle tavole, comprese quelle del volume Rilievi di Cattedrale Siracusa. Cronache di un restauro, a cura di Mariella Muti (2009). Il monumento ha alle spalle una lunga tradizione di rilievi locali, da Vincenzo Mirabella, che nel Seicento lo misurò in palmi siracusani seguendo Vitruvio, all’architetto britannico Charles Robert Cockerell, che lo rilevò nell’inverno 1812-1813, come riferisce Giuseppe Maria Capodieci.

Colonne, capitelli e trabeazione

Le colonne della peristasi hanno venti scanalature e una rastremazione marcata: Serradifalco registra un diametro di 7 palmi e 9 once e un sommoscapo di 5 palmi, 9 once e 6 linee, «e quindi la rastremazione è quasi di ¼», con un’altezza compreso il capitello di 33 palmi e 3 once. In metri il diametro si aggira sui 2 metri, con stime fra 1,90 e 1,92; per l’altezza si oscilla fra gli 8 metri delle schede comunali, i circa 8,6 metri della conversione dei palmi e gli 8,71 metri dei portali turistici, privi di fonte. Le descrizioni dell’entasi divergono: Mirabella negava la presenza di una gonfiatura nel mezzo, mentre le schede odierne la descrivono come accentuata e altre descrizioni divulgative come lieve. Per risolvere la divergenza occorre confrontare i profili delle colonne nei rilievi pubblicati con i criteri e le descrizioni degli autori.I capitelli sono a due collarini, con echino espanso e appiattito, e Serradifalco li avvicina ai templi A e C dell’acropoli di Selinunte e a quelli di Giunone Lucina e dei Dioscuri ad Agrigento. Gli stessi capitelli espansi e i fusti compatti vengono giudicati ora tratti di arcaicità, ora piena osservanza dei canoni classici. Gli intercolunni misurano in media 8 palmi, 5 once e 3 linee, e quelli d’angolo sono più stretti per regolare la distribuzione dei triglifi, secondo la contrazione angolare canonica.Della trabeazione si conservavano nel 1840 l’architrave, alto 6 palmi, 3 once e 4 linee, e il fregio a triglifi e metope, alto 5 palmi e 5 once, mentre la cornice era già perduta: nella tavola VIII di Serradifalco, che restituisce il prospetto completo, cornice, frontespizio e statua di Minerva clipeata sono aggiunte per analogia, come l’autore dichiara.La Minerva con lo scudo deriva da una notizia di Ateneo, che citando Polemone racconta come i naviganti in partenza gettassero in mare una coppa di offerte quando «lo scudo sul tempio di Atena» spariva alla vista (traduzione dalla versione inglese di Charles B. Gulick). La fonte antica dice questo e nulla di più: lo scudo di rame dorato sul frontone, tale da fare del tempio una sorta di faro, discende da Tommaso Fazello nel Cinquecento, e la sua attribuzione a Cicerone è priva di riscontro.

Materiali e tecnica costruttiva

L’edificio impiega calcari locali, originariamente rivestiti da un sottile strato di stucco; il campione del crepidoma analizzato da Angela Baldanza, Giuseppe Sabatino e Marcella Di Bella è un calcare a grana fine, o micrite, con caratteristiche diverse dalla calcarenite dei templi di Apollo e di Zeus. Fanno eccezione la copertura e gli elementi di coronamento, in marmo: tegole, sime, acroteri e gocciolatoi a testa di leone, in parte conservati al Museo Archeologico Regionale Paolo Orsi. L’impiego del marmo pario in un edificio per il resto interamente locale è uno degli argomenti a favore di una datazione più bassa di quella geloniana, perché presuppone mezzi e rotte che si addicono alla Siracusa di Ierone; a Imera le gronde leonine sono in calcare dipinto.Orsi osservò che i Greci incassarono le fondazioni dentro il calcare oolitico di Ortigia, penetrandovi «per ben 70 cm.», soluzione che lega l’edificio alla roccia dell’acropoli e spiega in parte la sua tenuta attraverso i terremoti; nei saggi antistanti i cavi intercettò tracce di estrazione e riconobbe nelle fondazioni blocchi reimpiegati.La provenienza della pietra rimane indimostrata. Orsi oscillò fra il calcare cavato a Ortigia e i massi del Plemmirio, sulla sponda meridionale del Porto Grande, e la bibliografia ha poi ripetuto la seconda ipotesi con più sicurezza di quanta ne autorizzino i dati. Maria Amalia Mastelloni, che ha riesaminato le cave siracusane, conclude che «non essendosi trovati frammenti di blocchi isodomi e di colonne nelle predette cave, il rapporto tra tracce in cava e blocchi usati nei monumenti non può essere considerato assodato». Che si cavasse pietra proprio lì è però certo: sotto l’attuale piazza Duomo si aprivano, raccoglie Orsi, «ampie grotte al coperto, fatte allo scopo di trarne l’eccellente calcare».

Che cosa se ne vede oggi

La trasformazione del tempio in chiesa, attribuita al vescovo Zosimo, ne ha garantito la sopravvivenza: quella circostanza, scrive Serradifalco, «benché ne abbia molto alterate le forme, è appunto quella a cui dobbiamo la conservazione degli ammirandi ruderi, che tuttavia ne rimangono». Il tamponamento degli intercolunni, l’apertura di otto arcate per lato nei muri della cella e l’inversione dell’orientamento hanno prodotto la situazione attuale: chi entra dalla facciata barocca entra dal retro del tempio greco, e le colonne dell’opistodomo si ritrovano nella controfacciata.I conteggi delle colonne superstiti divergono. Serradifalco nel 1840 ne registrava ventidue, «cioè 9 nel lato meridionale, e 13 nel settentrionale, compresa quella dell’angolo, e la vicina del lato posteriore», mentre le descrizioni correnti parlano di nove colonne più le due prospicienti la cella. I due numeri riguardano insiemi diversi: il nove coincide con il fianco meridionale del conteggio ottocentesco, quello delle colonne aggettanti nella navatella destra.Sul lato sud le colonne sporgono per metà dalla parete e lasciano distinguere tutti gli elementi del capitello dorico; nella navata nord si leggono i capitelli espansi e i fusti compatti; in controfacciata le colonne dell’opistodomo sono in ottime condizioni, e all’esterno quella d’angolo dell’antica facciata è interamente in vista, staccata dalla parete. Stilobate e fusti visibili all’aperto sono collocati dalla letteratura archeologica sul lato settentrionale, verso piazza Minerva, e da parte della pubblicistica locale sul lato meridionale. Il 28 settembre 2023 l’Arcidiocesi ha annunciato il ritrovamento, durante lavori in un deposito della cattedrale, di un lacerto del crepidoma meridionale, oggetto di un progetto di valorizzazione con la Soprintendenza.La leggibilità attuale del tempio è in buona misura un prodotto del Novecento. Nella prima metà del Settecento l’interno era stato rivestito integralmente di stucco, rimosso con il cantiere avviato nel 1912 sotto il vescovo Luigi Bignami e proseguito da Giacomo Carabelli dal settembre 1922, che liberò le colonne doriche da altari e arredi e si chiuse con la riapertura solenne del 9 gennaio 1927. Vale qui l’avvertenza di Mastelloni: i pesanti interventi di rimozione delle superfetazioni romane, medievali e moderne condizionano ciò che oggi si legge. Anche il momento in cui le colonne tornarono visibili è discusso: una guida messinese ottocentesca lo attribuiva al terremoto del 1693, una lettera erudita del 1823 al sisma del 1542.Fuori dall’edificio le fasi tornano leggibili nel selciato della piazza, dove le linee di piombo nero riproducono i perimetri emersi dalle indagini dirette da Giuseppe Voza nelle campagne del 1992-1993 e del 1996-1998. Vi si distinguono l’impronta dell’oikos arcaico di fine VIII e inizio VII secolo a.C. e quella del successivo edificio sacro che ne inglobò le fondazioni. Le fondazioni del tempio ionico incompiuto si trovano nell’area del Palazzo Senatorio.

Il tempio nelle fonti antiche

La documentazione letteraria antica sull’Athenaion di Ortigia è esile e concentrata in due autori: l’edificio e i suoi arredi sono descritti nel quarto libro dell’Actio secunda in Verrem di Cicerone, composta per il processo del 70 a.C. contro Gaio Verre, propretore di Sicilia dal 73 al 71 a.C.; lo scudo visibile dal mare compare in un solo passo di Ateneo di Naucrati, che cita un’opera perduta di Polemone di Ilio. Diodoro, Livio, Plutarco e Strabone servono al contesto o fanno da controllo negativo. Le traduzioni qui riportate sono condotte sugli originali.

Cicerone e la topografia di Ortigia

L’identificazione topografica moderna si fonda su Verrine II 4, 118:
«In ea sunt aedes sacrae complures, sed duae quae longe ceteris antecellant, Dianae, et altera, quae fuit ante istius adventum ornatissima, Minervae.»
Tradotto dal latino: «In essa vi sono parecchi edifici sacri, ma due che superano di gran lunga gli altri: quello di Diana e l’altro, che prima dell’arrivo di costui era ricchissimo di ornamenti, di Minerva». Lo stesso paragrafo ricorda in Ortigia la casa del re Ierone II e, all’estremità dell’isola, la sorgente Aretusa.L’equazione corrente riconosce nel tempio dorico inglobato nella cattedrale quello di Minerva, cioè di Atena, e nel tempio ionico incompiuto sotto il Palazzo Senatorio, intuito da Paolo Orsi e individuato nel 1960 da Gino Vinicio Gentili, quello di Diana. Restano però posizioni divergenti: una linea minoritaria assegna ad Artemide anche il tempio dorico, altri riconoscono nel tempio di Diana l’Apollonion arcaico, cioè il Tempio di Apollo.

Il ciclo pittorico di Agatocle

Il passo capitale è Verrine II 4, 122, che contrappone Marco Claudio Marcello, vincitore nel 212 a.C., a Verre:
«Aedis Minervae est in Insula, de qua ante dixi; quam Marcellus non attigit, quam plenam atque ornatam reliquit […] Pugna erat equestris Agathocli regis in tabulis picta praeclare; iis autem tabulis interiores templi parietes vestiebantur.»
Tradotto dal latino: «Il tempio di Minerva è nell’Isola, di cui ho parlato prima: quello che Marcello non toccò, che lasciò pieno e ornato […] C’era una battaglia equestre del re Agatocle, dipinta magnificamente su tavole; e di quelle tavole erano rivestite le pareti interne del tempio». Nulla a Siracusa si riteneva più degno d’essere visto di quel ciclo; Verre portò via tutte le tavole, che erano tabulae lignee affini ai pinakes greci e quindi staccabili, e lasciò le pareti «nude e deturpate».Due precisazioni, perché la vulgata si è allontanata dal testo. Cicerone non nomina mai i Cartaginesi: l’integrazione «battaglia di Agatocle contro i Cartaginesi», diffusissima nella divulgazione, è una congettura moderna. E Agatocle è detto rex, titolo assunto alla fine del IV secolo a.C. sul modello dei Diadochi (Diodoro, XX, 54, 1): il ciclo è posteriore di circa due secoli al tempio dorico, o Cicerone ne applica retrospettivamente la titolatura, e in entrambi i casi resta estraneo all’età dei Dinomenidi.

Le ventisette tavole dei re e dei tiranni

Il paragrafo successivo, II 4, 123, aggiunge un secondo nucleo figurativo, introdotto da praeterea («inoltre»):
«Viginti et septem praeterea tabulas pulcherrime pictas ex eadem aede sustulit, in quibus erant imagines Siciliae regum ac tyrannorum, quae non solum pictorum artificio delectabant, sed etiam commemoratione hominum et cognitione formarum.»
Tradotto dal latino: «Inoltre portò via dallo stesso tempio ventisette tavole dipinte in modo bellissimo, nelle quali erano le immagini dei re e dei tiranni della Sicilia, che dilettavano per la maestria dei pittori e insieme per il ricordo di quegli uomini e per la conoscenza dei loro volti».Il latino dice Siciliae regum ac tyrannorum, cioè dell’intera isola: la formulazione corrente «i ventisette re e tiranni di Siracusa» restringe indebitamente il dato, perché poteva comprendere anche dinasti di Gela e di Agrigento. Il doppio valore riconosciuto alle tavole, estetico e insieme documentario, ne fa una delle testimonianze più esplicite su una galleria di ritratti storici dentro un tempio greco d’Occidente; nessuna fonte dice però chi fossero i personaggi e a quando risalissero.

Le porte d’oro e d’avorio

Verrine II 4, 124 è dedicato ai battenti del portale, le valvae, e chiama a testimoni i giudici che a Siracusa le avevano viste:
«Confirmare hoc liquido, iudices, possum, valvas magnificentiores, ex auro atque ebore perfectiores, nullas umquam ullo in templo fuisse. Incredibile dictu est quam multi Graeci de harum valvarum pulchritudine scriptum reliquerint. […] Gorgonis os pulcherrimum cinctum anguibus revellit atque abstulit.»
Tradotto dal latino: «Posso affermarlo con piena chiarezza, giudici: porte più magnifiche, più perfettamente lavorate in oro e avorio, non ne esistettero mai in nessun tempio. È incredibile a dirsi quanti scrittori greci abbiano lasciato pagine sulla bellezza di queste porte. […] Divelse e portò via un bellissimo volto di Gorgone cinto di serpenti». Verre fece staccare le scene figurate in avorio e le bullae aureae, le borchie d’oro «molte e pesanti» di cui lo attraeva il peso più della lavorazione, e «lasciò porte tali che, mentre un tempo servivano soprattutto a ornare il tempio, ora sembrano fatte soltanto per chiuderlo».Il latino ha ex auro atque ebore, oro e avorio: la traduzione «porte d’oro e d’argento», che circola in rete, è un errore. Resta capitale l’informazione che moltissimi autori greci avevano scritto su quelle porte: nessuno di quei testi ci è giunto.Una traccia amministrativa resta in Verrine II 4, 140: i Siracusani esibiscono i registri dell’aerarium sanctius, dove era annotato, con i nomi dei custodi, quanto mancava dal tempio di Minerva, da quello di Giove e da quello di Libero. Il bilancio è nella perorazione finale, II 5, 184: Verre portò via «tutto tranne il tetto e le pareti» (omnia praeter tectum et parietes abstulit).

Lo scudo del tempio: Ateneo e Polemone

L’unica fonte antica sullo scudo è Ateneo di Naucrati, Deipnosofisti XI 462b-c (inizi del III secolo d.C.), che riprende il periegeta Polemone di Ilio (prima metà del II secolo a.C.) dal perduto Su Mòrycho. Polemone descriveva un rito dei naviganti in partenza: sulla punta estrema dell’isola, dove oggi sorge il Castello Maniace, presso il santuario di Gea Olimpia e fuori delle mura, c’era un braciere dal quale imbarcavano una coppa di terracotta e la portavano con sé «μέχρι τοῦ γενέσθαι τὴν ἐπὶ τοῦ νεὼ τῆς Ἀθηνᾶς ἀόρατον ἀσπίδα», cioè, tradotto dal greco, «finché lo scudo che sta sul tempio di Atena non diventa invisibile». A quel punto la lasciavano andare in mare con dentro fiori, miele, incenso e aromi.Sul tempio c’era dunque uno scudo visibile dal mare aperto, la cui scomparsa sotto l’orizzonte scandiva il momento della libagione. Il greco tace però sul materiale, perché non parla di oro, doratura o bronzo, e sulla collocazione, perché non nomina il frontone; e ne fa un riferimento visivo per il rito, senza funzione di segnalamento per la navigazione. Va corretta un’attribuzione diffusa: lo scudo non compare nelle Verrine, e ricondurne la descrizione a Cicerone, come fanno molti portali, è un errore.Lo scudo dorato sul frontone ha infatti un’origine post-antica: il De rebus Siculis decades duae di Tommaso Fazello, del 1558, dove lo scudo di Minerva è «gettato di rame, e tutto indorato» e sta «in cima» al tempio, «tanto grande, ch’egli era veduto da’ naviganti, ch’erano in alto mare» (traduzione di Remigio Fiorentino, Palermo 1817, pagine 228-229). Fazello aggiunge il bronzo dorato, la sommità e i destinatari dell’offerta, Nettuno e Minerva; sbaglia poi il rimando, perché il passo sta nel libro XI, e fraintende il santuario di Gea Olimpia. La sua pagina registra però che già allora i Siracusani identificavano quel tempio con la cattedrale, «da ogni parte sostentato da tredici colonne scanalate», tre secoli e mezzo prima dello scavo archeologico.

Marcello e il saccheggio del 212 a.C.

Secondo Cicerone, Marcello lasciò il tempio di Minerva «pieno e ornato» e si astenne per scrupolo religioso dal toccare le tavole di Agatocle. Le altre fonti raccontano la presa di Siracusa in termini opposti. Livio, in Ab Urbe condita XXV 40, scrive che il generale trasportò a Roma «gli ornamenti della città, le statue e i quadri di cui Siracusa abbondava», dando origine alla licenza «di spogliare indiscriminatamente ogni cosa, sacra e profana»; nel libro XXVI gli ambasciatori siciliani dichiarano in Senato che, «a parte le mura e i tetti», la città era stata svuotata e i santuari scassinati, e Marcello risponde con una frase che vale un’ammissione: «se volessi negare che Siracusa è stata spogliata, non ornerei mai la città di Roma con le sue spoglie». Plutarco, nella Vita di Marcello, scrive che «rimosse la maggior parte e i più belli fra gli oggetti votivi che erano a Siracusa». Nello stesso saccheggio morì Archimede.Né Livio né Plutarco nominano il tempio di Atena, e quindi non smentiscono direttamente l’eccezione ciceroniana: un saccheggio esteso della città poteva coesistere con il risparmio di un singolo santuario. All’accusatore serviva un termine di paragone virtuoso, e la testimonianza sull’integrità del tempio fino al 73 a.C. va valutata anche alla luce di questa finalità retorica.

Diodoro, il silenzio di Strabone e la testimonianza di Platone che non esiste

Diodoro Siculo racconta in XI 25 che Gelone, dopo la vittoria di Imera del 480 a.C., mise da parte le spoglie più belle «volendo ornare con quei trofei i templi di Siracusa», e in XI 26 che con quelle spoglie «costruì templi ragguardevoli di Demetra e Kore». I soli templi che attribuisce a Gelone in questo passo sono dunque quelli delle due dee. Nel frammento VIII 11, però, Diodoro narra di un Agatocle, altrimenti ignoto e distinto dal tiranno più tardo, incaricato della costruzione di un tempio di Atena: costui compra per sé i blocchi migliori e li impiega nella propria casa, viene colpito dal fulmine e subisce la confisca dei beni deliberata dai Geomori. Serradifalco riferì questo racconto al santuario siracusano; il frammento non attribuisce la fabbrica a Gelone e non consente di identificarla con certezza con l’edificio dorico oggi conservato. Altri passi della Biblioteca storica illustrano le grandi fabbriche siracusane dell’età di Timoleonte e oltre, fino al grande altare di Ierone II accanto al teatro. Attribuire a Gelone l’Athenaion sulla scorta di Diodoro è quindi improprio: la ricostruzione, largamente condivisa, combina quel passo, la cronologia archeologica del monumento e il confronto con il cosiddetto tempio della Vittoria di Imera.Anche gli altri controlli danno esito negativo: Strabone, in Geografia VI 2, 4, descrive Siracusa, Ortigia, il ponte e la fonte Aretusa senza accennare al tempio, e Silio Italico, nel quattordicesimo libro dei Punica, ricorda Ortigia e Aretusa in più passi, senza descrivere il tempio di Atena. Nel De natura deorum III 83 le spoliazioni di Dionisio I riguardano Locri e Olimpia, dove il mantello d’oro dello Zeus era stato dedicato da Gelone con le spoglie dei Cartaginesi: un parallelo per le dediche gelonie da bottino punico, estraneo al tempio di Ortigia.Va infine sciolto un equivoco diffuso, secondo cui la dedica del tempio ad Atena sarebbe attestata «anche da Platone e da Ateneo di Naucrati»: chi lo ripete non indica mai il passo platonico, nelle Epistole le occorrenze della radice riguardano Atene e gli Ateniesi, mai la dea, e la monografia più aggiornata sul culto di Atena a Ortigia cita soltanto Cicerone e Ateneo.Il bilancio è modesto per quantità e straordinario per qualità: da pochi paragrafi di un’orazione giudiziaria e da poche righe di un erudito greco derivano le immagini che hanno accompagnato il monumento per venti secoli, dallo scudo all’orizzonte alle porte d’avorio con la Gorgone.

Le colonne doriche oggi

Del tempio dorico inglobato nella cattedrale restano visibili i fusti scanalati e i capitelli di buona parte della peristasi, un tratto di trabeazione, i gradoni del crepidoma e le due grandi colonne del fronte occidentale. Un censimento moderno colonna per colonna, con numerazione, posizione e misure differenziali, manca nella letteratura accessibile: i conteggi analitici disponibili hanno più di due secoli.Per orientarsi conta l’inversione prodotta dalla trasformazione in chiesa: il tempio guardava a oriente e nella cattedrale si entra da occidente, dove stava l’opistodomo. Il fianco settentrionale è quello di via Minerva e della navata sinistra, il meridionale, addossato al palazzo arcivescovile, quello della navata destra. Poiché nelle fonti «destra» e «sinistra» valgono ora per chi entra ora per l’orientamento antico, qui si usano soltanto i punti cardinali.

Quanti sono i fusti superstiti

Il primo conteggio analitico è di Giuseppe Maria Capodieci, negli Antichi monumenti di Siracusa: nel 1815 arrivò a ventiquattro, dopo averne scoperta una in più, «la seconda dopo quella dell’angolo a tramontana della facciata che guarda l’oriente», e le distribuì una per una:
«Le colonne che sopravanzano sono 24 […] e non sono 22 o 23 come l’han supposto tanti Antiquarj: due si vedono in entrare allato della porta che dà all’occidente, e quelle sono un intero masso; 9 nel lato destro al mezzogiorno; 12 a sinistra nel lato di tramontana; e una quella della detta facciata.»
Il secondo è del duca di Serradifalco, nel quarto volume delle Antichità della Sicilia esposte ed illustrate (Palermo 1840): «Sussistono ancora incastrate nelle mura della moderna Cattedrale 22 colonne del peristilio, cioè 9 nel lato meridionale, e 13 nel settentrionale, compresa quella dell’angolo, e la vicina del lato posteriore». I totali si avvicinano una volta chiarito che Capodieci comprende anche le due colonne dell’ingresso, estranee alla peristasi: per entrambi nove fusti a mezzogiorno, dodici o tredici a tramontana.Le schede correnti ripetono una formula sola, «9 colonne del lato destro del periptero caratterizzate da una entasi piuttosto accentuata, e le due antistanti la cella»; per il fianco settentrionale parlano solo di «alcune colonne», senza darne il numero.Il 28 settembre 2023 l’Arcidiocesi annunciò il ritrovamento dei gradoni del crepidoma meridionale sotto un assito ligneo in un locale di servizio. Il soprintendente Salvatore Martinez rilevava «la mancanza di una colonna forse tolta», senza poterne indicare l’epoca. Il 26 marzo 2024 «SiracusaOggi» riferiva che presso il museo luciano «è stata riportata a vista una delle antiche colonne del tempio greco»: secondo la notizia, gli approfondimenti svolti con la Soprintendenza avevano permesso di liberare dall’intonaco la colonna dapprima ritenuta asportata. Il suo ritorno alla vista va considerato nel confronto con i conteggi delle colonne visibili pubblicati prima dell’intervento.

Il colonnato del fianco settentrionale

Il muro su via Minerva è l’unico punto all’aperto in cui si leggono insieme tutti gli elementi del tempio. I fusti vi compaiono come risalti semicilindrici scanalati emergenti dalla cortina muraria; ciascuno conserva il capitello, con l’abaco sporgente come una mensola, e sugli abachi corre una fascia continua di grandi blocchi, che il Catalogo generale dei Beni Culturali registra come «una parte di architrave e triglifi». Il tamponamento fra una colonna e l’altra è di apparecchio più minuto, forato da monofore medievali, e in alto corre un coronamento a merli arrotondati; al piede affiorano i gradoni del crepidoma.Le stesse colonne si vedono dall’altra faccia nella navata sinistra, dove gli intercolunni tamponati ospitano tre sculture cinquecentesche della famiglia Gagini, il che implica almeno quattro sostegni, e dove il fianco termina nella Cappella della Madonna della Neve.

La colonna d’angolo interamente in vista

All’estremità del fianco settentrionale una colonna sta in una stretta intercapedine fra la muratura antica e il corpo della facciata barocca, libera su quasi tutta la circonferenza. Emanuela Pulvirenti, in Un tempio dorico nel duomo barocco, la segnala così: «l’ultima colonna del tempio, quella all’angolo dell’antica facciata, addirittura è tutta in vista, separata dalla parete». Le fotografie la mostrano all’estremità occidentale, dove il raddoppio settecentesco della parete per il vestibolo ha lasciato il vuoto che la rende visibile. È il solo fusto leggibile per intero: vi si distinguono le scanalature con gli spigoli vivi, la rastremazione, il piede che posa su una risega di blocchi e, a metà altezza, una lacuna profonda che interrompe le scanalature su un settore. Alla base la protegge una cancellata.

Le nove colonne della navata destra

Sul fianco meridionale le colonne aggettano per circa metà del fusto dalla parete della navatella e restano le più leggibili di tutte: «osservandole con attenzione possiamo distinguere con chiarezza tutti gli elementi del capitello dorico, persino i più minuti», scrive Pulvirenti. Sono le nove del conteggio corrente, numero stabile da oltre due secoli perché coincide con quello di Capodieci e di Serradifalco, benché le schede odierne non dichiarino da dove lo ricavino. Fra un fusto e l’altro si aprono il Battistero, la cappella di Santa Lucia, la Cappella del Santissimo Sacramento e quella del Crocifisso, chiuse dalle cancellate in ferro battuto di primo Ottocento.

I pilastri del muro di cella

I sostegni della navata centrale vanno distinti dalle colonne: sono i setti rimasti in piedi quando, nella trasformazione bizantina, si aprirono le arcate nei muri della cella. Lo spiega già Vincenzo Mirabella nelle Dichiarazioni della pianta dell’antiche Siracuse (Napoli 1613): «la Nave è aperta, reggendosi sopra pilastri, i quali si ritagliarono dall’istessa fabrica antica». La distinzione conta: la campagna di indagini non distruttive del 2007 di Luigia Binda, Maurizio Lualdi e Antonella Saisi ha riscontrato in quei pilastri danni e riparazioni, con lesioni profonde fino a quaranta centimetri, che sarebbe un errore attribuire alle colonne. Alle ante, i pilastri terminali dei muri di cella, Serradifalco assegna circa 1,33 m di diametro e un capitello «a becco di civetta».

Ciò che resta dei fronti

Varcato il portale si incontrano due grandi colonne doriche, di cui restano visibili fusto e capitello: appartenevano al fronte occidentale, trasformato in ingresso, e sono giudicate in ottime condizioni. Mirabella nel 1613 le diceva le più grosse dell’intero tempio, «tutte d’un sol sasso massiccio, maravigliose a chi le considera», e altrettanto scriveva Jean Houel nel 1782; Serradifalco assegna loro invece circa 1,74 m di diametro, quindi meno delle altre. La divergenza è netta e nessuna fonte moderna la risolve.Anche il nome oscilla, fra «opistodomo», «le due antistanti la cella» e l’anticella di Mirabella: poiché il pronao greco era a oriente, la denominazione geometricamente coerente è la prima, mentre la seconda ha generato indicazioni che le collocano presso il presbiterio. Del fronte orientale non resta nulla di leggibile.

Misure documentate

Le fonti istituzionali danno una misura sola per tutte le colonne, 8,60 m di altezza e 2 m di diametro (dossier di candidatura UNESCO del 2004, sito dell’Arcidiocesi). Le due serie di rilievi ottocentesche, in palmi siciliani, divergono quasi su ogni voce. Serradifalco descrive colonne «di ordine dorico con 20 scanalature», alte col capitello «palmi 33. 3, cioè poco meno di 4 diametri ed ¼»; convertendo con il palmo siciliano di circa 0,258 m:
  • altezza col capitello circa 8,58 m in Serradifalco, circa 8,69 m nel rilievo che Capodieci ricavò da Charles Robert Cockerell nell’inverno 1812-1813
  • diametro all’imoscapo circa 2,00 m, contro i circa 1,98 m della serie Cockerell
  • sommoscapo circa 1,49 m, con rastremazione «quasi di ¼»
  • fronte dell’abaco circa 2,44 m, con aggetto di circa 47 cm per lato oltre il sommoscapo
  • intercolunnio medio circa 2,18 m, contro i circa 2,15 m del rilievo Cockerell

Scanalature, capitelli, rocchi

Le scanalature sono venti, dato su cui le fonti concordano da oltre quattro secoli. Mirabella lo annotava in polemica con il canone, «al numero di 20, e non di 24, conforme è la mente di Vitruvio», e Capodieci ne descrive il profilo, poco profondo e «d’un quarto di cerchio, vicine le une alle altre senza pianuzzo fra mezzo con un semplice filetto». Proprio la poca profondità è oggi un argomento cronologico: Jo’anne van Ooijen, nel suo studio del 2019 sulla cattedrale, data la scanalatura verso il 525 a.C., prima dei capitelli.Sull’entasi le fonti si contraddicono. Mirabella la negava, perché le colonne «non tengono gonfiatura nel mezzo, ma con dolcezza vanno diminuendo infin’alla posatura del capitello»; le schede odierne la dicono «piuttosto accentuata»; una terza versione, di fonte non risalita, la dice lieve. Il confronto richiede la collazione dei profili delle colonne nei rilievi pubblicati con le descrizioni tramandate dagli autori.I capitelli hanno due collarini, i solchi incisi alla sommità del fusto sotto l’echino; l’echino è largo e schiacciato, e all’esterno le superfici sono erose e gli spigoli dell’abaco smussati. Quante colonne conservino oggi il capitello non risulta da nessuna fonte. Resta aperta la tecnica costruttiva: il Catalogo generale dei Beni Culturali le dice monolitiche, mentre Mirabella riservava la qualifica alle due colonne fra le ante; numero dei rocchi, anathyrosis e incassi per i perni restano non documentati. Al piede, ciò che sembra uno zoccolo è l’ultimo gradino della gradinata esterna, «tagliato e fatto in tal forma quando fu cambiato a uso sacro»: lo chiarì Capodieci, contro Mirabella che vi leggeva una base di due palmi.

Conservazione, perdite, integrazioni

Lo stato dei fusti visibili è giudicato buono, ottimo per quelli del fronte occidentale. Il degrado leggibile a occhio consiste in:
  • erosione del calcare, con superfici alveolizzate e scanalature che perdono il profilo, soprattutto all’esterno
  • croste nere e depositi di dilavamento sui capitelli esposti
  • integrazioni di muratura moderna, liscia e a giunti regolari, addossate ai fusti nella navata sinistra
  • almeno una staffa metallica nei blocchi antichi sopra i capitelli della navata destra, lesionati
Le perdite documentate sono poche e concentrate a oriente. Dopo il terremoto del 1542 furono addossati muri di rinforzo massicci, ed è a quel consolidamento che Capodieci attribuiva, su prova epigrafica allora in situ, la muratura fra le colonne: una delle ragioni per cui molti fusti risultano annegati nella cortina. Alla costruzione della Cappella del Crocifisso, nel 1691, viene ricondotta la demolizione delle ultime tre colonne verso il fronte orientale. Per il terremoto del 1693 il Catalogo generale dei Beni Culturali elenca «lo smaltimento delle due colonne del pronao dell’antico Tempio di Atena, crollate a causa dell’evento sismico», mentre altre fonti affermano che le colonne rimasero salve: le due letture si conciliano distinguendo la peristasi, sopravvissuta, dalle colonne in antis del fronte orientale. Il catalogo ministeriale riferisce al 1945 una bomba caduta presso la cella campanaria, con danni al prospetto e al soffitto ma senza danni indicati ai fusti; la data è controversa, poiché una relazione del 23 giugno 1943 documenta già danni alla copertura e al soffitto della cattedrale.L’assetto che il visitatore legge oggi è in larga misura esito di restauro: le colonne furono liberate da intonaci, altari e arredi nella campagna avviata nel 1912 sotto il vescovo Luigi Bignami e proseguita da Giacomo Carabelli dal settembre 1922, fino alla riapertura al culto del 9 gennaio 1927; nella stessa stagione i gradoni del crepidoma meridionale venivano coperti dall’assito tornato alla luce nel 2023. Sulle singole colonne nessuna fonte documenta reintegrazioni di rocchi o protesi in malta: la critica al «restauro delle due colonne integrate con un cemento artatamente simile alla pietra giuggiulena» riguarda il Tempio di Apollo, e trasferirla all’Athenaion sarebbe un falso.

L’orientamento

Il Duomo conserva l’asse del tempio dorico che lo racchiude, una linea quasi est-ovest mai modificata dalla conversione cristiana. Quanto precisamente punti a oriente, e perché, resta questione aperta: le misure pubblicate divergono di circa quattro gradi, e le spiegazioni in campo sono tre.

Le descrizioni erudite e il problema della misura

Fino all’Ottocento l’orientamento del tempio viene descritto, mai misurato. Giuseppe Maria Capodieci, negli Antichi monumenti di Siracusa (1813), constata: «Una delle due facciate guarda l’oriente, e l’altra l’occidente». Il duca di Serradifalco, nelle Antichità della Sicilia esposte ed illustrate (1840), aggiunge una formula rivelatrice: «È desso, secondo l’uso geratico, esposto a’ quattro punti cardinali, avendo il prospetto volto all’oriente». L’orientamento a levante compare qui come norma dell’architettura templare, prima ancora che come dato osservato. Cavallari e Holm, nella Topografia archeologica di Siracusa (1883), danno azimut in gradi per altri monumenti, come l’Ara di Ierone II, e nessuno per il tempio di Minerva.

Quattro gradi di forbice

Le prime misure strumentali sono raccolte da Heinrich Nissen in Orientation. Studien zur Geschichte der Religion (Berlino 1907). Nissen conta gli azimut dal punto Sud, sicché le sue cifre attorno ai 270 gradi corrispondono ad albe attorno ai 90. Convertite nella convenzione moderna, le quattro misure sono:
  • 88 gradi, Schöne 1867;
  • 92 gradi, Ludwig von Sybel 1872;
  • 90 gradi, Otto Puchstein 1892, con la cifra a stampa corretta dallo stesso Nissen;
  • 89 gradi e 18 primi, Francis Cranmer Penrose 1896.
Le prime tre sono bussolari, corrette per la declinazione magnetica dell’anno. La quarta è la più solida: Penrose lavora al teodolite, ricava gli angoli «da azimut presi dal Sole o dal pianeta Venere» (traduzione dall’inglese) e riduce la misura all’orizzonte marino. Per le misure di bussola Nissen ammette un’incertezza di circa due gradi.Il valore oggi più ripetuto è un altro: 92 gradi, pubblicato da Alun Salt nel 2009 con il rinvio alla memoria di Paolo Orsi sugli scavi dell’Athenaion (1918), dove però non compare alcun azimut. Il dato risulta ricavato dalla planimetria, con bussola e orizzonte assunto piatto, metodo meno affidabile del teodolite. Salt stesso avverte: «È difficile esserne certi, poiché le rovine giacciono sotto la città moderna» (traduzione dall’inglese).Una misura moderna resta preclusa: la fronte antica sta dentro il presbiterio e l’orizzonte orientale è coperto dall’edificato di Ortigia. Il calcolo geometrico sul perimetro cartografico colloca l’asse fra 90,2 e 90,8 gradi, con incertezza di circa un grado, e riguarda la fabbrica odierna. A Siracusa l’alba equinoziale cade ad azimut 89,57 gradi e ogni grado vale due o tre giorni di calendario: le cifre elencate coprono un arco dal 19 al 27 settembre, e la scelta della misura decide l’interpretazione.

Equinozio, dedica o maglia urbana

Da quelle cifre Nissen trae la conclusione che sta alla radice di ogni discorso equinoziale sul Duomo:
«Il Sole nascente sembra dunque entrare nel santuario di Atena all’equinozio, in quello di Apollo quattro giorni prima ovvero dopo.» (traduzione dal tedesco)
Il confronto è con il tempio di Apollo. Salt propone una lettura diversa: la declinazione che ricava corrisponde, nel 480 a.C., all’alba del 28 settembre, giorno di novilunio, compatibile con il rientro di Gelone da Imera e con la fondazione del tempio votivo. L’autore stesso la definisce plausibile ma non convincente; e quella data, gregoriana prolettica, corrisponde al 3 ottobre giuliano.Entrambe le tesi presuppongono una scelta solare al momento del tracciamento. Robert Hannah, Giulio Magli e Andrea Orlando riconoscono che 38 templi greci di Sicilia su 41 misurati guardano entro l’arco del Sole nascente, ma osservano che «non c’è alcuna concentrazione specifica dei dati, per esempio attorno ai solstizi o agli equinozi» (traduzione dall’inglese); e i calendari greci erano lunisolari, sicché una data solare fissa non poteva legarsi stabilmente a una festa.La terza spiegazione viene dall’archeologia urbana. Giulio Amara, studiando il santuario di Ortigia, rileva «l’allineamento di tutte le strutture con la griglia urbana»: sacelli, altare a gradoni, muri di temenos e tempio ionico incompiuto condividono la giacitura fissata alla fondazione della colonia. Se l’asse viene dalla maglia stradale arcaica, precede di oltre due secoli e mezzo la battaglia di Imera, e ogni lettura calendariale perde appoggio. Le fonti non permettono di decidere fra le tre ipotesi.

L’inversione dell’asse

Giuseppe Maria Agnello scrive che con la conversione l’edificio assunse l’impianto della chiesa bizantina, identico a quello del tempio greco, «di cui però aveva ribaltato l’orientamento per ottenere l’ingresso a ovest, secondo il rito cristiano». La formula va precisata, perché la fabbrica rimase sulle stesse fondazioni e sullo stesso asse. A cambiare fu il verso di percorrenza: l’ingresso passò a occidente, dove stava l’opistodomo, mentre a oriente, dove stavano il pronao e la porta d’oro e avorio, andarono il presbiterio e le absidi. Su un punto i due sistemi coincidono: il fuoco del culto resta a levante. La statua di Atena guardava verso la porta orientale; l’altare cristiano sta a oriente e l’assemblea prega ad orientem.Contro il calendario liturgico l’asse non offre riscontri: l’alba dell’8 settembre, Natività di Maria e festa della titolare, cade a Siracusa ad azimut 82,4 gradi, quasi otto fuori asse, e quella del 13 dicembre, festa di Santa Lucia, a 119 gradi, quasi trenta più a sud. L’unico allineamento conservato è quello equinoziale, e viene dal tempio greco.

Equinozi, scudi e luce

Alla cattedrale è legata anche una tradizione equinoziale anteriore a Nissen: uno strumento gnomonico detto l’«Equinozio», attribuito ad Archimede da Vincenzo Maria Cimarelli e riferito da Vincenzo Mirabella con la cautela di un «parmi aver letto». Sarebbe andato distrutto nel 1659, con il rifacimento del muro della tribuna. Capodieci lo smontò: «il silenzio però degli antichi Scrittori, e specialmente di Cicerone ce ne fa dubitare».Di fenomeni di luce nulla risulta documentato: né le fonti antiche, né la letteratura archeoastronomica, né la cronaca locale registrano una ierofania o una ricorrenza osservabile nel Duomo. Le ragioni materiali sono tre: l’estremità orientale è oggi il presbiterio absidato, e la porta antica non esiste più come apertura; le finestre della navata centrale sono monofore laterali, senza varchi assiali; l’orizzonte a levante è chiuso dall’edificato. Del tempio si può dire soltanto, per geometria, che la fronte orientale con le porte d’oro e d’avorio riceveva per prima la luce dell’alba.Un effetto verificabile resta, e rovescia il precedente: la facciata di Andrea Palma guarda a ponente lungo lo stesso asse, e nei giorni vicini agli equinozi il Sole calante la illumina frontalmente, dal fondo di Piazza Duomo. Dipende però dall’azimut esatto e dai palazzi che chiudono la piazza a occidente, capaci di tagliare il Sole prima del tramonto geometrico. È lo stesso asse del tempio, usato all’altro capo della giornata.

Gli scavi archeologici

Il terreno attorno e sotto la cattedrale appartiene a un unico distretto sacro, che la ricerca chiama oggi santuario centrale di Ortigia. Le indagini vi si sono succedute dal 1910 al 2010 in quattro settori: piazza Minerva, la stretta via sul fianco settentrionale da cui sporgono le colonne doriche; il cortile del palazzo arcivescovile; l’area di Palazzo Vermexio, dove giacciono le fondazioni del grande tempio ionico; e Piazza Duomo, davanti alla facciata.

L’occasione e il metodo di Paolo Orsi

Nel giugno 1906 la cattedrale fu chiusa al culto per le condizioni del soffitto ligneo cinquecentesco, e nel 1907 fu istituita a Siracusa una Soprintendenza ai monumenti affidata a Paolo Orsi. La chiusura prolungata e la direzione dei lavori di scrostamento delle colonne gli diedero un margine che nessuno prima aveva avuto. Nella monografia del 1918, Gli scavi intorno a l’Athenaion di Siracusa negli anni 1912-1917, lo dice apertamente:
«Trattandosi di una chiesa cattedrale, difficoltà quasi insormontabili s’opponevano alla attuazione di questi desiderata, che solo a me fu dato di affrontare e di superare, mettendo a profitto il lunghissimo periodo in cui il tempio venne chiuso…»
Nel 1910 esplorò l’interno del tempio, sotto il pavimento della cella e lungo la peristasi settentrionale, riferendone nelle Notizie degli Scavi. Il grande scavo estensivo venne dopo, in quattro campagne di cui egli stesso registra le date: 18 novembre 1912 – 25 gennaio 1913, 11 aprile – 25 aprile 1913, 19 gennaio – 2 marzo 1914 e infine 1 marzo – 14 aprile 1917, quest’ultima nel cortile dell’Arcivescovado. Alcuni studiosi preferiscono la forbice 1910-1917, comprensiva dei saggi interni al tempio.Dopo le demolizioni ottocentesche, fra cui quella del Seminario dei Chierici che rese possibile il cantiere, piazza Minerva misurava 110 metri di lunghezza per una larghezza media di 15. Orsi aprì una trincea all’estremità occidentale e avanzò verso levante a tratti di 20 metri, reinterrando via via i settori documentati. Disegni, fotografie e la grande pianta si devono a Rosario Carta, topografo della Soprintendenza. In circa quattro mesi furono scavati fino alla roccia circa 950 metri quadrati, una celerità che la critica recente considera il limite maggiore di un’impresa per il resto pionieristica, accostata da Giulio Amara agli scavi di Giacomo Boni al Foro Romano.

La stratigrafia: il «volume palinsesto»

Il risultato più solido è la sequenza degli strati, ricavata da una sezione est-ovest in corrispondenza della quarta colonna da levante. Dall’alto verso il basso Orsi riconobbe il suolo moderno, uno strato bizantino e medievale con sepolture, un battuto di breccia e segatura calcarea dai relitti di cantiere del tempio nuovo, due livelli greco arcaici distinti dalla quantità di terrecotte architettoniche, uno strato paleogreco con scarsi frammenti protocorinzi e infine uno strato siculo appoggiato alla roccia. Individuò inoltre quattro battuti stradali successivi, il più recente dei quali rimase in uso per quasi un millennio: tutti insieme, scrive, «segnano i capitoli della storia edilizia, e fino ad un certo punto anche politica, di Siracusa».Di qui l’immagine con cui apre la monografia, quella del «prezioso volume palinsesto, racchiuso dal più volte millenario suolo di Piazza Minerva». Egli avvertiva che la distinzione fra paleogreco e greco arcaico era un espediente convenzionale, e registrava con sorpresa l’assenza totale di materiale miceneo. Lo strato siculo gli parve documentare gli indigeni presenti all’arrivo dei coloni di Archia di Corinto; Amara lo ha invece riferito alla facies di Cassibile, cioè al Bronzo Finale, concludendo che l’isolotto fosse con ogni probabilità già disabitato quando i Corinzi vi approdarono.

I monumenti sepolti sotto la piazza

Lo scavo restituì una successione di strutture, siglate con lettere e ridotte alle fondazioni. Le principali:
  • Il cimitero bizantino e medievale. Occupava il suolo fra il fianco settentrionale del tempio e il fronte opposto della piazza, con scheletri che in certi punti affioravano fino a essere calpestati da passanti e cavalli. Un medio bronzo di Teofilo, raccolto da Orsi il 24 dicembre 1912 sopra uno scheletro, e cinque monete di Eraclio legate dall’ossido datano all’età bizantina parte delle deposizioni, proseguite fino al XVII secolo.
  • Il tempio arcaico (A). Comparso ai primi di dicembre 1912, è una fondazione lunga 13,50 metri su due assise di calcare arenario. Orsi vi riconobbe la fiancata di un tempio arcaico affiancato al periptero anziché sepolto sotto di esso, lasciando aperto il dubbio fra peristasi e cella.
  • L’altare C e la stipe sacra. Un pozzetto foderato con quattro lastroni di reimpiego, due dei quali metope con mezzi triglifi, con due letti di cenere e ossa cremate separati da terra sterile. Nel nucleo dello zoccolo Orsi riconobbe l’altare primordiale, e nel taccuino annotò che «pare che questo fosse l’Ur-altar come direbbero i tedeschi». Attorno si stendeva la stipe votiva, ricostruita da Amara in 603 numeri di catalogo, con ceramica corinzia, attica e fenicia, avori, faïence, ambra e granito egiziano.
  • L’edificio rettangolare (D). Fondazioni divise da un muro longitudinale interno, nelle quali Orsi riconobbe un altare monumentale a gradoni, precursore arcaico di quello che Ierone II avrebbe eretto presso il Teatro Greco. Poco a levante, un banco di cenere con ossa cremate valutato in molti metri cubi prova l’esistenza di un grande altare a fiamma.
  • La grande cloaca. Condotto sotterraneo per il deflusso delle acque del tempio, avviato da un foro aperto a forza nella quarta assisa di fondazione del periptero; in un tratto i copertoni di calcare furono sostituiti con lastre marmoree provenienti dal tempio stesso, in una fase successiva che Orsi attribuì dubitativamente ai Bizantini.
  • I tre muri paralleli del cortile arcivescovile. Individuati nel 1917, corrono da est a ovest a sud della peristasi. Orsi li giudicò tre stati successivi del muro di temenos; Giuseppe Voza vi ha visto i resti di un portico.
Davanti agli edifici che non riusciva a interpretare Orsi rinunciò a nominarli, con una dichiarazione di metodo tuttora citata di continuo:
«È doveroso, è più onesto il dichiarare la propria impotenza, anziché lasciarsi andare ad assegnazioni ed a ricostruzioni fantastiche destituite di solida base. Il dovere perciò dell’archeologo sta nella esposizione dei fatti, nella loro genuina obbiettività.»
Due passaggi riguardano la cattedrale come chiesa. Orsi collega il cimitero alla trasformazione dell’edificio, attribuita al vescovo Zosimo nel VII secolo, dato assunto dalla tradizione locale senza prova di scavo e tuttora discusso, poiché Amara colloca la conversione già nel VI secolo. In forma dubitativa riferisce poi le fosse comuni più tumultuarie a due disastri, il crollo del tetto nella Pasqua del 1100 e la caduta della facciata nel terremoto del 1693: lo dice «più che probabile», con un punto interrogativo.

Il reinterro e la monografia del 1918

Di tutto questo oggi non si vede nulla. La città si divise fra chi voleva conservare i ruderi e chi rifiutava che pochi resti informi paralizzassero una delle arterie più frequentate; prevalse la seconda posizione, e caddero le soluzioni studiate, dall’area archeologica scoperta sul modello dei Fori romani agli ambienti sotterranei voltati in cemento armato. In nota Orsi conclude che «non restava altro partito, che riconsegnare alla madre terra quelle venerande reliquie, che vi avevano dormito per 25 secoli», e nel testo confessa che il reinterro gli provocò «un vero rimorso». Dopo l’asfaltatura del 1914 piazza Minerva rimase fuori dalle indagini per quasi un secolo, e quanto se ne sa dipende dalla monografia, dai taccuini e dai disegni.La monografia uscì nel volume XXV dei Monumenti Antichi dei Lincei, con 268 figure e 26 tavole; il testo occupa le colonne 353-754 e gli indici arrivano alla 762, mentre alcune bibliografie indicano 353-752 e l’estratto autonomo circola con data 1918 oppure 1919. Nell’epilogo Orsi fissò la datazione del tempio dorico:
«parmi lecito concludere con buon fondamento che il tempio superstite sia sorto per opera della casa dei Dinomenidi, dopo le grandi vittorie di Imera e di Cuma, entro un lasso di tempo, che con una certa latitudine porremo tra 474 e 460.»
L’argomento che considerava decisivo era stratigrafico: sotto il livellamento del temenos manca del tutto la ceramica attica a figure rosse, e il materiale «non scende oltre il 470 circa». L’attribuzione corrente a Gelone subito dopo la vittoria di Imera del 480 appartiene dunque ad altri. Nel 1918 Orsi annunciò il progetto di scavare sotto il presbiterio, rinviandolo per «i tristi tempi che corrono» della guerra; nelle pubblicazioni archeologiche qui richiamate non sono documentate indagini sotto il pavimento della cattedrale successive al 1910.

Dal dopoguerra alle campagne recenti

Giuseppe Cultrera fu nominato alla direzione della Soprintendenza e del Museo archeologico di Siracusa nel luglio 1933 e rimase fino all’autunno del 1941; il 1931 riguarda il suo precedente arrivo al Museo di Palermo. Nel quadro delle ricerche qui esaminate non risultano suoi scavi nell’area del Duomo: il suo contributo indiretto è la monografia del 1951 sull’Apollonion-Artemision di Ortigia in Siracusa, che consolidò l’attribuzione ad Apollo del Tempio di Apollo. Sotto Luigi Bernabò Brea, soprintendente dal 1941 al 1973, Scirpo ricorda per l’area il rinvenimento di una testina fittile femminile del 405-395 a.C., da una cisterna trasformata in rifugio antiaereo; l’attribuzione a lui, corrente in rete, dello scavo del tempio ionico e della tesi sulla sua incompiutezza manca di riscontro scientifico.Nel 1960, durante i lavori per l’ampliamento del municipio, Gino Vinicio Gentili individuò lungo il lato nord-ovest di piazza Minerva i resti di un grande tempio ionico parallelo al fianco dell’Athenaion, confermando un’intuizione che Orsi aveva avuto nel 1910 senza poterla verificare; lo pubblicò nel 1967 su «Palladio» e lo attribuì ad Artemide. Fra il 1963 e il 1976 Paola Pelagatti vi riconobbe capanne sicule, quattro piccole strutture quadrangolari altoarcaiche e una stipe che provava la destinazione sacra dell’area già all’inizio del VI secolo, con il frammento di testa di sfinge del 560-550 a.C. Lesse quelle strutture come abitazioni del primo impianto urbano e collocò la più antica agorà in Piazza Duomo, «quasi un terrazzo ben visibile dal mare».Fra il 1992 e il 1998, in due campagne imposte dalla nuova pavimentazione, Voza scavò davanti alla facciata. Vennero alla luce una plateia arcaica nord-sud, un propylon di accesso all’area sacra, pozzi votivi con ossa animali fra cui ossa di cane, un pozzo dell’età del Bronzo profondo circa 12 metri e soprattutto un oikos altoarcaico poi inglobato in un edificio maggiore, che dà corpo all’ipotesi orsiana di un santuario primordiale in forma di oikos o di megaron. La datazione dell’oikos oscilla fra la fine dell’VIII secolo e la prima metà del VII, e la titolarità resta contesa fra Artemide (Voza), Afrodite Ourania (Torelli e La Torre) e Atena (Savarino). Le linee di piombo fuso inserite nel selciato ne disegnano oggi l’impronta.Le tre campagne dirette da Lorenzo Guzzardi fra il 2006 e il 2010 hanno prodotto le revisioni più incisive. Le prime due interessarono il tempio ionico; la terza riaprì piazza Minerva dopo quasi un secolo, con due saggi, uno davanti all’ingresso dell’area del tempio ionico e l’altro a ridosso delle fondazioni occidentali dell’Athenaion. Già nel 2008 un saggio presso l’angolo sud-orientale della peristasi ionica aveva intercettato la cloaca e l’angolo nord-occidentale dell’altare D, restituendo ossa combuste, ceneri, un frammento descritto come placchetta o coltello in bronzo e sottili letti di cenere alternati a battuti. Amara vi legge gli indizi del progressivo innalzamento del suolo per deposizione periodica dei resti sacrificali. Ne sono venute tre rettifiche di peso: le strutture che Pelagatti leggeva come abitazioni sono state riconosciute come edifici sacri entro un temenos già istituito alla fine dell’VIII secolo; nella ricostruzione discussa da Amara il tempio ionico comprende una cella datata fra la fine del VI e gli inizi del V secolo a.C. e una peristasi molto più tarda, il cui cavo di fondazione taglia la cloaca coeva all’Athenaion; alcune terrecotte architettoniche del primo santuario sono passate all’oikos interno al tempio ionico.

Che cosa resta di Orsi

La riedizione critica di Amara, discussa alla Scuola Normale Superiore e pubblicata nel 2023 come Archeologia del culto a Siracusa, ha riesaminato l’intero corpus incrociando la monografia con i taccuini di Orsi e i disegni inediti di Carta. Le correzioni documentarie sono numerose: le quote sono relative al piano stradale del 1910-1914, più alto dell’attuale, con un dislivello che Amara ipotizza di circa 40 centimetri; manca il riconoscimento dei cavi di fondazione; esiste una sola pianta di fine scavo, cumulativa, che mette insieme strutture mai coesistite. I gradini della terrazza B risultano due completi, cui si aggiunge il resto di un terzo filare superiore, anziché i tre gradini e il tratto di un quarto descritti da Orsi, e la risega disegnata da Carta alla base del primo gradino non è mai esistita, essendo terra risparmiata durante lo scavo; l’intervento sull’altare C viene riletto come rito di chiusura del focolare.Sul punto più discusso, invece, la ricerca recente dà ragione a Orsi. Per buona parte del Novecento la datazione fu alzata al 480-470 e legata a Gelone e a Imera; l’esame dei materiali della colmata colloca l’intervento fra il 478 e il 460 e assegna l’avvio del cantiere a Ierone I, nel contesto della politica del tiranno e della vittoria navale di Cuma del 474. Amara scrive che «non sussiste alcuna evidenza materiale o storiografica per ricondurre il momento della sua progettazione a Gelone o alla commemorazione della sua vittoria». La vicenda si riassume in un doppio movimento: per mezzo secolo la ricerca si allontanò da Orsi sull’interpretazione dei singoli edifici, e negli ultimi vent’anni è tornata verso di lui sulla cronologia.Il fronte resta aperto. Il 28 settembre 2023 l’Arcidiocesi ha annunciato il ritrovamento, durante lavori in un locale di deposito della cattedrale, di un lacerto del crepidoma meridionale del tempio, oggetto di un progetto di accessibilità con la Soprintendenza. Nell’ottobre 2024, al convegno Syracusae. Scavi e ricerche nella città e nella chora, Francesca De Stefano e Domenico Mazza hanno presentato un intervento sugli scavi di piazza Minerva: resta da chiarire se dietro vi siano indagini nuove oppure una rilettura d’archivio delle carte orsiane.

Da tempio a chiesa

I provvedimenti imperiali contro i culti pagani, in particolare le leggi del 391 e del 392 raccolte nel Codice Teodosiano (XVI 10, 10-12), costituiscono il contesto della cessazione del culto nell’Athenaion. La data e le circostanze dell’abbandono di questo specifico edificio non sono documentate da una fonte antica. Ne uscì convertito in chiesa cristiana, e a quella conversione deve la sopravvivenza, come osservò Paolo Orsi il 9 gennaio 1927, giorno della riapertura al culto della cattedrale restaurata, sulla rivista La Siciliana:
«Forse nessuna cattedrale d’Italia può vantare le condizioni singolarissime d’ambiente di questa di Siracusa. Di molte si dice bensì, fossero erette sulle ruine di templi pagani, ma nessuna, che io ricordi, si è installata ed è rimasta per secoli entro un tempio greco, contribuendo così al suo salvataggio.»
Il caso appartiene alla serie di templi antichi riconsacrati fra il V e il VII secolo che Maria Rosa Vitale fa andare «dal Partenone al Pantheon, fino al più vicino tempio della Concordia di Agrigento». Dentro Siracusa, Giuseppe Michele Agnello colloca nel VI secolo anche la trasformazione dell’Apollonion in chiesa e la cripta di san Marciano.

Quello che dice la Vita di san Zosimo

La formula che circola ovunque, «nel 640 il vescovo Zosimo trasformò il tempio di Atena in cattedrale», riassume male la fonte da cui deriva, la Vita S. Zosimi episcopi Syracusani (BHL 9026), pervenuta in sola traduzione latina e affidata a un unico manoscritto del XIII secolo, il codice XV AA 14 della Biblioteca Nazionale di Napoli; l’originale greco è perduto. Mario Re data la redazione greca «verso la fine del sec. VII», Acconcia Longo la ritiene vicina alla morte del santo.I passi decisivi sono due. Nel decimo, anteriore all’episcopato, la Vita dice di Zosimo: «Presbyter est ordinatus sanctae Ecclesiae semper Virginis et gloriosae Dei Genitricis Mariae», in traduzione dal latino «fu ordinato presbitero della santa chiesa della sempre Vergine e gloriosa Madre di Dio Maria». A ordinarlo è il vescovo Giovanni, documentato nell’epistolario di Gregorio Magno fra il 595 e il 603: secondo la fonte, una chiesa dedicata alla Vergine era già officiata mezzo secolo prima che Zosimo salisse sulla cattedra. Il capitolo diciottesimo descrive l’opera compiuta da vescovo:
«Templum omnibus insignitum ornamentis, ad gloriam et laudem Dei et Salvatoris nostri Jesu Christi, octogesimo secundo aetatis suae anno, Episcopatus quinto, renovavit ac celeberrime dedicavit»
In traduzione dal latino: «nell’ottantaduesimo anno della sua età, quinto del suo episcopato, rinnovò e solennissimamente dedicò il tempio, insignito di ogni ornamento, a gloria e lode di Dio e del Salvatore nostro Gesù Cristo». I verbi impiegati sono renovavit e dedicavit; mancano aedificavit, condidit, mutavit, e la rubrica dei Bollandisti parla di «templum innovatum». In tutta la Vita mancano il nome di Atena, l’idea di un tempio riadattato, la descrizione di un lavoro murario. Acconcia Longo identifica la chiesa del capitolo decimo con quella del diciottesimo e la ritiene «presumibilmente la chiesa vescovile», il che fa di Zosimo il restauratore di un edificio già cristiano; Daniela Motta ha proposto di collegare quel restauro all’incursione araba ricordata dal Liber Pontificalis al tempo dell’esarca Olimpio.

Il problema della data

Sulla data della conversione le posizioni sono quattro.
  • L’anno 640, che risale alle Notitiae Ecclesiae Syracusanae di Rocco Pirri. È impossibile, perché la Vita fa consacrare Zosimo da papa Teodoro I, salito al soglio il 24 novembre 642.
  • Il VII secolo, per opera di Zosimo: la versione corrente, dell’Arcidiocesi di Siracusa e di Vitale, per la quale il tempio «nel VII secolo fu consacrato come nuova basilica dedicata alla natività di Maria».
  • La metà del VI secolo, posizione della letteratura specialistica recente: per Agnello l’ex Athenaion «fu trasformata in chiesa cristiana verso la metà del VI secolo e restaurata a più riprese».
  • Fra VI e VII secolo, formula del Catalogo generale dei Beni Culturali, che altrove fa però seguire all’abbandono, posto attorno al IV secolo, una conversione «due secoli dopo».
Oscilla anche la cronologia personale del vescovo: i Bollandisti discutono un’elezione sul finire del 648 e collocano dubitativamente la morte attorno al 660, ammettendo un’oscillazione di due o tre anni; riferiscono inoltre che Gaetani la poneva nel 656. Acconcia Longo e Re propongono l’elezione entro il pontificato di Teodoro I (642-649) e la morte fra il 655 e il 662, la banca dati BeWeB indica 648-661. Le fonti concordano su un dato, che viene dalla Vita stessa: l’episcopato durò tredici anni, e la cifra di quindici diffusa in rete contraddice la fonte primaria. Assumendo per ipotesi un’elezione nel 647, ricavata sottraendo i tredici anni di episcopato dalla morte attorno al 660, l’indicazione interna del quinto anno di episcopato porta per la ridedicazione a una data attorno al 651-652; con la forbice di Acconcia Longo un intervallo fra il 646 e il 654. A Zosimo succedette l’arcidiacono Elia, e con lui prosegue la serie dei vescovi siracusani.

Il trasferimento della cattedra e i limiti della ricostruzione

La sede episcopale stava in origine fuori dalle mura, in Acradina, nella basilica sorta sopra le catacombe presso il sepolcro di Marciano, oggi San Giovanni alle catacombe. La tradizione erudita, da Pirri a Lancia di Brolo a Giuseppe Maria Capodieci, attribuisce a Zosimo il trasferimento della cattedra in Ortigia, ma di uno spostamento di sede la Vita non parla. Anche Vittorio Graziano Rizzone riferisce in forma ipotetica il trasferimento attribuito a Zosimo. Restano due fatti distinti, che la divulgazione confonde: la trasformazione materiale dell’edificio, di autore ignoto, e il trasferimento della cattedra.Il punto più fragile va detto apertamente: la Vita non identifica esplicitamente la «chiesa della sempre Vergine Maria» con l’edificio dell’Athenaion. Negli studi di Acconcia Longo e Re qui richiamati questa identificazione non viene dimostrata: la lettura agiografica e la datazione delle trasformazioni del tempio restano due problemi da tenere distinti. Nelle ricerche archeologiche qui richiamate, inoltre, la conversione non è datata da un’evidenza stratigrafica. Alla tradizione appartiene infine lo slogan della «prima chiesa cristiana d’Occidente», che discende dal Breve inviato ai Siracusani da papa Leone X nel 1517, dove la Chiesa siracusana è detta «secunda post Antiochenam Christo dicata»: rivendicazione confessionale cinquecentesca legata alla leggenda della fondazione apostolica.

I lavori murari

La descrizione tecnica più precisa è quella di Vitale:
«Il passaggio al culto cristiano comportò significative trasformazioni della configurazione dell’edificio, pur senza intaccarne irrimediabilmente la struttura: l’inversione dell’orientamento con la collocazione del nuovo ingresso a ovest e l’aggiunta delle absidi a est, il tamponamento degli intercolumni dei lati lunghi e l’eliminazione di quelli dei lati corti, il taglio delle pareti della cella con otto archi a tutto sesto di collegamento fra la navata centrale e quelle laterali, queste ultime ricavate nello spazio dell’ambulacro compreso fra il colonnato e la cella.»
I muri costruiti fra colonna e colonna trasformarono il portico in parete continua e inglobarono i fusti nella muratura, dove tuttora si leggono, mentre le pareti della cella, tagliate dagli archi, si ridussero a pilastrature. Il numero degli archi fu controverso: il principe di Biscari, nel Viaggio per tutte le antichità della Sicilia, ne contava quattro, e Capodieci lo corresse nel 1813 portandoli a otto.Alcuni interventi che la divulgazione assegna al cantiere bizantino appartengono a fasi successive: Agnello colloca in prima età normanna l’eliminazione del muro orientale della cella, con l’arretramento dell’altare nell’antico pronao, e ricorda che l’iconostasi bizantina fu rimossa «probabilmente già dai musulmani»; sono normanne, dopo il sisma del 1169, la sopraelevazione della navata centrale e l’ampliamento della zona absidale.

L’inversione dell’orientamento

Il tempio dorico aveva la facciata principale rivolta a oriente, dal lato che oggi corrisponde al coro, come conferma Capodieci nella sua descrizione del 1813. Il rito cristiano chiedeva un ingresso a occidente e un altare a oriente, e la conversione ribaltò il senso di percorrenza: si entra dove stava l’opistodomo, si celebra dove stava il pronao. La formula di «inversione dell’orientamento» è ellittica e conviene spiegarla, perché l’edificio rimase sullo stesso asse est-ovest e a cambiare fu il verso liturgico. Le due colonne doriche addossate alla controfacciata appartenevano all’opistodomo, il retro del tempio diventato fronte della chiesa.

Le absidi, e quanto di ciò che si vede sia antico

Sulle absidi la storiografia diverge, ed è la divergenza più seria dell’intera fase. La versione corrente, di Vitale, dell’Arcidiocesi e del Catalogo generale dei Beni Culturali, vuole che i bizantini abbiano aggiunto a est tre absidi semicircolari a chiusura delle navate. Santi Luigi Agnello, in Una metropoli ed una città siciliane tra Roma e Bisanzio (2001), ha proposto invece una ricostruzione icnografica fondata sull’Epistula del monaco Teodosio, testimone della presa araba dell’878, secondo la quale in età bizantina le absidi mancavano. Agnello ha accolto quella lettura, con una cautela che va riportata: «Forse nello stesso periodo furono create le tre absidi in corrispondenza delle navate all’interno della cattedrale. La mia è al momento solo un’ipotesi di lavoro». Il periodo indicato è il regno di Ruggero II.Anche il loro aspetto materiale chiede prudenza. L’abside della navata sinistra, che ospita la cappella della Madonna della Neve ed è presentata come l’unica superstite delle tre, passò per la campagna di restauro del 1909-1911, nella quale, attesta la documentazione della Soprintendenza, «l’absidiola sinistra era stata ricomposta». Il giudizio di Vitale su quella stagione di cantieri è severo: una «re-invenzione», e «in larga misura anche la ricreazione di una coesistenza di facies mai esistita nella realtà storica». Chi guarda oggi l’interno vede una fase bizantina filtrata dal primo Novecento.

Il battistero

Le fonti archeologiche e documentarie qui richiamate non attestano un battistero paleocristiano o bizantino annesso alla cattedrale. La cappella che oggi porta quel nome, prima a destra entrando, è una sistemazione novecentesca, con i frammenti di lastre a mosaico del XII secolo staccati nei restauri e, come fonte, un vaso antico proveniente dal Castello Maniace.Intorno a quel vaso, un cratere marmoreo con due anse alto 3 palmi e percorso da un’iscrizione greca corrosa, si è addensata una leggenda tenace. Secondo Capodieci fu rinvenuto nelle catacombe di San Giovanni, passò alla cappella dentro il torrione del castello e giunse in cattedrale soltanto nel 1644, portato dal vescovo Francesco Elia y Rueda come acquasantiera; divenne fonte battesimale nel 1697, quando monsignor Termini lo pose al posto dell’antico fonte, spezzato dal terremoto del 1693, sopra sei leoncelli di bronzo con le sue armi gentilizie, che le guide correnti contano in sette e dicono normanni. Paolo Maria Paciaudi, nel De sacris christianorum balneis (1758), lo giudicava «VI vel VII saeculi opus», opera del VI o VII secolo fabbricata per conservare l’acqua lustrale, e su questa base Capodieci demolì la tradizione secondo cui vi avrebbe battezzato Marciano e vi avrebbe ricevuto il battesimo santa Lucia: «è una narrazion favolosa quanto si rapporta», scrive, ricordando che fino al VII secolo si battezzava per immersione in fonti scavati nel suolo. Incerta è pure l’attribuzione a Zosimo, perché l’epigrafe non reca il titolo di vescovo. Il vaso entrò in cattedrale nel Seicento e va tenuto fuori dalla fase paleocristiana.

La cattedrale bizantina

Fra la riconquista giustinianea della Sicilia, nel 535, e la caduta della città il 21 maggio 878 si colloca la fase più lunga della vita cristiana dell’edificio, e la meno documentata. La versione corrente, secondo cui nel 640 il vescovo Zosimo portò la cattedra dentro il tempio di Atena e i bizantini ne ricavarono una basilica a tre navate con tre absidi, è contestata dalla letteratura scientifica in tutti e tre i punti.

Siracusa nell’impero d’Oriente

Già al tempo di Gregorio Magno (590-604) Siracusa aveva tolto a Catania il primato fra le diocesi siciliane, e dalla fine del VII secolo ospitò lo stratego del thema di Sicilia: la cattedrale di Ortigia era la chiesa di una sede di peso nell’impero. Vittorio Giovanni Rizzone, nello studio sui vescovi siracusani fra VIII e IX secolo, considera la città e il suo territorio un «prolungamento» di Costantinopoli.

Quando l’Athenaion divenne chiesa

Sulla data della conversione le posizioni divergono. La voce Siracusa dell’Enciclopedia dell’Arte Medievale, curata da Giuseppe Michele Agnello, parla dell’ex tempio di Atena «trasformato nel sec. 6° in chiesa bizantina a tre navate», e lo stesso studioso precisa altrove «verso la metà del VI secolo». Il Catalogo generale dei Beni Culturali preferisce «tra il VI e il VII sec. d.C.», il sito dell’Arcidiocesi «a partire dal VII secolo d.C.», senza nominare Zosimo. La divulgazione corrente attribuisce l’atto a Zosimo nel 640, data insostenibile, perché fu papa Teodoro I (642-649) a sceglierlo come vescovo. Le due cronologie potrebbero riferirsi ad atti distinti, la conversione dell’edificio e il trasferimento della cattedra dal complesso episcopale di Akradina, presso la basilica di San Giovanni alle Catacombe: ipotesi ragionevole, priva di appoggio documentario.

Zosimo e il restauro della chiesa della Vergine

La fonte quasi contemporanea è la Vita Zosimi (BHL 9026), giunta in traduzione latina in un unico manoscritto napoletano del XIII secolo; l’originale greco, perduto, risale alla fine del VII secolo. Vi si legge che Zosimo fu ordinato presbitero della chiesa dedicata alla Vergine dal vescovo Giovanni, documentato fra il 595 e il 603, e che restaurò poi «la stessa chiesa, presumibilmente la chiesa vescovile», come sintetizza Augusta Acconcia Longo, nel quinto anno di episcopato.Alla fonte più antica Zosimo deve quindi il restauro di una chiesa della Vergine già esistente entro i primi anni del VII secolo. Del trasferimento della cattedra non c’è traccia, e negli studi di Acconcia Longo e di Mario Re l’Athenaion non compare mai. Quel racconto nasce dalla cronotassi episcopale di Cristoforo Scobar (1520), fondata su un manoscritto perduto e ripresa da Rocco Pirro nella Sicilia Sacra. Rizzone la riferisce al condizionale e avverte che quelle notizie «non sono verificabili». Zosimo, il primo vescovo greco della città per quanto risulta ad Acconcia Longo, morì fra il 655 e il 662.

Costante II a Siracusa (663-668)

Costante II sbarcò a Taranto all’inizio del 663, fu a Roma per dodici giorni dal 5 luglio e a fine anno passò lo Stretto. Il Liber Pontificalis, nella Vita Vitaliani, ne registra l’arrivo con una formula che Paolo Diacono ricalca in Historia Langobardorum V, 11: «entrò in Sicilia nella settima indizione e abitò nella città di Siracusa» (traduzione dal latino).Nessuna fonte antica afferma che Siracusa fu proclamata capitale dell’impero. Le fonti latine dicono che l’imperatore vi abitò; Teofane Confessore, capostipite della tradizione cronachistica greca, scrive che Costante aveva lasciato Costantinopoli per trasferire a Roma la sede del governo. La formula «Siracusa capitale» è una scorciatoia storiografica moderna.Resta documentato il peso fiscale imposto senza riguardo per i privilegi ecclesiastici a Calabria, Sicilia, Africa e Sardegna: il principale contribuente dell’imperatore, osserva Riccardo Maisano, era il pontefice, e la corte si insediò nel cuore del patrimonium in partibus Syracusanis. Durante il regno di Costante II la zecca cittadina batté solidi e folles; su questi ultimi compare il segno SCL. L’imperatore fu ucciso nel bagno dal cortigiano Andrea figlio di Troilo, il 15 luglio oppure il 15 settembre 668, secondo le ricostruzioni discusse da Maisano. Il Liber Pontificalis reca il 15 luglio della dodicesima indizione, che rinvierebbe al 669. Il suo editore Louis Duchesne preferisce correggere il numero dell’indizione da dodici a undici, ottenendo il 15 luglio 668; correggendo invece il mese si potrebbe leggere il 15 settembre, oppure ottobre, 668. La cronaca greca non nasconde l’ostilità, e, in un inciso distinto dai racconti della spedizione e della morte, Teofane afferma che la devastazione dei territori cristiani «non cessò, finché il persecutore della Chiesa non fu malamente ucciso in Sicilia» (traduzione dal greco).

La cattedrale negli anni della corte

Su ciò che accadde nella cattedrale in quei cinque anni le fonti tacciono: nessuna cerimonia o sepoltura imperiale, nessuna donazione, nessuna identificazione del palazzo o dei bagni. L’unica notizia primaria che tocchi gli arredi liturgici siciliani di quegli anni è negativa: secondo Paolo Diacono «i vasi sacri e i tesori delle sante chiese di Dio furono sottratti per ordine imperiale e per avidità dei Greci» (traduzione dal latino).Zosimo era morto prima dell’arrivo della corte; il vescovo in carica alla morte dell’imperatore era Georgio, caduto nel 668 o nel 669 in un’incursione musulmana e sepolto nella chiesa altrimenti ignota di Sant’Anastasio de Ollis, cui potrebbe riferirsi un architrave marmoreo della Galleria Regionale di Palazzo Bellomo, con iscrizione greca sulle reliquie di quel martire. Il soggiorno imperiale accelerò l’ellenizzazione della chiesa locale, entro un limite misurabile: i sigilli vescovili restano in latino almeno fino a Maurizio, segno, per Vitalien Laurent, che il greco non aveva ancora soppiantato il latino in cancelleria. Che nella chiesa maggiore di una città con corte, zecca ed esercito si celebrassero le liturgie palatine è verosimile e resta privo di prova.

Le absidi e il campanile

Le tre absidi sono il punto più controverso. Santi Luigi Agnello, in Una metropoli e una città siciliane tra Roma e Bisanzio, ha proposto una ricostruzione icnografica, fondata sull’Epistula del monaco Teodosio, in cui le absidi mancano; Giuseppe Michele Agnello, aderendo a quella lettura, le ipotizza normanne, e lo dichiara: «La mia è al momento solo un’ipotesi di lavoro». L’abside della navata sinistra, quella della Cappella della Madonna della Neve, figura inoltre fra le ricostruzioni novecentesche nella scheda ministeriale, il che rende problematico chiamarla l’unica abside bizantina superstite.La chiesa ebbe un’iconostasi, rimossa secondo Giuseppe Michele Agnello «probabilmente già dai musulmani». Alla piena età bizantina la cronotassi riferisce una sola aggiunta, attribuita al vescovo Teodosio IV nell’VIII secolo: fece «sopra la cella una torre, dove si suonavano le campane» (traduzione dal latino di Pirro).

I vescovi, i sigilli, l’iconoclasmo

La cronotassi critica dei vescovi di Siracusa è stata ricostruita da Rizzone su epistolari pontifici, atti conciliari e sigilli plumbei. Dopo Zosimo la serie comprende Elia, Teodoro I, Georgio, i due Teodosio, Giovanni II, Maurizio, Marciano II e Stefano II, presente per procura al Niceno II del 787. Teodosio II sottoscrisse al sinodo di papa Agatone del 680 come «exiguus episcopus sanctae ecclesiae syracusanae», e gli si attribuisce il restauro di quattordici chiese devastate da un attacco arabo.Il passaggio della Sicilia dal patriarcato di Roma a quello di Costantinopoli è tradizionalmente collocato intorno al 732, sotto Leone III Isaurico. La cronologia della promozione di Siracusa a sede metropolitana è discussa: Rizzone riprende la ricostruzione che la collega a Leone III e al vescovo Marciano II, mentre la scheda diocesana BeWeB la pone fra il 790 e l’820. Rizzone collega la leggenda sulla fondazione apostolica alle rivendicazioni maturate dopo il soggiorno imperiale e la costituzione del thema, e ricorda una datazione fra la fine del VII e gli inizi dell’VIII secolo. Il racconto attribuisce l’evangelizzazione a san Marciano, inviato da Pietro da Antiochia: una città già residenza imperiale aveva interesse a rivendicare un’apostolicità utile alla promozione metropolitana. Il primo sigillo in greco, aniconico, è quello di Marciano II: Marina Falla Castelfranchi vi ha letto un ossequio alle tesi iconoclaste, mentre Rizzone ricorda che monogrammi cruciformi compaiono anche dopo la crisi. Quello di Gregorio Asbesta, insediato nell’844 o 845, recupera la Vergine col Bambino e la formula «Adoriamo te e colui che è nato da te, o Vergine» (traduzione dal greco).

Gli arredi e il tesoro

La migliore descrizione degli arredi viene dal giorno in cui andarono perduti. Teodosio monaco e grammatico, presente in chiesa il 21 maggio 878, racconta la scena nell’Epistola de expugnatione Siracusarum, parafrasata da Michele Amari nella Storia dei Musulmani di Sicilia:
«Uno stuolo corre alla cattedrale, ove l’arcivescovo Sofronio e tre preti, Teodosio era tra questi […] si acquattano tra l’altar maggiore e il seggio vescovile; […] richiese dei vasi sacri; si fe’ menare al luogo ove serbavansi, che erano cinquemila libbre di metalli preziosi.»
Se ne ricavano quattro dati: un altare maggiore dietro il quale nascondersi, una cattedra vescovile dietro la mensa all’uso bizantino, con spazio per quattro uomini accucciati, un locale chiudibile a chiave adibito a tesoro e cinquemila libbre di metalli preziosi, cifra che Adolfo Holm riporta identica. Su questa descrizione si regge la ricostruzione senza absidi di Santi Luigi Agnello. Le spoliazioni delle chiese siciliane ordinate da Costante II, due secoli prima, costituiscono un precedente; le fonti non permettono però di stabilire quali beni della cattedrale fossero stati sottratti allora e quanto del tesoro del 878 derivasse da acquisizioni successive.Un solo arredo di possibile età bizantina è ancora nel Duomo, il fonte battesimale, ricavato da un cratere greco in marmo bianco sorretto da sette leoncini, di bronzo o di ferro battuto secondo le diverse descrizioni. Il vaso reca iscrizioni greche corrose, trascritte nel 1813 da Giuseppe Maria Capodieci e rese in latino da Domenico Gaspare Lancia di Brolo come dono di un Zosimo a Dio; l’attribuzione al vescovo è contestata, perché manca il titolo episcopale. Paciaudi e Lancia di Brolo lo datano al VI o VII secolo. Incerta la provenienza, fra le catacombe di San Giovanni e la chiesa del castello Maniace, dove secondo Capodieci si conservava prima.

Affreschi e mosaici

Nel Duomo non si conserva alcun affresco di età bizantina. Quelli che rivestirono i muri risalgono al vescovo Riccardo Palmer, dopo il sisma del 1169, e non sopravvivono. Anche i mosaici raccolti nel battistero, spesso presentati come bizantini, sono normanni del XII secolo: Palmer, ricorda Giuseppe Michele Agnello, fece ricoprire «la cattedra e il coro con mosaici, di cui restano quattro formelle». Nel volume del 2006 sull’Oratorio dei Quaranta Martiri della catacomba di Santa Lucia, presso la basilica del Sepolcro, Grazia Salvo definisce i suoi affreschi, allo stato delle conoscenze, l’unico ciclo siciliano collocabile con sicurezza entro il periodo bizantino. La datazione più precisa alla prima metà dell’VIII secolo è proposta in via ipotetica attraverso indizi agiografici; la riscoperta avvenne nelle campagne di Paolo Orsi fra il 1916 e il 1919.

Che cosa resta

Restano con ragionevole certezza i tamponamenti degli intercolumni, leggibili dentro e fuori lungo il fianco settentrionale, gli archi aperti nei muri della cella e l’inversione dell’accesso, che porta l’ingresso sul retro del tempio: gli elementi che danno alla cattedrale la sua forma appartengono alla conversione dell’edificio, collocata dagli specialisti nel VI secolo, quindi prima di Costante II. Dagli scavi di Orsi fra il 1912 e il 1917 in piazza Minerva vengono un muro bizantino, sepolture medievali, ceramica culinaria e trincee di spoliazione aperte «nei tempi bizantini, quando si dava la caccia spietata a tutti i conci lavorati».L’immagine di chiesa bizantina dentro il tempio greco che il visitatore percepisce oggi deve molto al primo Novecento: le campagne del 1912-1915, sotto il vescovo Luigi Bignami, e quella conclusa da Giacomo Carabelli il 9 gennaio 1927 furono volte a riportare alla luce l’antica basilica, abbattendo gli altari laterali settecenteschi e ricostruendo l’abside di sinistra. La destinazione a moschea dopo l’878, ripetuta di frequente, rimane priva di un’attestazione primaria specifica. Giuseppe Michele Agnello ritiene presumibile l’uso islamico di quasi tutte le chiese bizantine e identifica una moschea ancora in funzione in età normanna nell’ex Apollonion, cioè nel Tempio di Apollo; la questione dei due edifici va mantenuta distinta.

La fase araba

Della cattedrale fra il IX e l’XI secolo la letteratura corrente racconta una vicenda lineare: presa la città nell’878, i musulmani avrebbero risparmiato l’edificio e lo avrebbero mutato in moschea fino all’arrivo dei Normanni. Le fonti primarie restituiscono un quadro assai più incerto: il saccheggio dell’878 è documentato in modo circostanziato, mentre per la moschea si dispone di una tradizione che nessun testo antico enuncia e che l’archeologia non ha mai confermato.

L’assedio e la caduta della città

L’emiro aghlabita di Sicilia Ǧaʿfar ibn Muḥammad strinse Siracusa per terra e per mare. Il racconto più esteso è di Ibn al-Athīr nel al-Kāmil fī l-taʾrīkh, all’anno 264 dell’egira, nella versione italiana di Michele Amari (Biblioteca arabo-sicula, 1880-1881), tramite obbligato per le fonti arabe di Sicilia:
«Messo poi il campo a Siracusa, assediolla per mare e per terra… Potendo allora i Musulmani [volger tutte le forze] all’assedio, strinsero la città per nove mesi: [alfine] la espugnarono»
I nove mesi trovano conferma in Ibn ʿIdhārī (al-Bayān al-Mughrib) e sono accolti da Amari, che ne fa cominciare il computo nell’agosto 877; la voce «Sicilia» dell’Enciclopedia dell’Arte Medievale, curata per l’età islamica da Fabiola Ardizzone, parla invece di sette mesi. Divergenza anche sul giorno: i due cronisti arabi danno il 14 di ramaḍān 264, cioè il 20 maggio 878, mentre la Cronaca di Cambridge registra la presa di Sarqūsah «il ventuno del mese di maggio (878) giorno di mercoledì», data seguita da Amari e adottata dall’Arcidiocesi di Siracusa.

Il saccheggio della cattedrale

Quel che accadde dentro le chiese lo racconta una sola fonte di prima mano, l’Epistola del monaco Teodosio, deportato a Palermo. Nella parafrasi di Amari (Storia dei musulmani di Sicilia), un gruppo di armati corse alla cattedrale, dove l’arcivescovo e tre preti, Teodosio fra questi, si erano acquattati fra l’altare maggiore e il seggio vescovile:
«Ecco i Musulmani nel tempio: uno brandendo la spada che stillava sangue va dietro all’altare, trae fuori i nascosi… richiese dei vasi sacri; si fe’ menare al luogo ove serbavansi, che erano cinquemila libbre di metalli preziosi di finissimo lavoro»
Sul nome dell’arcivescovo le versioni discordano: Amari lo chiama Sofronio, mentre mons. Pasquale Magnano, per l’Arcidiocesi, scrive che il nome si ignora e propone dubitativamente Teodoro. Quanto al bilancio, Ibn ʿIdhārī conta più di quattromila uccisi e un bottino quale non se n’era mai trovato in altra città.Un dettaglio topografico di solito sfugge: il comandante musulmano alloggiò fuori dalle mura, «nell’edifizio della cattedrale vecchia fuor la città», dove Teodosio restò prigioniero trenta giorni. Da qui Amari ricava che la sede metropolitana era già stata portata dentro Ortigia prima dell’assedio, secondo la tradizione per opera del vescovo Zosimo, e che il quartiere esterno di Acradina, con la basilica di San Giovanni, era ormai abbandonato.

Che cosa fecero i musulmani della città

Le due cronache arabe concordano su ciò che seguì, punto trascurato dalla versione corrente. Ibn al-Athīr: «I Musulmani rimasero nella città per due mesi, poi la distrussero… se ne tornarono a casa l’ultimo di dū ʾl-qaʿdah», cioè il 3 agosto 878. Ibn ʿIdhārī: «vi rimasero altri due mesi dopo averla espugnata. Indi la smantellarono». Amari sintetizza:
«Per due mesi circa abbatterono fortificazioni, spogliarono tempii e case: alfine vi messer fuoco, e andaron via… Questo fu il fine di Siracusa antica: rimase un laberinto di rovine, senz’anima vivente.»
La distruzione e il ritiro narrati dalle cronache rendono problematica l’idea di un’immediata trasformazione della cattedrale in moschea congregazionale, ma non permettono di escludere successivi usi islamici dell’edificio. Amari ipotizza che una colonia musulmana si sia stabilita «verso il novecentosessantadue», quando una parte della popolazione cristiana vi era già presente e Giuseppe Michele Agnello, nella voce «Siracusa» dell’Enciclopedia dell’Arte Medievale, scrive che «dal 962 è attestato un nuovo insediamento, musulmano e cristiano». Fra l’878 e quella data corrono ottantaquattro anni scarsamente documentati dalle fonti scritte; la data indicata da Agnello non dimostra un completo vuoto insediativo per tutto il periodo precedente. Nel quadro della riorganizzazione kalbita, risale al 356 dell’egira (966-967) l’ordine del califfo al-Muʿizz di raggruppare gli abitanti di ogni distretto in centri fortificati dotati di moschea.

La moschea: che cosa dicono davvero le fonti

L’affermazione circola sulla voce di Wikipedia in italiano e sulla scheda del Comune di Siracusa, secondo cui i musulmani, «dopo la loro conquista e distruzione di Siracusa, risparmiarono il Duomo, ma lo mutarono nel luogo principale del loro culto islamico»: la stessa frase ammette la distruzione della città e vi colloca un culto islamico principale. L’unica nota di Wikipedia rimanda a una pagina devozionale anonima, oggi offline, dove si legge che «Allah fece il suo ingresso nell’antico tempio di Atena trasformato in moschea»; e le edizioni in altre lingue danno quattro date diverse per il ritorno al culto cristiano (1085, 1086, 1093 e 1095), segno che manca un documento.Nella Biblioteca arabo-sicula non compare un solo passo in cui una fonte araba parli di una moschea a Siracusa. Il silenzio pesa, perché quelle fonti registrano le moschee quando vengono insediate: per Enna, nell’859, Ibn al-Athīr annota che l’emiro «vi acconciò una moschea, nella quale rizzò il pulpito e [salirvi per] pronunziare la ḫuṭba il venerdì». Al-Idrīsī, che nel 1154 scrive per Ruggero II, dedica a Siracusa una pagina ammirata ed elenca mercati, ḫān, palagi, bagni e piazze senza nominare moschee né chiese; poche pagine prima, per Palermo, aveva descritto la «moschea ǧāmiʿ (cattedrale) che fu un tempo chiesa cristiana». Ibn Ḥawqal, che nel 972-973 conta le moschee palermitane e nel Cassaro vide «la moschea ǧāmiʿ che fu un tempo chiesa dei Rum», di Siracusa tace; al-Bakrī e Yāqūt la descrivono senza nominarne alcuna. Ibn Ǧubayr, che nel 1184-1185 attesta musulmani ancora presenti nelle città siciliane, «come Siracusa ed altre», menziona in quel passo le moschee di Palermo senza descrivere un luogo di culto siracusano; altrove ricorda moschee anche a Termini, Alcamo e Trapani.Tace anche il versante cristiano. Teodosio descrive il saccheggio e della conversione dell’edificio non fa parola. Goffredo Malaterra, che nel De rebus gestis Rogerii narra con indignazione le profanazioni delle chiese calabresi compiute da Benavert, sulla cattedrale siracusana non spende una riga, e sarebbe stato un argomento propagandistico forte. La Chiesa siracusana, nella propria ricostruzione storica, non impiega mai la parola moschea: dice soltanto che Siracusa divenne diocesi in partibus infidelium.Per Palermo esiste perfino la traccia materiale che a Siracusa manca del tutto: una colonna reimpiegata nel portico della cattedrale, con iscrizione coranica cufica entro cartiglio a forma di miḥrāb.

L’archeologia e l’equivoco fra i due templi

Agnello, nella voce enciclopedica del 1999 sulla Siracusa medievale, scriveva che «nella città non sono stati sinora identificati edifici, mura o strati archeologici di età musulmana», e la sola prova di riuso islamico di luoghi di culto che adduce è «l’iscrizione araba apposta sul muro meridionale del tempio di Apollo». Ardizzone ricorda che l’unico edificio di culto islamico finora riconosciuto nell’isola è la piccola moschea di Segesta, di inizio XII secolo, e dice «deboli» le argomentazioni con cui Aldo Messina identificò resti di moschea nell’Apollonion.Di qui l’equivoco più diffuso. La frase sull’iscrizione araba «forse parte del mihrab» appartiene alla voce di Wikipedia sul tempio di Apollo e migra sull’Athenaion solo nell’aggregazione dei risultati di ricerca. Nessuna fonte colloca un mihrab o un’iscrizione araba dentro il Duomo. Le iscrizioni dell’Apollonion sono note dal 1624, quando Giacomo Bonanni duca di Montalbano, in Dell’Antica Siracusa illustrata, ne registrava la presenza sulla parete superstite e ne ricavava una sola conclusione: «Da ciò ne comprendo, che al tempo, nel quale i Saraceni signoreggiavano in Sicilia, il Tempio si manteneva in piedi». L’inferenza che da quelle lettere si risalga a una moschea è successiva; e all’ipotesi di Messina (1995), che collocava un mihrab nel muro meridionale, Agnello obietta che la nicchia «non indica esattamente la quibla».Sul Duomo in età islamica la letteratura scientifica dice pochissimo, e al condizionale. Agnello, nel saggio L’architettura normanna a Siracusa (2014), ritiene che le chiese bizantine della città fossero «quasi tutte presumibilmente adibite a moschee» prima della loro restituzione al culto cristiano, avvenuta nella prima fase normanna alla fine dell’XI secolo, e che nella cattedrale l’iconostasi era stata «rimossa probabilmente già dai musulmani». Sono gli unici appigli, due avverbi di cautela; l’unica moschea siracusana che lo stesso studioso tratti come reale è quella dell’Apollonion. Dentro la cattedrale non risultano segnalati iscrizioni arabe, nicchie interpretabili come mihrab, resti di minareto o strati di età islamica, e neppure i restauri del 1924-1927 ne restituirono. Materiali islamici da Siracusa esistono, fra iscrizioni, monete, gioielli e ceramiche, e documentano una presenza senza identificare da soli gli edifici di culto. Gli studi di Giuseppe Cacciaguerra sui contesti di Piazza Minerva, presso l’attuale piazza del Duomo, e del Foro Siracusano, pubblicati nel 2020, e il confronto con Palermo condotto con Viva Sacco nel 2022 hanno già aggiornato la conoscenza della cultura materiale fra età bizantina e islamica.

Una durata che va scomposta

Anche la formula «moschea dall’878 al 1085» richiede cautela, perché in quei due secoli la città cambia mano. Gli Annales Siculi collocano nel 1027 una devastazione di Patti e del territorio siracusano ad opera del Gaito Maimone, ma la cronologia della notizia è controversa: Amari la riconduce al 1127, interpretando il 1027 come un errore dei compilatori. Il passo non offre dunque una prova sicura di lotte fra fazioni islamiche nella Siracusa dell’XI secolo. Fra il 1038 e il 1040 Siracusa tornò bizantina per opera di Giorgio Maniace, che secondo Amari vi «desse opera a ristorare le fortificazioni, il culto e gli ordini pubblici» e il cui nome è rimasto al castello della punta di Ortigia: se il culto cristiano fu ristorato allora, un eventuale uso islamico della cattedrale sarebbe cessato in quegli anni. Tornata in mano musulmana, ebbe per ultimo signore Ibn ʿAbbād, detto Benavert dalle fonti latine.Malaterra colloca la resa nell’ottobre 1085 e precisa che avvenne a patti, foedere composito. Le date in campo restano diverse: Amari propendeva per il 1086, Agnello ribatte che l’ultima data citata dal cronista è il settembre 1084 e che la resa cade quindi nell’ottobre 1085; Lupo Protospatario e Romualdo Salernitano danno il 1088, l’Arcidiocesi di Siracusa il 1086. Quanto al ritorno al culto, il documento esistente riguarda la diocesi, ricostituita il 23 novembre 1093: una riconsacrazione dell’edificio dopo un uso islamico non è attestata da alcuna fonte, e l’equivalenza fra le due cose è aggiunta dalla divulgazione.Che una comunità cristiana sia sopravvissuta in loco lo provano indizi convergenti: un diploma di Tancredi conte di Siracusa, del 1104, ricorda che nel 1093 Ruggero I aveva sottoposto al nuovo vescovo tutto il clero greco e latino, e quel clero greco, osserva Amari, «non era venuto al certo coi Normanni». Resta aperta una lacuna: nessuna fonte nota indica quale edificio officiassero i cristiani siracusani fra il X e l’XI secolo.

Che cosa si può dire

Restano documentati dalle cronache il saccheggio del maggio 878 e lo smantellamento della città. La durata e l’entità della discontinuità insediativa richiedono invece il confronto con i dati archeologici, inclusi i contesti ceramici di età islamica studiati nelle ricerche recenti: l’assenza di strati riconosciuti segnalata da Agnello nel 1999 non descrive da sola lo stato attuale delle conoscenze. L’uso dell’Athenaion come moschea appartiene a un ordine diverso di affermazioni: tradizione largamente ripetuta, che anche chi ha studiato più a fondo la Siracusa medievale dà per presumibile senza portarne prove. Le iscrizioni arabe e la discussione sul mihrab riguardano l’Apollonion, unico edificio siracusano per cui la questione di un uso islamico sia stata posta su basi materiali, per quanto contestate. Che a Siracusa, dopo il 962, esistesse un luogo di culto musulmano è ragionevole; che fosse la cattedrale rimane congettura.

La cattedrale normanna

Fra l’ultimo quarto dell’XI secolo e la fine del XII l’edificio attraversò una nuova fase di governo ecclesiastico, di pratica liturgica e di trasformazioni architettoniche. La fase normanna ha lasciato nel Duomo assai meno del tempio greco e del barocco, ma è quella che ne fissò l’altezza della navata centrale e vi pose una corona di merli. Pesa però un limite di metodo: non si conosce alcuna iscrizione di cantiere, alcun atto di consacrazione né alcun contratto di età normanna, e la cronologia dei lavori resta ricostruzione degli studiosi, condotta sulle murature e su poche notizie cinquecentesche, anzitutto quelle di Lucio Cristoforo Scobar, De rebus praeclaris Syracusanis (Venezia 1520). Studio di riferimento è Giuseppe Michele Agnello, «L’architettura normanna a Siracusa» (2014).

La conquista: 1085 o 1086

La fonte primaria è Goffredo Malaterra, monaco al seguito del gran conte Ruggero, che nel De rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae comitis narra la battaglia navale in porto, l’annegamento dell’emiro Benavert e infine l’assedio:
«Da maggio a ottobre la città fu tenuta sotto assedio, resistendo molto […] I superstiti, composto un patto, si arrendono e consegnano la città: nell’anno dell’incarnazione del Signore 1085.»
Goffredo Malaterra, De rebus gestis Rogerii, IV,2 (traduzione dal latino)
Sull’anno le fonti divergono. Il 1085 di Malaterra è accolto da Ferdinand Chalandon e da Agnello, che osserva come l’ultima data citata dal cronista prima dell’episodio sia il settembre 1084; Michele Amari obietta che preparativi da ottobre a maggio e resa in ottobre non stanno nello stesso anno e sposta tutto al 1086, seguito dal Dizionario Biografico degli Italiani (2017). Lupo Protospatario e Romualdo Salernitano danno il 1088, giudicato meno attendibile.Per l’edificio conta soprattutto che la resa avvenne a condizioni, foedere composito: per questo la moschea ricavata nel tempio di Apollo rimase in uso islamico per oltre un secolo, mentre la cattedrale tornava al culto cristiano.

Il ritorno al culto cristiano

Nella prima età normanna, scrive Agnello, il tempio conservava «l’impianto volumetrico della chiesa bizantina», con l’ingresso già ribaltato a ovest; l’iconostasi era stata rimossa, probabilmente dai musulmani, e l’altare arretrato nella zona dell’ex pronao. Per il resto «ci si limitò a eliminare gli elementi religiosi e iconografici musulmani, sostituendoli con quelli cristiani».Il contrasto con l’Apollonion è istruttivo: là restano epigrafi arabe nel muro superstite, mentre nella cattedrale non sopravvive alcuna traccia della fase islamica. Agnello lo spiega con lo zelo che accompagnò la ricostituzione della diocesi e che «condannò alla damnatio memoriae ogni ricordo della dominazione islamica», mentre la moschea restava protetta dai patti della resa. La cancellazione deliberata è la spiegazione proposta da Agnello; l’assenza di reperti, da sola, non permette di ricostruire con certezza l’uso islamico dell’edificio o le modalità della sua successiva trasformazione.Il primo edificio costruito ex novo a Siracusa da Ruggero I fu la basilica di Santa Lucia extra moenia; alla cattedrale toccò un adattamento, e di una data di riconsacrazione non resta notizia.

La ricostituzione della diocesi

Terminata la conquista dell’isola nel 1091, la diocesi fu ricostituita il 23 novembre 1093 secondo Agnello, che segue Klewitz e Scaduto; il Dizionario Biografico degli Italiani colloca l’erezione del vescovado fra il 1090 e il 1092, mentre l’arcidiocesi e la letteratura corrente restano sul 1093.Il punto politico è il rango: Siracusa tornò semplice sede vescovile, mentre prima dell’878 era metropoli, con giurisdizione su tutte le diocesi dell’isola, Malta compresa. Il declassamento pesò per otto secoli, e la città tornò metropolitana solo il 20 maggio 1844. La nuova diocesi copriva la Sicilia sud-orientale, era immediatamente soggetta alla Santa Sede e dal 1188 suffraganea di Monreale.Il primo vescovo normanno di Siracusa non era normanno: Malaterra racconta che il gran conte «elevò alla dignità episcopale Ruggero, decano della chiesa di Troina […] nato in Provenza» (traduzione dal latino). Resse la diocesi dal 1093 al 1104; la tradizione lo vuole consacrato da Urbano II, ma il dato manca di riscontro puntuale. Nel 1098 lo stesso papa concesse a Ruggero I la legazia apostolica ereditaria, e per tutta l’età normanna i vescovi di Siracusa saranno di fatto uomini del sovrano.Un atto del vescovo Guglielmo, regestato da Rocco Pirri nella Sicilia sacra, dà la prima fotografia del clero della cattedrale: il presule vi agisce con il cantore Gualtiero, l’arcidiacono Maurizio e sette canonici (Vittorio Giovanni Rizzone lo data al 1115, le cronotassi dicono Guglielmo menzionato nel 1112: elenco dei vescovi di Siracusa). La latinizzazione non fu immediata: un’epigrafe greca frammentaria dell’area di Santa Lucia, pubblicata da Rizzone nel 2011, documenta l’uso del greco in un contesto religioso della prima età normanna. Lo studioso la collega in via ipotetica al coinvolgimento di una componente ellenofona locale nella ripresa del culto.

Riccardo Palmer e il cantiere dopo il 1169

Il 4 febbraio 1169 un sisma con epicentro nello Ionio fra Catania e Siracusa devastò la Sicilia orientale: intensità massima 10 MCS e magnitudo momento 6,50 secondo l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia. Ugo Falcando, nel Liber de Regno Sicilie, non menziona il crollo della cattedrale: per Siracusa ricorda i castelli del territorio e la fonte Aretusa divenuta torbida e salsa. Che «la cattedrale rovinò gravemente» è ricostruzione di Agnello, fondata sulle murature e sul confronto con la sinagoga e la moschea dell’Apollonion, rialzate sopra le proprie macerie. Va poi lasciata cadere la notizia, ripetuta da molte pagine divulgative, di una volta crollata durante la messa nel 1100: risale a Matteo Palmieri e a Bartolomeo Platina, e il repertorio di sismologia storica di Maria Serafina Barbano e altri (1996) la dice molto dubbia, riflesso deformato del sisma del 1169.Il cantiere che ne seguì porta il nome di un inglese. Riccardo Palmer nacque da nobile famiglia inglese e fu educato in Francia; il suo epitaffio nel duomo di Messina dice «l’Inghilterra mi generò, la Gallia mi istruì, la Trinacria mi accolse» (traduzione dal latino), e Ugo Falcando lo chiama electus Siracusanus, vir litteratissimus et eloquens, «l’eletto di Siracusa, uomo dottissimo ed eloquente».Quel titolo di «eletto» è la chiave della sua vicenda. Designato alla cattedra siracusana forse nel 1155, e comunque prima del dicembre 1157, restò senza consacrazione per una dozzina d’anni perché la corte lo voleva a Palermo, familiaris regis nel triumvirato che sostituì l’ammiraglio Maione di Bari. Fu consacrato poco prima del 29 settembre 1169, e già il 28 aprile aveva ottenuto il pallio e l’immediata soggezione della sede a Roma. La coincidenza va segnalata con prudenza: fra il terremoto di febbraio e il pallio di aprile il vescovo passa da eletto non consacrato a titolare di una diocesi esente e si trova una cattedrale da ricostruire, senza che un nesso sia documentato.Sui lavori convergono due testimonianze: il Dictionary of National Biography sintetizza che «a Siracusa ornò la sua chiesa di mosaici e inserì vetri nelle finestre» (traduzione dall’inglese), Scobar che Palmer «ne fece ricoprire i muri con affreschi e la cattedra e il coro con mosaici». Gli interventi attribuiti al suo episcopato sono:
  • sopraelevazione del muro della navata centrale;
  • apertura delle finestre strombate a tutto sesto, quattordici secondo Agnello;
  • probabile elevazione dell’arcata che precede l’arco di trionfo;
  • ampliamento della zona absidale oltre il perimetro del tempio greco, detta «esedra» ancora nel Cinquecento;
  • affreschi sulle pareti, mosaici sulla cattedra e nel coro, vetri alle finestre.
Attestato come vescovo di Siracusa nel dicembre 1182, il 9 febbraio 1183 Palmer compare per la prima volta come arcivescovo di Messina; morì il 7 agosto 1195. Lasciando Siracusa aveva portato con sé il vaso-braccio d’argento di San Marciano, tuttora nel tesoro messinese. Al successore Lorenzo, documentato prima del novembre 1192 e morto intorno al 1201, Giuseppe Michele Agnello attribuisce in via ipotetica i restauri di San Giovanni alle catacombe, mentre gli assegna la costruzione della chiesa di San Tommaso Apostolo, tradizionalmente datata al 1199: l’anno compare nella citazione di Scobar riportata da Giuseppe Agnello, ma Giuseppe Michele Agnello avverte che manca nelle copie da lui consultate. La fase normanna della cattedrale si chiude prima del gotico, le cui prime prove siracusane risalgono agli albori del XIII secolo.

Che cosa resta della fabbrica normanna

L’opera normanna più consistente e ancora leggibile è la sopraelevazione della navata centrale. Sul numero delle monofore le fonti divergono, quattordici secondo Agnello e sette secondo varie pagine divulgative: la contraddizione è probabilmente apparente, sette aperture per lato. Le finestre visibili oggi sono comunque in larga parte una ricostruzione dei cantieri 1909-1911, avviata quando nel 1907 Giuseppe Rao fotografò le monofore tamponate a fianco dei finestroni settecenteschi e il vescovo Luigi Bignami dichiarò di vagheggiare «l’idea di ripristinare le finestre normanne strette ed arcuate». Nel 1923-1927 fu poi soppressa la cornice che segnava lo stacco fra muro antico e sopraelevazione, «ripristinando la continuità del paramento», come scrive Maria Rosa Vitale in Tempo e racconto: i restauri della cattedrale di Siracusa nel primo Novecento.Sul fianco di via Minerva sopravvive l’elemento più eloquente della funzione militare dell’edificio, che secondo la stessa Vitale «fu inoltre munito di dispositivi di difesa, con la costruzione di merlature che inglobarono i triglifi»: in una città di frontiera la cattedrale era anche opera fortificata, e la merlatura corre sopra la trabeazione dorica del V secolo a.C.Sulle tre absidi la ricerca è divisa. La lettura tradizionale, corrente anche nelle schede istituzionali, le assegna alla trasformazione bizantina del tempio in chiesa: così il Catalogo generale dei Beni Culturali (scheda di Margherita Recupero, 2021) e Vitale, che elenca fra gli adattamenti cristiani «l’aggiunta delle absidi a est». Santi Luigi Agnello, sulla base dell’Epistula del monaco Teodosio, ha proposto invece che in età bizantina le absidi non ci fossero, e Giuseppe Michele Agnello ne conclude che siano state realizzate «durante il regno di Ruggero II piuttosto che al tempo di Ruggero I», avvertendo però che la sua è «solo un’ipotesi di lavoro».Incerta resta la cronologia del campanile crollato con la facciata nel terremoto del 1693: Scobar, la fonte più antica, lo dice costruito nella seconda metà dell’VIII secolo, quindi in età bizantina, mentre altre ricostruzioni lo portano al XVI secolo. Quanto alla facciata, l’aggettivo «normanna» va preso come tradizione storiografica: nelle fonti qui richiamate non sono documentate immagini o descrizioni attendibili di quel prospetto, e fra il cantiere posteriore al 1169 e il crollo corrono cinque secoli di rifacimenti.Dell’arredo di Palmer restano quattro formelle a mosaico, trasferite nei restauri novecenteschi nella cappella del Battistero: unico resto materiale certo della decorazione normanna del Duomo. Provengono dalla zona absidale e dalla cattedra episcopale, e Giuseppe Agnello le accostò ai plutei dell’ambone del duomo di Salerno, il che le colloca fra i mosaici a intarsio di tipo cosmatesco; la divulgazione parla talvolta di due sole formelle. Affreschi, vetrate e arredi sono perduti, e i leoncini del fonte battesimale, spesso detti normanni, sono datati al XIII secolo. Allo stesso episcopato sono riferiti il crocifisso ligneo dipinto di Santa Lucia al Sepolcro e il candeliere in bronzo della Galleria Regionale di Palazzo Bellomo, di gusto vicino alla scuola di Canterbury: una convergenza da segnalare, senza che ne discenda un’attribuzione.

Il soffitto

Le fonti qui richiamate non descrivono tipologia, dimensioni o decorazione del soffitto normanno della navata centrale. Il confronto con i cantieri regi di Cefalù, Palermo e Messina può suggerire ipotesi, ma non documenta a Siracusa un cassettonato ligneo dipinto di gusto siculo-islamico. La sopraelevazione con quattordici monofore offre un argomento indiretto per ipotizzare una copertura leggera, verosimilmente lignea.Quel che si sa con certezza riguarda l’epoca successiva. Il soffitto ligneo che copriva la navata fino al Novecento era cinquecentesco, e una datazione corrente lo assegna al 1518; fu il suo stato precario a provocare la chiusura al culto nel giugno 1906, all’origine dei restauri che avrebbero ridisegnato proprio la parte normanna.

Dal Duecento al Quattrocento

Dei tre secoli fra la fine del dominio normanno e l’età moderna la cattedrale conserva pochissimo di materiale e ancora meno di documentario. Un incendio divampato al tempo del vescovo Ludovico Platamone (1518-1540) e una rivolta del 1540 distrussero gran parte delle carte della curia, e con esse l’archivio della fabbrica: come constata Adriano Napoli nella tesi L’arredo liturgico fisso nelle cattedrali normanne di Sicilia, «assai poco si può ricostruire dell’assetto bassomedievale delle absidi minori». Quel che si sa passa quasi tutto per fonti posteriori, il libello di Lucio Cristoforo Scobar De rebus praeclaris Syracusanis (1520), le visite pastorali dal 1542 e l’erudizione di Rocco Pirri. Il guscio resta intanto quello greco e normanno, mentre all’interno ogni generazione aggiunge un altare, un beneficio, una tomba, un organo, un coro.

Svevi e Angioini

La sede siracusana è suffraganea di Monreale dall’11 aprile 1188 e diventerà metropolita soltanto nel 1844: parlare di arcivescovi prima di quella data è un anacronismo (si veda l’elenco dei vescovi di Siracusa). Sotto Federico II la città è un cantiere, ma il Duomo ne resta fuori, perché l’impresa federiciana in Ortigia è il Castello Maniace, avviato entro il 1239; fra gli interventi del capitolo ricordati dalla storiografia figura la cessione ai Francescani della chiesa di Sant’Andrea. Il Catalogo generale dei Beni Culturali la riferisce al 1225; Enrico Pispisa distingue invece l’insediamento dei frati in città, verso quell’anno, dall’acquisizione successiva della chiesa. Per la fase sveva e per il periodo angioino (1266-1282) le fonti finora esaminate non consentono di ricostruire in modo continuativo i lavori, le donazioni, le cappelle e le sepolture della cattedrale.

La Camera Reginale e la committenza catalana

La cronologia della Camera Reginale, l’appannaggio assegnato alle regine di Sicilia, è più articolata di quanto dica la vulgata. Giuseppe Michele Agnello, in Urbs fidelissima, individua una prima Camera concessa il 22 gennaio 1292 a Isabella di Castiglia, una seconda per Eleonora d’Angiò, che egli data al 28 agosto 1305 mentre altra letteratura indica il 1302, e una terza per Costanza d’Aragona fra 1361 e 1363, con corte a Catania. Siracusa ne diventa capitale nel 1420 e lo resta fino al 1536, o al 1537 secondo altre ricostruzioni: la formula che fissa l’istituzione della Camera al 1361 confonde la terza fase con la prima.
«I benefici di questa condizione privilegiata sono facilmente individuabili nell’incremento degli abitanti e nella fioritura del gotico non più locale ma catalano, importato dalla nobiltà di Stato.» (Agnello, Urbs fidelissima)
Il meccanismo materiale ha una data, il decreto del 1437 che consentì l’esproprio dei terreni confinanti, e i monumenti superstiti di quella stagione sono civili, dal palazzo Mergulense-Montalto del 1397 in avanti. La casata dei Bellomo (Bellhom), originaria della Catalogna e arricchita con la guerra di corsa, tenne il consolato dei Catalani dal 1393 al 1448 e diede alla diocesi il vescovo Ruggero (1419-1443); il suo palazzo ospita oggi la Galleria Regionale di Palazzo Bellomo. Il presule del lungo episcopato 1469-1511, italianizzato nelle liste in Dalmazio Gabriele, si chiamava Gabriel Dalmau de Santdionís, e dal 1378 il canonico siracusano Giovanni de Currali è attestato anche come titolare di un canonicato a Barcellona.Dentro il Duomo stava una statua di re Federico, ricordata nel 1436 da Nicolò Speciale iunior e rimossa entro il 1542; Pirri la colloca invece in piazza e la riferisce a Federico IV, mentre Napoli la ritiene lo stesso manufatto, dei primi anni del Trecento. Nel 1474, nella processione del Corpus Domini che muoveva dalla corte vescovile verso la chiesa di San Giovanni Evangelista extra menia, sfilavano il cero dell’Università e «lo Cilio della Signora Regina», in una nota trascritta da Giuseppe Maria Capodieci.

I vescovi e i lavori documentati

Il maggiore intervento trecentesco si deve a Giovanni d’Alife, vescovo fra il 1382 circa e il 1385, che secondo Scobar «innovavit Salvatorem, qui fuerat sine capite, et angelos ac apostolos, totamque tribunam maiorem», cioè rinnovò il Salvatore rimasto senza testa, gli angeli, gli apostoli e l’intera tribuna maggiore (traduzione dal latino). Rifaceva la decorazione voluta due secoli prima da Riccardo Palmer, unico ciclo pittorico di età normanna attestato fra le cattedrali siciliane e noto solo grazie a quel restauro: l’abside medievale fu demolita a metà Seicento.Il vescovo meglio documentato del secolo è il domenicano Enneco de Alemania (1361-1380), che promosse i monasteri di Sant’Eustachio e di San Benedetto. Il 23 agosto 1374, insieme al capitolo, accorpò i redditi degli ospedali cittadini nell’antico ospedale di Santa Maria, posto «prope maiorem Syracusanam ecclesiam», cioè affacciato sull’attuale piazza Duomo: l’atto reca le firme di sette canonici, unico elenco nominativo trecentesco noto, fra cui il tesoriere Matteo de Perno, che possedeva due altari in cattedrale. Con Tommaso de Erbes (1388-1419) entra in chiesa il Grande Scisma, e da lui viene un errore istruttivo di Pirri, che ne attribuisce la nomina del 4 marzo 1388 a Bonifacio IX, eletto papa il 2 novembre 1389. Agnello distingue da questa notizia la consacrazione del 18 marzo 1388, che riferisce a Urbano VI.A Ruggero Bellomo si devono i due interventi quattrocenteschi documentati. Il primo è una pavimentazione che Scobar circoscrive alla zona «ante portam maiorem atque planiciem», davanti alla porta maggiore e alla spianata: Napoli avverte che quella campagna limitata fu «interpretata per sineddoche come una ripavimentazione di tutta la Cattedrale», sicché la formula corrente che assegna al Quattrocento il pavimento policromo dell’intera chiesa, con la data 1444, estende una notizia assai più circoscritta, e quel 1444 cade l’anno dopo la morte di Bellomo. Il secondo è l’organo, che Bellomo «fecit organa super pulpitum ubi Evangelium decantatur», sopra il pulpito dove si canta il Vangelo (traduzione dal latino), probabilmente innestandolo sull’ambone normanno, secondo la ricostruzione proposta da Napoli; le visite registrano a lungo un altare di San Giorgio «subtus organum».Nel 1448 il vescovo Paolo Santafé eresse con i Giurati una chiesetta dedicata a san Sebastiano «iuxta Cathedrale», dirimpetto alla fiancata nord: il suo portale, sormontato da un arco inflesso coevo, è il pezzo tardogotico datato più vicino al Duomo, e nel 1940 le sue membrature passarono a Palazzo Bellomo. Del coro un atto del 1477 attesta la porta di accesso dalla navata e nel 1489 vi furono messi nuovi stalli lignei; fino a Giovanni Castellano Orosco (1579-1602), che lo portò dietro l’altare, il coro occupava il centro della navata maggiore.

Altari, patronati, finanziamenti

Le cappelle monumentali della navata destra sono tutte di età barocca; la devozione tardomedievale si organizzava per altari e benefici, fotografati dalle visite pastorali poco prima dello smantellamento.
  • Santi Giovanni Battista ed Evangelista, navatina settentrionale: dotato nel 1402 da Faminea de Rimpea Orobello e di nuovo nel 1418; della stessa famiglia il Duomo conservava calici blasonati.
  • Santa Lucia, patronato Arezzo, presso l’abside settentrionale, forse lo stesso attestato nel 1391.
  • Santa Maria dell’Itria, nell’abside meridionale, con beneficio fondato entro il 1423 da un Artale Alagona; nel 1563 vi erano una cona veterrima e un sepolcro da interrare.
  • Santa Caterina allo spigolo sudorientale del coro, l’Annunciata e il Crocifisso «subtus pergulum», San Girolamo «retro pergulum», Santa Maria del Piliere a sud.
Il pergulum era un arredo sopraelevato che Napoli ipotizza destinato alla predicazione, affiancato da un «pergolo di fora» lapideo, verosimilmente un pulpito esterno sulla piazza. Delle due absidi minori, la settentrionale è oggi la Cappella della Madonna della Neve, la meridionale fu demolita fra Sei e Settecento per costruirvi la Cappella del Crocifisso. Della fabbrica manca un bilancio, mentre i canali di finanziamento sono documentati: legati e benefici privati sugli altari, la quarta canonica dei pii legati, le indulgenze, le fiere cittadine e la delibera del Senato con il placet del governatore reginale, procedura attestata nel 1440 per le quattro onze annuali destinate alla chiesa di Santa Lucia extra moenia. Per il periodo fra Duecento e Quattrocento resta da precisare la documentazione di una maramma, cioè di una fabbriceria; la sua attività è invece attestata nelle fonti di età moderna.

Il titolo del Piliere e le reliquie

La cattedrale normanna era intitolata alla Vergine, come lascia intendere la fiera per la Natività di Maria, resa franca nel 1293. Più tardi, e con certezza dalla fine del Cinquecento, alla Natività si sovrappose il titolo mariano aragonese del Piliere, imposto in un momento imprecisato ma con ogni probabilità non prima del Quattrocento: il Piliere è la Virgen del Pilar di Saragozza, e Siracusa era detta nelle cronache spagnole «Zaragoza de Sicilia». È il segno catalano più netto lasciato dagli Aragonesi nel Duomo. La tavola dell’Odigitria venerata con quel titolo è, secondo Gioacchino Barbera, il rifacimento tardo-quattrocentesco di una tavola tardo-duecentesca di cui sopravvivono i volti della Vergine e del Bambino, unico dipinto medievale della cattedrale giunto fino a noi. Nel 1343 fu istituita la fiera di Santa Lucia; un diploma di re Ludovico, datato al 1348 da Giuseppe Agnello e al 1344 da Adriano Napoli, autorizzò la realizzazione di una cassa argentea per le reliquie della santa, sul modello dichiarato dell’arca di sant’Agata: è il primo atto del programma che porterà, secoli dopo, al simulacro d’argento.

Le sepolture e la loro distruzione

Presso la controfacciata, entrando a destra, un sarcofago romano di reimpiego ospitò per secoli le ossa dei vescovi: portava un’epigrafe greca che ricorda «Volcacia Terenzia, pia e buona, visse quarant’anni» (traduzione dal greco) e rilievi con Caronte e le Parche. Vi erano le ossa di Ruggero, primo vescovo della diocesi normanna rifondata, e vi furono poi sepolti Ruggero Bellomo e Ludovico Platamone. Presso la porta maggiore il vescovo Pietro di Moncada fece traslare nel 1335 il beato eremita Federico Campisano in un’arca marmorea, corredata da una tavola agiografica oggi perduta.Di sepolture nobiliari laiche il Duomo doveva essere pieno, poiché i patronati Orobello, Arezzo e Alagona sugli altari implicano quasi certamente tombe di famiglia, e tuttavia nessuna risulta identificata con nome, data e collocazione: la documentazione che lo proverebbe è bruciata nell’archivio vescovile. Le visite registrano soltanto un genericissimo «sepulchrum marmoreum» nella navatina sud, probabilmente un secondo sarcofago romano con erotini, riaffiorato in frammenti dal pavimento nei restauri tardo-ottocenteschi.A cancellare le tombe medievali fu la riforma liturgica postridentina, prima e più dei terremoti: Isfar (1574-1579), applicando la bolla Cum primum di Pio V, vietò in cattedrale i cadaveri fuori terra, e negli anni Ottanta del Cinquecento, sotto Castellano Orosco, le tombe addossate alle pareti furono demolite «ornandae aedi», per abbellire l’edificio, con le ossa trasferite nella cappella della Vergine del Piliere. I due sarcofagi non erano più conservati dopo il terremoto del 1693; secondo Napoli, tuttavia, la loro rimozione potrebbe risalire già agli spostamenti di fine Cinquecento; le reliquie del beato Campisano sono state ricollocate nella Cappella della Madonna della Neve dopo una ricognizione disposta da Salvatore Pappalardo. Napoli colloca la ricollocazione nel 2020; Sebastiano Amenta ne descrive la nuova sepoltura nel 2021, ricordando il ritrovamento degli atti del processo nel maggio 2020.

Che cosa resta, e che cosa manca

Il bilancio degli elementi gotici e catalani superstiti va tenuto stretto. Sono certi il titolo mariano del Piliere, la natura catalana della committenza episcopale quattrocentesca e l’arco inflesso del 1448, che però apparteneva a un edificio esterno alla cattedrale. Della fase tardomedievale resta in opera la porta più occidentale della fiancata settentrionale, oggi murata, che Napoli identifica con la «porta vecchia» e ritiene anteriore al 1542, mentre altra letteratura la dice cinquecentesca; le monofore del fianco furono riaperte nei restauri del 1912-1915 e del 1924-1927, e secondo Maria Rosa Vitale sono in larga misura ricostruzione analogica novecentesca. Non risulta identificata alcuna cappella gotico-catalana, né un portale, una volta o un capitello di quello stile, e nessun documento di cantiere quattrocentesco è stato finora reperito. Anche la facciata medievale è perduta: il terremoto del 1542 fece crollare il campanile e impose una riconfigurazione del prospetto, sicché ciò che rovinò nel 1693 era già la facciata cinquecentesca.

I terremoti del 1542 e del 1693

L’aspetto attuale della cattedrale dipende da due terremoti separati da centocinquantuno anni. Il primo, il 10 dicembre 1542, abbatté la torre campanaria e spostò dal proprio asse alcune colonne del tempio greco, imponendo il muro che ancora oggi occulta buona parte del colonnato sul fianco settentrionale. Il secondo, l’11 gennaio 1693, fece cadere la facciata e aprì il cantiere del prospetto tardobarocco. Per entrambi la base documentaria più solida è il Catalogo dei Forti Terremoti in Italia (CFTI5Med) dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia.

Il sisma del 10 dicembre 1542

Le prime scosse si avvertirono dal 30 novembre; quella distruttiva arrivò il 10 dicembre intorno alle 15:15 GMT, le ore 23 del computo italico allora in uso. Il catalogo gli assegna magnitudo equivalente 6,8 ed epicentro nell’entroterra ibleo, dove le distruzioni coprirono circa 6.000 chilometri quadrati; le vittime furono circa 200, poche rispetto ai crolli perché il sisma colse la popolazione fuori casa. A Siracusa l’intensità fu di grado VIII della scala Mercalli-Cancani-Sieberg, valore fissato dallo studio di Boschi, Guidoboni e Mariotti negli Annali di Geofisica (1995). La scheda di catalogo descrive gli effetti in città:
«Il terremoto danneggiò gravemente molte abitazioni, soprattutto nella contrada Maniace e nella strada dell’Amalfitania. Subì danni gravi il palazzo vescovile; crollò la torre campanaria del duomo; furono gravemente danneggiati il castello Marchetti, che fu reso totalmente inagibile, e la fortezza di Casanova; ci furono 9 morti.»
Tommaso Fazello, nel De rebus siculis decades duae, registra in latino case «proscissae» (spaccate) soprattutto nella zona del castello. La perdita del campanile pesò oltre la sfera religiosa, perché la torre serviva da punto di avvistamento sul mare.L’effetto destinato a durare riguardò il colonnato dorico inglobato nel fianco della chiesa. Lo spostamento di almeno una colonna compromise la statica e impose una muratura di rinforzo che avvolse le colonne lasciandone sporgere solo parte dei capitelli; il disassamento, valutato su un rilievo di J.-P. Adam in circa 70 centimetri, è tuttora misurabile. Maria Rosa Vitale, in Tempo e racconto: i restauri della Cattedrale di Siracusa nel primo Novecento («Lexicon», 2022), riassume: «fu effettuato un consolidamento lungo il prospetto laterale che nascose definitivamente alla vista alcune delle colonne, i cui rocchi erano stati dislocati dalla potenza dell’evento tellurico». Il danno al corpo della chiesa è però attestato dalle sole fonti memorialistiche, mentre campanile, palazzo vescovile e fontane hanno riscontro amministrativo: i 70 centimetri sono una misura odierna letta come effetto di quel sisma.

La ricostruzione del campanile e la polemica sul muro

Quattro atti del fondo Senato di Siracusa, fra il 18 aprile 1543 e il 26 agosto 1547, documentano la ricostruzione della torre, finanziata trattenendo per tre anni metà dello stipendio dei funzionari cittadini, misura poi prolungata ad altri tre. L’argomento decisivo fu tecnico prima che devozionale, perché una torre in rovina avrebbe esposto le murature della chiesa alle infiltrazioni d’acqua. Il ricavato doveva servire anche a riparare la fonte Aretusa (la notizia diffusa che vi fosse entrata acqua salata non ha riscontro nelle fonti scientifiche) e la biviratura pubblica.L’opera fu commemorata da un’epigrafe recuperata fra le macerie del terremoto successivo e pubblicata da O. Garana in I Vescovi di Siracusa (1969). Giuseppe Maria Capodieci, negli Antichi monumenti di Siracusa, data il rifacimento al 1545, sotto il vescovo Girolamo Beccadelli di Bologna, e il completamento al 1578. A lui si deve una polemica erudita che la sismologia storica ha risolto in suo favore: «vi si fece un muro, a fin di sostenerlo, come rilevasi dall’iscrizione, incisa in pietra, ivi apposta; onde un tal muro non fu costruito dopo il tremuoto del 1693, come suppose il Can. Logoteta». La datazione al 10 agosto 1542, corrente fra gli storici siracusani, nasce da un errore di lettura di Rocco Pirri nella Sicilia sacra (1733).

Le scosse del 9 e dell’11 gennaio 1693

Il terremoto del 1693 è una sequenza che i cataloghi scompongono in tre eventi. Il 9 gennaio, verso le 21:00 GMT, una scossa di grado VII fece cadere in città alcune casupole, il campanile del baluardo della polveriera, parte del campanile di Santa Maria la Porta e parte della torre di Casanova, già lesionata nel 1542; durò quaranta secondi, il tempo che secondo le fonti coeve occorre a recitare il Credo, e uccise quattro persone in città, diverse decine nelle campagne.L’11 gennaio, intorno alle 13:30 GMT (le ore 21 italiane), arrivò la scossa più forte della sismicità storica italiana: intensità epicentrale di grado 11, magnitudo equivalente 7,4 nel CFTI5Med e magnitudo momento 7,3 nel CPTI15. A Siracusa l’intensità fu di grado IX. La statistica ufficiale del maggio 1693 conta 3.500 morti su circa 15.400 abitanti; le stime coeve salgono molto più in alto, dalla «metà della popolazione» dichiarata dal vescovo e dal viceré agli 8.000 morti indicati dal sindaco Benedetto Ximenes. Il registro parrocchiale di San Giacomo annota la distruzione delle contrade Tremaniaggi, Mastrarua e Salibra; crollarono la torre di Casanova, parte del Castello Maniace, parte dei baluardi e l’intera porta di Villafranca; da Messina a Siracusa furono segnalati effetti di maremoto.

Il crollo della facciata e i danni alla cattedrale

La descrizione analitica di catalogo è netta: «Tra gli edifici ecclesiastici furono danneggiati la cattedrale, che subì il crollo della facciata, della torre campanaria e di parte della copertura». Le altre fonti aggiungono:
  • la caduta di due colonne del pronao dell’antico tempio, secondo il Catalogo generale dei Beni Culturali;
  • la caduta di un intero blocco della trabeazione greca, reimpiegato come mensa dell’altare maggiore, consacrato dal vescovo Asdrubale Termini nel 1701;
  • la rottura dell’antico fonte battesimale, sostituito nel 1697;
  • gravi danni nella Cappella del Crocifisso, terminata appena uno o due anni prima, per la quale già il 6 novembre 1693 si pagava la nuova cancellata;
  • la rovina del palazzo vescovile, provocata dalla caduta del campanile, con lavori ancora in pagamento nel 1745.
Il crollo delle navate, ricorrente nella letteratura divulgativa, manca di riscontro in ogni fonte verificabile: risulta documentata la perdita di parte della copertura, mentre l’ossatura templare e le colonne doriche ressero. Restarono indenni la Cappella del Santissimo Sacramento con gli affreschi di Agostino Scilla e l’abside della navata sinistra; la tradizione, consolidata ma priva di riscontro coevo, vuole illesa anche la Madonna della Neve di Antonello Gagini, nella cappella omonima. Fuori dalla cattedrale crollarono in tutto o in parte la chiesa dei Gesuiti, le parrocchiali di San Giovanni Battista, San Paolo, San Giacomo, San Tommaso e San Martino e quasi tutti i monasteri, fra cui San Benedetto.Sulla natura della facciata caduta le fonti divergono: nessun testo coevo la qualifica, la letteratura corrente la dice normanna, il Catalogo generale dei Beni Culturali medievale, altre pagine rinascimentale, mentre una fonte locale specialistica parla del crollo di «larga parte della facciata (forse già di fase normanna)». Un’origine medievale della facciata resta possibile, ma il prospetto caduto nel 1693 aveva già attraversato i rifacimenti del Cinquecento, documentati dopo il terremoto del 1542. Incertezza analoga riguarda il campanile: lo stesso Catalogo elenca fra le trasformazioni post-sismiche «la ricostruzione del campanile», mentre la versione più diffusa vuole che la torre non sia mai più stata rialzata e che si sia arrivati solo alla cella campanaria del 1925.

Le perizie e la decisione di ricostruire

La documentazione notarile segue le prime settimane giorno per giorno. Il 17 febbraio si paga una baracca adibita a ospedale per i feriti. Il 27 febbraio il vescovo Francesco Fortezza riferisce al cardinale Carpegna sui danni di città e diocesi, con le strade ridotte, nella resa inglese di Boschi, Guidoboni e Mariotti, a «montagne di pietra impraticabili». Il 18 marzo ordina ai vicari foranei di ricostruire prima di ogni altra cosa le chiese matrici. Il 24 marzo il notaio Pietro Spucces roga il «contratto d’appalto dei lavori di sgombero delle macerie del campanile della chiesa cattedrale», primo intervento documentato sul Duomo dopo il sisma; il giorno dopo un altro appalto riguarda «mura e fabriche quasi minaccianti ruina» da «demolire e scavare».Le perizie vere e proprie nascono dalla circolare del 25 maggio 1693, con cui Fortezza chiede ai vicari foranei «precise relazioni sullo stato degli edifici di proprietà ecclesiastica». Nell’ottobre 1695 il Ristretto delle Relationi havute per reparare le Chiese distrutte dall’ultimo Terremoto nelli Vescovati di Siracusa, e Catania, inviato a Madrid, mette in cifre il costo del ripristino degli edifici di culto delle due diocesi; la perizia specifica sul Duomo non risulta finora pubblicata. Sul piano finanziario la Santa Sede sospese per cinque anni i legati pii a vantaggio della riedificazione, e il governo riaprì la Zecca di Palermo per consentire la vendita dell’argento privato ed ecclesiastico.Il coordinamento toccò al duca di Camastra, vicario generale per il Val Demone e poi anche per il Val di Noto, incarico tenuto per pochi giorni dallo stesso Fortezza, che si ammalò e morì il 13 novembre 1693. Le priorità andarono alle piazzeforti, e l’ingegnere Carlos Grunembergh restò in città oltre un anno per riparare bastioni e mura «tutti conquassati e parte rovinati». Secondo la ricostruzione di Boschi, Guidoboni e Mariotti, non risultano valutazioni complessive dei danni o aiuti del governo estranei alle fortificazioni: gli interventi furono sostenuti anche con permute, baratti e vendite autorizzate dal sovrano. Siracusa fu riedificata sullo stesso sito e sulla stessa pianta, e piazza Duomo è oggi considerata il simbolo di quella ricostruzione.Quanto fosse grave il danno alla città resta controverso. Le fonti coeve già divergevano: distruzione totale per il viceré, un terzo della città per il Senato, cinque parti su sei delle «tremila e più fuochi» per Ximenes. Santi Luigi Agnello (1983) e Lucia Trigilia (1985) hanno sostenuto, su basi urbanistiche e storico-artistiche, che il sisma «a parte pochi casi chiaramente identificabili non causò danni gravi agli edifici storici, né incise sull’impianto urbano» (traduzione dall’inglese). I sismologi replicano che le prove di crolli e dissesti tali da rendere inabitabile la maggior parte delle case sono sufficienti, e che limitarsi ai crolli documentati significa ignorare ciò di cui gli archivi tacciono.Un dato di sismologia locale spiega in parte perché il tempio abbia retto due volte: gli effetti dei terremoti passati risultano meno gravi in Ortigia che nelle aree circostanti. Per i terremoti successivi al 1693, compreso quello del 1990, le fonti finora esaminate non consentono di definire un quadro completo degli eventuali danni alla cattedrale. Il prospetto odierno conserva la forma della ricostruzione settecentesca, avviata nel 1728 con l’innalzamento del primo ordine.

La ricostruzione settecentesca

Il terremoto dell’11 gennaio 1693 abbatté il campanile della cattedrale e la fronte cui il campanile era addossato, secondo il modello della facciata a torre. Trentacinque anni dopo le macerie erano ancora sul posto, come attesta il preambolo dell’atto che aprì il cantiere del nuovo prospetto. Enrico Mauceri, che pubblicò quell’atto nel 1911 in Figura ignota di artista siracusano. Pompeo Picherali, architetto del secolo XVIII, riassumeva così: «L’antico prospetto, distrutto dal terremoto del 1693, giaceva in rovina ancora per terra, quando il vescovo Marini ne curò la riedificazione».La riedificazione durò venticinque anni, in due campagne separate da una lunga interruzione, e resta la vicenda più discussa della storia dell’edificio, perché il nome dell’autore del disegno manca in ogni documento noto e le attribuzioni proposte in un secolo di studi sono cadute una dopo l’altra.

Il concorso del 1727-1728

L’iniziativa fu del vescovo Tommaso Marini (Marino), domenicano, sulla cattedra siracusana dal 14 febbraio 1724 al 2 maggio 1730. Stefano Piazza, nei testi per il volume della Soprintendenza di Siracusa Le città tardobarocche del Val di Noto nella World Heritage List dell’UNESCO, è deliberatamente cauto: la ricostruzione «prese le mosse da una sorta di concorso, espletatosi tra il 1727 e il 1728, di cui non si conoscono i partecipanti, il vincitore e i membri della giuria».Il documento primario conferma la sostanza e tace sui nomi. Secondo il preambolo dell’atto del 18 ottobre 1728 il vescovo si rivolse ad alcuni «modernos et peritos Architettores», nella traduzione italiana architetti moderni ed esperti, ne ottenne più disegni, ne scelse uno e lo sottopose al giudizio di alcuni periti: una consultazione privata e discrezionale del committente più che un bando pubblico. Il nome dell’autore del disegno prescelto manca, come rilevava già Mauceri: «Nel documento non si fa il nome dell’architetto». La versione più diffusa in rete, secondo cui il concorso fu vinto dal trapanese Andrea Palma, discende da una pagina del portale diocesano siciliacristiana.eu, oggi fuori linea, e resta priva di riscontro.

L’atto del 18 ottobre 1728 e i capitoli della fabbrica

Il cantiere nasce formalmente il 18 ottobre 1728 con i Capitoli della fabrica del frontispicio della Cattedrale di Siracusa col suo Campanile, rogati dal notaio Domenico Serafino e stipulati fra il vescovo e il capomastro calabrese Giuseppe Ferrara, abitante a Palazzolo Acreide; fra i testimoni compare il sacerdote Pompeo Picherali. Sei giorni prima Marini aveva scritto da Augusta che sui capitoli «hemos yà convenido Yo y el Calabres», nella traduzione italiana dallo spagnolo che si erano già accordati lui e il Calabrese: l’atto notarile ratificò una trattativa già conclusa.I ventisette capitoli restituiscono il progetto meglio di qualunque descrizione posteriore.
  • L’ordine architettonico fu cambiato in sede di stipula. Il capitolo 1 impone di seguire il disegno consegnato dal vescovo «variandosi solo dal disegno circa la qualità del primo ordine di sotto che Mons. Ill.mo vuole che debba essere Corintio», e il capitolo 11 ricorda che nella pianta il disegno «comparisca d’ordine Ionico»: il progetto scelto prevedeva dunque un primo ordine ionico.
  • Sei colonne grandi, staccate dal muro. Il capitolo 10 le vuole «sane e polite, portandosi sempre distaccate dalli suoi pilastri». La colonna a tutto tondo libera dal paramento, che la critica riconosce come il carattere romano del prospetto, era dunque già nel disegno del 1728.
  • Le maestranze e la pietra. Il capitolo 9 impone «almen otto maestri periti d’intaglio, e li migliori che si trovino». Le fondazioni dovevano posare «sopra pietra viva», sul banco calcareo di Ortigia, e la pietra da intaglio veniva dalle «perriere grandi», scartando i blocchi difettosi; quali fossero quelle cave i documenti non lo dicono.
  • Il raccordo con la piazza. Il capitolo 18 prescrive che l’ala verso la Casa Senatoria, il palazzo di Giovanni Vermexio, prosegua con lo stesso ordine corinzio, e che quella verso il palazzo vescovile sia costruita per la parte «che visibilmente si osserverà dal basso del Piano»: il criterio è dichiaratamente ottico, si costruisce ciò che si vede da piazza Duomo.
L’esonartece appartiene al progetto fin dall’origine, con tre porte, tre volte (le «tre lamie», poi appaltate come «tre dammusi reali») e l’obbligo di allineare a cannocchiale le porte dell’antiportico con quelle della chiesa. L’appalto riguardava però il solo primo ordine, «per ora sin all’architrave di detto ordine inclusive».

La prima campagna e il costo documentato

Marini morì il 2 maggio 1730 e l’opera, dice un atto dell’anno successivo, rimase imperfetta per la sua morte. Durante la sede vacante il cantiere proseguì per iniziativa dell’arcidiacono Ignazio Riggio e Saladino, vicario generale, per portare l’edificio «sino a cornicione»: il 10 ottobre 1730 fu appaltato l’architrave allo stesso Ferrara, il 22 novembre gli intagli di fregio e cornicione al pirriatore Michele di Fina e la messa in opera del cornicione a Giovan Battista Alminara con i fratelli, il 25 aprile 1731 le tre volte dell’esonartece a Vincenzo Carciolo e Giuseppe La Bella.Un rendiconto dettagliato della prima campagna è la Distinta delle spese per la costruzione del frontespizio del Duomo di Siracusa del 9 settembre 1731, certificata da Picherali «come Architetto ed Assistente». In onze siciliane le tre partite danno 58.16, 196.4.3 e 98.11, per un totale di fabbrica di onze 353.1.3, cui si aggiungono onze 13.27 di spese particolari, fra cui onze 6 «per l’assistenza del Sac. D. Pompeo Picarali». Il totale generale è di onze 366.28.3.La cifra copre soltanto undici mesi, dall’ottobre 1730 al settembre 1731. Restano da ricostruire le spese di Marini fra il 1728 e il 1730 e il costo totale della seconda campagna; per le sculture è invece noto un prezzo contrattuale, distinto dai pagamenti effettivi.

L’interruzione e il compimento sotto Francesco Testa

Dopo il 1731 il cantiere si fermò all’altezza del cornicione del primo ordine e vi rimase per circa un ventennio, attraversando l’intero episcopato di Matteo Trigona (1732-1747). La ripresa si deve a Francesco Testa, vescovo dal 6 maggio 1748 al 22 aprile 1754, quando passò arcivescovo a Monreale.Sulle date della seconda campagna le fonti divergono. Piazza scrive che l’opera «solo tra il 1748 e il 1753 fu portata a termine»; la tradizione locale, ripresa dal Comune di Siracusa e da Wikipedia, colloca la ripresa nel 1751 e articola il cantiere in due fasi, 1728-1731 e 1751-1753; il Catalogo Generale dei Beni Culturali si limita alle date estreme, 1728-1753. Divergono anche le date di conclusione: 1753 per la storiografia e per le schede ministeriali, 1754 per Giuseppe Maria Capodieci, che nel 1813 scrive che la facciata «poscia nel 1754 venne da Mons. Testa terminata», e per l’iscrizione murata in facciata, datata MDCCLIV. La lettura più economica distingue la fine dei lavori dalla posa della lapide, ma resta una ricostruzione; va scartata invece la data 1725 del dossier di candidatura UNESCO del 2005, priva di riscontro.L’iscrizione, posta dal Collegio dei Canonici sopra il portale maggiore, registra la struttura in due tempi del cantiere:
«MEMORIAE OPTIMORVM ANTISTITVM THOMAE MARINI ET FRANCISCI TESTAE QVOD PRIMVS TEMPLI FRONTEM HVCVSQVE EXCITAVERIT ALTER PERFECERIT ET ORNAVERIT COLLEGIVM CANONICORVM POSVIT ANNO MDCCLIV»
Nella traduzione italiana: alla memoria degli ottimi presuli Tommaso Marini e Francesco Testa, perché il primo innalzò fin qui la fronte del tempio e l’altro la portò a compimento e la ornò, il Collegio dei Canonici pose, nell’anno 1754. Il testo circola in questa lezione nella letteratura corrente e non risulta edito in una raccolta epigrafica critica.Nel 1757, sotto il vescovo Giuseppe Antonio de Requesens, fu collocata in facciata la grande aquila di pietra con scudo coronato, posta secondo Capodieci «in segno di regio padronato», cioè come emblema della giurisdizione regia sulla Chiesa siciliana e distinta dallo stemma di Marini sopra il portale maggiore. Il contratto del 1728 riguardava del resto il frontespizio «col suo Campanile», e il campanile non fu mai ricostruito in facciata, senza che si conoscano documenti sulla rinuncia.

Pompeo Picherali: le carte e la tradizione

Pompeo Picherali (Siracusa 1670 – Siracusa 1743 secondo Treccani e i repertori di autorità Wikidata, GND e Getty ULAN) è il professionista più attivo nella Siracusa della generazione successiva al sisma. Nel 1727 progettò la facciata della chiesa dello Spirito Santo, messa in opera dagli Alminara; nel 1728, anno di apertura del cantiere del prospetto, gli argentieri Domenico Gianneri e Giovanni Giacomo Martinez eseguirono su suo disegno i sei candelabri d’argento dell’altare maggiore della cattedrale; nel 1731 progettò la trasformazione del transetto e la decorazione delle volte della chiesa del Carmine, con stucchi di Giuseppe Blanco di Licodia. Le stesse squadre, gli Alminara per la pietra e Blanco per lo stucco, ricompaiono nel cantiere del Duomo.Sul ruolo che vi ebbe circolano quattro versioni incompatibili, che conviene tenere distinte.
  • Assente dal problema attributivo. Piazza dedica al cantiere una trattazione estesa senza nominarlo mai, coerentemente con la sua tesi secondo cui la committenza volle un progettista estraneo alla cultura locale, «di opporsi al tradizionalismo dei capomastri locali»: in quella lettura Picherali è il professionista che si volle scavalcare.
  • Direttore dei lavori della prima fase. È la versione più recente e l’unica con base archivistica dichiarata. Paolo Giansiracusa, presentando nel marzo 2026 i numeri 26 e 27 dei «Quaderni del Mediterraneo», ha detto che dai documenti dell’Archivio di Stato e dell’archivio vescovile si ricava chi «aveva assunto la direzione lavori nel caso della prima fase Pompeo Picherali e nella seconda fase Giovan Battista Alminara». La ripartizione si accorda con le date, perché Picherali muore nel 1743; quelle ricerche sono però del 2026 e non sono ancora discusse dalla critica.
  • Presente nelle relazioni e soprintendente agli stucchi della navata. La scheda del Catalogo Generale curata da Margherita Recupero distingue direzione e presenza: i lavori furono diretti da Ferrara «coadiuvato dall’architetto Giovan Battista Alminara», mentre Picherali «compare nelle relazioni sullo stato di avanzamento dei lavori». La stessa scheda gli assegna l’unico intervento documentato dentro la cattedrale, la soprintendenza agli stucchi della navata centrale eseguiti da Blanco di Licodia e «poi demoliti nel corso del Novecento», in data compresa fra il 1731 e il 1743.
  • «Testimone e revisore di lavori». È la formula più ripetuta in rete: nasce dalla pagina di siciliacristiana.eu e passa quasi alla lettera in Wikipedia e di lì ovunque, senza corrispondere ad alcuna qualifica di cantiere settecentesco nota.
Quanto i documenti provano è più circoscritto: nel 1728 Picherali è testimone dell’atto, nel 1731 firma la contabilità come «Architetto ed Assistente» e riceve onze 6 per la sua assistenza. È un ruolo di direzione artistica e di collaudo, che non implica la paternità del disegno e non la esclude. Va corretta invece una notizia diffusa nella letteratura locale, secondo cui Picherali avrebbe redatto nel 1746 il contratto per la balaustra della Cappella del Santissimo Sacramento: con la data di morte del 1743 quell’atto non può essere suo, e resta da stabilire se sia errata la data, il nome del contraente o la data di morte, che le fonti danno in modo discorde (Mauceri scriveva «poco dopo il 1742», Wittkower indicava il 1746).

Chi disegnò il prospetto: storia di un’attribuzione

Il primo a proporre un nome fu Mauceri, con un argomento fragile: poiché il documento non nomina l’architetto, «si è sicuri essere il Picherali, che vi figura come testimone». Lo stesso Mauceri mostra però che Picherali è testimone anche in altri contratti siracusani, per fabbriche che nessuno gli attribuisce.Nel 1938-1939 Filippo Meli propose Andrea Palma. L’attribuzione fu raccolta in nota da Rudolf Wittkower in Art and Architecture in Italy 1600-1750, con una cautela che è bene conservare: la facciata è «probably designed by Don Andrea Palma from Palermo», nella traduzione italiana dall’inglese probabilmente disegnata da don Andrea Palma di Palermo. La diffusione mondiale della Pelican History of Art trasformò quel «probabilmente» in una certezza, fuori dalla letteratura scientifica.Oggi l’attribuzione a Palma è caduta. Piazza scrive che la paternità del progetto, «definitivamente decaduta la tradizionale attribuzione all’architetto del senato di Palermo Andrea Palma, costituisce tuttavia una questione ancora aperta», e riferisce l’ipotesi avanzata da Marco Rosario Nobile a favore di Giuseppe Mariani (Pistoia 1681 – Lentini 1731), allievo di Giacomo Amato e fra gli esponenti della corrente filo-romana palermitana, morto per ragioni ignote a pochi chilometri da Siracusa negli anni della prima campagna. Lo stesso Piazza aggiunge che «non è possibile neppure escludere una provenienza romana del progetto», dato che Marini visse per un periodo a Roma. La scheda del Catalogo Generale è più netta e lascia intendere che Mariani abbia preso il posto di Palma; la formulazione corretta resta quella di Piazza, con Palma escluso, Mariani come ipotesi e l’autore ancora ignoto.Divergono anche i dati biografici di Palma: Treccani lo dice nato a Trapani nel 1644 e morto a Palermo nel 1730, Wittkower lo dice palermitano, e la letteratura locale riflette entrambe le versioni. La data di morte pesa comunque, perché Palma morì nel 1730, due anni dopo l’apertura del cantiere e ventitré prima del compimento del 1753. Circola infine una variante rovesciata, secondo cui la facciata sarebbe opera di Palma «su disegni di Pompeo Picherali», che nessuna fonte scientifica sostiene.

La composizione a due ordini

Il progetto rinunciò deliberatamente al modello precedente: Piazza osserva che «l’idea di una facciata svettante sopra l’abitato, che caratterizzava il primitivo impianto, venne abbandonata, optando per una più canonica soluzione a due ordini», e che l’opera doveva imporsi per la modernità delle forme più che per l’altezza.La descrizione tecnica più attendibile è quella della scheda ministeriale: una «struttura piramidale distribuita su due ordini sovrapposti, corinzio il primo e composito il secondo», scandita da «colonne libere, paraste e controparaste, binate nella parte centrale», con il secondo ordine che termina ai lati «con volute di raccordo, coronate da elementi decorativi fogliati che ricordano la palma, simbolo del martirio». Il portale centrale è affiancato da colonne corinzie che reggono un frontone mistilineo raccordato da volute; in asse, nel secondo ordine, entro un arco a tutto sesto, sta la statua dell’Immacolata. Sull’ordine del registro superiore le fonti divergono: composito per la scheda ministeriale, corinzio per Wikipedia. Il portale dell’esonartece, con le colonne tortili su piedistallo, è attribuito a Giuseppe Ferrara, protagonista della diffusione dei portali salomonici nel Val di Noto dopo il 1693.Sul valore storico dell’opera il giudizio più articolato resta quello di Piazza, che individua gli elementi di novità assoluta per l’isola: «La soluzione a portico, le volute con fasci di foglie di palme, come anche l’idea della statua incorniciata dalla grande finestra centrale, sono elementi nuovi per il panorama siciliano che denotano un progettista in grado di attingere direttamente dalle ricerche svolte nella città dei papi». Per Piazza il prospetto siracusano e la facciata dei Gesuiti di Catania sono i due soli tentativi di quegli anni di imporre nel Val di Noto un linguaggio di ascendenza romana, un corso che «rimase comunque, in quegli anni, sostanzialmente senza seguito». Wittkower aveva collegato la composizione alla facciata di Santa Maria in Campitelli di Carlo Rainaldi, parentela formale che il capitolato del 1728 rende plausibile a prescindere dall’autore.

Le statue di Ignazio Marabitti

Le cinque statue maggiori del prospetto e della gradinata sono opere documentate di Ignazio Marabitti (Palermo 1719 – Palermo 1797; il Dizionario Biografico degli Italiani dà come nascita il 6 gennaio, altri repertori il 6 settembre), allievo a Roma di Filippo Della Valle. Le sue prime opere documentate sono siracusane, la balaustra della Cappella del Santissimo Sacramento eseguita fra il 1746 e il 1747 con Giovan Battista Marino e l’altare di Sant’Ignazio nella chiesa del Collegio dei Gesuiti: il cantiere siracusano è l’esordio di uno scultore appena rientrato da Roma.Secondo la voce del Dizionario Biografico degli Italiani curata da Paolo Russo, «nell’aprile del 1753 si impegnava per la esecuzione di cinque statue destinate al decoro della facciata e della gradinata della cattedrale, la Madonna e i santi Lucia, Marziano, Pietro e Paolo. Le statue, dagli evidenti caratteri formali “romani”, furono ultimate nel 1757». Il committente fu Francesco Testa. Luigi Borsano, nel 1942, precisa che il contratto fu rogato da Sebastiano Innorta il 17 aprile 1753. L’atto, ripubblicato integralmente da Amelia Crisantino, richiama le 240 onze di un precedente accordo stipulato da Francesco Chiarenza il 2 novembre 1752; per le cinque nuove statue stabilisce invece 45 onze per ciascuna delle tre figure in pietra e 120 per ciascuno dei due apostoli in marmo, complessivamente 375 onze. I prezzi pattuiti non attestano da soli i versamenti eseguiti.Secondo la scheda ministeriale sono in pietra calcarea l’Immacolata Concezione, San Marziano e Santa Lucia, e in marmo San Pietro e San Paolo, posti «in chiusura degli angoli della gradinata del pianterreno»; altre descrizioni danno marmo bianco per tutte e cinque, mentre il contratto del 1753 conferma la distinzione dei materiali. Il contratto del 1753 prescrive per le tre figure in pietra blocchi delle cave del feudo dell’Isola e un’altezza di tredici palmi, compreso uno zoccolo di quattro once ed escluse corone e mitra. Per i due apostoli richiede marmo statuario bianco di Carrara e un’altezza di otto palmi e mezzo; i modelli dovevano essere approvati a Palermo da Alessandro Vanni o da altro esperto scelto dal vescovo. Sulla quota delle tre statue alte la stessa scheda si contraddice, dicendole «posizionate nel primo ordine» e collocando poi l’Immacolata nel secondo: Marziano e Lucia poggiano in realtà sulla trabeazione, in corrispondenza delle colonne più esterne dell’ordine inferiore, e stanno quindi all’altezza del secondo ordine, accanto alle volute con le foglie di palma.I cinque soggetti compongono un programma coerente sulle origini della Chiesa siracusana: Pietro, che secondo la tradizione vi inviò il primo vescovo, e Paolo, che secondo gli Atti degli Apostoli vi sostò tre giorni diretto a Roma; il protovescovo Marziano e la patrona Lucia, in alto accanto alle palme del martirio; l’Immacolata al centro, per la dedicazione mariana della cattedrale. La formula corrente «cinque martiri» resta impropria, perché l’Immacolata è fuori da quella categoria; la statua centrale, chiamata dai siracusani Marònna ro Pilèri, va tenuta distinta dall’antico simulacro della Madonna del Pilier, oggi al Museo Diocesano. Dei modelli preparatori in terracotta dorata quattro si conservano a Monreale, dove Testa li portò con sé nel 1754, mentre quello dell’Immacolata è perduto.Due dati in circolazione vanno respinti. Il primo è la data 1746 per San Pietro e San Paolo, presente in didascalie fotografiche e repertori web: è con ogni probabilità una contaminazione con la balaustra della Cappella del Santissimo Sacramento, eseguita in quell’anno. Il secondo è l’attribuzione della committenza a Requesens, che la successione episcopale siracusana esclude, perché fu confermato vescovo solo il 17 febbraio 1755: la commissione è di Testa nel 1753, mentre sotto Requesens avvennero completamento e collocazione nel 1757.Per le decorazioni minori Borsano pubblica un contratto del 23 maggio 1752 con Domenico Battaglia, anche per Giovanni Battista Marino, su disegni di Alessandro Vanni. La ratifica prevista entro venti giorni non fu rinvenuta dallo studioso, che lasciò aperta l’ipotesi di una collaborazione con Marabitti.Ai piedistalli dei due apostoli sono incise le dediche «APOSTOLORUM PRINCIPI FUNDATORI SUO ECCLESIA SYRACUSANA P.» e «APOSTOLO GENTIUM HOSPITI SUO, ECCLESIA SYRACUSANA P.», nella traduzione italiana al Principe degli Apostoli, suo fondatore, e all’Apostolo delle genti, suo ospite, la Chiesa siracusana pose; manca però un’edizione epigrafica di riferimento e la data di apposizione è ignota.Va infine ricordato che l’assetto in cui le due statue marmoree si vedono oggi è novecentesco, perché la gradinata attuale sostituì nel 1918 l’antica scalinata chiusa da cancellate: se in quell’occasione San Pietro e San Paolo siano stati spostati rispetto alla giacitura settecentesca le fonti disponibili non lo chiariscono.

Il portale e le porte

L’ingresso della Cattedrale è congegnato in due tempi: su piazza Duomo tre fornici chiusi da cancellate in ferro battuto, poi il vestibolo ricavato dal raddoppio del prospetto (l’antiportico, o esonartece), poi i tre portali in pietra della chiesa con i loro battenti lignei. La chiusura effettiva è dunque arretrata rispetto alla facciata.Nulla di questo sta dove stava la porta antica: le valvae d’avorio e oro descritte da Cicerone nelle Verrine (IV, 124) chiudevano il tempio a oriente, e l’inversione bizantina dell’orientamento colloca quel punto nell’attuale zona presbiteriale.

Il contratto del 1728 e la gerarchia delle porte

I Capitoli della fabrica del frontispicio della Cattedrale di Siracusa col suo Campanile (18 ottobre 1728, notaio Domenico Serafino), stipulati fra il vescovo Tommaso Marini e il capomastro calabrese Giuseppe Ferrara ed editi da Enrico Mauceri nel 1911, sono la fonte primaria sui portali: sei dei ventisette capitoli riguardano le porte.
  • Il quinto vuole i vani dell’antiporto tracciati «sempre coll’intraguardo alle porte della Chiesa che vanno in fuga delle tre porte del medesimo antiportico», cioè in asse fra loro.
  • Il dodicesimo impone le pietre delle cave maggiori, il tredicesimo vuole l’arco della porta maggiore su «quattro colonne piccole» corinzie, il quattordicesimo vi ordina sopra lo stemma del vescovo, il quindicesimo un frontone alle porte minori.
  • Il diciassettesimo impone che «la porta maggiore sia ben distinta dalle altre due collaterali, in maniera che sia ben arricchita e ben architettata», e da qui lo scarto di sfarzo fra il portale interno centrale e i laterali.
Il documento non nomina architetti, come Mauceri annota: il progetto del prospetto resta conteso fra Andrea Palma e Giuseppe Mariani, e Ferrara vi compare come liberatario seu stagliante, appaltatore e direttore di cantiere.

Il portale maggiore e le cancellate della facciata

Il fornice centrale è il più ampio: un arco affiancato da colonne corinzie, coronato da un «frontone mistilineo raccordato da volute» (Catalogo generale dei Beni Culturali), con cherubini a bassorilievo e, al centro, lo stemma di Marini. Nel 1754 il Collegio dei Canonici vi pose il cartiglio alla memoria di Marini e di Francesco Testa, «quod primus templi frontem hucusque excitaverit alter perfecerit et ornaverit» (in traduzione: il primo innalzò la fronte del tempio fin lì, l’altro la compì e la ornò). Del 1757 è la grande aquila di pietra, collocata dal vescovo Requesens, secondo Giuseppe Maria Capodieci, «in segno di regio padronato»; parte della letteratura corrente vi legge invece il suo blasone personale.Le cancellate dei tre fornici hanno due battenti sormontati da una lunetta fissa a raggiera di volute, nel linguaggio del ferro battuto tardobarocco; autore e data restano però ignoti, perché il contratto del 1728 non contempla ferri né cancelli e nessun documento ne registra la spesa. Compaiono già nella fotografia Brogi n. 12007, anteriore al 1918. Altra cosa sono le cancellate del sagrato, smantellate nel 1918 per aprire la gradinata attuale; per il Settecento l’Arcidiocesi parla invece di «una alta balaustrata marmorea».

Il portale a colonne tortili e le porte lignee

Il portale centrale del vestibolo, la maggiore opera d’intaglio dell’ingresso, è attribuito a Giuseppe Ferrara da Stefano Piazza e dal Catalogo generale, che lo accosta al portale della vicina Santa Lucia alla Badia. Il vano è rettangolare; le due colonne, con capitelli corinzi, hanno fusto tortile percorso da un tralcio di vite con foglie, viticci e grappoli quasi a tutto tondo; il coronamento è un frontone curvo spezzato, nelle cui ali si annida un volatile ad ali spiegate. Colonna tortile, vite e uccelli fra i tralci compongono un repertorio insieme salomonico ed eucaristico, benché manchi uno studio iconografico dedicato.Varcata la porta si incontrano le colonne doriche dell’opistodomo, ma l’effetto risale al Novecento: fino ai restauri del 1909-1926 erano rivestite di stucchi, e la loro liberazione è attribuita alla campagna del settembre 1922 sotto Giacomo Carabelli.I battenti dei tre portali interni sono di legno scurissimo, ripartiti in ampie specchiature rettangolari incassate, una delle quali a profilo mistilineo. Essenza, data, committente e artefice restano sconosciuti: il capitolo diciassettesimo riguarda le mostre in pietra, e nessun documento edito nomina falegnami; l’esecuzione può risalire al Settecento, ai restauri del primo Novecento o al riassetto del vestibolo del 1935.

Le porte bronzee: un’assenza da dichiarare

Il Duomo di Siracusa non ha porte bronzee moderne: le fonti istituzionali e locali non ne registrano alcuna. L’equivoco nasce da due opere vicine: il portale bronzeo della Cattedrale di San Nicolò a Noto, di Giuseppe Pirrone, con episodi della vita di san Corrado Confalonieri, datato 1982 da alcune fonti e 1983 dal Catalogo generale, comunque dopo la morte dello scultore (Roma, 23 febbraio 1978), circostanza che nessuna fonte spiega; e la porta bronzea del Santuario della Madonna delle Lacrime, di Giacomo Albano, con il recinto ovile e l’iscrizione greca di Giovanni 10,9, eseguita fra il 1988 e il 1994.Un solo bronzo con funzione di porta è segnalato in Cattedrale.
«Il cancello bronzeo, che chiude la nicchia e le cancellate che chiudono la cappella sono del siracusano Pietro Spagnuolo (1605).» (Sicilia cristiana)
Si tratta della nicchia del simulacro di santa Lucia, che altre fonti dicono chiusa da un cancello di ferro; la data 1605 mal si concilia con una cappella riordinata nel primo Settecento, e l’attribuzione a Spagnuolo, costante nella tradizione locale, non risulta appoggiata a ricerche d’archivio.

Ingressi laterali, accessibili e di servizio

Dal 1° agosto 2013, con il biglietto per i turisti, la visita ha ingresso unico e percorso obbligato, dal fornice sinistro. Sul fianco settentrionale esiste un ingresso laterale praticabile, su via e piazza Minerva, unico accesso nel febbraio 2016 e dopo il distacco di un elemento lapideo dalla facciata, il 30 dicembre 2022. Sullo stesso fianco resta visibile una porta cinquecentesca tamponata della Cappella della Madonna della Neve.Chi non può salire la gradinata entra da un accesso con rampa nel cortile dell’Arcivescovado, che sbocca al Battistero; conviene telefonare alla sagrestia, perché risulta chiuso in più occasioni. Due portali ai lati dell’altare della Cappella del Santissimo Sacramento aprono sulla sacrestia. La più antica notizia documentaria è del 6 novembre 1693, dieci mesi dopo il terremoto: un atto del notaio Giulio Xibilia paga la cancellata della cappella del Crocifisso.

La porta come soglia liturgica

Nel Giubileo della Misericordia la Cattedrale fu chiesa giubilare, e il 13 dicembre 2015 l’arcivescovo Salvatore Pappalardo vi aprì una Porta Santa con la formula «Apritemi le porte della Giustizia!», ripresa dal Salmo 118,19; quale dei tre fornici sia stato designato non risulta da alcuna fonte. Nel Giubileo del 2025 nessuna Porta Santa è stata aperta, perché il Dicastero per l’Evangelizzazione riservò il rito alle quattro basiliche papali romane.

L’interno

Oltre il vestibolo si apre un’aula che conserva la pianta ricavata in età bizantina dal tempio dorico di Atena: la navata centrale occupa lo spazio della cella, le navatelle il corridoio fra la cella e il colonnato, e i muri perimetrali sono la peristasi antica con gli intercolumni tamponati. L’Arcidiocesi di Siracusa ne dà la formula più chiara:
«chiesa cristiana basilicale ottenuta con la chiusura degli intercolumni e con l’apertura sui lati lunghi della cella, così trasformata in navata centrale, di otto archi per lato che la mettevano in comunicazione con le navate laterali costituitesi nello spazio che in origine andava dalle colonne alla cella.»
Ne risulta una pianta basilicale a tre navate priva di transetto, allungata sull’asse perché furono demoliti anche i muri fra opistodomo, cella e pronao. L’orientamento fu rovesciato: la facciata sta a ovest, dove il tempio aveva il retro, e l’altare maggiore occupa la zona del pronao. Delle tre absidi costruite a oriente ne sopravvive una, la settentrionale, che ospita la cappella della Madonna della Neve.L’assetto attuale è recente: i restauri condotti fra il 1909 e il 1927 hanno spogliato le navate degli altari barocchi, riaperto le finestre medievali, ricostruito l’abside settentrionale e spostato arredi capitali, a cominciare dal fonte battesimale. Ogni descrizione anteriore al 1926 racconta un interno diverso.

Le colonne doriche inglobate

Le colonne del tempio si riconoscono lungo entrambe le navatelle, nella controfacciata e presso il presbiterio, con leggibilità diversa da un lato all’altro. La scheda del Comune di Siracusa sul tempio di Atena fissa il dato più citato: «All’interno dell’attuale Duomo sono altresì ben visibili 9 colonne del lato destro del periptero caratterizzate da una entasi piuttosto accentuata, e le due antistanti la cella». Le nove appartengono al fianco meridionale, nascosto all’esterno dal Palazzo Arcivescovile e dall’interno assai leggibile, con i fusti che sporgono per circa metà del diametro dalla parete; sul fianco settentrionale le stesse colonne si vedono anche da fuori, dal crepidoma di piazza Minerva, e negli intercolumni tamponati stanno le sculture cinquecentesche. Nelle fonti «destra» e «sinistra» si riferiscono ora a chi entra in chiesa, ora all’orientamento del tempio, che era rovesciato.All’ingresso due grandi colonne dell’opistodomo mostrano fusto e capitello, e nella controfacciata sono inglobate le sei del fronte occidentale: i capitelli espansi, le venti scanalature e un diametro che le fonti danno fra 1,90 e 2 metri dicono l’arcaismo del tempio.Quella leggibilità è esito di una scelta di restauro: Emanuela Pulvirenti, in Un tempio dorico nel duomo barocco: il caso di Siracusa, scrive che «le massicce colonne sono tutte là, ancora più visibili che all’esterno», e attribuisce l’esibizione ai restauri del 1925. Il conto, del resto, cambia nel tempo: il duca di Serradifalco, in Le antichità della Sicilia (1840), ne contava ventidue incastrate nelle murature, «9 nel lato meridionale, e 13 nel settentrionale», e nel marzo 2024 una colonna creduta asportata è tornata a vista presso il Museo Luciano, liberata dall’intonaco.

Le navate laterali

La navata destra è scandita da quattro cappelle, dall’ingresso verso l’altare il Battistero, la cappella di Santa Lucia, la cappella del Santissimo Sacramento e la cappella del Santissimo Crocifisso; in fondo si aprono la Sacrestia Torres e le stanze del tesoro. Fra le colonne doriche e l’ingresso della cappella del Sacramento corrono cancellate in ferro battuto eseguite fra il 1807 e il 1811 da Domenico Ruggeri, con la firma «Ruggeri 1809» sul montante centrale. La navata sinistra ospita le sculture cinquecentesche negli intercolumni e, in fondo, l’abside superstite, chiusa dalla cancellata dei fratelli Paradiso del 1928.

La navata centrale

La navata centrale è coperta da un soffitto ligneo a capriate, la cui datazione è controversa. L’inventario diocesano lo dice di bottega siciliana del 1518, sulla scorta di un’iscrizione su scudo trascritta «VI – INDI – 1518»; alcune descrizioni divulgative danno il 1528. L’Arcidiocesi distingue il supporto dalla decorazione e parla dei «sobri dipinti sulle capriate trecentesche a vista»: le capriate sarebbero medievali e la campagna cinquecentesca avrebbe riguardato la sola pittura. Nel restauro del 1645 vi furono aggiunti gli stemmi delle famiglie nobili siracusane.La luce viene dalle finestre alte, aperte quando in età bizantina si innalzarono le pareti della cella; una sola fonte ne indica sette, strombate, e il conto attuale potrebbe differire perché nel Novecento ne furono riaperte di murate. Dalle capriate pendono lampadari in ferro battuto di Alessandro Mazzucotelli, e verso oriente un arco trionfale porta un crocifisso ligneo novecentesco. Ai pilastri d’arcata sono addossati due amboni simmetrici, che l’inventario diocesano cataloga come pulpiti di maestranze siciliane in marmo del 1926, di circa 3,50 per 2 metri, interpretando in centimetri i valori 350 per 200 accompagnati nel catalogo da un’incongrua unità in metri: sono arredo del restauro, e le descrizioni che li dicono storici vanno corrette.

Il pavimento e le sue fasi

Il pavimento è un palinsesto, che le guide semplificano. La versione corrente vuole la pavimentazione della navata del 1444, per volere del vescovo Ruggero Bellomo, ma la fonte antica di quell’affermazione, Lucio Cristóbal Scobar nel De rebus praeclaris Syracusanis (Venezia 1520), circoscrive la campagna alla zona «ante portam maiorem atque planiciem», cioè, traducendo dal latino, davanti alla porta maggiore e allo spiazzo antistante. Adriano Napoli, nella tesi di perfezionamento L’arredo liturgico fisso nelle cattedrali normanne di Sicilia (Scuola Normale Superiore di Pisa, 2024), rileva che quell’intervento circoscritto fu «successivamente interpretato per sineddoche come una ripavimentazione di tutta la Cattedrale». L’episcopato di Bellomo, per giunta, cade fra il 1419 e il 1443, sicché un pavimento del 1444 sarebbe postumo.Nel pavimento furono impiegate spoglie antiche. Mariano Perello, che scriveva nel 1654 e che Napoli giudica il testimone più attendibile, ricordava il reimpiego di colonne dalla cripta di San Marciano, e Giuseppe Maria Capodieci (1813) dichiara di avervi portato lui stesso «un buon numero di colonne di granito orientale, da me ivi trasportate, che ho ritrovato negli scavi».Le fasi documentate sono almeno cinque. Dopo il terremoto del 1542 il visitatore regio Arnedo ordinò restauri del pavimento; una porzione di quello normanno fu rinvenuta all’inizio del Novecento a 43 centimetri sotto la quota di calpestio dell’abside settentrionale, come riferisce Paolo Orsi nel 1910. I frammenti di reimpiego emersero probabilmente nei restauri della pavimentazione barocca promossi dall’arcivescovo Benedetto Lavecchia Guarneri verso la fine degli anni Settanta dell’Ottocento e finirono al Museo Archeologico, poi in parte alla Galleria Regionale di Palazzo Bellomo; quelli medievali catalogati da Giuseppe Agnello sono oggi irrintracciabili. L’inventario diocesano registra infine quattro schede distinte di pavimento:
  • maestranze siciliane, 1444, marmo intarsiato, lungo 10,8 metri;
  • maestranze siciliane del XVIII secolo, 10 metri;
  • Ignazio Marabitti e Giovan Battista Marino, 1746, cappella del Sacramento;
  • Giovan Battista Rodolico, 1740, cappella di Santa Lucia.
Si aggiungono il pavimento a scacchiera bianca e nera della cappella del Crocifisso, datato al 1885, e quello del vestibolo, riferito al 1935. Sulla prima grava un problema irrisolto: l’intervento è attribuito a un «monsignor Alagona», ma il vescovo Giovanni Battista Alagona morì nel 1801, e la questione va risolta sulla serie dei vescovi di Siracusa. Il piano della navata mostra oggi un disegno continuo a grandi riquadri con cerchi inscritti.

Il presbiterio, l’abside e l’altare maggiore

Il presbiterio è rialzato di cinque o sei gradini ed è opera barocca, progettata dagli architetti siracusani Pompeo Picherali e Luciano Alì. L’abside attuale, più profonda della medievale e più adatta agli stalli corali, fu costruita in sostituzione di quella antica per ordine dei vescovi Francesco D’Elia (1639-1647) e Giovanni Antonio Capobianco (1649-1673): per questo il presbiterio sporge a est oltre il fronte orientale del tempio.L’elemento più citato è la mensa dell’altare maggiore, ricavata da un monolite antico caduto con il terremoto del 1693: le descrizioni italiane e francesi parlano della trabeazione del tempio, quella tedesca dell’architrave del portale. Divergono anche le attribuzioni della macchina d’altare: la tradizione locale indica Giovanni Vermexio, l’inventario diocesano cataloga separatamente un altare ligneo del 1659 attribuito a Gaetano Vermexio e un altare in pietra calcarea del XVII secolo attribuito a Michelangelo Bonamici. Le due schede non sono quindi attribuzioni alternative di un oggetto catalogato identicamente.Quattro colonne corinzie con stucchi dorati inquadrano la tela seicentesca con la Natività di Maria, di 370 per 260 centimetri, dall’attribuzione aperta: le descrizioni divulgative oscillano fra Agostino Scilla e un «Leburn» di grafia corrotta, la letteratura tedesca dà Scilla al 1653, l’inventario diocesano Giacinto Brandi al 1663. Nell’edicola del frontone spezzato è il Cristo Re di Mario Albertella, del 1927. Sopra il catino absidale si imposta la cupola, con oculo circolare e stucchi dorati, e alla base della calotta corre un’iscrizione latina capitale in cui si legge «in honorem gloriosissimae Virginis Mariae».

Il coro e gli stalli

Il coro ha cambiato posto e materia almeno due volte. Scobar ricorda che nel XII secolo il vescovo inglese Riccardo Palmer fece dipingere l’abside e ornare a mosaico coro e cattedra, con lastre poi disperse nello smantellamento compiuto fra gli episcopati di Gilberto Isfar (1574-1579) e Giovanni Castellano Orosco (1579-1602). Fu quest’ultimo, riferisce Rocco Pirri nella Sicilia sacra, a trasferire il coro dei canonici nell’abside; prima stava davanti all’altare, avanzato nella navata, come imponeva una pianta priva di transetto.Gli stalli lignei nuovi arrivarono nel 1489, secondo gli Annali di Siracusa manoscritti di Capodieci e gli studi di Enrico Mauceri (1911) e Paolo Russo (2009); a essi è dedicato un saggio dei «Quaderni del Mediterraneo», nn. 26-27, del marzo 2026, dove il coro è detto eccellenza dell’intaglio tardogotico. Ne aveva dato descrizione autoptica Di Marzo, che nel 1880 ne vide gli avanzi nella sagrestia, con tarsie della Natività, di un Sant’Antonio di Padova e dell’Annunziata, «sulla quale è segnato l’anno MCCCCLXXXVIIII».Gli stalli oggi in opera sono catalogati in altro modo. L’inventario diocesano li dice di bottega siciliana del XVII secolo, alti 3,60 metri per 6,84 di sviluppo; le descrizioni correnti parlano di un coro intagliato nel 1770 da Corrado Mazza, con cupola di Luciano Alì, e l’Arcidiocesi menziona stalli del XV secolo attorno all’altare, tuttora provvisorio, che chiude la navata. Le tre notizie si conciliano distinguendo tre insiemi lignei, gli stalli del 1489, quelli seicenteschi e l’invaso rifatto nel 1770, ma è ricostruzione priva di conferma documentaria.Dietro il coro stanno due cantorie in legno scolpito e dorato, che l’inventario diocesano data al XVI secolo e dichiara lunghe 9 metri; su quella di sinistra poggia l’organo dei Polizzi, del 1914, con 36 registri secondo i restauratori e 2308 canne, il cui restauro, presentato dopo la fase di laboratorio nel marzo 2015, si concluse prima dell’inaugurazione dell’aprile 2016. Sopra gli stalli sono appese due tele di Silvio Galimberti del 1927, e dietro il coro è la tomba del vescovo Giambattista Alagona.

Il fonte battesimale

Il fonte battesimale è l’arredo più studiato e più discusso della cattedrale, e si compone di tre pezzi di età diversissima riuniti alla fine del Seicento, che l’inventario diocesano cataloga separatamente: un vaso marmoreo ellenistico del I secolo, di 91 per 112 centimetri, una scultura con leoni in bronzo fuso di bottega siciliana del XIII secolo e una base in pietra calcarea del XVII secolo. La scheda preliminare I.Sicily 002128, curata da Jonathan Prag sulla lettura di Antonio Ferrua, descrive invece il cratere come calcare locale compatto, riporta misure di 77 per 80 centimetri e propone con cautela una datazione ellenistica. Le differenze di materia e misure rispetto al censimento diocesano richiedono un nuovo esame del manufatto.Il vaso è un grande cratere con due manici e con un’iscrizione greca frammentaria, che Capodieci trascrive per quel che nel 1813 ne restava leggibile e che Vincenzo Mirabella aveva letto integra quando era meno corrosa. Nella lezione tramandata dagli eruditi il vaso è dichiarato dono di Zosimo a Dio, e fu quel nome a indurre Rocco Pirri ad attribuirlo al vescovo Zosimo; una lettura critica è riportata nella scheda preliminare I.Sicily 002128, sulla base dello studio di Antonio Ferrua del 1940. Prag segnala che la tradizione di Gualtieri e Mirabella aveva inserito nella prima riga il riferimento al battesimo; nella lettura di Ferrua si riconoscono una dedica e il termine greco per cratere, mentre il testo frammentario richiede ancora un nuovo esame diretto. La lezione erudita non può quindi essere assunta come prova della dedica del vescovo Zosimo.Sull’itinerario del pezzo circolano due ricostruzioni. Secondo Capodieci fu trovato prima dell’invasione araba nelle catacombe di San Giovanni, passò nella basilica dello Spirito Santo e quindi in una cappella del Castello Maniace. Napoli, su una testimonianza di Ottavio Gaetani anteriore al 1617, ricostruisce un percorso più breve: il vaso veniva da San Giovanni extra moenia e fu portato al Maniace dal comandante spagnolo Zúñiga perché servisse alla guarnigione, ma i vescovi vietarono quell’uso e Gaetani lo vide giacere senza onore nella cappella del castello. Nel 1644 il vescovo Francesco De Elia y Rueda lo portò in cattedrale per solo uso di acquasantiera, credendolo il battistero di san Marciano.La configurazione attuale nasce mezzo secolo dopo, e la data è precisa. Scrive Capodieci:
«Rotto poi nel tremuoto del 1693 l’antico fonte Battesimale, Monsignor Termini vi sostituì nel 1697 il detto Vaso, situato sopra uno Zoccolo di Pietra, e sei Leoncelli di bronzo con le di lui Armi gentilizie di tre stelle.»
Il numero dei leoni resta una divergenza aperta: Capodieci, il testimone più vicino all’evento, ne conta sei, la letteratura tedesca e diverse descrizioni locali sette, datandoli al XIII secolo come l’inventario diocesano, che però non li quantifica. La tradizione che vuole il vaso lavacro battesimale di san Marciano fu confutata già nel Settecento da Paolo Maria Paciaudi, che obiettò come il cratere fosse troppo stretto e poco profondo per immergervi un battezzando; Capodieci accolse la confutazione e concluse che «è una narrazione favolosa».Fino ai restauri novecenteschi il fonte stava sotto la prima arcata settentrionale della navata contando da ovest, e con la spoliazione dell’aula passò nell’attuale cappella. Alle sue spalle sono murate quattro lastre mosaicate, tre di 70 per 70 centimetri e una di 80 per 70, che fino agli anni Venti stavano nel pavimento attorno al fonte: Agnello le riteneva plutei di recinzione, Napoli le assegna a un ambone della seconda metà del XII secolo, le descrizioni divulgative le dicono avanzi dei mosaici absidali. Completano la cappella la vetrata con il Battesimo di Cristo di Eugenio Cisterna e un soffitto a cassettoni del 1926.

Le acquasantiere

All’imbocco delle navate laterali stanno due acquasantiere scolpite nel 1802: due putti nudi in marmo bianco, su base ellittica, sollevano a braccia tese una conca a valva di conchiglia in breccia rossa venata, su basamento circolare in marmo scuro. L’inventario diocesano le registra come coppia e ne dice autore Giovanni Puglisi; i valori dimensionali 134 per 81 vanno presumibilmente intesi in centimetri, benché il catalogo indichi metri, mentre le descrizioni divulgative danno «G. Puglisi» siracusano e i file di Wikimedia Commons Gaetano Puglisi.

Le sculture dei Gagini

Le sculture gaginiane furono radunate nella navatella settentrionale con la seconda campagna di restauro, fra il 1923 e il 1927, e provengono da sedi diverse: ancora nel 1909 Enrico Mauceri pubblicava la Santa Lucia di Antonello con la didascalia «Palazzo Vescovile». Maria Rosa Vitale, in Tempo e racconto: i restauri della Cattedrale di Siracusa nel primo Novecento (2022), scrive che sullo sfondo delle colonne si stagliò «una levigata teoria di statue gaginiane recuperate da più incongrue collocazioni».L’opera meglio documentata è la Santa Lucia di Antonello Gagini. Il contratto, rogato a Palermo il 20 settembre 1526, obbligava lo scultore verso il vescovo Ludovico Platamone a eseguire di propria mano tre figure in marmo di Carrara: una Madonna col Bambino, una Santa Lucia, un San Marziano. Sulla base si legge «LODOVICVS PLATAM. EPISPVS SIRA. AN. D. M.D.XXVII SCVLPIRI MANDAVIT», che fissa l’esecuzione al 1527, mentre il 1526 di alcune didascalie è la data della commissione; la statua misura 150 per 70 centimetri e la base 18 per 55. Nel 1880 Gioacchino Di Marzo aveva dato le tre statue per mai eseguite, riferendo a Gagini la statua giacente di Santa Lucia al Sepolcro, e si corresse nel 1883, riconoscendo in questa Santa Lucia una delle tre commesse.La Madonna della Neve, nella cappella in fondo alla navata sinistra, è insieme l’opera più citata e la peggio documentata. L’inventario diocesano la registra come statua di bottega italiana del XVI secolo, di 227 per 53 centimetri, senza autore certo e con «bottega dei Gagini» fra le altre attribuzioni; sulla base corre l’iscrizione «SCTA MARIA AD NIVES». La data 1512, ripetuta dalle guide e da quattro edizioni di Wikipedia, manca di qualunque fonte primaria o scientifica: non compare nella voce del Dizionario Biografico degli Italiani su Antonello Gagini, e Di Marzo, che censisce ogni marmo gaginiano di Sicilia, non registra alcuna Madonna della Neve a Siracusa. Una pista non verificata la vuole giunta dal complesso domenicano di piazza San Giuseppe.La Madonna col Bambino di Domenico Gagini è l’unica opera del Duomo su cui il Dizionario Biografico degli Italiani si esprima: Rita Bernini la colloca «tra i migliori esempi di un genere» in cui l’invenzione si concentrava sui rilievi della base, essendo il modello della Vergine fisso e ricorrente. La statua misura 170 per 70 centimetri e mostra la Vergine stante col Bambino sul braccio destro. Sulla data le fonti divergono: le descrizioni correnti la dicono del XV secolo, l’inventario diocesano del XVI, datazione impossibile per un autografo, poiché Domenico Gagini morì a Palermo alla fine di settembre del 1492.Completa la serie una Santa Caterina d’Alessandria del XVI secolo, assegnata dall’inventario diocesano alla scuola di Antonello Gagini e dalle descrizioni correnti a ignoto di ambito gaginesco, con misure identiche a quelle della Santa Lucia.

Arredi minori e lacune della documentazione

L’inventario diocesano conserva memoria di pezzi che la divulgazione ignora: una coppia di candelabri in bronzo fuso di bottega romana, datati 1513 e alti 2,15 metri, e quattordici statue lignee dorate di 80 per 50 centimetri, comprendenti un Salvator Mundi, dodici apostoli e una Madonna in preghiera, che nelle fotografie di catalogo appaiono come scomparti di una macchina lignea unitaria.Per i confessionali e i banchi restano da identificare descrizioni, datazioni e attribuzioni documentate. Le schede finora individuate nell’inventario diocesano riguardano anche sgabelli, candelieri e paramenti, ma non permettono di ricostruire la storia di questi arredi. L’inventario diocesano registra per il soffitto a capriate un’altezza di 10,8 metri. La documentazione dei rilievi moderni è raccolta nel secondo volume di Cattedrale Siracusa. Cronache di un restauro, intitolato Rilievi, a cura di Mariella Muti; la corrispondenza di quella misura con la quota del colmo richiede il confronto con quelle tavole.

Il presbiterio e l’altare maggiore

Il Duomo è privo di transetto, perché la sua pianta è quella della cella del tempio dorico: manca quindi la crociera in cui le chiese medievali collocano abitualmente il polo liturgico. Adriano Napoli, nella tesi di dottorato L’arredo liturgico fisso nelle cattedrali normanne di Sicilia (Scuola Normale Superiore di Pisa, 2023/2024), osserva che quella pianta «certo influì sull’allestimento corale medievale» e induce a immaginare il coro «ben avanzato nella navata maggiore». Su questo vincolo si sono succedute almeno cinque riorganizzazioni dell’area celebrativa, due delle quali hanno generato conflitti documentati.

Tribuna, cappellone e coro

Il lessico storico locale distingue tre cose che la pubblicistica tende a sovrapporre:
  • tribuna: il vano absidale nel suo insieme (nelle fonti latine sacellum quod vulgo dicimus tribunam, il sacello che volgarmente chiamiamo tribuna);
  • cappellone: la porzione di quel vano riservata alla celebrazione, cioè il presbiterio in senso stretto;
  • coro: il recinto degli stalli dei canonici, che nei secoli ha cambiato collocazione, prima in navata davanti all’altare e poi dietro l’altare, dentro la tribuna.

L’assetto medievale: il coro in navata

Al vescovo inglese Riccardo Palmer (in carica dal 1158 circa al 1182 o 1183) risale una campagna che investì insieme abside, coro e cattedra. Lo attesta il canonico Lucio Cristoforo Scobar, il quale nel primo quarto del Cinquecento scriveva che Palmer fece dipingere l’abside della Chiesa Maggiore e allestire «chorum et cathedram episcopalem in choro cum musio», cioè il coro e la cattedra episcopale nel coro con lavoro a mosaico (traduzione di chi scrive). Il dettaglio topografico è decisivo: la cattedra stava dentro il recinto corale, e il recinto stava in navata, davanti all’altare, come confermano le visite pastorali fino al terzo quarto del Cinquecento.L’abside normanna era affrescata anziché rivestita a mosaico, e il vescovo Giovanni d’Alife (morto nel 1385) ne fece rinnovare il Salvatore, gli angeli, gli apostoli e l’intera tribuna maggiore: fra le cattedrali siciliane quella di Siracusa è, secondo Napoli, «l’unica per cui sia attestato un, sia pure evanescente, ciclo pittorico d’età normanna», per quanto l’abside sia andata distrutta e ogni ricostruzione resti congetturale. Dell’ambone normanno «non si sa quasi nulla»: secondo l’ipotesi di Napoli era forse ancora in opera nel Quattrocento, quando il vescovo Ruggero Bellomo fece collocare un organo sopra il pulpito ricordato da Scobar.

Il ribaltamento postridentino e la tribuna del Seicento

Nell’ultimo quarto del Cinquecento, in clima postridentino e per una dichiarata volontà di romanizzazione, la cattedrale subì quello che Napoli chiama un «vistoso adeguamento liturgico»: con il coinvolgimento di Camillo Camilliani si procedette prima alla rimozione della recinzione lapidea e poi alla traslazione del coro dietro l’altare, nella tribuna. Rocco Pirri, nella Sicilia sacra, imputa a Gilberto Isfar (1574-1579) la rimozione delle transenne marmoree di Palmer e a Giovanni Castellano Orosco (1579-1602) lo spostamento del coro dei canonici, che Giuseppe Maria Capodieci data al 1590. Il Duomo ha conosciuto dunque due adeguamenti liturgici di segno opposto, uno postridentino che portò il coro dietro l’altare e uno postconciliare che ha riportato il polo celebrativo davanti.Seguì una tribuna nuova, più profonda e più adatta ad accogliere gli stalli. Capodieci registra che il vescovo Francesco d’Elia e Rossi «nell’anno 1640 principiò la tribuna, e la compì nel 1643», salvo indicare altrove il 1641 come anno d’avvio: la contraddizione è interna alla stessa opera. Il completamento si deve a Giovanni Antonio Capobianco, che «nel 1659 ridusse a miglior forma la tribuna, metà della quale l’adottò per cappellone, e metà per aula capitolare»; quella bipartizione è ancora leggibile nel fondo della chiesa, e nel 1743 il visitatore regio Giovanni Angelo de Ciocchis la conferma registrando il coro e il trono episcopale nella parte più elevata e un’«aula capitularis» fra gli ambienti. Al rifacimento del muro della tribuna nel 1659 la tradizione erudita lega la distruzione di un presunto strumento gnomonico, l’«Equinozio» che il Cimarelli attribuiva ad Archimede; lo stesso Capodieci nega però che fosse antico, e ne fisserebbe l’epoca semmai ai tempi di San Zosimo, nel VII secolo.

L’altare maggiore e la mensa ricavata dall’architrave

Sulla materia della mensa le fonti concordano: il piano dell’altare maggiore è un unico blocco proveniente dalla trabeazione del tempio dorico di Atena. La formulazione più antica e circostanziata resta quella di Capodieci, che colloca la consacrazione nel 1701 sotto il vescovo Asdrubale Termini:
Il detto Mon. Termini nel 1701 consacrò l’Altare maggiore, formato da un intero masso dell’architrave dell’antichissimo Tempio, che cascò nel tremuoto del 1693.
La cronologia regge: Termini fu vescovo dal 30 maggio 1695 al 6 giugno 1722, e a lui si deve nel 1697 anche il riallestimento del fonte battesimale con un vaso marmoreo antico, in sostituzione di quello rotto nel sisma. Fu quindi lui a riordinare entrambi i poli liturgici dopo il terremoto del 1693.Su quale membratura si tratti le fonti divergono: Capodieci dice «architrave», le descrizioni correnti dicono genericamente «trabeazione», la voce tedesca di Wikipedia indica addirittura l’architrave del portale della cella (Türsturz des Tempelportals), che è elemento di tutt’altra provenienza. Misure e punto esatto di prelievo del blocco non risultano pubblicati. Anche la caduta del masso nel 1693 poggia sulla sola testimonianza di Capodieci, mentre il Catalogo Generale dei Beni Culturali registra dopo il sisma «lo smaltimento delle due colonne del pronao dell’antico Tempio di Atena», e materiale antico poteva essersi reso disponibile già con il terremoto del 1542. Resta il dato materiale, verificabile in loco: lo stesso tipo di blocco è visibile in opera a pochi metri, sul fianco settentrionale, dove architrave e triglifi del tempio sono ancora al loro posto. Le letture simboliche che se ne traggono appartengono agli interpreti moderni e vanno attribuite a chi le formula.Quanto all’autore, il quadro è più affollato di come lo presentano le guide. L’inventario diocesano pubblicato sul portale BeWeB reca una scheda «Vermexio Gaetano (1659), Altare maggiore», riferita a un manufatto in legno scolpito, intagliato e dorato di 210 per 518 centimetri, cioè a una macchina d’altare distinta dalla mensa lapidea, e una seconda scheda intestata «Bonamici Michelangelo sec. XVII». La pubblicistica attribuisce invece l’altare barocco a Giovanni Vermexio nel 1659, data che contrasta con la morte dell’architetto, avvenuta nel 1648; un manufatto ligneo del 1659 e una mensa consacrata nel 1701 possono d’altronde coesistere, e la sovrapposizione fra i due oggetti spiega buona parte delle discordanze. Altre descrizioni assegnano il presbiterio nel suo insieme a Pompeo Picherali e a Luciano Alì, architetti però attivi nel Settecento. Contesa fra due fonti istituzionali è anche la pala dell’abside, una Natività di Maria entro quattro colonne corinzie che reggono un ciborio barocco: il Catalogo Generale la assegna ad Agostino Scilla, autore degli affreschi della Cappella del Santissimo Sacramento, l’inventario diocesano a Giacinto Brandi (1663).

Il coro ligneo e gli stalli

Sotto il nome di coro ligneo convivono insiemi distinti:
  • gli stalli tardogotici del 1489, «eccellenza dell’intaglio tardo-gotico sopravvissuta ai rifacimenti dei secoli successivi» secondo l’arcidiocesi; Capodieci li data al 1487, e poiché entrambe le date cadono nell’episcopato di Dalmazio Gabrielli (1469-1511), nella cronotassi dei vescovi di Siracusa, è plausibile si tratti di due momenti della stessa commessa. Nel 1813 erano nella sagrestia dei canonici, il che spiega come un arredo quattrocentesco sia scampato ai rifacimenti barocchi;
  • gli stalli di bottega siciliana del XVII secolo, inventariati in due elementi di 360 per 684 centimetri ciascuno;
  • il coro attribuito a Corrado Mazza (1770), con copertura a cupola progettata da Luciano Alì, del quale l’inventario diocesano non conserva traccia;
  • gli stalli di noce dei canonici del 1804, seggi di supplenza per l’uso «quando nel coro sono impediti».
Sul punto la banca dati diocesana si contraddice: la scheda descrittiva della cattedrale colloca l’altare attuale «al centro degli stalli lignei del sec. XV», mentre l’inventario dei beni mobili della medesima chiesa registra soltanto stalli seicenteschi. Dietro il coro stanno due cantorie lignee cinquecentesche, una delle quali sostiene l’organo. Il pavimento marmoreo del coro e del cappellone e i gradini dell’altare risalgono al 1803, anno delle dodici croci di marmo che segnano la dedicazione della chiesa; la balaustra di marmo fu posta nel 1791 a spese del vescovo Giambattista Alagona, che vi è sepolto. Il paliotto d’argento dell’altare maggiore fu compiuto nel 1754 e «travagliato in Roma»: va distinto dal paliotto marmoreo con l’Ultima Cena di Filippo Della Valle, che appartiene alla cappella eucaristica. Sulla mensa viene collocato il simulacro argenteo di Santa Lucia nelle traslazioni che precedono la processione del 13 dicembre.

La cattedra episcopale

Della cattedra normanna resta la descrizione di Pirri, secondo cui Riccardo l’aveva ornata «di pietruzze di porfido secondo l’uso dei Greci» (traduzione di chi scrive), formula che la colloca nella tradizione dell’opus sectile bizantineggiante della Sicilia normanna. Fu smantellata fra gli episcopati di Isfar e di Castellano Orosco. Napoli ipotizza che l’opera di Riccardo fosse piuttosto un podio episcopale circoscritto in alzato da lastre mosaicate, lettura appoggiata da una visita pastorale del 1542 che ordina di ornare la sede pontificale «in plano», così da farvi stare comodamente la sede e uno sgabello.Quattro lastre mosaicate murate nella cappella battesimale, alle spalle del fonte, sono quanto resta di quell’arredo: tre misurano 70 per 70 centimetri, la quarta 80 per 70, e le loro rotae in porfido e serpentino furono ricavate da fusti di colonna segati. Napoli le data alla seconda metà del XII secolo e alla committenza di Riccardo, ritiene più verosimile la loro pertinenza originaria a un ambone e ne documenta il reimpiego, sul finire del Cinquecento, in una nuova cattedra postridentina: proprio quel riuso ne avrebbe consentito la sopravvivenza.Alla cattedra si lega la prima polemica documentata sul presbiterio siracusano. Il 5 febbraio 1641 il giurato Nicolò Danieli inviava all’autorità regia una supplica contro il vescovo d’Elia e Rossi:
Tutti i nostri antichi prelati, da che s’ha memoria, han havuta la loro sedia nel choro da man sinistra sopra quattro scalini, d’altezza ch’arrivavano il sedere del banco di questo Senato […]. Appresso, guastando l’antichissima sedia vescovale, ch’era lavorata a musaico, ha ingrandito il choro antico.
Il documento, conservato all’Archivio di Stato di Palermo e reso noto da Napoli, fissa la posizione storica della cattedra (nel coro, alla sinistra liturgica, sopra quattro scalini) e insieme il contenzioso di precedenza fra il vescovo e i giurati cittadini. Della cattedra oggi in uso non risultano pubblicati né data né autore né materiali; la pianta ufficiale della cattedrale, su rilievo del 2015, distingue in legenda l’altare, la cattedra, l’ambone e la sede del celebrante, e registra a parte l’«altare barocco» in fondo alla chiesa.

L’adeguamento liturgico dopo il Concilio

Il cantiere novecentesco condotto sotto i vescovi Luigi Bignami e Giacomo Carabelli, chiuso con la riconsacrazione del 9 gennaio 1927, toccò anche il presbiterio: furono abbattuti gli altari laterali settecenteschi, fu realizzato il soffitto a cassettoni sopra l’area presbiteriale, furono collocati nell’aula due amboni «in foggia romanica» del 1926 e, sopra il coro, le due tele di Silvio Galimberti del 1927. Anche quella campagna fu contestata.L’ultima riorganizzazione discende dalla riforma liturgica. Nella scheda ufficiale dell’arcidiocesi, ripresa dal portale BeWeB della Conferenza Episcopale Italiana, in fondo alla navata principale sta l’altare barocco e davanti, «elemento divisorio tra le due parti della navata costruite in epoche diverse, l’altare, ancora provvisorio posto al centro degli stalli lignei del sec. XV». La qualifica di provvisorietà proviene quindi dall’ente proprietario, e ha un peso preciso nel quadro normativo, perché la nota pastorale della Commissione episcopale per la liturgia L’adeguamento delle chiese secondo la riforma liturgica, del 31 maggio 1996, invita a «porre termine alla stagione della provvisorietà, spesso interpretata come sinonimo di improvvisazione e di casualità». La motivazione addotta per la collocazione è insieme liturgica e architettonica; data, autore, materiali e committente di quell’altare non risultano invece documentati in alcuna fonte accessibile, e la cattedrale di Siracusa non figura fra i casi esaminati nella letteratura specialistica sull’adeguamento delle cattedrali italiane.Va aggiunto, perché le ricerche in rete inducono in errore, che per Siracusa non risulta documentata alcuna polemica pubblica sull’adeguamento postconciliare: le contestazioni su render e progetti che affiorano nei risultati riguardano altre diocesi, in particolare Nuoro. Le controversie siracusane sull’assetto del presbiterio restano quella del 1641 e quella degli anni Venti del Novecento. Se il cantiere di consolidamento antisismico finanziato con fondi PNRR, o il volume Cattedrale di Siracusa. Studi, ricerche e restauri presentato il 17 giugno 2026 con la prefazione dell’arcivescovo Francesco Lomanto, prevedano una sistemazione definitiva, non è al momento accertabile.

Gli affreschi e le pitture

La cattedrale conserva un solo ciclo di pittura murale di rilievo, quello che Agostino Scilla dipinse fra il 1657 e il 1658 sulla volta della Cappella del Santissimo Sacramento. Il resto della decorazione dipinta si compone di episodi minori, di attribuzioni contestate e di perdite. Ne restano fuori i dipinti mobili spesso confusi con la pittura murale, a cominciare dalla Natività di Maria dell’altare maggiore.

Il cantiere di Agostino Scilla

Agostino Scilla (Messina, 10 agosto 1629 – Roma, 31 maggio 1700), pittore e naturalista, si formò presso Antonino Barbalonga e passò cinque anni a Roma nella bottega di Andrea Sacchi: a Siracusa porta quindi il classicismo romano di scuola sacchiana, in una città che nulla di simile aveva visto.La cappella era stata fondata l’8 aprile 1616 dal vescovo Juan de Torres Osorio, con una dotazione di quattromila onze, su progetto di Giovanni Vermexio. Gli affreschi si devono però a un altro presule, il vescovo di Siracusa Giovanni Antonio Capobianco, che completò la fabbrica intorno al 1650 e chiamò Scilla sette anni più tardi. Fondatore e committente vanno tenuti distinti: parte della letteratura divulgativa attribuisce la commissione a Torres, tratta in inganno dal ritratto del fondatore al centro della volta. Erra anche la scheda del Catalogo Generale dei Beni Culturali, che colloca la cappella fra quelle costruite dopo il terremoto del 1693, di trentacinque anni posteriore agli affreschi.

I pagamenti e la datazione

La cronologia dei vescovi di Siracusa pubblicata da Ottavio Garana nel 1969 registra un acconto di cinquanta onze versato a Scilla nel gennaio 1657 e un saldo di quattrocento onze, con altre cinquanta «di regalo», il 3 ottobre 1658: cinquecento onze in tutto. Il documento d’archivio non risulta trascritto in alcuna sede consultabile: la cifra va attribuita alla tradizione erudita locale. La voce del Dizionario Biografico degli Italiani curata da Luigi Hyerace (2018) colloca l’esecuzione fra il febbraio e l’ottobre del 1658, sulla scorta delle ricerche d’archivio di Giuseppe Agnello (1927) e di O. Nocera (1928). Le due versioni descrivono momenti diversi della stessa vicenda, e il 1657 delle guide e delle didascalie è l’anno del contratto.Una terza data viene da Giuseppe Maria Capodieci, che negli Antichi monumenti di Siracusa illustrati (tomo II, 1816) registra:
il tetto della cappella del Santissimo Sacramento pittura in fresco del Cavalier Agostino Scilla nel 1650, che costò a quei tempi once 409
La cifra si legge con chiarezza in una sola delle due copie digitalizzate dell’opera e nell’altra è illeggibile; il titolo di cavaliere non trova conferma in alcuna fonte moderna. Il 1650 può derivare, come ipotesi, dalla data di completamento della fabbrica, che la stessa cronologia episcopale assegna a quell’anno. Le 409 onze, date come costo complessivo, restano comunque distanti dalle cinquecento dei pagamenti: le due testimonianze non si confermano a vicenda.

Il programma iconografico

Il tema è tipologico: storie dell’Antico Testamento lette come prefigurazioni dell’Eucaristia, secondo lo schema controriformistico delle cappelle sacramentali. Le scene laterali descritte dalle fonti sono le seguenti.
  • Davide riceve il pane santificato dal sacerdote Achimelech (1 Samuele 21).
  • Elia nutrito dall’angelo, che offre pane e acqua al profeta in fuga dalla persecuzione della regina Gezabele (1 Re 19), il cui nome circola deformato in «Giobele».
  • Daniele nella fossa dei leoni riceve il pane del profeta Abacuc, portato da un angelo (Daniele 14, 33-39).
  • I due esploratori israeliti con il grappolo d’uva della valle di Eshcol (Numeri 13, 23); il dettaglio dei covoni di spighe, che ricorre nelle descrizioni, manca nel testo biblico.
  • Il miracolo della manna (Esodo 16), scena che alcune ricostruzioni includono nel ciclo e altre omettono.
Gli scomparti laterali oscillano dunque fra quattro e cinque secondo la fonte. Al centro sta l’apoteosi eucaristica, con tre angeli che reggono l’ostensorio; nella parte bassa del campo, sotto la scena di Abacuc e Daniele, un medaglione ovale a cornice dorata mostra il busto di un prelato anziano in mozzetta, affiancato da un angelo a grisaille che ne regge il pastorale. È il ritratto postumo di Torres, omaggio del vescovo che completò la cappella al fondatore morto venticinque anni prima. Nei pennacchi vengono indicate la Fede e la Speranza, dato ripetuto dalle descrizioni correnti e privo di riscontro scientifico. Anche il supporto cambia nome: «volta» nella letteratura scientifica, «cupola» su tamburo nelle descrizioni dell’ambiente, «tetto» in Capodieci.

Stile e fortuna critica

Secondo Hyerace gli affreschi rivelano familiarità con le opere romane di Andrea Sacchi e insieme con quelle del Domenichino e di Giovanni Lanfranco; il Dizionario Biografico li definisce la prima grande impresa decorativa condotta da Scilla fuori dalla sua città e l’unica superstite di questo genere. La formula più forte che circola in ambito locale, secondo cui sarebbe l’unico affresco dell’artista sopravvissuto in assoluto, presuppone che nel terremoto del 1908 sia perito quanto Giuseppe Grosso Cacopardo vedeva ancora a Messina nel 1821, passaggio che nessuna fonte documenta. Il primo studio moderno, del 1927, porta un titolo che dice lo stato di allora, Un ignoto frescante del Seicento: Agostino Scilla di Giuseppe Agnello; la descrizione tecnica di riferimento resta la scheda di Hyerace in Da Antonello a Paladino (1996, pp. 70-77), mai digitalizzata.

La «Natività di Maria» e le attribuzioni discusse

Nel manoscritto delle Vite de’ pittori, scultori et architetti (1724), redatto su informazioni del figlio del pittore Saverio Scilla, Nicola Pio annota che Agostino «nel domo di Siracusa dipinse a fresco la Cappella del SS.mo Sagramento e vi fece il quadro dell’Altare»: formula ambigua, riferibile all’altare della cappella oppure a quello maggiore. Capodieci la scioglie a favore del secondo, assegnando a Scilla i quadri in tela della Nascita di Maria Vergine, e Grosso Cacopardo conferma nelle Memorie de’ pittori messinesi (1821) citando proprio Capodieci:
Invitato da’ Siracusani a dipingervi alcune opere, colà si portò ove condusse a fresco la volta della cappella del Sagramento nella cattedrale, e la palla della nascita della Vergine pella medesima chiesa, quali opere terminate alla patria tornò.
Il Catalogo Generale dei Beni Culturali accoglie l’attribuzione senza riserve, mentre la voce del Dizionario Biografico, curata dallo specialista dell’artista, elenca i soli affreschi e tace della pala; circola inoltre in rete un’attribuzione alternativa a un «Leburn» di cui nessuna fonte chiarisce l’identità. Quella a Scilla resta dunque tradizione antica e robusta, lontana dal dato acquisito. Va tenuta distinta l’Immacolata Concezione della cattedrale, che Capodieci assegna a Sosio Ferreri, da quella dipinta da Scilla per il monastero siracusano di Santa Maria della Concezione.

Le altre pitture

La Sacrestia Torres, annessa alla cappella eucaristica, è stata riconsegnata il 3 dicembre 2025 dopo due anni di lavori sul materiale lapideo e ligneo e sugli affreschi già visibili; l’intervento ha portato alla scoperta, in una parete, di un affresco del XVII secolo, di cui non sono stati resi noti soggetto, dimensioni, tecnica né attribuzione. Un rapporto con il cantiere di Scilla sarebbe plausibile, sebbene nessuna fonte lo abbia finora proposto.Diverso ambiente è la sagrestia con i sedici stalli lignei settecenteschi, spesso confusa con la precedente. I suoi affreschi sono attribuiti a Giuseppe Crestadoro, attribuzione ripetuta ovunque e priva di appoggio nelle fonti antiche: Grosso Cacopardo, elencando nel 1821 i lavori siracusani del pittore (quattro chiese, fra cui la tribuna dello Spirito Santo), tace della cattedrale, e altrettanto fa il Dizionario Biografico degli Italiani. Quest’ultimo documenta però due volte di sagrestia affrescate da Crestadoro, nella chiesa dell’Annunciata (1777-1779) e in Santa Maria Maggiore a Ispica (1783): una specializzazione che può spiegare la nascita dell’attribuzione siracusana.Nella Cappella del Crocifisso la volta in gesso voluta nel 1778 dal vescovo Giovanni Battista Alagona reca clipei con figure di santi di cui non sono documentati i nomi, e nell’abside compaiono angeli del Paradiso di mano ignota, che nessuna fonte scientifica descrive o data. Nella cappella di Santa Lucia la cupola fu affrescata nel 1926 dal pittore milanese Mario Albertella (1883-1955), e i soggetti dei riquadri non risultano descritti in alcuna fonte, lacuna vistosa per un’opera tanto recente; del 1927 è invece la sua tela del Cristo Re sul frontone absidale. Alla pittura su legno appartengono le decorazioni sulle travi del soffitto, datato al 1518 dal censimento diocesano e al 1528 da alcune descrizioni divulgative, cui nel 1645 furono aggiunti gli stemmi delle famiglie nobili, e nella Cappella della Madonna della Neve si conserva un frammento di icona bizantino-medievale con la Vergine in trono col Bambino.

Le pitture perdute

La perdita più consistente riguarda l’età normanna. Una tradizione risalente agli Opuscula de rebus praeclaris Syracusanis di Lucio Cristoforo Scobar (Venezia 1520) attribuisce al vescovo inglese Riccardo Palmer la ricopertura dei muri dell’esedra con affreschi e il rivestimento musivo della cattedra e del coro. Della decorazione dipinta non resta nulla, e la notizia va presentata come tradizione cinquecentesca priva di verifica materiale; dei mosaici sopravvivono quattro formelle secondo l’Enciclopedia dell’Arte Medievale, due secondo altre descrizioni, ricollocate nel battistero nei restauri del primo Novecento.Un secondo capitolo riguarda il Novecento. Le campagne del 1912-1915, promosse dall’arcivescovo Luigi Bignami, e quelle avviate nel 1922 sotto Giacomo Carabelli mirarono a riportare in luce l’impianto antico, con l’abbattimento degli altari laterali settecenteschi, la rimozione degli stucchi barocchi e la demolizione degli stucchi della navata centrale di Giuseppe Blanco di Licodia. Se in quell’occasione siano andate perdute anche pitture murali settecentesche, nessuna fonte lo dice; e neppure è documentato se l’episodio bellico presso la cella campanaria, riferito al 1945 dal catalogo ministeriale ma confrontabile con i danni attestati nel giugno 1943, abbia colpito pitture.

Conservazione e restauri

Gli affreschi di Scilla si trovano in situ e sono visibili. La cappella sopravvisse intatta al sisma del 1693 e fu poi toccata dagli interventi del 1912-1915 e dai restauri conservativi illustrati alla presentazione del volume sui cantieri della cattedrale nel giugno 2026. Il finanziamento PNRR è documentato specificamente per il prospetto e per il tiburio della cupola; il resoconto della presentazione ricorda anche gli interventi sulla cappella, senza precisarne la fonte di finanziamento. Per la parte pittorica, le fonti qui esaminate non permettono di precisare la tecnica esecutiva (buon fresco, mezzo fresco o rifiniture a secco), le misure degli scomparti, l’entità delle lacune e delle eventuali ridipinture e i nomi dei restauratori. Questi dati richiedono il confronto con le relazioni tecniche e con la documentazione conservativa della cappella. Il volume Cattedrale di Siracusa. Studi, ricerche e restauri, curato da Paolo Giansiracusa e presentato in cattedrale il 17 giugno 2026, documenta i restauri interni dal 1917 al 2026: è la sede in cui queste risposte andranno cercate.

Le cappelle

Le cappelle della cattedrale appartengono quasi tutte all’età moderna e mostrano come la chiesa barocca si sia appoggiata al tempio greco fino a sfondarne il perimetro. Lungo la navata destra si aprono, nell’ordine, il Battistero ricavato dal primo intercolumnio, la Cappella di Santa Lucia, la Cappella del Santissimo Sacramento (o Cappella Torres) e, in fondo, la Cappella del Crocifisso; al termine della navata sinistra è la Cappella della Madonna della Neve, che occupa l’abside settentrionale di origine medievale, ricostruita durante i restauri del primo Novecento. Secondo Maria Rosa Vitale, nel saggio Tempo e racconto: i restauri della Cattedrale di Siracusa nel primo Novecento, fu dopo il sisma del 1542 che si ebbe «l’aggiunta delle cappelle del Sacramento e di Santa Lucia che, per la prima volta, travalicarono il perimetro dell’edificio templare».Il restauro di ripristino condotto fra il 1909 e il 1927, nel quale ebbe parte decisiva Paolo Orsi, cancellò le decorazioni sette-ottocentesche delle navate ma risparmiò le cappelle. Su tutte pesa una lacuna documentaria: nessuna dispone di rilievi metrici pubblicati, e la Sicilia, regione a statuto speciale, cataloga i propri beni attraverso gli uffici regionali anziché attraverso il catalogo nazionale, sicché crocifissi, tavole e argenterie restano quasi sempre privi di una scheda pubblica. Da qui la ripetitività della letteratura corrente, che si regge su poche pagine divulgative e ne riproduce gli errori.

La Cappella di Santa Lucia

Seconda cappella della navata destra dopo il Battistero, quella dedicata a Santa Lucia è stata per secoli un ente patrimoniale distinto, con redditi propri, un tesoriere, procuratori e legati di messe. Gli atti della visita regia compiuta nel 1741 da Giovanni Angelo De Ciocchis le dedicano sezioni autonome per le suppellettili, per gli oneri di messe e per i beni del beneficio, e registrano il legato con cui il 9 febbraio 1599 Sebastiano Spina destinò 400 onze perché con la rendita si comprasse la cera della festa.Sulla data di costruzione le fonti si dividono in tre versioni inconciliabili. Vitale colloca l’aggiunta della cappella fra il 1542 e il 1693; la scheda del Catalogo generale dei Beni Culturali redatta da Margherita Recupero nel 2021 la annovera fra quelle costruite dopo il terremoto del 1693; la tradizione divulgativa la dice opera della prima metà del Settecento progettata da Pompeo Picherali, con la data 1712. Un vincolo preciso viene però dal viaggiatore romano Pietro Della Valle, che assistette alla festa del 1625 e nei suoi Viaggi scrisse che la sacra immagine fu riportata
alla chiesa cattedrale, dove d’ordinario si conserva in una cappella ben guardata e serrata con molte chiavi.
Una cappella di Santa Lucia, custodita con più chiavi, esisteva dunque nel dicembre 1625, e la datazione settecentesca può riferirsi a una riedificazione dopo il sisma. La lapide del vescovo Asdrubale Termini, censita nell’inventario diocesano, ne registra la dedicazione a sue spese nel 1711; Capodieci riferisce al 1712 il completamento della cappella. L’attribuzione a Picherali manca di riscontro scientifico, mentre è documentato un suo lavoro per l’argenteria: nel 1726 Francesco Tuccio eseguì su suoi disegni due «ninfe» d’argento, e una ninfa argentea appesa compare nell’inventario del 1741.L’ambiente ha pianta rettangolare e cupola su tamburo, affrescata nel 1926 dal milanese Mario Albertella. Al centro sta l’altare, che nel 1741 aveva gradini rivestiti d’argento su tre ordini, un paliotto d’argento e cinque lampade; il paliotto attuale viene riferito all’argentiere siracusano Decio Furnò su disegni del pittore Mauro Troia. Sulle pareti sono due medaglioni con i busti di Lucia e di sant’Eutichio attribuiti a Ignazio Marabitti, con una data, 1711, impossibile, dato che lo scultore nacque nel 1719. Vi sono sepolture dei Bonanno-Landolina e il monumento funerario del vescovo Requesens, la cui lastra pavimentale è identificata dall’iscrizione come copertura del suo sarcofago, e si conserva come ex voto una bomba rimasta inesplosa durante l’assedio ispano-borbonico, caduta nel 1734 o nel 1735 sulla casa del generale Orsini oppure, secondo altre fonti, sul suo alloggio al Castello Maniace.Dietro l’altare, coperta da una tela con l’immagine della santa, si apre la nicchia del simulacro, chiusa da sportelli lignei e da un cancello e munita di cinque chiavi distinte, affidate ad altrettanti membri della Deputazione della Cappella di Santa Lucia e consegnate al maestro di cappella. Le aperture scandiscono il calendario luciano cittadino:
  • 9 dicembre, apertura della nicchia, che dà inizio alla festa del 13 dicembre;
  • 12 dicembre, intronizzazione del simulacro nel presbiterio;
  • 13 dicembre, pontificale e processione verso la Basilica Santuario di Santa Lucia al Sepolcro;
  • 20 dicembre, rientro al termine dell’ottavario e riposizione nella nicchia;
  • 13 gennaio, Festa delle Reliquie, con esposizione per l’intera giornata;
  • 13 marzo, apertura istituita in memoria dell’affidamento della città alla santa durante la pandemia del 2020;
  • prima domenica di maggio, festa del Patrocinio, con l’uscita verso Santa Lucia alla Badia.
Il simulacro è catalogato negli studi come reliquiario a statua. I documenti notarili pubblicati da Arturo Anzelmo e ripresi da Maria Concetta Di Natale nel saggio Santa Lucia a Siracusa attestano che il 12 settembre 1598 l’argentiere palermitano Pietro Rizzo si impegnò a eseguirlo e che il 12 dicembre 1600 fu consegnato a don Pietro Bonanno; vi sono incisi la firma e l’anno 1599. Serafino Privitera riferisce che «vi si impegnarono 190 libbre d’argento e costò in tutto 5.000 scudi»: con una libbra siciliana di circa 317 grammi si otterrebbero poco meno di 60 kg, contro gli oltre 80 ripetuti dalla pubblicistica. L’altezza oscilla fra 1,50 e 1,57 m secondo le fonti. La santa è in piedi, la destra protesa a reggere il piatto con gli occhi sormontati da una fiamma, la sinistra con la palma d’oro e il giglio, il collo trapassato dal pugnale, il petto occupato dalla teca con la reliquia; corona, tazza e pugnale attuali sono settecenteschi.Sotto il simulacro corre la cassa d’argento, detta anche vara o fercolo. Di Natale la riferisce a più mani, quelle di Rizzo, di Zosimo Branca e di Girolamo Minniti, e a un cantiere lungo quasi trent’anni: nel 1618 fu benedetta sotto il vescovo Giovanni Torres e nel 1620 un’iscrizione dichiarò compiuta l’opera. Dei sei pannelli laterali quello frontale, con il Seppellimento della santa, si ispira alla tela di Caravaggio del 1608, mentre quattro appaiono più antichi e vengono ricondotti a una cassa reliquiaria di fine Quattrocento, a quella autorizzata da Ludovico d’Aragona, datata al 1348 da Giuseppe Agnello e al 1344 da Adriano Napoli oppure alle plance eseguite fra il 1588 e il 1590. L’attribuzione tradizionale dell’insieme a Nibilio Gagini è stata rivista, perché l’argentiere morì nel 1607. Nel restauro del 1763 Ascensio Chindemi e Decio Furnò ne rifecero la struttura lignea e, firmandola, furono a lungo creduti autori della cassa.Quanto alle reliquie, nel 1605 un frammento fu restituito alla città dalla cattedrale di Bari per l’intervento del gesuita Bartolomeo Petraci e nel 1607 venne inserito nel petto del simulacro, che divenne così reliquiario a pieno titolo; due urne d’argento, del 1629 e del 1651, viaggiarono sul fercolo fino al 1938. Una veste e una scarpa sono attestate fin dal 1625, quando Della Valle vide il vescovo dare a baciare «una sua camicia di color quasi azzurro scuro, ed una scarpa, come fatta all’apostolica»; il 13 marzo 2026 veste, scarpette e velo furono portati per la prima volta in processione fino a Santa Lucia alla Badia con l’arcivescovo Francesco Lomanto. Il corpo della santa si trova a Venezia, e i viaggiatori settecenteschi registravano il rammarico dei siracusani, ai quali restava un solo dito. L’ultimo restauro del simulacro, condotto fra il 2019 e il 2020 dalla Scuola Beato Angelico di Milano, fu presentato il 25 aprile 2020 in forma virtuale, perché la festa del Patrocinio di quell’anno si svolse senza fedeli.

La Cappella del Crocifisso

Lo stesso argomento in dettaglio: Cappella del Crocifisso (Duomo di Siracusa).
Ultima cappella della navata destra, fu eretta nel 1691 per volontà del vescovo Francesco Fortezza, che le fonti correnti dicono spesso Giuseppe e arcivescovo, benché la cronotassi dei presuli siracusani dia Francesco e benché Siracusa sia divenuta arcidiocesi solo nel 1844. Per ricavarne il volume furono sacrificate, secondo alcune ricostruzioni, le ultime tre colonne del pronao dorico, secondo altre una delle absidi laterali; l’ambiente risulta staccato dal resto della cattedrale, quasi una chiesa dentro la chiesa. La volta in gesso fu fatta costruire nel 1778 dal vescovo Giovanni Battista Alagona; il pavimento a scacchiera risale al 1885, quando la cattedra era retta da Benedetto Lavecchia Guarnieri, il che smentisce la notizia che assegna quel riassetto a un Alagona.Sull’altare maggiore, entro quattro colonne corinzie, è un grande crocifisso ligneo detto di scuola bizantina, ritenuto miracoloso dalla devozione popolare e fatto provenire, da un’unica fonte turistica, dalla chiesa di San Giovanni alle Catacombe; l’etichetta va presa con prudenza, perché nel 1813 Giuseppe Maria Capodieci chiamava «di man greca» tavole che oggi si datano al pieno Quattrocento.Sull’altare sinistro sta la grande tavola a fondo oro con San Zosimo, il pezzo più discusso del Duomo. Nessun documento e nessuna fonte antica la collegano ad Antonello da Messina: l’attribuzione nasce nel 1903 con Gioacchino Di Marzo, che la propone per esclusione, non trovando fra i pittori siciliani del tempo alcuno cui attribuirla «se non ad Antonello da Messina». Diffusa entro il 1912 dalle fotografie commerciali Brogi, fu accolta dai Venturi, da Roberto Longhi, da Ferdinando Bologna e da Fiorella Sricchia Santoro, mentre Federico Zeri la respinse, classificandola opera di maniera antonellesca e datandola fra il 1480 e il 1530 circa, cioè dopo la morte del pittore; una scheda ministeriale la dice di paternità «tuttora discussa». Nel 2022 la tavola è uscita per la prima volta dalla Sicilia, esposta al Museo Diocesano di Napoli. Sull’altare destro è una tavola quattrocentesca con San Marciano, riferita alla scuola antonelliana e restaurata insieme al San Zosimo nel 2018.Sotto le mense laterali sono due urne con i corpi dei martiri romani Benedetto e Vittoria, dalle catacombe di San Callisto, benché le fonti si invertano sull’assegnazione di ciascun corpo al proprio altare. Alle pareti si allineano i monumenti funebri degli arcivescovi Ettore Baranzini e Giacomo Carabelli, scolpito in marmo nero da Pasquale Sgandurra; qui è stato sepolto nel settembre 2025 Giuseppe Costanzo. Dalla cappella si passa alla sagrestia e al Tesoro.

La Cappella del Santissimo Sacramento

Terza cappella della navata destra, fu fondata l’8 aprile 1616 dal vescovo spagnolo Juan de Torres Osorio, dal quale prende il nome alternativo di Cappella Torres. L’attribuzione architettonica resta discussa: Giuseppe Agnello assegnava il progetto ad Andrea Vermexio, forse modificato dal figlio Giovanni, e collocava l’esecuzione fra il 1650 e il 1653 sotto la direzione del capomaestro Giuseppe Guido, mentre altre fonti assegnano l’insieme al solo Giovanni. La sequenza coerente è quella di un progetto del 1616 ripreso a metà Seicento, dopo la morte di Giovanni; il fondatore, partito da Siracusa nel 1619 e morto in Spagna nel 1632, non vide la cappella compiuta.Anche la pianta è controversa: ottagonale per la maggior parte delle descrizioni correnti, esagonale a lati diseguali per Salvatore Boscarino, poligonale per le guide del Touring. La copertura è a cupola su tamburo finestrato e l’ordine è corinzio. I documenti notarili resi noti da Agnello ricordano quattro scultori maltesi, Michele Casanova con i figli e Marcello Gaffar, impegnati «in scolpire l’intagli di pietra della fabrica di detta cappella», e descrivono quindi intagli lapidei dorati, mentre il marmo è documentato per pavimento, balaustra e paliotto.La volta fu affrescata da Agostino Scilla su commissione del vescovo Giovanni Antonio Capobianco. Le date proposte oscillano fra il 1650 delle fonti ottocentesche e il 1658 indicato dal Dizionario Biografico degli Italiani, che qualifica il ciclo come «prima grande impresa decorativa eseguita fuori dalla sua città, e l’unica superstite di questo genere». Hyerace riferisce la dispersione o distruzione nei terremoti del 1783 e del 1908 di gran parte delle opere messinesi di Scilla, senza assegnare puntualmente a quelle scosse la perdita di ogni affresco. La sopravvivenza del ciclo siracusano resta un dato di particolare rilievo della cappella. Il programma è tipologicamente eucaristico, con quattro episodi biblici attorno all’Apoteosi dell’Eucaristia.Gli arredi documentano una committenza rivolta a Roma: il ciborio disegnato nel 1752 da Luigi Vanvitelli, descritto tradizionalmente come ligneo ma censito nell’inventario diocesano come metallo dorato e pietra scolpita, la balaustra marmorea eseguita nel 1746 da Ignazio Marabitti con Giovan Battista Marino e il paliotto con l’Ultima Cena di Filippo della Valle, pagato il 1° novembre 1763, che il Dizionario Biografico degli Italiani colloca però sull’altare maggiore della cattedrale. La direzione della balaustra è tradizionalmente riferita a Pompeo Picherali, ma l’attribuzione è cronologicamente problematica, poiché i repertori ne datano la morte al 1743. Le cancellate in ferro battuto, poste fra le colonne doriche e l’ingresso, sono di Domenico Ruggeri su disegno di Alessandro Campo, 1807-1811; sul lato sinistro è il sepolcro dell’arcivescovo Luigi Bignami, opera di Sebastiano Agati. Il restauro della contigua Sacrestia Torres, fra il 2023 e il 2025, ha restituito un affresco seicentesco nascosto sotto l’intonaco.

La Cappella della Madonna della Neve

In fondo alla navata sinistra, la cappella occupa l’abside settentrionale di origine medievale, l’unica delle absidi minori restituita alla forma semicircolare dai restauri del primo Novecento. La sua attribuzione al VII secolo appartiene alla tradizione storiografica; altri studi considerano possibile un’aggiunta delle absidi laterali in età normanna. La pianta è semicircolare, raccordata alla navata da due tratti murari rettilinei; i conci di pietra sono a vista, la copertura è a volta a botte e le finestre medievali furono riaperte nel restauro novecentesco, che smantellò gli altari laterali settecenteschi, ricostruì filologicamente l’abside e trasferì nel Battistero i frammenti della decorazione musiva normanna del XII secolo. La pavimentazione a marmi policromi è coeva al riallestimento concluso il 9 gennaio 1927, quando la cattedrale fu riaperta al culto e riconsacrata a Cristo Re e alla Vergine; la cancellata in ferro battuto dei fratelli Paradiso è del 1928.Il fulcro dell’ambiente è la statua della Madonna della Neve, tradizionalmente attribuita ad Antonello Gagini ma catalogata come opera di bottega italiana del XVI secolo, in marmo bianco probabilmente di Carrara, con la Vergine in piedi e il Bambino in braccio e l’iscrizione SCTA MARIA AD NIVES sul basamento, sotto un baldacchino ligneo dorato di verosimile fattura ottocentesca; il censimento diocesano ne pubblica le misure di 227 per 53 centimetri. La data corrente è il 1512, mentre il censimento dei beni ecclesiastici indica genericamente il XVI secolo, senza precisare un anno, e divergono anche le ricostruzioni sulla provenienza, perché accanto alla tradizione che la vuole eseguita per la cattedrale c’è chi la fa arrivare dal complesso domenicano di piazza San Giuseppe. La presenza di Gagini in città è documentata già nel novembre 1506 per il sepolcro del barone Giovanni Cardinas, oggi alla Galleria Regionale di Palazzo Bellomo: la data del 1512, accolta dalla tradizione, lo farebbe precedere alle Madonne della Neve di San Salvatore di Fitalia (1527) e di Santa Lucia del Mela (1529), ma per l’esemplare siracusano l’anno preciso e l’autografia di Antonello restano da documentare.Sulla parete laterale dell’abside si conserva un frammento di icona bizantino-medievale con la Vergine in trono e il Bambino. La sua identificazione con la Madonna del Pilier richiede cautela: alcune ricostruzioni ne distinguono il percorso, riferendo la custodia della Madonna del Pilier nella Cappella di Santa Lucia fino al 1645 e il trasferimento nelle sale del Tesoro nel 1927; Adriano Napoli identifica invece l’antica tavola dell’Odigitria venerata con il titolo del Piliere con quella tuttora conservata nella Cappella della Madonna della Neve. Resta distinta da questi dipinti la settecentesca Vergine del Piliere di Ignazio Marabitti sulla facciata. Nella cappella riposa lo stesso arcivescovo Lavecchia (1813-1896). La festa della Madonna della Neve cade il 5 agosto, data della dedicazione di Santa Maria Maggiore a Roma; sull’esistenza di una solennità specifica celebrata in cattedrale in quel giorno le ricostruzioni disponibili si contraddicono fra loro.

Il campanile, il tetto, l’organo

Per oltre due secoli la cattedrale di Siracusa è rimasta senza torre. Il campanile che i siracusani conoscevano prima del 1693 formava un corpo solo con la facciata, rovinò insieme a essa e non fu più rialzato: le sei campane che si sentono oggi suonano da una cella ricavata nel Novecento. Anche la copertura della navata e l’organo hanno alle spalle crolli, rifacimenti e lunghi silenzi.

La facciata-torre perduta

Il documento più preciso sul campanile antico è l’atto di appalto della nuova facciata, rogato il 18 ottobre 1728 dal notaio Domenico Serafino e pubblicato da Enrico Mauceri nel 1911. Il preambolo latino elenca ciò che il terremoto aveva abbattuto:
«Campanile tam nominatum huius Sanctae Matricis et Cathedralis Ecclesiae Syracusanae ab Antiquis erectum cum maxima expentione et magnificentia, ac frontispicium eiusdem Matricis Ecclesiae ubi erat unitum campanile praedictum.»
Tradotto dal latino, il passo ricorda «il tanto rinomato campanile» della cattedrale, «eretto dagli Antichi con massima spesa e magnificenza», e il frontispizio «al quale era unito il predetto campanile». La cattedrale aveva dunque una facciata-torre, con il campanile incorporato nel prospetto, e nel 1728 le macerie giacevano ancora al suolo. Sull’epoca le fonti divergono: l’atto la dice opera «degli Antichi», Stefano Piazza parla della «cinquecentesca torre campanaria della facciata del duomo di Siracusa», la divulgazione corrente e il Catalogo generale dei Beni Culturali la dicono normanna o medievale. Le ricostruzioni documentate fra il 1543 e il 1578 rendono conciliabili le letture: una torre di origine più antica, rimodellata al punto da presentarsi nella forma finale come opera cinquecentesca. La critica la considera l’archetipo delle facciate a torre del tardobarocco ibleo, modello per il San Giorgio di Ragusa del siracusano Rosario Gagliardi. Nessuna fonte reperita ne dà l’altezza, e l’immagine più antica resta uno schizzo di Tiburzio Spannocchi del 1578.Una descrizione oculare della torre in funzione è quella che Pietro Della Valle lasciò nei suoi Viaggi dopo avere assistito alla processione del 13 dicembre del 1625: mentre il simulacro usciva dalla porta della chiesa, un uomo preparato allo scopo «dalla cima del campanile si lasciò andar a volo, come dicono, sopra una corda», per atterrare in mezzo alla piazza del Duomo piena di gente.

Crolli, fulmini e la torre rinunciata

La tradizione erudita raccolta da Giuseppe Maria Capodieci, sulla scorta di Vincenzo Mirabella, vuole che nell’anno 1100 un terremoto facesse cadere «il campanile, e il tetto del Duomo» durante la messa di Pasqua: la sismologia storica classifica quell’evento fra i terremoti dubbi e falsi.Documentato è invece il terremoto del 10 dicembre 1542, che secondo il catalogo dei forti terremoti dell’INGV fece crollare la torre campanaria, «utilizzata anche come torre di avvistamento». La ricostruzione fu impresa pubblica: quattro documenti del fondo Senato dell’Archivio di Stato di Siracusa, fra il 1543 e il 1547, attestano le spese dell’Università cittadina, e un’epigrafe celebrativa venne poi ritrovata fra le macerie del 1693. Capodieci assegna il restauro del 1545 al vescovo Girolamo Beccadelli di Bologna e il completamento del 1578 a Gilberto Isfar y Corillas, che secondo Gaetano Moroni «rifece la torre campanaria». Allo stesso Capodieci, che cita Rocco Pirri, si deve la notizia di un fulmine che nel 1581 rovinò il campanile, poi rifatto dal vescovo Giovanni Castellano Orosco: il passo di Pirri non è stato riscontrato sull’originale, e la notizia resta tradizione erudita. Restano estranei alla cattedrale, malgrado l’assonanza dei nomi, i due fulmini famosi del Castello Maniace del 1597 e del 1704.Con il terremoto dell’11 gennaio 1693 la torre finì. Il catalogo INGV registra «il crollo della facciata, della torre campanaria e di parte della copertura», e già il 24 marzo il notaio Pietro Spucces rogava il contratto per lo sgombero delle macerie. Il cantiere settecentesco prevedeva di rialzarla, tanto che i capitolati del 1728 si intitolano Capitoli della fabrica del frontispicio della Cattedrale di Siracusa col suo Campanile; il preambolo parla di disegni richiesti a più architetti, ma nessuno dei ventisette capitoli tecnici descrive il campanile, e l’atto del 9 settembre 1731, con la relazione firmata da Pompeo Picherali, riguarda il solo prospetto. L’idea di una facciata svettante sopra l’abitato venne abbandonata a favore di una più canonica soluzione a due ordini. La scheda del Catalogo generale dei Beni Culturali elenca invece fra le trasformazioni successive al 1693 «la ricostruzione del campanile», affermazione che i documenti settecenteschi non sostengono.

La cella campanaria e le sei campane del 1926

La cella attuale si apre in alto, di fianco alla facciata, con due grandi arcate. La data è controversa: Wikipedia in italiano scrive del campanile che fu «costruito nella stessa epoca settecentesca della facciata», mentre una guida locale colloca la cella nel 1925, accanto alla scala esterna del 1918. La data del 1925 richiede tuttavia un riscontro specifico sul cantiere della cella: la mancata realizzazione della torre prevista nel Settecento e l’arrivo delle nuove campane nel giugno 1926, durante la seconda campagna di restauri, non bastano da soli a dimostrarla. In sommità si notano due quadranti circolari, che Wikipedia dice «orologi solari, per cui privi di lancette» senza riscontri indipendenti; di un orologio meccanico sul campanile non esiste menzione in nessuna delle fonti consultate.Le campane nascono da una vicenda bellica. Secondo il resoconto del convegno Ti canterò un canto nuovo. Le campane della Cattedrale, tenuto a Santa Lucia alla Badia e raccontato dal sito diocesano il 14 gennaio 2013, l’arcivescovo Giacomo Carabelli ottenne da Benito Mussolini, in visita a Siracusa nel maggio 1924, «due bocche di cannoni austriaci del peso di circa 40 quintali da destinare alla fusione delle campane della restauranda chiesa». Il resto della spesa, circa ottantamila lire, fu raccolto da un comitato costituito nel febbraio 1925: il Municipio pagò la fusione di una campana, la signora Cocuzza, vedova del barone Cataldi, ne dedicò un’altra al figlio unico caduto a Monfalcone. Domenica 27 giugno 1926 un corteo con le autorità cittadine andò a ritirare il concerto alla stazione ferroviaria.Le campane sono sei, uscite dalla fonderia Brighenti di Bologna, per 76 quintali complessivi e accordate in scala di Si maggiore. Vi compaiono gli stemmi del pontefice, del vescovo Carabelli e della città, immagini sacre e i nomi di circa trecento siracusani caduti nella Grande guerra. Le relazioni tenute al convegno divergono sui particolari: per Salvo Sparatore le campane con i nomi dei caduti sono due, per Loredana Pitruzzello i nomi ricorrono su ognuna; Pitruzzello indica come soggetti la Natività di Maria, Santa Lucia e San Sebastiano, monsignor Giuseppe Greco nomina San Paolo e Santa Lucia. Diverge anche l’anno di fusione, dato al 1926 dalla fonte diocesana e al 1925 da Wikipedia, che aggiunge il nome del titolare («Cesare Brighenti»), la definizione di «concerto di sei campane in stile ambrosiano con ruote a slancio» e le sei note, dal Si₂ al La♯₃. Più seria è la divergenza sul bronzo: accanto al dono del 1924 a Carabelli circola la notizia che sia stato Mussolini, nell’agosto 1937 e verso l’arcivescovo Ettore Baranzini, a donare il metallo dei cannoni austriaci per le nuove campane. Le due versioni non si citano a vicenda: o si tratta di episodi distinti, o una delle attribuzioni è errata. Il senso dell’operazione lo dichiarò monsignor Greco nel 2013: «È emblematico, in questo caso, il passaggio dal bronzo dei cannoni al bronzo delle campane, dalla guerra alla pace».Il concerto rimase a lungo muto. Il restauro del sistema campanario, pagato dalla Deputazione della Cappella di Santa Lucia con la somma che si spendeva per i fuochi d’artificio, entrò in funzione nel dicembre 2012, in tempo perché la Santa fosse «nuovamente accolta dal suono festoso delle campane». Le stesse campane segnano la mezzanotte del Capodanno.

Il tetto e le capriate

Sotto il nome di copertura convivono tre sistemi di epoche diverse, che le fonti confondono spesso: il tetto perduto del tempio dorico, la struttura lignea a vista della navata centrale, le volte delle navate laterali, delle cappelle e della tribuna con la cupola. Del tempio di Atena restano frammenti: gli scavi di Paolo Orsi fra il 1912 e il 1917 restituirono «molti frammenti di tegole e di sima marmorei con avanzi delle relative teste leonine», cioè un manto di tegole di marmo e una gronda con gocciolatoi a protome leonina, oggi al Museo archeologico regionale Paolo Orsi. All’età normanna l’Arcidiocesi attribuisce «la nuova copertura» della navata, insieme alla sopraelevazione dei muri e all’apertura delle finestre, senza che alcuna fonte ne descriva la tipologia.La datazione della struttura lignea oggi visibile resta aperta:
  • l’Arcidiocesi di Siracusa parla di «capriate trecentesche a vista» con «sobri dipinti» del 1518, riservando al Cinquecento la sola decorazione;
  • Wikipedia in italiano, nella sezione storica, e Wikipedia in tedesco datano al 1518 il soffitto tuttora conservato;
  • la stessa Wikipedia italiana, nella parte descrittiva, lo dice a travature del 1528, con gli stemmi nobiliari aggiunti nel restauro del 1645;
  • una guida locale lo assegna al XVI secolo, «ma potrebbe essere rifacimento di quello precedente», e ricorda un’architrave trecentesca dipinta, esposta alla Galleria regionale di Palazzo Bellomo e riferita al soffitto;
  • la letteratura scientifica sui restauri novecenteschi lo chiama «il soffitto ligneo cinquecentesco».
L’insieme si presenta come una travatura scoperta ripartita in lacunari, con rosoni dorati, capriate su mensoloni e, sulla trave centrale, gli stemmi delle più nobili famiglie siracusane; sotto corre l’iscrizione «Ecclesia Syracusana prima Divi Petri filia et prima post Antiochenam Christo dicata», legata al diploma di Leone X del 1517. Capodieci registra poi una riparazione del tetto nel 1517, «che stava per vacillare stante i tremuoti seguiti», la doratura voluta nel 1744 dal vescovo Matteo Trigona e un «tetto nuovo» del 1773 che il testo non permette di assegnare con certezza alla chiesa o alla Cappella del Crocifisso.Il grande restauro del primo Novecento nacque proprio da un problema di tetto. Nel giugno 1906 la cattedrale fu chiusa al culto per le condizioni precarie del soffitto ligneo, e nel 1907 Giuseppe Rao firmò un progetto per il consolidamento del tetto della navata centrale. I lavori partirono nel 1909 per volontà dell’arcivescovo Luigi Bignami, ripresero dopo la guerra sotto Carabelli e furono seguiti da Orsi con Sebastiano Agati, in due campagne, 1909-1911 e 1923-1926. Nella seconda la volta del coro fu demolita e sostituita da un cassettonato ligneo disegnato da Agati; il 9 gennaio 1927 la cattedrale fu riaperta e riconsacrata. La scheda ministeriale colloca nel 1945 la caduta di una bomba «in prossimità della cella campanaria», con danni al prospetto e al soffitto: la data contrasta con le incursioni aeree su Siracusa, concentrate nel 1943, e va verificata.Sulle strutture lignee non risultano pubblicate indagini dendrocronologiche. Il censimento diocesano registra per il soffitto un’altezza di 10,8 metri; numero e luce delle capriate, specie legnosa, sezioni e tipo di manto richiedono il confronto con i rilievi e la documentazione tecnica del restauro. Nell’estate del 2021 si è intervenuti sulle coperture della navata settentrionale e della Cappella del Crocifisso; intorno al 2022 un fulmine ha danneggiato la cupola; il cantiere finanziato dal PNRR fra il 2025 e il 2026 ha riguardato prospetto e cupola, lasciando fuori il tetto della navata.

L’organo dei fratelli Polizzi

L’organo è opera della ditta «Michele e Agostino F.lli Polizzi» di Modica ed è il numero 52 della loro produzione, il secondo per grandezza. Le fonti oscillano fra il 1913, indicato in un comunicato diocesano, e il 1914, indicato dal vicario generale e dalla bottega erede dei Polizzi: si può ipotizzare la distinzione fra anno di costruzione e anno di collaudo, senza che sia dimostrata. Lo strumento conta 2.308 canne, dalla maggiore di 5,50 metri alla minore di 2 centimetri, due tastiere di 58 tasti, pedaliera dritta di 27 pedali, trasmissione meccanica alle tastiere e pneumatica ai registri e al pedale; i registri sono 36 per le fonti diocesane e giornalistiche, 37 per la schedatura organologica che dipende da Giuseppe Dispensa Zaccaria, Organi e organari in Sicilia dal ‘400 al ‘900 (1988). La fisionomia liturgica della disposizione fonica risente del motu proprio Tra le sollecitudini di Pio X (1903), che aveva messo al bando gli organi orchestra e il repertorio profano.Il corpo poggia sulla cantoria di sinistra dell’abside, dal prospetto ligneo settecentesco: indizio che la sede, e forse la cassa, appartenessero a uno strumento anteriore, del quale manca ogni documentazione, salvo la notizia di fonte terziaria di un restauro eseguito nel 1725 da Donato Del Piano, il maggiore organaro attivo nella Sicilia orientale.Dalla metà degli anni Ottanta l’organo smise di funzionare. Il restauro, affidato ad Antonio e Alessandro Bovelacci di Ragusa, unici allievi di Michele Polizzi junior, comprese una fase in un laboratorio allestito dentro i locali della Curia arcivescovile, presentata nel marzo 2015 dopo quattordici mesi di lavoro, con il censimento di tutte le canne e il recupero di 18 somieri, dei mantici e dei meccanismi pneumatici. Seguirono il trasferimento dello strumento in cattedrale, il rimontaggio e l’accordatura definitiva, conclusi prima dell’inaugurazione dell’aprile 2016; del prospetto della cantoria si occupò Rita Drago Mortellaro. Alla presentazione del marzo 2015 il vicario generale Sebastiano Amenta riassunse la vicenda: «Il lavoro di restauro si è reso necessario perché da più di 30 anni l’organo non era in condizione di suonare». Il concerto inaugurale si tenne il 30 aprile 2016 con Diego Cannizzaro, cui seguì la rassegna Parole d’organo, otto appuntamenti mensili fra l’ottobre 2016 e il maggio 2017.

La cappella musicale della cattedrale

A Siracusa l’espressione «maestro di cappella» indica oggi il laico a capo della Deputazione della Cappella di Santa Lucia, quello che riceve dai deputati le chiavi e apre la nicchia del simulacro: la cappella musicale del Duomo è istituzione diversa, e ha un atto di nascita preciso. Il legato del vescovo Juan de Torres Osorio, rogato l’8 aprile 1616 insieme alla fondazione della Cappella del Santissimo Sacramento, destinava 120 onze ad almeno otto cantori scelti per voce e abilità e 30 onze al «magistri scholae musicorum», obbligato, secondo la traduzione dal latino, a servire la cappella in costruzione e insieme la cattedrale in tutte le solennità, negli uffici, nelle processioni e nelle feste, e a insegnare il canto ai fanciulli del seminario «senza mercede, stipendio e salario».Il bilancio del primo Settecento, ricostruito da Mariarita Piccione sui registri del Senato cittadino, dà la fisionomia dell’organico: 108 onze complessive, 16 al maestro di cappella, 16 ciascuno a contralto, tenore e basso, 20 all’eunuco (la voce meglio pagata), 12 all’organista e 12 ai due violini, più 6 onze per «porto e riporto dell’organetto» durante le esposizioni delle Quarant’ore. Fra i nomi documentati ci sono gli organisti Giuseppe Gennari, eletto il 4 agosto 1696, e Carmelo Ferrara, che dal 1741 cumulò organo e direzione; fra i maestri di cappella Gennari stesso (1703-1727), Pietro Martinez, Vincenzo Mazzarella, autore di una sessantina di drammi, e Ignazio Moscuzza, titolare dal 1797. Il cantore eunuco Paulo Fusillo è documentato dal settembre 1739 al 1759: il 1° marzo di quell’anno era già stato sostituito a seguito della sua morte, come attesta un mandato del Senato del 21 agosto 1759.Il repertorio ruotava intorno al 12 e 13 dicembre. Dal 1688, per un’ordinanza contrastata del Senato, i Vespri di Santa Lucia passarono dal tempio del sepolcro fuori le mura alla chiesa Matrice, e vi si celebrarono a piena orchestra secondo una tradizione discontinua che arrivò alla fine dell’Ottocento; i libretti stampati a spese del Senato conservano i titoli, da Siracusa a difesa dai fulmini (1704) di Gennari a Siracusa protetta (1800) di Moscuzza. Per l’Ottocento e il Novecento resta da ricostruire una successione documentata dei maestri di cappella e degli organisti del Duomo; anche la continuità recente di una cappella musicale stabile e l’eventuale titolarità dell’organista richiedono riscontri specifici. Pesa sull’intero capitolo una lacuna dichiarata dalla stessa studiosa: al tempo del suo lavoro l’Archivio della Cattedrale non era consultabile.

La sagrestia e l’archivio capitolare

Il complesso non ha avuto una sola sagrestia: ne ha avute almeno quattro, due oggi in uso o visitabili, mentre tesoro, archivio, biblioteca e museo stanno nel contiguo Palazzo Arcivescovile. La distinzione conta, perché è il punto in cui quasi tutte le descrizioni divulgative sbagliano.

La sagrestia vecchia e la fabbrica di Platamone

La sagrestia medievale sorgeva presso l’abside settentrionale, posizione che Adriano Napoli ricava dall’altare di Santa Lucia di patronato Arezzo nelle visite pastorali cinquecentesche. Sulla porta il vescovo Giovanni d’Alife, morto nel 1385, aveva fatto dipingere, secondo il Libellus di Lucio Scobar (1520), «imaginem beatissimae Virginis Mariae et alio latere imaginem sanctae Luciae et in medio Dominum nostrum Iesum Christum» (dal latino: la Vergine, santa Lucia e Cristo in mezzo). Il dipinto è perduto; Napoli ipotizza, dichiarandolo tale, che sparisse con la sagrestia vecchia, e con la stessa cautela propone che vi si custodissero le reliquie della patrona.La sagrestia nuova fu voluta dal vescovo Ludovico Platamone (1518-1540) e costruita a nord-est, «sul retro della navata laterale sinistra» secondo il Catalogo generale dei Beni Culturali. L’abside fu sfondata per ricavarne l’ingresso, ma più tardi della costruzione: fino ai primi del Seicento i documenti registrano ancora una «tribun[a] quae est a latere Evangelii ipsius ecclesiae». Sotto Girolamo Beccadelli (1541-1560) un atto capitolare fece spostare un altare di Santa Lucia che impediva i lavori; nella sacristia nova andarono un altare di Santa Maria della Grazia e un fusto di colonna in porfido rosso, ricoverato lì forse dopo il terremoto del 1542.

Due sagrestie gerarchizzate

Nel Settecento gli ambienti erano almeno due, ordinati per grado. Nel 1743 il visitatore regio Giovan Angelo de Ciocchis ordinava un «lavacrum novum» per la sagrestia dei canonici e disponeva che il vecchio servisse «pro reliquis de clero» (dal latino: per il resto del clero). Nel 1821 Giuseppe Maria Capodieci registrava «un vaso di marmo antichissimo con bassi rilievi» nella sagrestia dei canonici secondari. È con ogni probabilità la vaschetta marmorea normanna oggi alla Galleria Regionale di Palazzo Bellomo (inv. 5939 M), che Francesco Gandolfo assegna al terzo quarto del XII secolo: un lavabo di pregio declassato al clero minore, poi uscito dalla chiesa per entrare in museo.

La Sacrestia Torres

È la sagrestia di servizio della Cappella del Santissimo Sacramento, in fondo alla navata destra, accessibile dai due portali ai lati dell’altare; l’Arcidiocesi la data ai secoli XVII-XVIII. Prende nome dal vescovo spagnolo Juan de Torres Osorio, che fondò la cappella l’8 aprile 1616 e nel 1618 avviò il Palazzo Arcivescovile su progetto di Andrea Vermexio. Il settimanale diocesano «Cammino» la dice «quasi una sorta di chiesa dentro la chiesa», funzionale alle celebrazioni eucaristiche postridentine. Dopo il terremoto del 1693 vi furono trasferite le reliquie del beato Federico Campisano, dal 2020 nella Cappella della Madonna della Neve.Il restauro, condotto fra il 2023 e il 2025, è stato presentato il 3 dicembre 2025 in cattedrale dall’arcivescovo Francesco Lomanto, con relazioni di Helenio Schettini e Paolo Giansiracusa. Ha riguardato «sia il materiale lapideo che quello ligneo, in diversi punti tarlato», formula che attesta arredi lignei anche qui; in una parete è emerso un affresco del Seicento, di cui restano ignoti soggetto, costo e restauratori. Nella stessa occasione è stato donato un crocifisso ligneo tardosettecentesco in memoria dell’antiquario Alessandro Odierna.

Gli armadi lignei e le stanze del Tesoro

La sagrestia degli armadi si apre invece dalla Cappella del Crocifisso e immette nelle stanze del Tesoro. Quanto se ne legge abitualmente, sedici stalli lignei del XVIII secolo e affreschi attribuiti a Giuseppe Crestadoro, risale a una sola pagina web del 2010-2012, oggi leggibile in copia archiviata e ripresa poi da Wikipedia. La formula è incoerente, perché gli stalli sono sedili corali mentre la custodia delle suppellettili richiede armadi, e nessuna fonte scientifica conferma numero e datazione. Le pagine capostipiti divergono anche sulla decorazione: tele al soffitto di «Giuseppe Gestadoro» per l’una, affreschi «attribuiti» a Crestadoro per l’altra. Va corretta infine l’attribuzione dell’architettura delle stanze del Tesoro ai fratelli Chindemi: la fonte originaria dice che vi sono esposti oggetti della loro bottega, e i Chindemi erano argentieri.Il dato documentato riguarda la collocazione: per il Catalogo generale dei Beni Culturali sagrestia e stanze del Tesoro «facevano parte del corpo settecentesco all’interno del Palazzo Arcivescovile», collegato alla Casa degli Esercizi e alla chiesa nei lavori del primo Novecento. Nel 1927 la Madonna del Pilier fu portata nelle stanze adiacenti alla sagrestia dove si conservava il Tesoro, oggi esposto nella Cappella Sveva del palazzo senza che alcuna fonte dica quando avvenne lo spostamento. Sugli armadi resta la testimonianza di Giuseppe Agnello sui tessuti e sui ricami dimenticati dentro di essi.

La sala capitolare

Dell’aula capitolare restano due tracce. Nel 1659 il rifacimento del muro della tribuna sotto il vescovo Giovanni Antonio Capobianco divise l’ambiente fra cappellone e aula capitolare; negli atti di de Ciocchis le restanti parti della chiesa risultano occupate dal Tesoro, dalla sagrestia e dall’aula capitolare. Oltre a queste menzioni non sono state reperite descrizioni, misure o notizie d’uso.

L’archivio: capitolare o diocesano

Un archivio capitolare della cattedrale come istituto distinto non risulta censito: la Guida degli Archivi capitolari d’Italia registra per la Sicilia Acireale, Agrigento, Catania, Monreale, Noto, Palermo, Patti e Ragusa, e Siracusa manca. La ricerca recente cita per la città il solo Archivio Storico Diocesano, e i documenti capitolari le arrivano dall’edizione di Salvatore Russo del 1991. Che il fondo del Capitolo sia confluito in quello diocesano, o perduto nelle vicende che seguono, resta un’ipotesi.La consistenza è nota dalla scheda di mons. Pasquale Magnano per la Guida degli archivi diocesani d’Italia (III, 1998): «voll. 1190, bb. 170 (sec. XIV-1924)». Le serie più ricche sono:
  • Lettere, 481 unità (1504-1867);
  • Atti diversi, 136 unità (1667-1791);
  • Visite pastorali, 111 unità (1520-1897);
  • Privilegi e Lettere, 76 unità (1510-1794);
  • Editti e note, 67 unità (1615-1846).
Gli estremi sono incerti nella fonte stessa, che dichiara gli atti più antichi risalenti «solo al secolo XVI» mentre data al XIV il totale; l’Arcidiocesi indica oggi il XV secolo.Sulle perdite le versioni divergono: per Magnano l’archivio, con la biblioteca del vescovo Dalmazio, fu dato alle fiamme nell’agosto del 1528 dai soldati spagnoli; per Napoli, sulla scorta di Privitera e di Gaetani, lo distrussero un incendio al tempo di Platamone e la rivolta del 1540. In entrambi i casi sparì quasi tutta la documentazione curiale anteriore. I trasferimenti successivi hanno prodotto una frammistione di filze, e negli anni sessanta del Novecento un’infiltrazione d’acqua provocò altri danni.Per la cattedrale il fondo decisivo sono le Visite pastorali, da Beccadelli (1542) a Saladino (1605), base di ogni ricostruzione degli altari e delle sagrestie; alla Biblioteca Alagoniana si affiancano gli Annali manoscritti di Ottavio Gaetani e i sedici volumi di Capodieci.Archivio e biblioteca hanno sede in Piazza Duomo 5, diretti da Rosolino Vicino e da Helenio Schettini; nel 1998 l’archivio stava in Ronco Capobianco, e la data del trasferimento non è documentata. Il regolamento del 1° febbraio 2024 impone prenotazione con quarantotto ore di anticipo, apertura il martedì e il mercoledì, tre unità archivistiche al giorno. Una sua clausola dice più di molte descrizioni:
«Il direttore dell’archivio si riserva la possibilità di disdire la prenotazione per la consultazione dei fondi archivistici in caso di pioggia.»
La clausola segnala che la pioggia può condizionare la consultazione; da sola non permette di ricostruire l’accesso ai depositi né di stabilire se persistano problemi conservativi analoghi alle infiltrazioni degli anni sessanta.

I sotterranei

Sotto le navate della cattedrale non risulta documentato alcun ambiente ipogeo: nessuna fonte registra cripte o sepolcreti, e l’edificio poggia sul banco roccioso e sui muraglioni di fondazione del tempio dorico di Atena. La formula corrente «ipogeo del Duomo» designa in realtà l’Ipogeo di piazza Duomo, che si apre accanto alla chiesa, lungo il muro di cinta del giardino dell’Arcivescovado.

Un’isola cava

Il sottosuolo di Ortigia è scavabile perché la calcarenite della Formazione Monte Carrubba, affiorante per una ventina di metri con giacitura quasi orizzontale, lo consente: vi sono state ricavate latomie, cisterne, pozzi, acquedotti, cunicoli e tombe. Il censimento di A.M. Di Maio e colleghi, Siracusa ipogea («Geologia dell’Ambiente», supplemento al n. 4/2018), si apre con una valutazione netta:
«Siracusa è, dopo Roma, la città con il più rilevante patrimonio sotterraneo, fatto di sistemi ipogeici ed opere d’arte sotterranee, scavate ed utilizzate ininterrottamente dai primi segni di civiltà fino agli eventi della seconda guerra mondiale, quando furono adattate ed impiegate come rifugio antiaereo.»
Gli stessi autori osservano che in Ortigia «gli ipogei erano spesso collegati tra loro, facilitando l’accesso in caso di fuga, necessità o rifugio». Il Piano comunale di protezione civile (2024) censisce quello di piazza Duomo fra i siti accessibili, con quelli della Fonte Aretusa e della Giudecca.

L’ipogeo di piazza Duomo

La descrizione ufficiale della Soprintendenza, ripresa alla lettera da Ministero della cultura e Comune, definisce il complesso «un percorso sotterraneo che congiunge in senso est-ovest la piazza del Duomo alle mura della Marina», articolato «in una galleria principale, da cui si dipartono alcune gallerie minori, una delle quali si ricongiunge alla grande cisterna del palazzo Arcivescovile». La stessa frase compare parola per parola in Di Maio e colleghi, anteriori di due anni: vale come ripresa e non come riscontro indipendente.L’accesso avviene da «una piccola apertura ritagliata lungo il muro perimetrale» del giardino arcivescovile. Un primo nucleo di gallerie è ricondotto a una cava ricordata «nel XVIII secolo poiché, da essa era stata tratta la pietra per la costruzione della facciata della Cattedrale»: quali siano quelle cronache nessuno lo dichiara, e Giuseppe Maria Capodieci, che negli Antichi monumenti di Siracusa ricostruisce la cronologia del prospetto, di quella latomia non fa parola. La divulgazione locale estende l’estrazione all’intero Duomo, senza riscontro. Dello sviluppo metrico complessivo non esiste un dato pubblicato.

Il 1869 e la cisterna del vescovo Faraone

Le fonti della Soprintendenza datano al 1869 la riscoperta, durante lavori pubblici fra il Palazzo Arcivescovile e Santa Lucia alla Badia; il Ministero ne riporta un passo virgolettato, senza indicarne autore né opera:
«vi si situò una gran carrucola, e per essa i mastri sollevavano pietra ch’era della stessa natura di quella delle colonne…»
Lungo il percorso si incontra la grande cisterna del vescovo Paolo Faraone (1619-1629), che secondo le schede ufficiali servì il Palazzo Arcivescovile e l’intera Ortigia. Il Ministero la dice «l’elemento cronologicamente più antico» del complesso, affermazione che nello stesso testo convive male con l’attribuzione all’età greca del primo nucleo di gallerie; dimensioni, capacità e tipologia costruttiva non sono pubblicate. Una cisterna è ricordata da Paolo Orsi fra gli ostacoli che nel 1917 gli impedirono di scavare nel primo cortile dell’Arcivescovado, ma nessuna fonte la identifica con quella di Faraone.

Il rifugio antiaereo

Nell’imminenza dell’entrata in guerra il comitato cittadino della protezione antiaerea individuò i punti di raccolta per i civili, e le cavità di piazza Duomo furono scelte fra i ricoveri principali. I testi ufficiali scrivono «U.M.P.A., Unione Militare Protezione Antiaerea»: l’ente realmente esistito era l’Unione nazionale protezione antiaerea (U.N.P.A.), eretta in ente morale con regio decreto 30 agosto 1934 n. 1539 e dotata di un nuovo statuto con regio decreto 14 maggio 1936 n. 1062, e la forma con la emme pare un errore di trascrizione.Furono chiamate squadre di pirriatori, gli scavatori di cava, per ampliare l’antica latomia, aprire gli accessi nel muro di contenimento del giardino arcivescovile e un secondo ingresso nella muraglia della Marina, e ricavare una stanza dove custodire in casse di zinco il simulacro e il tesoro di santa Lucia, occultati dal dicembre 1942. Lo scavo intercettò e distrusse pozzi e cisterne antiche. Sulle pareti restano disegni e scritte di chi vi trovò riparo, accanto a fotografie d’epoca attribuite ad Angelo Maltese.Una targa all’ingresso, in marmo dal 2021 per donazione dell’associazione Lamba Doria, ricorda quindici morti fra civili e militari, bambini compresi, che sostavano all’imboccatura del ricovero. La notizia pubblicata da SiracusaOggi il 24 settembre 2021 riferisce l’incursione inglese al 19 giugno 1943; i testi sull’intitolazione del percorso indicano invece un bombardamento anglo-americano del 19 luglio. Quest’ultima data è problematica perché la città era occupata dai britannici dal 10 luglio. La divergenza fra le testimonianze commemorative resta aperta e richiede un riscontro nella documentazione bellica.Nella rete dei ricoveri cittadini, almeno trentotto secondo una ricostruzione divulgativa priva di fonti, rientrarono il Castello Maniace, piazza San Giuseppe e, con danni gravi, le latomie del Paradiso, l’Orecchio di Dionisio e le catacombe di Santa Lucia. Di Maio e colleghi dicono i cunicoli della piazza collegati al sistema di via Logoteta, sotto la chiesa di San Francesco di Paola alla Giudecca, e per suo tramite a quello della chiesa di San Filippo Apostolo, senza che il rilievo del raccordo sia pubblicato.

Sepolture e sottosuolo della piazza

Le sepolture della cattedrale stanno in elevato, addossate alle pareti delle cappelle. Sotto piazza Minerva corre invece la conduttura di deflusso delle acque del tempio di Atena che Orsi chiamò «cloaca»: imboccata da un foro arcuato di 0,31 per 0,25 metri aperto nella quarta assisa di fondazione, procede a nord per circa 5,5 metri e prosegue con due tratti ad angolo, di 7 e di 6 metri, sotto la città moderna. Trovando alcuni copertoni di calcare sostituiti da lastre di marmo, nella relazione sugli scavi intorno all’Athenaion (1918) Orsi avanzò un’ipotesi:
«Essendo assurdo imputare ai Greci questo risarcimento della copertura, ne dovrei dedurre che la cloaca fosse stata conosciuta e sfruttata dai Bizantini, non più come canale di deflusso delle acque templari, ma come sotterraneo di rifugio in speciali momenti di pericolo od altro.»
Giulio Amara, che ha riesaminato quella documentazione in una tesi sull’Athenaion, resta più prudente e ipotizza un rimaneggiamento della copertura in età tardoantica o medievale, senza sposare l’ipotesi del rifugio bizantino. Il tratto sud-nord risultò tagliato da una «vasta e profonda fossa carnaria, aperta in nuda terra senza rivestimenti, e piena di alcune diecine di cadaveri buttati alla rinfusa» che nessuna fonte riesce a datare; piazza Minerva è del resto costellata di sepolture, una delle quali giace fra 1,25 e 1,55 metri di profondità.L’unico ambiente ipogeo della piazza regolarmente visitabile sta sotto il Palazzo Vermexio, opera di Giovanni Vermexio, dove il padiglione di Vincenzo Latina dà accesso alle fondazioni del tempio ionico di Artemide e alla cripta della scomparsa chiesa di San Sebastianello, fruibili di nuovo dal 2024. Dentro la cattedrale, nel settembre 2023, la rimozione di un assito ligneo in un locale-deposito ha rimesso in luce un lacerto del crepidoma meridionale del tempio, coperto secondo mons. Sebastiano Amenta «circa un secolo fa»; lo studio e la valorizzazione annunciati non risultano avviati.

Accessi e visitabilità

Dismesso alla fine della guerra, l’ipogeo è stato riaperto più volte: nel 2006 con l’esposizione delle immagini scattate nel rifugio, nel luglio 2014 e l’8 novembre 2019, dopo lavori di messa in sicurezza e deumidificazione finanziati dalla Regione Siciliana. Fra il 21 marzo e il 2 luglio 2025 vi si è tenuta la mostra Siracusa, l’antico è contemporaneo.Gli orari dichiarati dalle fonti ufficiali divergono e nessuna pubblica un calendario per il 2026: il Ministero della cultura indica dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 13 senza prenotazione, il Comune un calendario stagionale con ingressi solo su prenotazione, Regione e portale turistico regionale altre combinazioni ancora. Il biglietto intero, dove indicato, è di 4 euro, e una parte degli accessi passa per visite guidate a pagamento di associazioni e operatori privati.Una valutazione di accessibilità del solo percorso sotterraneo non esiste: la guida Sicilia Accessibile considera il bene «Piazza Duomo» nel suo insieme e vi registra rampe, gradini dagli angoli smussati e servizi igienici a norma, mentre mappa tattile, audioguide, braille e modellini risultano assenti. Resta il dato materiale: gallerie scavate nella roccia, dislivello fra la piazza e la Marina, ingresso da una piccola apertura nel muro di cinta, pavimentazione irregolare e ambiente umido oppongono barriere serie.

Tombe, lapidi ed epigrafi

Del proprio patrimonio funerario la cattedrale conserva quasi solo il segmento moderno. Le sepolture monumentali del Medioevo furono smontate fra il 1566 e il 1602, per effetto della riforma liturgica post-tridentina, che impose di liberare le pareti dalle arche addossate, e i terremoti del 1542 e del 1693 completarono la dispersione. Quanto si vede oggi va dal 1602 al 2025 e si concentra nella Cappella del Crocifisso, cimitero del capitolo e dell’episcopato, nella Cappella di Santa Lucia e in poche lastre delle navate.

Il sarcofago di Volcacia Terenzia e la fine delle tombe medievali

Presso la controfacciata un sarcofago romano di reimpiego accolse per secoli le ossa dei vescovi di Siracusa. Lucio Cristoforo Scobar, nel De rebus praeclaris Syracusanis del 1520, lo dice «ante valvas Ecclesiae Maioris ad partem dexteram introeundo», davanti alle porte della Chiesa Maggiore, entrando a destra (traduzione dal latino). Portava un’epigrafe greca di età imperiale, ricomposta da Kalle Korhonen e restituita da Adriano Napoli nello studio L’arredo liturgico fisso nelle cattedrali normanne di Sicilia: Βουλκακία Τερεντία, ἐυσεβὴς καὶ ἀγαθὴ, ἔζησεν ἔτη μ’, in traduzione dal greco «Volcacia Terenzia, pia e buona, visse quarant’anni». Vi furono deposti, secondo Scobar e Rocco Pirri, il protovescovo normanno Ruggero (1104), Ruggero Bellomo (1419-1443) e Ludovico Platamone (1518-1540); il nome di Francesco Dentice compare in Pirri, che Napoli sospetta di un errore di lettura. Le descrizioni cinquecentesche, fra cui una relazione anonima del 1584 circa, vi riconoscono Caronte, le Parche e colonne di porfido intorno.Vicino alla porta maggiore stava l’arca del beato eremita Federico Campisano, traslato in cattedrale dal vescovo Pietro di Moncada, con una tavola agiografica perduta e un epitaffio cinquecentesco in esametri:
Saecula, cum lustris septem, ter dena fluebant, / Augusti mensis Phoebo radiante secundo, / quando Syracosius, claro de sanguine natus / Campisanorum, Federicus divus obivit
Gli esametri ricordano il 2 agosto. La tradizione biografica pone la morte nel 1335, ma il conteggio della prima riga presenta un problema testuale: la lezione «ter dena», trasmessa nella citazione di Napoli, significa trenta e, riferita ai secoli, non restituisce quell’anno. La lezione numerica richiede quindi un confronto con l’edizione antica dell’epitaffio.Il vescovo Gilberto Isfar (1574-1579), recependo la bolla Cum primum di Pio V del 1566, dispose che «de cetero in dicta Maiori Ecclesia non ponantur cadavera in sepulcris». Sotto Giovanni Castellano Orosco (1579-1602) i sepolcri addossati alle pareti furono demoliti «ornandae aedi», per ornare l’edificio, scrive Ottavio Gaetani, e Pirri elenca le arche dei presuli e dell’eremita trasferite nella Cappella della Vergine del Piliere, dove poi sorse la Cappella di Santa Lucia. Dell’epigrafe restano due frammenti, uno segnalato da Paolo Orsi nel 1889 e oggi irreperibile, l’altro trovato nel 1915 in via Minerva, con le fonti che si scambiano inventari e circostanze; dal pavimento uscirono anche quattro frammenti di un secondo sarcofago con erotini. Un troncone di porfido è reimpiegato nel monumento del vescovo Giuseppe Amorelli, e Napoli osserva che «Siracusa è l’unica città della Sicilia orientale in cui sia attestato l’uso medievale del porfido». Nessun epitaffio di vescovo medievale è stato trasmesso.

La Cappella del Crocifisso

Il monumento più antico è il tabellone marmoreo del 1701 del vescovo Giovanni Antonio Capiblanco, con un busto in rilievo entro una cornice ovale. L’iscrizione, entro una cornice marmorea sormontata da un teschio alato, ricorda la nomina alla sede di Cassano su presentazione di Giovanni d’Austria, la promozione a Siracusa nel 1649 e la morte il 19 maggio 1673, e nomina il committente, il leccese Oronzo Salinari, che «consobrini memor», memore del cugino, nel 1701 curò il trasferimento delle ceneri. Sull’origine le versioni divergono: sepolcro dei fratelli Capoblanco nato nella cappella per alcuni, mausoleo del solo vescovo eseguito per la chiesa di San Salvatore e portato in cattedrale il 25 febbraio 1885 per altri, e Giuseppe Maria Capodieci nel 1813 lo registra ancora al Santissimo Salvatore.Il monumento di Domenico Gargallo fu posto dal fratello Pietro, signore di Priolo; la lastra nera lo dice arcidiacono della cattedrale, abate commendatario e vicario generale per trent’anni, vescovo soltanto designato, e ne fissa la morte al 27 agosto 1803, correggendo la qualifica di arcivescovo corrente altrove. L’epitaffio contiene la formula più ardita della cappella, «quas virtutes novistis, o cives, enarrare desinam: posteri non crediderint», in traduzione dal latino «le sue virtù le avete conosciute, o cittadini: smetterò di narrarle, ché i posteri non ci crederebbero». Il cartiglio di Sebastiano Maria Landolina e Nava, arcidiacono, fu posto dall’interessato in vita e lega il suo sepolcro al fonte battesimale della chiesa; la pietra lo qualifica episcopus Medensis, dove le schede correnti leggono vescovo di Mileto. Il busto del vescovo Amorelli, su sarcofago di marmi policromi con zampe leonine, porta un epitaffio dettato dai fratelli: morì il 13 dicembre 1840, nelle idi sacre a santa Lucia, e il pallio di Gregorio XVI vi è presentato come annuncio della dignità metropolitana, ripristinata nel 1844.Due lastre pavimentali documentano sepolture collettive: il sepolcro comune dei canonici, con teschio, ossa incrociate e mitria, rinnovato nel 1833 sopra una tomba più antica e riservato ai «canonici infulati», cioè ai canonici con diritto alla mitria, e quella del 1826 di una confraternita eucaristica, testimonianza di una sepoltura laicale collettiva nella chiesa, che nomina i propri ufficiali. Una terza copre Pietro Zappata de Cardenas, dei marchesi di San Floro, tesoriere della cattedrale, morto alle idi di settembre di un anno del Settecento illeggibile sulla pietra consunta. Al centro del pavimento la tradizione colloca l’ossario dei vescovi, dei preti e dei seminaristi anteriori al 1700, che nessuna iscrizione o documento conferma.Il Novecento aggiunge la statua bronzea dell’arcivescovo Giacomo Carabelli, di Pasquale Sgandurra, zio materno di Elio Vittorini, databile al 1936-1937, e il sarcofago di Ettore Baranzini, di Biagio Tommaso Poidimani, inaugurato il 4 marzo 1971. Di entrambe le lapidi circolano trascrizioni incomplete: tre righe invece di cinque per Carabelli, e per Baranzini senza la riga in cui il defunto «se commendat precibus dilectorum filiorum in Christo», si affida alle preghiere dei figli in Cristo. Nel settembre 2025 vi è stato tumulato, sotto il crocifisso bizantino, l’arcivescovo emerito Giuseppe Costanzo. L’inventario diocesano vi registra inoltre un monumento sepolcrale del 1602, privo di soggetto e di iscrizione, finora non identificato.

Le altre sepolture

Nella Cappella di Santa Lucia il vescovo Giuseppe Antonio de Requesens ha un monumento parietale con medaglione allegorico e scudo cassinese, che ne fissa la morte al 28 agosto 1772; una lastra del 1772, nel pavimento della cappella che egli aveva fatto lastricare di marmo, dichiara di coprirne il sarcophagus, e risolve in entrambe le cose la questione fra tomba e cenotafio. Accanto riposa il vescovo Gaetano Bonanno Landolina, morto il 6 agosto 1806, in un sepolcro che, dice l’epigrafe, si era preparato in vita: fra Sette e Ottocento il committente del monumento è quasi sempre il defunto stesso. Nella Cappella del Santissimo Sacramento è il sarcofago dell’arcivescovo Luigi Bignami, datato 1926 e attribuito dall’inventario diocesano a Sebastiano Agati, spesso collocato per errore nella Cappella del Crocifisso; nella Cappella della Madonna della Neve è sepolto Benedetto Lavecchia Guarnieri, morto nel 1896, che aveva fatto smontare e rimontare il pavimento barocco, restituendo i frammenti dei sarcofagi romani. Dietro il coro è ricordata, senza lastra né descrizione, la tomba del vescovo Giovanni Battista Alagona (1801); il vescovo Giuseppe Saladino, morto nel 1611, fu deposto in un’arca nel sacrario e poi sotto la cappella maggiore. Nella navata sinistra una lastra in commesso di marmi copre Ignazio Maria Gargallo, cantore della cattedrale, al quale il nipote Filippo rese gli onori funebri il 7 aprile 1769: con Domenico, i Gargallo contano due sepolture in punti diversi della chiesa.

Iscrizioni non funerarie ed epigrafi scomparse

Sulle pareti alte della navata corre la formula «Ecclesia Syracusana prima divi Petri filia et prima post Antiochenam Christo dicata», dipendente dal breve di Leone X del 1517, che nelle citazioni erudite suona però secunda post Antiochenam. La data della sua esecuzione resta ignota, verosimilmente nei restauri del primo Novecento, e leggerla come prova della fase bizantina dell’edificio è senza fondamento. L’inventario diocesano registra anche la lapide del 1650 sulla cappella eucaristica di Juan de Torres Osorio, quella del 1711 con cui Asdrubale Termini dedica a proprie spese la Cappella di Santa Lucia e una del 1632 riferibile al vescovo Fabrizio Antinoro, nota in trascrizione corrotta: se la lettura regge, dichiara dentro la chiesa la conversione del tempio pagano in cattedrale.Capodieci nel 1813 dava ancora per esistenti, dietro il muro del battistero, le due iscrizioni fatte incidere nel 1644 dal vescovo Francesco d’Elia e Rossi sul battesimo del protovescovo Marciano, una lapide che datava al terremoto del 1542 il muro di sostegno delle colonne e una sul campanile del 1545, allora già nel museo cittadino: nessuna di queste iscrizioni è oggi rintracciabile. Nel Duomo non esiste poi alcuna lapide della visita di Ferdinando: quella del 1806 è una dedica privata murata sulla facciata di Palazzo Beneventano del Bosco, in piazza Duomo, e chiama il sovrano Ferdinando III, con la numerazione siciliana. Su ciò che è noto per sola tradizione libraria vale infine la cautela di Korhonen sulle iscrizioni siracusane di Cesare Gaetani conte della Torre, sospese fra falso erudito e documento autentico: le catene di citazioni ne alterano i testi a ogni passaggio.

Il nome, la dedicazione, i titoli

La denominazione ufficiale è Cattedrale metropolitana della Natività di Maria Santissima: la usano il Comune di Siracusa, il Catalogo dei Beni Culturali dell’ICCD, la banca dati BeWeB della CEI (cattedrale n. 665) e GCatholic. L’Arcidiocesi intitola più sobriamente la propria pagina «Chiesa Cattedrale». Nell’uso corrente e nella bibliografia scientifica l’edificio è il Duomo di Siracusa.

La dedicazione mariana e la questione della Natività

La dedicazione alla Vergine della chiesa episcopale di Ortigia è documentata dal VII secolo. La Vita di san Zosimo vescovo di Siracusa, giunta solo in traduzione latina, ricorda che Zosimo fu ordinato presbitero «della santa Chiesa della sempre Vergine e gloriosa Madre di Dio Maria» dal vescovo Giovanni (595-603), e più avanti racconta (traduzione dal latino, Acta Sanctorum Martii, III, 1668):
Così si accinse lieto ad abbellire il glorioso tempio della santa e veneranda Signora nostra, Madre di Dio e sempre Vergine Maria… nell’ottantaduesimo anno della sua età, il quinto del suo episcopato, lo rinnovò e lo dedicò.
Il testo attribuisce dunque a Zosimo il rinnovamento di una chiesa già esistente e le dà il titolo della Madre di Dio, senza riferimento alla Natività; Augusta Acconcia Longo (1999) la identifica con la sede vescovile solo in via di ipotesi, «presumibilmente la chiesa vescovile».La formula corrente, per cui nel 640 Zosimo trasferì la cattedra da Acradina, presso la basilica di San Giovanni alle catacombe, dedicandola alla Natività di Maria, somma dati eterogenei: l’agiografia tace su data, trasferimento e mistero mariano, e colloca l’elezione di Zosimo sotto papa Teodoro I (642-649). In età normanna il titolo resta generico: nell’Index della Sicilia Sacra di Rocco Pirri (1733) la chiesa episcopale è riedificata dal conte Ruggero «sub tit. S. Mariae».La specificazione «Natività» compare solo in età contemporanea. Le lettere apostoliche di Gregorio XVI del 1844 dicono il tempio cattedrale Natali Virginis Deiparae dicatum, dedicato alla Natività della Vergine Madre di Dio, e officiato da un «egregio Collegio di Canonici»; il passo, riferito da Francesco Serafino nei Cenni storici di Vincenzio d’Avino (Napoli 1848), va ricontrollato a stampa, perché la digitalizzazione è lì danneggiata. Gaetano Moroni lo conferma nel Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica (1854) con «la cattedrale dedicata alla Natività della B. Vergine»; attestazioni anteriori mancano.

Le denominazioni storiche

  • Athenaion, tempio di Atena;
  • ecclesia semper Virginis et gloriosae Dei Genitricis Mariae, VII secolo;
  • ecclesia episcopalis sub titulo S. Mariae, età normanna;
  • metropolitana, sostantivo già in Moroni e oggi denominazione alternativa dell’ente parrocchiale;
Circola inoltre il nome descrittivo di Santa Maria delle Colonne, che nessun registro adotta, mentre va respinta la «Cattedrale di Santa Lucia» della pubblicistica turistica: la chiesa custodisce reliquie e simulacro di santa Lucia e ne ospita la cappella, ma la titolarità lucina è di altre chiese.Alla cattedrale si attribuisce talvolta il titolo di basilica minore, che non risulta da alcuna fonte: fra le basiliche italiane GCatholic registra per Siracusa città il solo santuario della Madonna delle Lacrime (2002), e dice basilica Santa Lucia al Sepolcro pur classificandola come santuario.

Il 1927: Cristo Re e Maria Nascente

I restauri avviati dall’arcivescovo Luigi Bignami si chiusero con una nuova consacrazione: per l’Arcidiocesi e per BeWeB «la cattedrale fu riconsacrata il 9 Gennaio 1927 e dedicata a Gesù Cristo Re e a Maria Nascente», e GCatholic lo registra come anniversario della dedicazione, celebrato ancora oggi. «Maria Nascente» è un altro modo di dire Natività di Maria, e su quel versante il titolo resta immutato; l’elemento aggiunto è la regalità di Cristo, allora nuovissima, dato che Pio XI aveva istituito quella festa con l’enciclica Quas primas dell’11 dicembre 1925.

Cattedrale metropolitana

Il rango metropolitano dei vescovi siracusani è antico e discontinuo. La prima attestazione è nella Notitia Episcopatuum di Basilio l’Armeno (820-842); sotto Leone VI Siracusa è tredicesima fra le metropolie di Costantinopoli, con giurisdizione ormai teorica, poiché nell’878 la città cadde in mano araba. GCatholic data invece promozione al 680 e soppressione all’878.Ristabilita nel 1093 con diploma di Ruggero d’Altavilla, la sede restò priva di quel rango: soggetta alla Santa Sede, dal 1188 suffraganea di Monreale. La bolla Universalis Ecclesiae del 27 marzo 1832 la riportò alla dipendenza diretta da Roma, e dallo stesso Gregorio XVI l’arcivescovo Giuseppe Maria Amorelli ottenne pallio e titolo arcivescovile «a sola onorificenza», scrive Serafino, senza rango metropolitano.L’elevazione avvenne con la bolla In suprema del 1844, con le suffraganee Caltagirone, Piazza Armerina e Noto. Sulla data le fonti divergono: i repertori moderni danno il 20 maggio, Moroni il 17 febbraio, Serafino l’8 giugno, giorno in cui le lettere «vennero alla luce». Primo metropolita fu Michele Manzo, preconizzato nel 1845 e insediato nel 1846. Fra il 6 maggio 1950 e il 1º ottobre 1955 la sede si intitolò «Siracusa e Ragusa», unita aeque principaliter sotto Ettore Baranzini. Il 2 dicembre 2000 Caltagirone passò a Catania e Piazza Armerina ad Agrigento: restano Noto e Ragusa. Dal 24 luglio 2020 è arcivescovo metropolita Francesco Lomanto, succeduto a Salvatore Pappalardo.

Il Capitolo

Il Capitolo ebbe a lungo prerogative notevoli: Pirri ricorda che i canonici siracusani un tempo eleggevano il vescovo e che le provviste avvenivano per proposta del presule e scelta del Capitolo, mentre la prima dignità era l’arcidiacono, posto anticamente tenuto dal vicario episcopale. Sotto Juan de Torres Osorio la relazione per il successore descrive quattro dignità e tredici canonicati, e nel 1618 il Capitolo respinse una provvista pontificia appellandosi alla consuetudine elettiva.Moroni nel 1854 ne dà la composizione: quattro dignità (arcidiacono, decano, ciantro o cantore, tesoriere), dieci canonici comprese le prebende del teologo e del penitenziere, e beneficiati o mansionari detti canonici secondari. Sullo stato odierno resta una lacuna: il Capitolo non ha pagina sul sito diocesano né figura nell’Annuario, mentre l’abbreviazione «Can.» usata per due membri del Collegio dei Consultori (2021) ne attesta la permanenza.

La parrocchia

L’Annuario diocesano la registra come «Parrocchia Cattedrale Natività di Maria SS.ma», con denominazione alternativa «Metropolitana-Natività di Maria SS.ma», codice fiscale 80001280892 e sede in Piazza Duomo 5, allo stesso civico della Curia; appartiene al Vicariato di Siracusa, uno dei quattro dell’arcidiocesi. Parroco è indicato mons. Salvatore Marino, che le cronache locali chiamano arciprete, e vicario il sacerdote Gianluca Belfiore, su dati del 2017 da riscontrare.La cura d’anime è antica: Moroni ricorda quattro beneficiati detti «cappellani sagramentali», amovibili dall’arcivescovo, che la esercitavano nella metropolitana «munita del battistero», quando le altre parrocchie cittadine avevano da poco ricevuto il fonte. La bolla del 1844 nomina sei chiese parrocchiali oltre alla cattedrale, in accordo con Giuseppe Maria Capodieci, che nel 1813 ne contava sette. La data di erezione canonica manca nei repertori istituzionali, e l’Annuario registra una seconda parrocchia omonima.

I vescovi e la cattedrale

Il Duomo ha avuto un committente permanente, il vescovo pro tempore, e nessun progetto d’insieme: fonte battesimale, altare maggiore, cappelle e prospetto portano il nome del presule che li volle, e spesso stanno al posto di qualcosa voluto da un altro prima. Un incendio al tempo di Ludovico Platamone (1518-1540) e la rivolta del 1540 distrussero la maggior parte della documentazione curiale prodotta fino ad allora, come ha accertato Adriano Napoli, e dell’assetto medievale restano perciò frammenti e notizie di seconda mano.Per l’età più antica la serie si legge nel catalogo pubblicato nel 1520 da Cristoforo Schobar, che Francesco Lanzoni giudicò nella parte più remota «una compilazione letteraria» e che Vittorio G. Rizzone riduce, nell’elenco dei vescovi di Siracusa, a ventitré nomi su cinquanta più sei aggiunte. Le notizie che vi legano i presuli a edifici sacri restano «non verificabili», compresa quella su Teodosio IV, che secondo Rocco Pirri fece «sopra la cella una torre, dove si suonavano le campane» (traduzione dal latino), la più antica menzione di un campanile del Duomo. Il trasferimento della cattedra dentro l’Athenaion è attribuito a Zosimo.

Dalla metropoli bizantina all’arcidiocesi

Intorno al 732 Leone III Isaurico sottrasse la Sicilia a Roma e la sottomise a Costantinopoli: il titolo metropolitano dei vescovi siracusani compare nella Notitia episcopatuum di Basilio l’Armeno, fra l’820 e l’842, e a quella stagione appartiene Gregorio Asbesta, sulla cattedra in due tempi fra l’844 e l’867. Agli inizi del X secolo Siracusa figurava al tredicesimo posto fra le metropoli del patriarcato, quadro teorico dopo la caduta della città nell’878. Rifondata la diocesi nel 1093 da Ruggero d’Altavilla, la sede tornò vescovile e immediatamente soggetta alla Santa Sede, e nel 1188 (l’11 aprile, secondo la datazione già accolta su Aretusapedia) divenne suffraganea di Monreale; Moroni sposta il passaggio al 1189, legandolo al divieto del pallio imposto da Clemente III.Nella navata centrale corre una frase del breve di Leone X del 1517, «la Chiesa siracusana si dice essere la seconda consacrata a Cristo dopo quella di Antiochia» (traduzione dal latino): un primato legato a san Marciano e da leggere come tradizione, dato che la cronotassi moderna colloca Marciano nel III secolo.Il 27 marzo 1832 la bolla Universalis Ecclesiae di Gregorio XVI rese la sede immediatamente soggetta alla Santa Sede e diede a Giuseppe Amorelli il titolo di arcivescovo con il pallio, a titolo personale. La bolla In suprema militantis Ecclesiae specula la elevò poi a metropolitana, con suffraganee Caltagirone, Piazza Armerina e Noto: la data è il 20 maggio 1844 per Andrea Gallo, che ne stampa il testo nel Codice ecclesiastico sicolo (1846), e per l’arcidiocesi, il 17 febbraio 1844 per Moroni e Cappelletti. Primo arcivescovo metropolita fu Michele Manzo, consacrato il 1° maggio 1845; dal 2000 le suffraganee sono Noto e Ragusa.

Che cosa ha lasciato ciascun presule

Riccardo Palmer, vescovo dal 1157 circa al 1183, fece ornare la sede episcopale di tessere di porfido «more Graecorum» e cinse il coro di cancelli marmorei: le quattro lastre mosaicate murate nella cappella battesimale vengono da quell’arredo. Giovanni d’Alife, morto nel 1385, fece rinnovare il ciclo pittorico absidale normanno, unico attestato fra le cattedrali siciliane e noto solo grazie a quel restauro; Tommaso de Erbes (1388-1419) istituì le quattro dignità del capitolo; Ruggero Bellomo (1419-1443) fece ripavimentare la zona davanti alla porta maggiore e collocò «un organo sopra il pulpito dove si canta il Vangelo» (traduzione dal latino). La ripavimentazione, circoscritta all’ingresso, fu poi estesa dalla tradizione all’intera chiesa; l’organo è invece localizzato da Napoli presso l’ala meridionale del coro.Platamone edificò la sacrestia a nordest, per il cui accesso fu sfondata l’abside settentrionale; Gilberto Isfar rifece la torre campanaria lesionata dal terremoto del 1542 e avviò la rimozione dell’arredo musivo di Palmer, che Giovanni Castellano Orosco (1579-1602) completò spostando il coro dei canonici nella tribuna. Juan de Torres Osorio fondò e dotò l’8 aprile 1616, con un capitale di 4.000 onze, la Cappella del Santissimo Sacramento, detta per questo cappella Torres. Francesco d’Elia e Rossi e Giovanni Antonio Capobianco ordinarono la distruzione dell’abside medievale e la costruzione di quella attuale, più profonda, per gli stalli corali; l’intervento di d’Elia sulla cattedra provocò nel 1641 la supplica del giurato Nicolò Danieli:
«Tutti i nostri antichi prelati, da che s’ha memoria, han havuta la loro sedia nel choro da man sinistra sopra quattro scalini … Appresso, guastando l’antichissima sedia vescovale, ch’era lavorata a musaico, ha ingrandito il choro antico.»
Lite di precedenza fra senato e vescovo, la supplica documenta la fine della cattedra medievale musiva. Francesco Fortezza volle nel 1691 la Cappella del Crocifisso; alcune fonti locali lo chiamano Giuseppe e ne anticipano l’episcopato al 1659, mentre la forma documentata è Francesco, 1676-1693.Asdrubale Termini è il vescovo della ricostruzione dopo il terremoto del 1693: nel 1697 sostituì il fonte battesimale rotto dal sisma con il vaso marmoreo antico venuto dal Castello Maniace, posato secondo Giuseppe Maria Capodieci su sei leoncelli di bronzo con le sue armi; nel 1701 consacrò l’altare maggiore ricavato da un masso dell’architrave del tempio greco; completò la Cappella del Crocifisso e costruì l’attuale Cappella di Santa Lucia. Tommaso Marino avviò la nuova facciata e lasciò il proprio stemma sul portale centrale; Francesco Testa commissionò nel 1753 le statue di Ignazio Marabitti, poste in opera nel 1757 da Giuseppe Antonio de Requisenz insieme all’aquila di pietra «in segno di regio padronato», e attribuire a Requisenz anche la committenza, come fanno molte sintesi, contrasta con la data del suo insediamento, il 1755. Giovanni Battista Alagona fece costruire nel 1778 la volta in gesso della Cappella del Crocifisso.Il restauro di ripristino novecentesco occupò due episcopati, Luigi Bignami per la fase 1912-1915 e Giacomo Carabelli, che avviò nel settembre 1922 la campagna sulle colonne doriche, chiusa dalla riconsacrazione del 9 gennaio 1927 con dedicazione a Gesù Cristo Re e a Maria Nascente; attribuire a Bignami la campagna 1924-1927, come fanno alcune schede, è impossibile, perché era morto nel 1919. Salvatore Pappalardo vi ha aperto il 13 dicembre 2015 la Porta Santa del Giubileo della Misericordia e Francesco Lomanto ha presieduto il 13 marzo 2026 la prima traslazione solenne delle vesti di santa Lucia verso Santa Lucia alla Badia.

I sinodi

I sinodi diocesani di cui si ha notizia sono:
  • fra fine XIV e inizio XV secolo, Tommaso de Erbes, che vi fissò le doti delle quattro dignità capitolari;
  • 8 settembre 1553, Girolamo Beccadelli di Bologna, di ritorno da Trento, atti stampati a Palermo nel 1555 come Synodales Constitutiones Syracusanae Ecclesiae;
  • 1567, Giovanni Orosco de Arzés, e 1594, Giovanni Castellano Orosco;
  • 1615 circa, Juan de Torres Osorio: questa datazione ricorre nella storiografia, mentre Pirri registra il sinodo senza data e riferisce al 1615 la stampa dell’ufficio dei santi siracusani;
  • 1625, Paolo Faraone, e 1632, Fabrizio Antinoro, i cui atti furono stampati nel 1633;
  • 4 ottobre 1651, Giovanni Antonio Capobianco, atti stampati a Catania;
  • 1-3 giugno 1727, nei giorni di Pentecoste, Tommaso Marino, atti stampati a Palermo;
  • 6-8 giugno 1938, Ettore Baranzini, atti stampati a Siracusa l’anno seguente.
La parola prima nei frontespizi del 1651 e del 1727 indica il primo sinodo di quel vescovo, come chiarisce l’anno di episcopato indicato accanto. Fra il 1727 e il 1938 non è emersa traccia di altre assemblee sinodali.

I vescovi sepolti in cattedrale

Per secoli le ossa dei presuli stettero presso la controfacciata, entrando a destra, in un sarcofago romano di reimpiego con epigrafe greca d’età imperiale: «Volcacia Terenzia, pia e buona, visse quarant’anni» (traduzione dal greco). Vi riposavano Ruggero, primo vescovo della diocesi normanna, morto nel 1104, forse Francesco Dentice, poi Bellomo e Platamone, e accanto stava l’arca del beato Federico Campisano, traslato in cattedrale nel 1335 da Pietro di Moncada: per Napoli, «una rilevante concentrazione di corpi episcopali».A disperdere quelle sepolture fu la riforma liturgica postridentina, prima e più dei terremoti. Isfar, recependo la bolla Cum primum di Pio V del 1566, vietò di deporre altri cadaveri in sepolcri fuori terra nella chiesa maggiore; sotto Castellano Orosco i sepolcri addossati alle pareti furono demoliti «per ornare l’edificio» e le ossa finirono nella Cappella della Vergine del Piliere, dove Termini avrebbe poi costruito la Cappella di Santa Lucia. I due sarcofagi sparirono entro il 1693. Al centro della Cappella del Crocifisso la tradizione colloca, sotto una lapide pavimentale, l’ossario dei vescovi, dei sacerdoti e dei seminaristi anteriori al 1700; non è stato individuato un riscontro epigrafico o documentario per questa identificazione.Giuseppe Saladino, morto nel 1611 in fama di santità, fu deposto in un’arca nel sacrario e trasferito entro il 1733 sotto la cappella maggiore; al suo sepolcro, scriveva Antonino Mongitore, «accorrono da ogni parte gli infermi» (traduzione dal latino). Tommaso Marino, morto nel 1730, fu sepolto in cattedrale in un punto non precisato; dietro il coro è la tomba di Giovanni Battista Alagona, morto il 21 settembre 1801. Nella Cappella del Crocifisso si allineano il monumento di Giovanni Antonio Capobianco datato 1701, sulla cui origine le fonti divergono fra manufatto proprio della cappella e mausoleo di Oronzo Salinari portato nel 1885 dalla chiesa di San Salvatore, il sepolcro neoclassico di Domenico Gargallo, il busto di Giuseppe Amorelli, la statua bronzea di Carabelli modellata da Pasquale Sgandurra, il sarcofago di Ettore Baranzini con la figura inginocchiata di Biagio Poidimani, inaugurata il 4 marzo 1971, e dal 5 settembre 2025 la tomba di Giuseppe Costanzo, sotto l’antico crocifisso bizantino.Bignami riposa invece nella Cappella del Santissimo Sacramento, con monumento attribuito a Sebastiano Agati (alcune ricostruzioni lo spostano per errore accanto ai successori); Benedetto Lavecchia Guarnieri è nella Cappella della Madonna della Neve; Gaetano Maria Bonanno nella Cappella di Santa Lucia, accanto alle tombe dei Bonanno-Landolina e al monumento funerario del vescovo Requisenz, identificato dall’iscrizione della lastra pavimentale come suo sarcofago. In Duomo non riposano invece Riccardo Palmer, sepolto a Messina, Francesco Testa, che ha il monumento funebre a Monreale, e Calogero Lauricella, nella cripta del santuario della Madonna delle Lacrime.

Il capitolo e le confraternite

Dentro la cattedrale operò per secoli un corpo giuridico autonomo, il capitolo: un collegio di chierici distinto dal vescovo, titolare del coro, di un patrimonio proprio (la mensa capitularis) e del governo della diocesi in sede vacante. La Regia Visita di Giovanni Angelo de Ciocchis, condotta fra il 1741 e il 1743 ed edita nel 1836, elenca fra le parti dell’edificio, accanto ai dieci altari, l’aula capitularis, il Tesoro, la Sacrestia e il cimitero.

Origini, dignità, prebende

Un atto del vescovo Guglielmo, datato al 1115 da Vittorio Giovanni Rizzone e ricordato come del 1112 nelle cronotassi dei vescovi di Siracusa, mostra il collegio già formato: vi agiscono il cantore Gualtiero, l’arcidiacono Maurizio e sette canonici. Dopo la sottomissione della sede a Monreale (1188 per la maggior parte delle fonti, 1189 secondo Gaetano Moroni) toccò al capitolo presentare al metropolita il vescovo eletto, e ogni elezione divenne terreno di confronto fra collegio, papato e Corona: nel 1443 i canonici scelsero per scrutinio il decano Bartolomeo de Grandis, ma Eugenio IV impose il cappellano di Alfonso d’Aragona.Le dignità erano quattro: arcidiacono, decano, cantore (in italiano antico anche «ciantro») e tesoriere. Moroni ne attribuisce l’istituzione a Tommaso de Herbes, che nel 1396 ne stabilì le doti in sinodo; De Ciocchis scrive però «quatuor dignitates dotavit», le dotò, e la presenza di cantore e arcidiacono già nel secolo XII rende preferibile questa seconda lettura. La prebenda dell’arcidiacono aveva natura giurisdizionale: le multe per l’inosservanza delle feste, le elemosine riscosse per la licenza di lavorare nei giorni festivi in una trentina fra città e terre della diocesi, un tarì per ogni matrimonio. L’assegno del cantore sulla chiesa madre di Noto scese invece da 44 a 33 once, mentre il tesoriere doveva fornire alla chiesa cera, olio, incenso e carbone. Nel 1743 le quattro dignità appartenevano a quattro sole famiglie del patriziato cittadino, i Riggio e Statella, i Cardona, i Gargallo e gli Impellizzeri.

Numero, elezione, obblighi

Il numero dei canonici aumentò rispetto ai sette attestati all’inizio del XII secolo e diminuì poi in età moderna: trenta secondo la consuetudine richiamata nel 1542, venti nel 1604, tredici nel 1619, tre nel 1743, uno dei quali, Giovanni Arezzo, chierico e non residente. Il visitatore lo registra senza attenuazioni:
«quod horribile prorsus est, tres tantum Canonicos nunc habeat, qui proinde nec Pontificalibus functionibus, quin nec Divino quotidiano cultui pares existunt»(traduzione dal latino: «e, cosa del tutto orribile, ha ora soltanto tre Canonici, i quali pertanto non sono in grado di sostenere né le funzioni Pontificali né il culto divino quotidiano»).
De Ciocchis indica quattro cause: il numero mai fissato, la tenuità dei proventi, le dissensioni fra il vescovo, cui spettava proporre il nome, e il capitolo, cui spettava eleggerlo, infine l’interesse dei canonici a lasciare vacanti i posti «ob augmentum reddituum», per accrescere le rendite di chi restava. La procedura voleva il capitolo convocato entro sei mesi e votante a scrutinio segreto sul nome proposto dal vescovo; superato quel termine senza accordo, la provvista era devoluta al Re, legato e patrono, sicché il conflitto fra le due parti risultava previsto e cronometrato dalla legge regia. Il decreto riportò il collegio a dodici canonici numerari, che verso il 1854 Moroni conta ridotti a dieci.L’obbligo del coro era sanzionato con il sistema dei punti, registrati da due puntatori, uno eletto dal vescovo e uno dal capitolo, che aveva anche un proprio maestro delle cerimonie distinto dal cerimoniere episcopale. Sotto i canonici, che l’epigrafe del sepolcro comune dice «CANONICI INFVLATI» per il privilegio della mitria, stava il collegio dei mansionari o canonici secondari, istituito in dodici unità da Francesco d’Elia e Rossi; quattro di essi erano vicari curati, perché la cattedrale era anche parrocchia.

Rendite, fabbrica, Regio Patronato

Il capitolo nacque dotato dalla Corona con un diploma di Carlo I d’Angiò, e perse quelle rendite. Gli restava la communia, il diritto immemorabile di esigere un emolumento su tutti i funerali celebrati nelle parrocchie della città (eccettuata la cattedrale) e in buona parte della diocesi. Le prebende dei canonici, di 40 once annue, erano fra le più magre dell’isola, e il visitatore lega quella tenuità alla negligenza del servizio corale, ricordando che il vescovo, obbligato a corrispondere la congrua sostentazione, era già stato condannato in materia dal tribunale del Concistoro. La fabbrica dipendeva da una massa distinta, la Maramma, alimentata da 120 once annue sulla mensa vescovile. Il decreto del 1743 tolse al vescovo ogni potere di amministrare quel denaro e lo affidò a quattro deputati, l’arcidiacono, il decano, il Regio Secreto e il primo senatore della città, riuniti nella sacrestia il primo giorno di ogni trimestre e autorizzati, in caso di rifiuto, a esigere la somma manu regia sulle rendite della mensa. La chiesa siracusana era infatti di Regio Patronato, e dentro la cattedrale nessun diritto poteva essere concesso «absque assensu Regio Patroni».

I conflitti

Il contrasto più violento è di fine Quattrocento: il vescovo Gabriel Dalmau, imprigionato il 15 ottobre 1499 dal governatore della Camera reginale Lluís Margarit, riparò una volta liberato a Noto, e di là scomunicò il governatore e colpì la città di interdetto, con la sospensione dei riti e dei funerali che ne conseguiva. Nel 1528 il vescovo Ludovico Platamone, malvisto dal capitolo, entrò in lite sulla precedenza nel ricevere gli onori dell’incenso e della pace durante le funzioni solenni, e fu tenuto in esilio per tre anni dal viceré; Giuseppe Agnello vi legge «un episodio della lunga lotta tra potere politico ed ecclesiastico». Nello stesso anno la guarnigione del Castello Maniace, ammutinata per la paga, incendiò il palazzo vescovile con l’archivio e la biblioteca: è la ragione per cui la documentazione anteriore al Cinquecento è quasi tutta perduta e il medioevo siracusano si legge attraverso eruditi come Giuseppe Maria Capodieci.Il conflitto più rivelatore è una supplica del giurato Nicolò Danieli del 5 febbraio 1641, pubblicata da Adriano Napoli. Il Senato aveva ottenuto dalla Corona, in cambio di un donativo, di alzare di un gradino il proprio banco in coro; il vescovo Francesco d’Elia e Rossi rispose sopraelevando la cattedra:
«Hor il presente vescovo primieramente s’alzò con iscalini e scabelli… quasi a metter i piedi fin dove arrivano le nostre teste. Appresso, guastando l’antichissima sedia vescovale, ch’era lavorata a musaico, ha ingrandito il choro antico.»
La protesta riguardava il rango e insieme la distruzione di un arredo medievale: secondo Napoli i quattro pannelli musivi oggi murati nella cappella battesimale sono il reimpiego di quella cattedra smantellata. Quando invece la posta in gioco era il territorio diocesano, gli avversari facevano fronte comune, come fra il 1810 e il 1814 contro lo smembramento a favore di Caltagirone.

Le confraternite

Nel 1617 Juan de Torres Osorio organizzò per il Corpus Domini otto giorni di festeggiamenti, con confraternite, maestranze, nobili e popolani in processione lungo via Maestranza fino al piano della Chiesa Madre. Capodieci elenca le compagnie presenti «ognuna sotto le proprie insegne»: Spirito Santo, San Filippo, Itria, Santissima Trinità, San Cristoforo, Santa Lucia la Piccola, Santo Stefano (presente in una sola delle due redazioni del passo), San Giorgio e Carmine, «sparando per ultima lo Spirito Santo, come confraternita più antica»: l’ordine seguiva l’anzianità, e l’ultimo posto valeva come il più onorevole.Fra Sei e Settecento due sodalizi si contesero il primato, quello dello Spirito Santo e quello di San Filippo, le cui chiese sorgevano entrambe nello spazio sacro di Ortigia; un libretto del 1714 chiama il secondo «Reggia Confraternità di S. Filippo Apostolo», mentre la letteratura recente scioglie quel nome come San Filippo Neri. La rivalità riguardava l’ottava del Corpus Domini e l’origine del culto delle Quarantore, e si combatteva in piazza Duomo a colpi di carri trionfali, fuochi e musica, con il Senato che nel 1714 contribuì con cento scudi a ciascuna delle due compagnie per i festeggiamenti dell’acclamazione di Vittorio Amedeo a re di Sicilia. Nella descrizione di Jean Houel, citata nella traduzione italiana di Francesca Pantano Gringeri, l’appartenenza risulta obbligatoria:
«Non c’è a Siracusa abitante che non appartenga ad una delle due confraternite. Né sesso, né la condizione sociale può dispensarlo… esiste solo la libertà di scelta.»
Il peso del corpo civico sulla liturgia emerge anche dalla delibera dell’11 dicembre 1688, con cui il Consiglio del Senato trasferì la celebrazione di Santa Lucia dalla chiesa extra moenia alla Chiesa Madre, motivandola con il disagio del percorso invernale e con il fatto che quella restava «quasi sola con poco decoro», assistita da pochi canonici, «essendo la magior parte Vecchi et amalati»: oltre mezzo secolo prima della visita regia, il Senato certificava per iscritto la crisi del capitolo.

Le Opere del Duomo e le maestranze

Due aggregazioni ebbero sede stabile dentro la cattedrale, chiamate entrambe Opus, termine che designa insieme un patrimonio, una confraternita e una cappella. La prima è l’Opera del Santissimo Sacramento, fondata da Torres Osorio con istrumento dell’8 aprile 1616, con tre amministratori eletti in seno al capitolo e sacrestia e archivio propri nella cappella omonima. L’atto vincolava il capitolo, in cambio di 80 once annue, a due messe lette quotidiane per l’anima del fondatore e alla festa del Sacramento nell’ottava del Corpus Domini, «invitando Prelatum et Senatum», sotto multa per i canonici assenti, e dotava la cappella musicale con 120 once per almeno otto cantori. La seconda è l’Opera del Santissimo Crocifisso, la vera confraternita del Duomo: ammetteva uomini e donne dietro contribuzione di quattro grani al mese, contava trecento iscritti nel 1743 ed era retta da deputati, un protettore, un tesoriere e un collettore, con il diritto ai suffragi per i confratelli defunti.Le arti cittadine erano organizzate in consolati, ciascuno con la propria confraternita. I muratori si riunivano nella chiesa dei Quattro Santi Coronati, che la tradizione voleva essi stessi muratori, e vi eleggevano i consoli: versavano quattro denari la settimana e dieci grani nel giorno della festa dei patroni, cinque grani a testa per la festa di Santa Lucia, e sfilavano obbligatoriamente dietro il proprio gonfalone. Verso la fabbrica della cattedrale i consolati dovevano un tributo a titolo della Candelora, e l’Università cittadina quarantaquattro torce l’anno; nel 1743 quegli obblighi figurano fra le partite ormai inesigibili.

Sepolture e diritti di cappella

Il vescovo Gilberto Isfar (1574-1579) dispose che «de cetero in dicta Maiori Ecclesia non ponantur cadavera in sepulcris», recependo la bolla Cum primum di Pio V; negli anni ottanta del Cinquecento, sotto Castellano Orosco, i sepolcri addossati alle pareti furono demoliti per ornare l’edificio, e con essi scomparvero le tombe dei vescovi medievali. Restarono le sepolture collettive nella Cappella del Crocifisso: il sepolcro comune dei canonici, già apprestato in antico e coperto da una lastra rinnovata nel 1833, e quella dei confratelli eucaristici posta nel 1826, che nomina i quattro ufficiali allora in carica; il rapporto fra questo sodalizio e le due Opere seicentesche resta indimostrato. Al capitolo spettava inoltre un potere di codecisione sulla materia funeraria dell’intera diocesi, poiché la tariffa dei funerali andava redatta dal vescovo «cum consilio, et suffragio sui Capituli Cathedralis».I patronati familiari sugli altari sono documentati dal 1402, quando Faminea de Rimpea Orobello dotò l’altare dei due san Giovanni; la famiglia Arezzo ebbe un proprio altare di Santa Lucia, spostato fra il 1541 e il 1560 per costruire la nuova sacrestia. La posizione più singolare è quella della cappella della patrona: nel 1743 rettore e amministratore delle sue rendite era il Senato cittadino, che eleggeva tre procuratori fra i nobili, e la nicchia del simulacro si apriva con tre chiavi, una del vescovo, una del senatore e una dei procuratori. L’organo laicale, istituito come Procuratoria nel 1541 da Girolamo Beccadelli Bologna, ha oggi deputati di nomina arcivescovile in forza del Concordato del 1984 e custodisce cinque chiavi; il momento in cui il Senato cessò di esserne rettore non risulta dalle fonti reperite. Nel bilancio della cappella comparivano tutte e tre le autorità, con 60 once dal Senato per la festa, 18 once e 18 per la commemorazione annuale del terremoto del 1693 e la polvere da sparo fornita dalla regia polveriera.

Dal capitolo metropolitano a oggi

Con l’erezione di Siracusa a sede metropolitana, nel 1844, il collegio divenne Capitolo Metropolitano. Come committente collettivo aveva già lasciato la propria firma sull’edificio: l’iscrizione del 1754 sopra il portale maggiore, in memoria dei vescovi Tommaso Marini e Francesco Testa, è posta dal COLLEGIVM CANONICORVM. Il capitolo esiste tuttora, promuove la solennità di San Marciano e conserva la dignità di arcidiacono; il numero attuale dei canonici e lo statuto vigente non sono pubblicati, l’archivio capitolare non compare nella Guida degli Archivi capitolari d’Italia e gli statuti antichi non risultano editi per alcuna epoca. Le confraternite diocesane restano attive e furono riunite in un primo raduno il 18 maggio 2015 per volontà dell’arcivescovo Salvatore Pappalardo, mentre il Corpus Domini, che fu la loro grande occasione di gara davanti alla cattedrale, si celebra oggi al Santuario della Madonna delle Lacrime.

Santa Lucia e la cattedrale

La cattedrale porta il titolo della Natività di Maria Santissima, ma l’anno che la città riconosce come proprio è quello della patrona. Nella seconda cappella della navata destra si custodiscono il simulacro d’argento e le reliquie cittadine: di lì escono due volte l’anno e lì rientrano, e la richiusura della nicchia segna la fine della festa. Il sistema poggia però su un’assenza, perché il corpo di Lucia manca da quasi mille anni.

Perché il simulacro e le reliquie stanno qui

Nessuna fonte dichiara perché il centro del culto luciano sia in cattedrale: il documento andrebbe cercato negli atti del Senato e nelle visite pastorali. La spiegazione si ottiene accostando quattro dati, e la loro composizione resta una ricostruzione.Il primo è la sottrazione del corpo. Fra il 1038 e il 1039, a seconda di come si data la campagna di Giorgio Maniace, i resti presero la via di Costantinopoli, e dal 1204 sono a Venezia; alla città rimasero, come scrive il portale luciano dell’Arcidiocesi, «solo alcune reliquie». Dove il corpo resta, il centro del culto è la tomba; a Siracusa il sepolcro è vuoto, e la devozione si divide fra il luogo del martirio e l’immagine con le reliquie minori. Di qui, plausibilmente, l’investimento nell’oreficeria: il simulacro fa il lavoro che altrove fa il corpo.Il secondo dato è topografico. Il sepolcro stava extra moenia, in aperta campagna, e il quartiere attorno alla basilica nasce solo alla fine dell’Ottocento: tenere ottanta chili d’argento fuori dalla cinta bastionata, in una piazzaforte di frontiera, sarebbe stato un azzardo, benché la motivazione di sicurezza resti una deduzione.Il terzo dato è istituzionale. Il simulacro è commissione senatoria, e il movente che il portale luciano dichiara è civico prima che devozionale, perché «si ingaggiava così la competizione con Palermo e Messina»: è il Senato che paga la cassa, che nel 1605 riceve la reliquia delle costole e che nel 1608 ordina a Caravaggio il Seppellimento della santa, mentre è il vescovo a istituire l’organo di custodia. La cattedrale era l’unico luogo in cui le due autorità si incontravano, sulla piazza dell’Arcivescovado e accanto al palazzo senatorio.Il quarto dato è una decisione databile. Il 23 ottobre 1600 il vescovo, in visita pastorale, ordinò che il vasetto di cristallo con la reliquia, «che al presente è nel Monastero di Santa Maria delle Monache, si trasporti nell’Ecclesia Cattedrale», in un atto pubblicato da Maria Concetta Di Natale in Santa Lucia a Siracusa; nel dicembre dello stesso anno si consegna il simulacro e nel 1607 la reliquia viene incastonata nel suo petto. In sette anni immagine e reliquia diventano un oggetto solo. Resta scoperto l’alto medioevo, per il quale una fonte devozionale vuole il corpo custodito nel VII secolo da Zosimo.

La custodia: procuratori, deputati, chiavi

L’organo di custodia risale al 1541 e si deve al vescovo Girolamo Beccadelli di Bologna, che il portale diocesano chiama Giacomo mentre il Dizionario Biografico degli Italiani e la cronotassi dei vescovi di Siracusa danno Girolamo; nessuna fonte locale cita l’atto. L’ente nacque come ufficio dei Procuratori di Santa Lucia e prese più tardi il nome di Deputazione della Cappella: le iscrizioni sei e settecentesche e la visita regia del 1741 parlano ancora di Procuratores.Anche il dispositivo di custodia è cambiato: nel 1743 le chiavi della nicchia erano tre, fra vescovo, senatore e procuratori, mentre oggi sono cinque. Il concordato del 1984 ha sostituito l’estrazione a sorte fra rappresentanti della città con la nomina arcivescovile, chiudendo dopo quattro secoli e mezzo la dimensione senatoria della custodia; gli statuti sono stati riformati sotto Salvatore Pappalardo. Alla fondazione erede lo statuto affida entrambe le feste, che sono così un unico mandato.

Apertura della nicchia, non la «svelata»

Il momento in cui il simulacro torna visibile viene talvolta chiamato svelata, ma a Siracusa quel termine appartiene a un rito mariano della chiesa di San Filippo Apostolo, dove la statua dell’Immacolata è scoperta al buio durante la festa dell’Immacolata. Per il ciclo luciano le fonti diocesane usano due espressioni diverse, apertura della nicchia e traslazione all’altare maggiore; la svelata del simulacro esiste, ma in altri centri siciliani, ad Aci Catena e a Melilli.

I due pellegrinaggi

I due cicli hanno la stessa struttura, uscita dalla cattedrale, ottavario altrove, rientro e richiusura della nicchia, con destinazioni e tono diversi.Nella festa del 13 dicembre escono anche le reliquie, che aprono il corteo sulle spalle delle donne dai fazzoletti verdi, davanti al fercolo dei berretti verdi, in un formato già descritto da Pietro Della Valle nel 1625. Durante l’ottavario si espone al loculo vuoto una delle due reliquie maggiori, mentre il rientro segue un percorso più lungo, con le soste al Santuario della Madonna delle Lacrime e all’ospedale.La festa del Patrocinio, o Santa Lucia delle quaglie, nasce da un fatto accaduto dentro la cattedrale. Durante la carestia del 1646, mentre il simulacro era esposto sull’altare maggiore, un uccello volteggiò nel Duomo e si posò sul soglio episcopale, e una voce annunciò l’arrivo in porto di una nave carica di grano: così il canonico Antonino De Michele, testimone, in un manoscritto dell’archivio della cattedrale. Le versioni divergono su quasi ogni dettaglio: una compilazione devozionale sposta l’episodio al 1674 e parla di colomba invece che di quaglia, le navi sono una, due secondo la lapide della Badia, oppure tre, e la stessa fonte riferisce una lettura scettica, per cui il Senato avrebbe attinto alle riserve di frumento lasciando credere al prodigio. La processione di maggio attraversa la sola piazza, con il lancio dei colombi dalla balconata arcivescovile: maggio è una festa degli abitanti di Ortigia, dicembre è la festa dell’intera città, che attraversa il ponte. Un terzo movimento, recente, porta alla Badia il 13 marzo le sole reliquie tessili.

Il Sepolcro e la Badia: un sistema a tre poli

La basilica al Sepolcro è il santuario principale del culto, come luogo del martirio, mentre la cattedrale è quello della custodia: i due poli si dividono il luogo e l’oggetto, ripartizione che dopo il 1038 era l’unica praticabile. Al Sepolcro stanno il tempietto ottagonale di Giovanni Vermexio e la statua giacente di Gregorio Tedeschi, protagonista del prodigio della sudorazione; il portico progettato da Pompeo Picherali nel 1723 crollò per intero il 15 dicembre 1970, mentre il simulacro era nella basilica per l’ottavario.La funzione di Santa Lucia alla Badia, dirimpetto alla cattedrale, dipende dalla prossimità, dalla dedicazione alla patrona e dalla memoria del 1646 fissata nella lapide sotto il coro: il pellegrinaggio di maggio porta il simulacro dal luogo in cui il prodigio fu annunciato a quello in cui è commemorato, e nel ciclo dicembrino antico la festa cominciava lì il giorno prima. Fra i due poli si è mossa anche la pala di Caravaggio, ospitata alla Badia dal 2009 al 2020, che il pannello frontale della cassa argentea riproduce.

Le contese sulla custodia del corpo

La vicenda del corpo della santa è trattata a parte, ma tocca la cattedrale, di cui ha condizionato il calendario e perfino la liturgia. La lettura corrente in città, quella del corpo rubato dai veneziani, ha un contraddittorio documentario: il racconto medievale della traslazione, edito da Paul Riant nelle Exuviae sacrae Constantinopolitanae su un manoscritto marciano, riferisce che nel 1204 veneziani e siciliani si spartirono i due corpi con il consenso dell’imperatore latino Baldovino:
«condixerunt ad invicem, ut corpus sancte Agathe Siculi rehaberent, dimisso Venetis corpore sancte Lucie»
In traduzione dal latino, pattuirono fra loro che i Siciliani riavessero il corpo di sant’Agata, lasciato ai Veneziani quello di santa Lucia, a compenso di un aiuto navale prestato un tempo alla Sicilia. Il testo è però tardo e data al 1202 una deposizione che la cronologia della crociata colloca più avanti.Lo stesso documento spiega le reliquie del braccio custodite in Duomo: quando il corpo passò dal monastero di San Giorgio Maggiore alla chiesa cittadina, i monaci protestarono e principe e Signoria «brachium eius ipsius dimiserunt»: tradotto dal latino, lasciarono loro il braccio di lei. Da quel braccio discendono con ogni probabilità la ricognizione veneziana del 1904, che lo registrava mancante, i frammenti raccolti in Europa nel Seicento da Innocenzo Marcinò e la reliquia donata nel 1988: catena coerente e ipotetica.Venezia non ha però il campo libero: Metz rivendica lo stesso corpo sulla scorta di Sigeberto di Gembloux, che a metà dell’XI secolo lo disse giunto in città da Corfinio nel 969 o nel 970. La confutazione consueta parla di confusione per omonimia, ma una rassegna erudita veneziana, di parte interessata a chiudere la questione, vi aggiunge l’inciso «ma il discorso è reversibile».Le richieste di restituzione coprono due secoli e mezzo, e l’elenco più organico, di fonte giornalistica, andrebbe verificato atto per atto:
  • il tentativo dello storico Giuseppe Maria Capodieci nel 1787, un secondo nel 1834 e la petizione al patriarca Mutti nel 1855;
  • la supplica a Pio X per il centenario del 1904, alla quale Merry del Val rispose lasciando la decisione alle due diocesi, e le istanze del 1935, 1940, 1949 e 1965;
  • l’appello che l’arcivescovo Ettore Baranzini rivolse a Mussolini nel 1937, seguito dalla missione del gesuita Pietro Tacchi Venturi, che non convinse il patriarca di Venezia;
  • la richiesta dell’arcivescovo Giuseppe Costanzo e trattative del 2004 senza riscontro documentale.
L’episodio che tocca più da vicino la cattedrale è liturgico: l’arcivescovo Luigi Bignami ottenne da Pio X di sostituire, nell’ufficio della santa celebrato in diocesi, due strofe dell’inno mattutino che ricordavano la traslazione a Venezia e la devozione dei veneziani; il testo soppresso non risulta reperito. Esiste anche la posizione contraria, per cui ogni comunità potrebbe rivendicare qualunque bene entrato da secoli in un patrimonio altrui.Il 13 dicembre 1988 il patriarca Marco Cé donò all’arcivescovo Calogero Lauricella una reliquia del braccio, presentata a Venezia come atto inteso a chiudere la controversia; sulla natura dell’osso le fonti divergono, fra l’omero del portale siracusano e l’avambraccio sinistro delle fonti veneziane. La questione è però rimasta aperta, e i tre ritorni temporanei del corpo, nel 2004, nel 2014 e nel dicembre 2024, hanno ogni volta modificato il calendario della cattedrale, con l’Ottava spostata al 22 e al 21 dicembre. Per l’ultima, ottenuta dall’arcivescovo Francesco Lomanto, papa Francesco, nella lettera alla Chiesa siracusana, parlò di un pellegrinaggio «dalla città che da otto secoli custodisce il suo corpo a quella in cui la sua testimonianza è inizialmente brillata»: formula che riconosce a Venezia la custodia e a Siracusa l’origine. Quanto è rimasto stabilmente in città forma il dossier delle reliquie di santa Lucia a Siracusa.

Reliquie e tesoro

Fra le parti costitutive della fabbrica le fonti settecentesche elencano un ambiente autonomo chiamato Thesaurus: negli atti della Regia Visita compiuta per ordine di Carlo III da Giovanni Angelo De Ciocchis si legge, in latino, che le restanti parti della chiesa sono occupate dal Tesoro, dalla sacrestia e dall’aula capitolare. Sulla data della visita le fonti divergono: il testo a stampa la fissa al 6 aprile 1743, Maria Concetta Di Natale, nel saggio del 2020 apparso su Arte Cristiana, la colloca nel 1741.

Gli inventari storici

Il documento più antico è indiretto: con diploma di Lodovico d’Aragona, datato al 1348 da Giuseppe Agnello e al 1344 da Adriano Napoli, fu affidato agli argentieri siracusani l’incarico di una cassa per le reliquie di Santa Lucia, oggi perduta. Un inventario del tesoro luciano, che apre con «la Reliquia di detta Gloriosa S. Lucia; ingastata d’argento con suoi cristalli e pietre tra rosse e torchine n. sedici», porta una data incerta dentro la stessa pubblicazione che lo rende noto: Di Natale lo assegna al 1695 nel corpo del saggio e al 1665 in tre note. Di quei gioielli, avverte la studiosa, «sono pressoché nulle le opere individuabili come ancora esistenti». La prima visita pastorale dopo il terremoto del 1693, quella del vescovo Asdrubale Termini, produsse un inventario pubblicato nel 1975-76 da Pasquale Magnano, dove i gioielli si contano sulle dita. Il Visitatore regio dettò poi le norme rimaste il documento più esplicito sulla custodia: il Thesaurus chiuso da cristalli e da porta cesellata con serrature solide, l’elenco delle reliquie inciso nel marmo lì accanto perché il popolo lo conoscesse, le teche sigillate, il registro degli arredi da redigere entro tre mesi, con obbligo di custodia e divieto di alienare, estrarre dalla chiesa o prestare senza licenza del prelato e senza conoscenza e consenso dei deputati. Dopo Magnano non risulta pubblicato alcun inventario generale moderno.

Il catalogo delle reliquie

Il Catalogus Sacrarum Reliquiarum settecentesco si apre con tre frammenti del mento, un osso e tre denti e mezzo di San Marziano in reliquiario d’argento dorato, e prosegue con una spina della corona, un frammento del legno della croce, un capello della Vergine in una croce pettorale di 24 diamanti, un osso di San Zosimo dentro un braccio ligneo dorato e molte reliquie minori in una cassetta detta, in volgare, «Marzapano». Avendo trovato alcune teche già aperte, il Visitatore fece esaminare due canonici anziani sull’antica tradizione della Chiesa siracusana e decretò che tutto restasse nella venerazione in cui si trovava: già allora l’autenticità di parte delle reliquie poggiava sulla memoria capitolare. Nella Cappella del Crocifisso, sotto le mense degli altari laterali, due urne custodiscono corpi di martiri venuti dalle catacombe romane di San Callisto, San Benedetto sotto l’altare di San Marciano e Santa Vittoria sotto quello di San Zosimo. La presenza in quella cappella di una reliquia di San Marziano è affermata da alcune fonti e negata da altre, che collocano i suoi resti a Gaeta e a Messina. Nel tesoro si conserva il busto reliquiario cinquecentesco del primo vescovo, con aggiunte settecentesche marchiate PF739, dal console messinese del 1739.

Le reliquie di Santa Lucia

Il corpo della patrona è a Venezia, e quanto resta in città forma un dossier a sé (reliquie di santa Lucia a Siracusa). Nel petto del simulacro d’argento è incastonata una teca: per Di Natale contiene una reliquia restituita alla città nel 1605 dalla cattedrale di Bari per intervento del gesuita messinese Bartolomeo Petraci e inserita nella statua nel 1607, mentre le fonti diocesane parlano di tre frammenti di costole donati dallo stesso religioso, il cui cognome ricorre anche come Petracci. L’omero sinistro, donato dal patriarca di Venezia Marco Cè il 13 dicembre 1988, si venera in una teca argentea nella Cappella di Santa Lucia: quasi tutte le fonti ne indicano come destinatario l’arcivescovo Calogero Lauricella, una fa il nome di Giuseppe Costanzo, che però salì sulla cattedra un anno più tardi. Due frammenti di cannella del braccio sinistro, procurati dal cappuccino Innocenzo Marcinò, stanno in un reliquiario a ostensorio fatto eseguire nel 1931 dall’arcivescovo Giacomo Carabelli; l’identificazione delle reliquie corporee minori non è sempre univoca nelle descrizioni disponibili.Il nucleo tessile è formato da veste, velo e scarpette, descritti da Cesare Gaetani in pagine pubblicate da Magnano nel 2004: velo di seta bianca di 66 × 53 cm, tunica alta 120 cm tinta in porpora. Erano custoditi in una cassetta d’argento del 1651 proveniente da un monastero cittadino, indicato come monastero della Concezione dall’arcidiocesi e come monastero di Santa Maria da altre fonti, e furono portati in cattedrale il 18 aprile 1868 per effetto delle leggi di soppressione del 1866. Il 13 marzo 2026 l’arcivescovo Francesco Lomanto ne ha presieduto la traslazione a Santa Lucia alla Badia, prima uscita processionale di questi oggetti, sul carro fatto costruire a Monza da Carabelli. La tradizione che li vuole tolti al corpo nel 1038, durante la traslazione a Costantinopoli, resta priva di riscontri coevi.

Argenti e paramenti

Il tesoro riflette due committenze. Da Roma giunsero il paliotto argenteo dell’altare maggiore di Angelo Spinazzi, gli incensieri e la navetta di Lorenzo Petronelli, le tre cartaglorie di Giuseppe Valadier arrivate nel 1791 per la Cappella del Santissimo Sacramento e i modelli sui quali il siracusano Vincenzo Chindemi costruì nel 1756 i quattro grandi reliquiari dell’altare maggiore. Dai messinesi vennero i sei grandi candelabri del 1728, di Domenico Gianneri e Giovanni Giacomo Martinez su disegno di Pompeo Picherali, e le due ninfe argentee di Francesco Tuccio del 1726. Due pezzi reggono la fama del tesoro: la pisside dorata di San Benedetto del 1506, testimonianza dell’argenteria del primo Cinquecento, e il calice d’ambra cinquecentesco, dono di Carlo II di Spagna all’arcivescovo Fortezza. Le mitre vescovili, almeno quattordici nell’inventario, portano la prova più antica dell’erosione del patrimonio: il compilatore annota che alla mitra con le armi di Asdrubale Termini mancano 17 pietre fine e che dalla stessa «le perle, di cui era adorna, si sono levate, e poste in un marzapane». Sui tessuti Agnello, che vi dedicò due saggi negli anni Trenta, parla di perdita larga e silenziosa: paramenti e ricami dimenticati negli armadi, «alle mire di avidi antiquari e collezionisti», fino al baratto di pezzi antichi contro sete nuove.Le stanze del Tesoro, allestite a museo e attribuite ai fratelli Chindemi, si aprono dalla sagrestia; altri pezzi sono esposti nella Cappella Sveva del Palazzo Arcivescovile e nel Centro Espositivo Luciano, inaugurato il 7 maggio 1994 e gestito dalla Deputazione, che raccoglie ex voto, croci pettorali degli arcivescovi, l’urna argentea del 1651 e la bomba inesplosa dell’assedio del 1735. Sul Museo Diocesano le fonti si contraddicono, dandolo ancora in allestimento oppure aperto con orari stagionali.

Furti, fusioni, occultamenti

La perdita più grave non ha data né colpevoli ed è la fusione: della produzione orafa siracusana fra Quattro e Cinquecento, scrive Agnello in Siracusa nel Medioevo e nel Rinascimento, «resta ben poco; essa, in gran parte, andò a finire nel crogiuolo». Nel 1611 la città chiese al viceré di fondere monete vecchie per completare la cassa di Santa Lucia, il cui pannello maggiore riprende il seppellimento della santa dipinto da Caravaggio nel 1608. Fra le dispersioni puntuali si contano una catena d’oro fatta eseguire a Messina nel 1643 e quella di settanta maglie donata nel 1666 da Lorenzo Ponsdelon, castellano di Castel Maniace; alienata per dono fu invece la più antica oreficeria siracusana superstite, il braccio reliquiario di San Marziano che il vescovo Riccardo Palmeri cedette a Messina.Il furto più grave è del 1917, quando furono svaligiati gli ambienti del Palazzo Vescovile dove gli argenti erano stati depositati per i pericoli della guerra: la dispersione fu ampia e molti pezzi vennero con ogni probabilità distrutti. Il calice d’ambra scampò, e da lì nacque il saggio che Agnello gli dedicò nel 1933; l’elenco degli oggetti sottratti non risulta reperito. Altre perdite furono scelte di restauro o di prudenza: nel 1938 fu eliminata dal simulacro la fascia donata nel 1828 da Battista Arezzo della Targia, alla quale si appendevano gli ex voto, e tredici tavolette di scuola antonelliana furono rimosse dal coro della Cappella del Crocifisso per timore di furto.Il corpo della santa fu poi trafugato dalla chiesa veneziana di San Geremia il 7 novembre 1981 e recuperato il 13 dicembre. Le indagini portarono all’arresto di un sospettato, mentre diversi aspetti della vicenda rimasero non chiariti. Un furto del simulacro d’argento, con successivo ritrovamento, viene talvolta riferito senza alcun appoggio documentario, e nasce forse da una confusione con il 1917, con il caso veneziano o con l’occultamento bellico. Quest’ultimo è certo: dal dicembre 1942 simulacro e tesoro luciano furono chiusi in casse di zinco e nascosti in una stanza scavata apposta nell’ipogeo di Piazza Duomo, adattato a ricovero antiaereo, e vi passarono i bombardamenti del 1943.

La custodia

Nel 1743 il regime di custodia era quello registrato da De Ciocchis nelle Sacrae Regiae Visitationis per Siciliam:
«cujus argentea statua in ea asservatur sub tribus clavibus; quarum una est penes Episcopum, altera penes Senatorem, et tertia penes tres Procuratores»
In traduzione dal latino: la statua d’argento vi è custodita sotto tre chiavi, una presso il vescovo, l’altra presso il senatore, la terza presso i tre procuratori. Rettore e amministratore della cappella era allora il Senato cittadino. Oggi la nicchia si apre con cinque chiavi affidate ad altrettanti deputati; l’apertura avviene il 9 dicembre e alla vigilia della festa di maggio. La Deputazione della Cappella di Santa Lucia, istituita nel 1541 dal vescovo Girolamo Beccadelli Bologna, estraeva i suoi membri dal bussolo della città, mentre dopo il concordato del 1984 i deputati sono di nomina arcivescovile: la custodia è passata dal potere civile a quello ecclesiastico.

Liturgia e feste

La cattedrale porta il titolo di Natività di Maria Santissima, dedicazione che la tradizione fa risalire al vescovo Zosimo, ed è insieme chiesa madre dell’arcidiocesi e parrocchia. Si celebra in rito romano. Al termine del grande restauro novecentesco l’edificio fu riconsacrato il 9 gennaio 1927 e dedicato a Gesù Cristo Re e a Maria Nascente, anniversario celebrato il 9 gennaio: per il 2026 la diocesi annunciò un’assemblea pastorale e una celebrazione eucaristica presieduta dall’arcivescovo.Gli orari pubblicati dall’arcidiocesi indicano le 8, le 11.30 e le 19 nei giorni festivi; per i feriali il manifesto delle messe di Ortigia del novembre 2022 riporta le 8 e le 18, un dato da riconfermare per l’uso attuale. Nel censimento della Conferenza Episcopale Italiana le feste proprie dell’edificio sono tre: il 13 dicembre con processione e ottavario, la prima domenica di maggio con la festa «alle quaglie», il 20 gennaio con San Sebastiano compatrono. La festa titolare dell’8 settembre non vi compare, e il calendario reale del Duomo è governato dal ciclo di Santa Lucia. Per la Dedicazione, il programma diocesano del 2026 indica espressamente il grado di solennità. Non è stato individuato un Ordo diocesano completo che permetta di precisare il grado di tutte le altre ricorrenze proprie.

Il culto di Lucia e la Deputazione

L’iscrizione funeraria di Euskia, rinvenuta nel 1894 nella catacomba di San Giovanni, ricorda una donna morta «nella festa della mia Santa Lucia, per la quale non vi ha elogio condegno» (traduzione dal greco di Paolo Orsi). Datata fra la fine del IV secolo e il V, attesta che il 13 dicembre era già «la festa» in città.Le due feste annuali sono governate dalla Deputazione della Cappella di Santa Lucia, istituita nel 1541 dal vescovo Girolamo Beccadelli Bologna. I deputati, un tempo estratti a sorte dal bussolo della città, sono di nomina arcivescovile dal concordato del 1984, con statuti riformati dall’arcivescovo Salvatore Pappalardo. A loro sono affidate le cinque chiavi della nicchia del simulacro d’argento, cinque serrature che nessun depositario può aprire da solo.La prima descrizione scritta nota della processione è del 1625, ma la festa era già strutturata. Serafino Privitera, nella Storia di Siracusa, descrive le disposizioni con cui il Senato cittadino, nel Seicento, ordinava di
«celebrarsi la solennità del 13 dicembre con otto giorni di pubblico festino: portarsi in grande processione il simulacro ivi alla chiesa del sepolcro: cantarsi i pontificali, recitarsi orazione panegirica, farsi del popolo la perdonanza: e fuori e dentro la città pubblici spettacoli, fiera e mercato, e sollazzi, e popolari tripudi»
La descrizione di Privitera mostra già in età spagnola l’impianto ancora in uso.

Il ciclo di dicembre

La festa del 13 dicembre è preceduta dalla tredicina (in siracusano triricina), che comprende anche la peregrinatio della reliquia del braccio nelle parrocchie cittadine: nel programma del 2025 questa si svolgeva dal 29 novembre all’8 dicembre.Il 9 dicembre si consegnano le chiavi al maestro di cappella e si apre la nicchia, e il simulacro resta esposto fino alla mattina del 12. Nell’uso corrente il rito è chiamato «svelata», parola che a Siracusa appartiene però al ciclo dell’Immacolata: i programmi diocesani parlano di apertura della nicchia e, per il 12, di traslazione. La data è cambiata di recente, perché fino agli anni Quaranta del Novecento la nicchia si apriva la vigilia, come ricorda Enrico Mauceri in Siracusa fiore dei miei ricordi. Sebastiano Rizza registra il passaggio: «non più il 12 ma il 9 è aperta la nicchia, e il 12 a mezzogiorno il simulacro è trasferito sull’altare maggiore». La sera del 12 si celebrano i vespri solenni presieduti dall’arcivescovo, il sindaco offre alla patrona un cero votivo e al termine si distribuisce la cuccìa.Il 13 si apre con una salva di tredici colpi, sparata dal molo Zanagora e dal Cozzo. In tarda mattinata si celebra il pontificale, presieduto di norma da un cardinale o da un vescovo ospite; nel 2025 è stato tradotto per la prima volta nella lingua dei segni italiana. Verso le 15.30 il simulacro esce dal portale maggiore in piazza Duomo e raggiunge intorno alle 22.30 la Basilica santuario di Santa Lucia al Sepolcro. Il percorso cambia di anno in anno; ricorrono la sosta a Porta Marina per i caduti del mare, con le sirene delle navi in rada, e i fuochi al Ponte Umbertino.Il 20 dicembre la processione dell’Ottava riporta il simulacro in cattedrale. Si sosta davanti al Santuario della Madonna delle Lacrime, in quello che la devozione legge come incontro fra Lucia e Maria, mentre lungo corso Gelone i vigili del fuoco danno il cambio ai portatori, consuetudine nata dal terremoto del 13 dicembre 1990. In via della Maestranza i portatori cominciano a zippari, impuntarsi fin quasi a fermarsi, per riluttanza a riconsegnare la santa.Il fercolo va a spalla su due travi flessibili, con un’andatura cadenzata che in città si descrive dicendo «pari ca balla». I portatori sono i «berretti verdi», estratti a sorte dall’apposito Albo dei Portatori, istituito nel 2025 per i partecipanti al gruppo Devoti e Portatori della Deputazione, e non retribuiti, a differenza dei ciliari che reggono i dodici cilii, i candelabri lignei fioriti di scorta; sul loro numero le fonti divergono, fra i 48 documentati da Rizza (24 per trave) e i 56 o 60 di altre ricostruzioni. Le reliquie vanno sulle spalle delle donne, i «fazzoletti verdi», e i tempi li regola il campanellaio, a ogni fermata del quale si rilancia «Sarausana jè. Evviva Santa Lucia!». Fino al 2011 si accodava anche la Carrozza del Senato, con i figuranti dei giurati cittadini.

Il Patrocinio di maggio

La seconda festa annuale, il Patrocinio o «Santa Lucia delle quaglie», nasce da un voto e cade la prima domenica di maggio. Nel maggio 1646, durante una carestia, il popolo si raccolse in cattedrale per la preghiera voluta dal vescovo Francesco d’Elia e Rossi, e il Senato formulò un voto perpetuo di ringraziamento, distinto dalla festa del martirio. Sul prodigio le versioni in campo sono tre: per il canonico Antonino De Michele un uccello entrò nel Duomo e si posò sul soglio episcopale mentre una voce annunciava l’arrivo in porto di una nave carica di grano; altre tradizioni parlano di centinaia di quaglie piovute sulla folla, o di navi di frumento giunte dal mare per intercessione della patrona.Il rito comincia il sabato di vigilia con l’apertura della nicchia, l’accoglienza delle reliquie e la traslazione all’altare maggiore, con la messa serale dell’arcivescovo Francesco Lomanto. La domenica, dopo il pontificale delle 10, a mezzogiorno si compie la «sciuta», processione brevissima e tutta interna alla piazza, dal portale della cattedrale alla chiesa di Santa Lucia alla Badia, dove il simulacro resta per l’ottavario. È il momento del lancio dei volatili: un tempo dalla grata della Badia le monache liberavano a centinaia piccioni e quaglie con petali di rosa, finché una deliberazione decurionale del 4 aprile 1854, relativa a questa pratica definita dagli studiosi una «barbara» usanza, ordinò di «levarsi l’uso e limitarlo solo al lancio di una colomba per evitarsi lo strapazzamento e lo smembramento di essi uccelli, che si fa dal popolo». Oggi si liberano colombi dalla balconata del giardino arcivescovile. La domenica successiva il simulacro rientra con un giro esterno di Ortigia, fra bambini vestiti da luciani, la «Santa Lucia piccola»; l’edizione del 3 maggio 2026 è stata la 380ª.Fuori dalle due feste la nicchia si apre in tre domeniche estive fissate dalla Deputazione, per gli emigrati di ritorno. Le reliquie siracusane restano in cattedrale, mentre il corpo della santa, a Venezia, è tornato in città nel 2004, nel 2014 e nel dicembre 2024, con traslazioni straordinarie avvenute a distanza di dieci anni.

Settimana Santa, Pasqua, Natale

Il ciclo pasquale ha una particolarità diocesana: la messa crismale del Giovedì Santo si celebra al Santuario della Madonna delle Lacrime anziché in Duomo. In cattedrale restano la benedizione delle palme, la messa in Coena Domini, l’azione liturgica della Passione e la veglia pasquale; nel 2021 la messa di Pasqua fu celebrata con interpretariato in lingua dei segni. La via crucis diocesana si tiene fuori dall’edificio, nel 2026 al Teatro Greco.La sera del Venerdì Santo la processione del Cristo Morto e dell’Addolorata attraversa piazza Duomo; sul punto di partenza le fonti divergono, fra la chiesa di San Filippo Apostolo alla Giudecca, indicata dalle cronache recenti, e la chiesa del Carmine. I simulacri sono portati da confratelli di più sodalizi, fra cui la Deputazione della Cappella di Santa Lucia, e le campane tacciono, sostituite dalle troccole di legno. Il giorno di Pasqua la piazza ospita l’«Inchinata»: il Cristo Risorto incontra la Madonna delle Rose dei domenicani e le due statue compiono un triplice inchino prima dell’ingresso in cattedrale, rito che Sergio Cilea, delegato del FAI, dice documentato già nel 1615, senza indicare il documento.Del Natale in cattedrale si conserva scarsa documentazione, mentre in piazza si susseguono gli allestimenti stagionali e le campane del Duomo segnano la mezzanotte del Capodanno. Per concessione di papa Francesco la Chiesa di Siracusa ha aperto l’Anno Santo in anticipo, il 25 dicembre 2024, con la messa in cattedrale alla presenza del corpo della santa giunto da Venezia; il Duomo è stato una delle sette mete giubilari diocesane del 2025.

Le altre feste e le usanze cittadine

San Sebastiano, compatrono, è festeggiato intorno al 20 gennaio; nel programma del 2026 i festeggiamenti si svolgono dal 17 al 25 gennaio, con il simulacro custodito nella chiesa di Santa Lucia alla Badia, sulla stessa piazza: apertura della nicchia il 17, messa solenne il 20 e processione per Ortigia la domenica successiva, che si conclude in piazza Duomo. L’8 dicembre la processione della festa dell’Immacolata porta il fercolo al centro della piazza, rivolto verso la facciata, in quello che la città legge come incontro ideale fra l’Immacolata e Lucia; a quel ciclo appartengono l’«atturna», la banda che percorre Ortigia dalle tre del mattino, e la «svelata», nome che la pubblicistica trasferisce spesso alla nicchia luciana.Il Corpus Domini muove oggi dal santuario diocesano, mentre in età spagnola partiva dalla cattedrale: la Mastra Rua, l’odierna via Vittorio Veneto, fu tracciata proprio per quelle processioni, che nel 1617 il vescovo Juan de Torres Osorio portò a otto giorni. Fra le interruzioni del culto restano l’interdizione dell’agosto 1837, con le porte chiuse per il sangue versato nella piazza, e la sospensione delle processioni luciane nel 2020 e nel 2021 per la pandemia.Alla festa di dicembre si lega l’usanza alimentare più nota della città: il 13 non si mangiano pane né pasta, e si prepara la cuccìa, grano bollito il cui nome è stato accostato al dialettale cocciu, chicco, ed è ricondotto dagli studi etimologici al greco tà kokkía, i granelli. L’origine è ricondotta a una carestia interrotta dall’arrivo di una nave di frumento, consumato senza nemmeno macinarlo, ma le fonti si dividono: alcune indicano Siracusa nel 1646, mentre Giuseppe Maria Capodieci riferisce il 1763, anno in cui altri collocano i fatti a Palermo. Attorno all’edificio si allineano intanto le bancarelle del torrone e i caliari, venditori di ceci abbrustoliti. La festa è iscritta nel Registro delle Eredità Immateriali della Regione Siciliana.

Gli eventi

Quel che è accaduto dentro la cattedrale va distinto da quel che è accaduto in piazza, confusione che è l’errore più frequente della pubblicistica locale: l’acclamazione regia del 1735, le fucilazioni del 1837 e il discorso di Giovanni Paolo II del 1994 avvennero all’aperto, mentre dentro l’edificio la storia civile entra come aula di giustizia, come deposito di un corpo di reato e come chiesa chiusa per castigo.

Giuramenti e acclamazioni, non incoronazioni

Nel Duomo non risulta documentata alcuna incoronazione regia, perché i re di Sicilia furono incoronati a Palermo. Siracusa, capitale della Camera Reginale fino al 1536, conobbe piuttosto giuramenti di fedeltà prestati «toccando i Vangeli» davanti a un rappresentante della corte, e le elezioni degli ufficiali civici si tenevano spesso in chiesa o a Castello Maniace, senza che la fonte dica quale chiesa. L’iscrizione del 1535 «Carolo V Caesare et Isabella regnantibus / Post captum Tuneta / Respublica Syracusana» viene letta come ricordo di una visita dell’imperatore, e talvolta di una cerimonia in cattedrale, ma l’itinerario siciliano di Carlo V non comprese la città. Documentata è invece l’acclamazione del 1735: dopo la resa della guarnigione imperiale i siracusani gridarono per tre volte in piazza il nome di Carlo di Borbone, mentre dal balcone del palazzo del Senato piovevano monete d’argento. Fino al Settecento, per il resto, gli episodi interni sono devozionali: il prodigio del 13 maggio 1646, all’origine della festa del Patrocinio, e la bomba inesplosa del 1735, ex voto presso la cappella di Santa Lucia.

La Sacra Regia Visita del 6 aprile 1743

Il 6 aprile 1743 la cattedrale ospitò la Sacra Regia Visita, l’ispezione che lo Stato conduceva sulle chiese di regio patronato con poteri giudiziari, inventari e decreti esecutivi, distinta dalla visita pastorale del vescovo. Gli atti a stampa, editi a Palermo nel 1836, ne descrivono l’ingresso:
«Illmus, et Rmus Dnus Regius Visitator Generalis die 6 Aprilis 1743, Nobilibus Syracusanis stipatum se ad Cathedralem Ecclesiam solemni pompa contulit. Ad portam autem templi per Dignitates, et Canonicos, reliquosque de Clero suis indutos insigniis, cum Cruce et baldacchino, pulsantibus campanis et organis, mortariorum explosione […]»
Nella traduzione di chi scrive, il visitatore generale Giovanni Angelo De Ciocchis giunse in corteo fra i nobili siracusani e alla porta fu ricevuto dal capitolo e dal clero in insegne, con croce e baldacchino, fra campane, organi e mortaretti. Altre giornate siracusane cadono il 19 aprile e il 2 maggio 1743; la data 1741, diffusa localmente, è errata.

Le visite dei sovrani borbonici

Il 28 aprile 1806 fu in città Ferdinando IV come re di Napoli, III come re di Sicilia e I delle Due Sicilie dal 1816. Gli fece da guida Giuseppe Maria Capodieci, che lo scrive in prima persona negli Antichi monumenti di Siracusa parlando del teatro greco: il programma documentato riguarda porti, mura e antichità, con l’ospitalità a Palazzo Beneventano del Bosco, sulla cui facciata è murata la lapide della giornata. Quella lapide, con la formula «hanc aedem adiit», in italiano «venne a questa casa», parla del palazzo, e nessuna fonte attesta un ingresso del re in cattedrale.Ferdinando II venne tre volte. Nell’estate 1830 sbarcò con il fratello Leopoldo, conte di Siracusa, diciassettenne e nominato luogotenente generale di Sicilia solo l’8 novembre di quell’anno: entrambi alloggiarono nel palazzo vescovile affiancato al Duomo, il legame più stretto fra un sovrano e il complesso episcopale. Nell’ottobre 1838 tornò con la consorte Maria Teresa d’Asburgo-Teschen e, scrive Privitera, «trovò ad attenderlo solamente facce scontente e dolenti»; nella primavera 1840 ispezionò le difese. Per nessuna delle tre visite è documentata una cerimonia in cattedrale.

I Te Deum e le celebrazioni civiche

Del Te Deum che il viceré sabaudo Annibale Maffei avrebbe fatto intonare ai siracusani nel 1718, dopo la vittoria inglese di Capo Passero, resta una notizia il cui testo non contiene quelle parole e il cui rimando bibliografico non trova conferma; il Te Deum per la caduta di Siracusa agli Spagnoli fu cantato il 4 giugno 1735, a Palermo. Priva di riscontro nei dispacci dell’ammiraglio è la tradizione che vuole gli equipaggi di Horatio Nelson, in porto nel luglio 1798, a ringraziare in Duomo. L’unico ringraziamento pubblico che le fonti collochino dentro la cattedrale è quello del 19 luglio 1837, quando, scrive il sacerdote Emilio Bufardeci, gli equipaggi liberati dalla contumacia «corsero immantinente al Duomo a rendere grazie alla santa eroina». Per il plebiscito del 1860 e per le ricorrenze nazionali non è stato trovato nulla, e manca quindi ogni appoggio documentario all’idea che in Duomo si cantassero i Te Deum per le vittorie e per le date civili.

Il 1837: il colera, il tesoro sotto sequestro, il sangue in piazza

Nel 1837 il colera raggiunse Siracusa, e con esso la convinzione che l’epidemia fosse un avvelenamento voluto dal governo borbonico. Per tre settimane la città fu retta da una Commissione di cittadini, fra linciaggi e insurrezione, finché intervenne il ministro di polizia Francesco Saverio Del Carretto. Restano due testimoni opposti: Bufardeci, che nel 1868 pubblicò Le funeste conseguenze di un pregiudizio popolare e addossa ai liberali l’uso consapevole della superstizione, e Gaetano Adorno Puma, che l’anno dopo lo accusò di raccontare «cose non vere».Il 18 luglio gli arrestati, il cosmorama Giuseppe Schwentzer, la moglie Anna Maria Lepik e due lentinesi, furono legati «ad un piliere accanto al Duomo», uno dei dodici fusti di colonna antica che fino al 1839 delimitavano la rampa a ventaglio davanti alle tre porte; alla stessa colonna fu ucciso il commissario di polizia Vico. Il giorno dopo il giudice istruttore Francesco Mistretta salì in cattedrale con i periti e vi fece depositare gli oggetti sequestrati «nella cappella del tesoro di Santa Lucia», con la porta suggellata e chiusa a tre chiavi, una al cappellano curato don Vincenzo Germano.Il verbale del 20 luglio si apre «in Siracusa, nella chiesa cattedrale, nell’atrio vescovile, alle ore quindici», con il giudice, la Commissione (Adorno, Moscuzza, Giaracà, Perez, Mollica) e «il pubblico, che ha voluto essere spettatore»: un magistrato del Regno teneva udienza nel recinto della cattedrale, con analisi chimiche sul posto. Il 21 la seduta si spostò dentro la chiesa e il 22 tornò all’aperto, con la nota di Bufardeci in calce: «Nell’atrio, non più nella chiesa. Una seconda scoverta sarebbe stata pericolosa».Lo stesso 21 luglio, in piazza, Mario Adorno fece leggere il manifesto I Siracusani ai confratelli Siciliani, firmato dal sindaco barone Emanuele Francica Pancali, che dichiarava il colera effetto «di polveri e liquidi venefici». La sera del 5 agosto, o il 6 secondo il Dizionario Biografico degli Italiani, la folla assalì le carceri vecchie della scesa della piazza e uccise i prigionieri, quattordici secondo Bufardeci, il cui elenco però non collima con il racconto; sulla morte dei coniugi Schwentzer le fonti si dividono fra fucilazione sommaria e lapidazione. La moglie del birro Lucifero, scampata illesa alla scarica, fu condotta dentro la chiesa, dove il popolo «grida al miracolo» e la porta «innanzi lo altare di santa Lucia, proclamandola innocente».Il 10 e l’11 agosto sbarcò Del Carretto, che si fece consegnare le armi e istituì una corte marziale; quella corte «sceglieva per luogo di patibolo la piazza del Duomo», che il giorno dell’esecuzione, scrive Bufardeci, «pareva un campo santo». La data del 18 agosto 1837 viene dal Dizionario Biografico degli Italiani, che dice padre e figlio «fucilati nella piazza del duomo di Siracusa», e non da Bufardeci; con Mario Adorno e con Carmelo fu giustiziato Concetto Lanza, e chi presiedeva la giunta militare è il maggiore Garzia per Bufardeci, il maggiore M. Grazia per il repertorio. Le pagine che assegnano al 18 agosto la morte degli Schwentzer confondono due giornate, perché quei due erano morti il 5. Con decreto del 23 agosto, che parte della storiografia anticipa al 4, Siracusa perse il capoluogo di valle a vantaggio di Noto; i patrioti del Risorgimento siracusano sono ricordati in piazza da una lapide comunale del 2010-2011.

L’interdizione dal culto

La conseguenza diretta delle fucilazioni per l’edificio è l’unico caso noto di chiusura per provvedimento canonico, e se ne conosce una sola fonte, Bufardeci alle pagine 265 e 266:
«Si dichiara interdetta la Cattedrale, pel sangue versato nella piazza; si chiudono le porte, e si vieta anco ai sagrestani di entrarvi, e con ciò si raggiungono due scopi […]: indignare l’animo del Re bigotto contro l’infelice paese, e trafugare di notte, sulle spalle dei soldati della marina, gli oggetti, trasportandoli sulla fregata.»
Il passo stabilisce tre cose: la cattedrale fu dichiarata interdetta, con le porte chiuse e l’accesso vietato perfino ai sagrestani; la motivazione addotta fu il sangue versato nella piazza; nello stesso frangente le casse dei presunti veleni furono portate via di notte dal tesoro e imbarcate. Che si trattasse di un pretesto costruito da Del Carretto con la complicità dell’arcivescovo Giuseppe Amorelli resta una tesi dell’autore. Ignoti restano il giorno della dichiarazione, la durata e la riapertura, perché nessun decreto o atto capitolare è stato finora reperito e la documentazione, se esiste, è nell’Archivio Storico Diocesano. Amorelli, nella serie dei vescovi di Siracusa, durante i fatti era a Modica per la visita pastorale; morì il 13 dicembre 1840, giorno di Santa Lucia, ed è sepolto in cattedrale.

Dal 1848 al Novecento

Il 4 marzo 1848, durante la rivoluzione siciliana, l’annuncio che la causa dell’isola volgeva al meglio spinse i siracusani a issare «per la prima volta la bandiera tricolore della rivoluzione in cima al Duomo», con la triscele al centro; la notizia risale a Chindemi, non digitalizzato, e si legge di seconda mano. Che anche la riconsacrazione del 9 gennaio 1927 fosse un fatto politico lo mostra il discorso di Giuseppe Agnello sui restauri, letto cinque giorni dopo nell’arcivescovado perché il Prefetto aveva negato il teatro comunale.Fra gli eventi datati svoltisi all’interno dell’edificio in età contemporanea:

Dal 1994 a oggi

Giovanni Paolo II venne a Siracusa nella visita pastorale del 4-6 novembre 1994: il 5 pronunciò il discorso alla cittadinanza, che negli atti della Santa Sede porta l’intestazione «Piazza Duomo (Siracusa)», e il 6 celebrò l’Eucaristia per la dedicazione del Santuario della Madonna delle Lacrime. L’itinerario ufficiale non registra alcuna tappa dentro la cattedrale, perché il papa parlò davanti alla facciata; e poiché nessun altro pontefice regnante risulta venuto in città nel Novecento, la formula al plurale «le visite papali del Novecento» è impropria.I tre ritorni del corpo della patrona da Venezia, nel 2004, nel 2014 e nel 2024, hanno avuto in cattedrale le celebrazioni conclusive, e la lapide che li ricorda, benedetta dall’arcivescovo Francesco Lomanto il 25 dicembre 2024, è murata sull’arcivescovado. Nel 2020 e nel 2021 le feste di dicembre si celebrarono senza processione per le restrizioni sanitarie, e nel 2025, con il cantiere aperto sul prospetto e sulla cupola, l’arcidiocesi ha assicurato che il culto resta garantito.

Il patrimonio e i cantieri

La descrizione più ampia oggi consultabile del patrimonio della cattedrale è negli atti della Regia Visita compiuta nel 1743 da Giovanni Angelo De Ciocchis per ordine di Carlo III, stampati a Palermo soltanto nel 1836 (Acta decretaque omnia, III). Gli importi sono in onze siciliane di conto, da trenta tarì di venti grana, e vanno letti con cautela, perché i conti dell’edizione non sempre chiudono con le partite che li compongono.

Le casse e il patronato regio

Il visitatore censì sette amministrazioni distinte, con patrimoni e contabilità separati: la mensa vescovile, obbligata per legge a finanziare la fabbrica della cattedrale e del palazzo; i beni del Capitolo; la Maramma, cassa di muratura, restauri e arredi; la Massa per il Culto Divino; le Opere del Santissimo Sacramento e del Santissimo Crocifisso; la Cappella di Santa Lucia, amministrata dal Senato cittadino. Il seminario era privo di rendite proprie. Le casse minori muovevano insieme intorno alle 1.300 onze l’anno, il solo vescovo più di tremila. Il quadro è documentato per la metà del Settecento; quanto a lungo sia rimasto tale, prima e dopo, le fonti note non consentono di dirlo.Su tutte gravava il Regio Patronato, che De Ciocchis fa discendere dalla dotazione normanna: la cattedrale «fu risollevata e dotata dalla pietà del conte Ruggero e dei principi suoi successori», e per questo l’intero vescovado era «soggetto alla Regia Visita» (De Ciocchis, Acta decretaque omnia, III, p. 287, traduzione dal latino). I conti li rivedevano funzionari del re.

La mensa e le sue rendite

Nel 1743 la mensa possedeva i feudi di Sinerchia, Cava Secca, Tremilia con il suo mulino, Cefalino e dell’Isola, tre feudi nel Ragusano in enfiteusi al conte di Modica e diritti incorporei di pari peso, dalla quarta sui legati pii al cattedratico. Della stessa rendita la visita dà stime discordanti: 2.241 onze lorde secondo la relazione del vescovo, 4.610 secondo le informazioni riservate del visitatore, con lo scarto concentrato nelle voci meno controllabili, la tassa di visita e le quarte. Dedotti oneri e pensioni per 1.338 onze restavano al vescovo poco più di 3.270 onze nette, cifra che la fonte stampa in due forme discordi, contro le 298 onze e 23 tarì dell’intero Capitolo. A quella povertà corrispose il collasso dei canonicati, trenta per antica consuetudine ancora nel 1542 e tre nel 1743; la spiegazione è di De Ciocchis: «ai canonici conviene che il numero sia piccolo, così da accrescere i frutti che ne ricavano» (III, p. 295, traduzione dal latino).

Benefici e lasciti

I benefici capitolari furono di formazione lenta e di riscossione incerta. Nel 1396 il vescovo Tommaso Erbes dotò le quattro dignità; Gilberto Isfar y Corillas (1574-1579) aggregò al Capitolo alcuni benefici semplici, fra cui uno nel Ragusano che la fonte data al 20 giugno 1579, quando il vescovo era già stato trasferito a Patti, sicché la data richiede verifica. Delle 40 onze annue assegnate sulla mensa da Girolamo Beccadelli Bologna la visita dice che nel 1743 non si riscuotevano più, e della pensione sugli spogli dei vescovi defunti ottenuta nel 1616 da Juan de Torres Osorio che non restava memoria. Il seminario, cominciato secondo De Ciocchis nel 1570 da Giovanni Orosco de Arzés, viveva di una tassa sui benefici della città e della diocesi e di 20 onze annue della mensa; un’altra tradizione data l’istituzione al 1566.Lo stesso Torres fondò e dotò l’8 aprile 1616 la Cappella del Santissimo Sacramento, con un capitale sul quale le fonti divergono di un ordine di grandezza, «unc. 400» in beni mobili e argenti secondo De Ciocchis e quattromila onze secondo la documentazione diocesana. Nel 1622 Lucio Bonanno Gioeni donò alla stessa Opera rendite per 403 onze e 9 tarì annue, delle quali nel 1743 se ne riscuotevano 69, perché i censi dovuti da Palermo da anni non venivano pagati e alcuni obblighi di messe restavano inadempiuti; la città di Siracusa era a sua volta debitrice della cappella per circa 4.500 onze di capitale. L’erosione dei lasciti pii passò per l’insolvenza dei debitori pubblici molto prima che intervenissero le leggi eversive.

La Maramma

La cassa della fabbrica si chiamava in Sicilia maramma, latinizzata da De Ciocchis in Maragma; l’equivalente italiano è fabbriceria. Nel 1743 le sue rendite proprie ammontavano a 77 onze e 27 tarì in denaro più una oncia e quindici tarì in cera, fra censi minuti, decime di alcune terre della diocesi e contributo dei consolati delle maestranze per la Candelora; in cassa stavano depositate altre 460 onze di lasciti, 400 delle quali di Giovanni Blanco, mentre partite un tempo dovute dalla città e dalla Regia Corte risultavano ormai inesigibili. Poiché quelle entrate non bastavano, i visitatori regi, «in forza della Pragmatica del re Ferdinando il Cattolico», tassarono una somma fissa sulla mensa: 120 onze l’anno per riparazioni e arredi della cattedrale e 40 per il palazzo, da depositare semestralmente in anticipo nell’arca sacra (III, p. 312, traduzione dal latino). La pragmatica si colloca fra il 1468, anno in cui Ferdinando divenne re di Sicilia, e il 1516. Il bilancio ordinario della fabbrica arrivava così a circa duecento onze annue, all’incirca quanto costò nel 1730 la sola lavorazione del fregio e del cornicione della facciata.

Il Senato cittadino

Il decreto del 1743 sulla Maramma tolse al vescovo l’amministrazione della somma tassata:
«Che il Vescovo non abbia alcun potere di amministrare quella somma, ma che essa e ogni altra rendita destinata alla fabbrica e agli arredi debbano essere amministrate perpetuamente da quattro Deputati, cioè l’Arcidiacono e il Decano, più il Regio Secreto e il primo Senatore pro tempore della città di Siracusa.» (De Ciocchis, Acta decretaque omnia, III, p. 314, traduzione dal latino)
I quattro si riunivano ogni trimestre in sacrestia, rendevano i conti il 1º agosto e tenevano in cattedrale un archivio proprio, con il vincolo di spendere solo in riparazioni ordinarie; al vescovo renitente la somma veniva esatta «manu Regia» sulle rendite della mensa. Il Senato era inoltre rettore della Cappella di Santa Lucia, per la quale eleggeva tre procuratori fra i nobili della città, custodiva una delle tre chiavi del simulacro e amministrava poco più di 252 onze, quasi quanto l’intero Capitolo. Nel 1743 vi versava 60 onze per la festa (erano 80, ridotte «per la diminuzione delle gabelle»), 6 per i ceri, 8 per l’olio delle lampade e 18 onze e 18 tarì per la commemorazione del terremoto del 1693, mentre la Regia Corte ne pagava 19, residuo di una dotazione che la regina Germana aveva assegnato nel 1507 a quattro cappellani regi della chiesa di Santa Lucia fuori le mura.Quando il terremoto del 10 dicembre 1542 fece crollare la torre campanaria, il Senato ne pagò la ricostruzione trattenendo per tre anni metà dello stipendio dei funzionari cittadini, e nel 1545 ottenne di prolungare la misura a condizione, di lettura incerta nella fonte, che il ricavato servisse anche alla fonte Aretusa. Suo è anche il simulacro argenteo di Santa Lucia, affidato all’argentiere palermitano Pietro Rizzo per cinquemila scudi secondo Privitera, con delibera che la tradizione corrente pone nel 1588 e opera compiuta nel 1599.

Chi pagava i cantieri

La normativa della Regia Visita distingue due livelli: la manutenzione ordinaria alla Maramma, le opere nuove e straordinarie al vescovo in persona. Dopo il 1693 il viceré istituì a Palermo una Giunta Ecclesiastica e riaprì la Zecca perché comunità religiose e privati vendessero il proprio argento, e i legati furono sospesi per un quinquennio a vantaggio della riedificazione; dal governo, osservano Boschi, Guidoboni e Mariotti nel Catalogo dei forti terremoti in Italia, non venne alcuna stima dei danni né alcun aiuto, salvo che per le fortificazioni.Del cantiere della facciata resta un solo rendiconto, la Distinta delle spese per la costruzione del frontespizio del Duomo di Siracusa del 9 settembre 1731, pubblicata da Enrico Mauceri: certificata da Pompeo Picherali, attesta 366 onze spese dall’arcidiacono Ignazio Riggio fra l’ottobre 1730 e il settembre 1731, quando era vicario generale a sede vacante, fra la morte del vescovo Tommaso Marini nel 1730 e le bolle di Matteo Trigona del maggio 1732. Nei capitoli d’appalto del 1728 il vescovo anticipa di persona quindici onze al maestro liberatario e fa demolire a proprie spese i muri della chiesa, e un terzo della paga era in natura, in frumento, vino, olio e formaggio. Il costo complessivo della facciata, i cui lavori durarono fino al 1753, resta ignoto.

Dalle leggi eversive al Novecento

Il patrimonio della mensa cominciò a sfaldarsi prima dell’Unità, con il rescritto sovrano del 3 novembre 1792 che sottrasse i beni ecclesiastici all’autorità religiosa. Sul passaggio di Tremilia in mani private la letteratura locale offre due versioni discordi: concessione in censo enfiteutico all’inglese Francesco Leckie nel 1803, subconcessa nel 1811 ai Bonanno baroni del Maeggio, la famiglia del vescovo Gaetano Maria Bonanno morto nel 1806, e divenuta loro proprietà nel 1867, oppure acquisto diretto dalla mensa nel 1806; il feudo di Sinerchia sarebbe finito al fratello dell’arcivescovo Angelo Robino, da lui nominato procuratore dei beni ecclesiastici. Entrambe le ricostruzioni poggiano su un libro locale del 1999 e vanno attribuite, non affermate.Le leggi del 1866 e del 1867 soppressero ordini religiosi, collegiate, cappellanie e benefici semplici. Le mense vescovili sopravvissero come enti, ma i loro immobili subirono la conversione forzata in rendita pubblica al cinque per cento e la tassa straordinaria del trenta per cento, sicché l’ente restò in piedi mentre il patrimonio veniva decurtato. A Siracusa l’unico effetto documentato sulla cattedrale ha segno opposto: soppresso il monastero della Concezione, il 18 aprile 1868 veste, velo e scarpette di Santa Lucia furono trasferiti alla cappella in Duomo. Che cosa sia accaduto al patrimonio di mensa, Capitolo e Maramma fra il 1866 e il 1929 resta privo di documentazione, e l’archivio della Maramma, dove Mauceri trovò le carte su Picherali, non compare più fra i fondi diocesani censiti. Nel Novecento cambia il finanziatore dei restauri: la campagna avviata nel 1909 dall’arcivescovo Luigi Bignami, morto nel 1919 e quindi testimone della sola prima metà dei lavori, proseguì fino al 1927 con progetti della Soprintendenza di Palermo, e per un solo lotto è documentato l’importo di circa sessantamila lire.

La situazione attuale

La legge 20 maggio 1985, n. 222 ha chiuso la storia della mensa: impose di erigere in ogni diocesi, entro il 30 settembre 1986, l’Istituto per il sostentamento del clero, ed estinse mensa vescovile, benefici capitolari e benefici parrocchiali, trasferendone i patrimoni all’Istituto. Sulla titolarità attuale dell’edificio le fonti UNESCO divergono: il dossier di candidatura del 2005 indica la Curia Arcivescovile, la valutazione ICOMOS e il rapporto periodico del 2014 parlano della parrocchia arcivescovile, che sono enti distinti.Quattro canali sostengono oggi la manutenzione. Il biglietto per i turisti, attivo dal 1º agosto 2013, costa due euro più un euro di diritti di servizio e sale a nove per il percorso completo, mentre l’accesso per il culto resta gratuito; monsignor Sebastiano Amenta lo ha definito un «introito modesto ma costante nel tempo». Il PNRR finanzia con 780.000 euro il miglioramento sismico del prospetto e della cupola, con l’Arcidiocesi di Siracusa soggetto attuatore e una spesa effettiva del 16,17 per cento al 26 febbraio 2026. Restano l’otto per mille, per il quale non risultano pubblicati importi destinati alla cattedrale, e la Fondazione Deputazione della Cappella di Santa Lucia, di nomina arcivescovile: le chiavi della nicchia, tre nel 1743, oggi sono cinque e tutte in mano ai deputati, segno di un baricentro spostato da cassa civica a fondazione ecclesiastica, anche se l’atto con cui il Comune perse il patronato non è documentato. Del gettito del biglietto e dei bilanci della parrocchia Cattedrale non esistono dati pubblici.

I restauri

La vicenda conservativa della cattedrale dopo la campagna del primo Novecento si distribuisce in modo diseguale: due stagioni documentate quasi giorno per giorno, quella della guerra e quella aperta alla fine degli anni Novanta, e fra l’una e l’altra un quarantennio per il quale la documentazione esaminata non consente ancora una ricostruzione delle campagne conservative.

L’eredità del cantiere di Orsi

Il cantiere del 1909-1926, supervisionato da Paolo Orsi, voluto dall’arcivescovo Luigi Bignami e ripreso dal successore Giacomo Carabelli, lasciò un monumento ridisegnato e alcuni problemi tecnici destinati a riaffiorare. Maria Rosa Vitale, in Tempo e racconto: i restauri della Cattedrale di Siracusa nel primo Novecento, scrive che le pilastrature della navata centrale furono consolidate decidendone «improvvidamente anche lo smusso delle angolate e fragilizzando ulteriormente la loro già problematica compagine muraria»: il cantiere degli anni Duemila ha dovuto fare i conti con una fragilità prodotta da quello degli anni Venti. Restò senza seguito anche il proposito più radicale di allora, lo smontaggio del peristilio settentrionale che l’architetto Sebastiano Agati voleva eseguire per liberare le colonne inglobate nel muro cinquecentesco.

Dopo il 1927: il silenzio

Dopo la riapertura al culto del 9 gennaio 1927 le fonti consultabili non registrano alcun cantiere di restauro fino al 1940; gli anni successivi appartengono all’arredo e alla decorazione. Il bilancio dell’attività della Soprintendenza siracusana pubblicato da Agati nel 1935, che elenca i cantieri del Teatro greco, del Tempio di Apollo e del Castello Eurialo, non nomina la cattedrale, come se dopo il 1927 fosse stata una partita chiusa. La ragione è anche amministrativa: la sede siracusana della Soprintendenza ai monumenti funzionò, secondo Agati, dal 1908 al 1924, e fra quella soppressione e il 1977 la tutela monumentale della cattedrale dipese da un ufficio con sede fuori città. A Siracusa rimase invece un’amministrazione per le antichità, riorganizzata nel 1932.

La protezione antiaerea

Quanto accadde fra il 1940 e il 1949 è noto dai documenti dell’Archivio del Museo Bellomo e dell’Archivio della Soprintendenza di Siracusa citati da Valentina Di Fazio in Aspetti della tutela del patrimonio artistico e monumentale in Sicilia nell’attività di Sebastiano Agati. Nel giugno 1940 al soprintendente ai monumenti della Sicilia orientale Armando Dillon spetta la segnalazione degli edifici monumentali, ad Agati un progetto per salvaguardare le statue del prospetto di Ignazio Marabitti. Il 24 giugno l’arcivescovo Ettore Baranzini comunicava a Dillon: «Ho dato disposizione affinché operai addetti ai lavori di protezione antiaerea, siano ammessi ad eseguire la necessaria tutela dell’altare con tabernacolo del Vanvitelli in questa Cattedrale», aggiungendo di averne affidato la sorveglianza allo stesso Agati. Il documento attesta dunque le disposizioni per la protezione dell’altare di Luigi Vanvitelli nella cappella del Santissimo Sacramento già nel giugno 1940, senza stabilirne la precedenza rispetto a tutti gli altri beni della cattedrale.Lo schema prevedeva castelletti di legno e sacchi di sabbia per le sculture in situ, costruiti dall’artigiano Carmelo Minniti, e casse per i quadri, portati all’abbazia di San Martino delle Scale. Per le statue della facciata, il 15 gennaio 1943, giudicando i castelletti di legno insufficienti e talvolta dannosi alla prova delle incursioni sulle città del continente, Agati propose una soluzione diversa, descritta così:
«avrei ideato di involucrare con muri in cotto tanto le statue che i sottostanti piedistalli, colmando i vuoti interni della massa muraria con sabbia sciolta, la quale, penso, potrà servire ad attutire gli scuotimenti cagionati dagli scoppi dei proiettili […]. Una vera e propria tramoggia, dunque, ripiena di sabbia, da coprire con voltine in cemento armato e con cordolo, pure in cemento armato, a metà altezza per assicurarne meglio la stabilità.»
Nella stessa lettera l’architetto, settantenne, si sottraeva in parte all’incarico per l’età e il sovraccarico di impegni; se la guaina in mattoni sia stata costruita resta ignoto. Il simulacro argenteo della patrona fu ricoverato in casse di zinco in un vano scavato nell’ipogeo sotto piazza Duomo, oggi dedicato alle vittime dei bombardamenti: la notizia del 2021 sulla targa commemorativa indica il 19 giugno 1943, mentre i testi sull’intitolazione del percorso riportano il 19 luglio. La divergenza resta aperta.

I danni del 1943 e il nodo della data

Il 23 giugno 1943 il soprintendente trasmise al Ministero l’elenco dei danni riportati dalla cattedrale per l’esplosione di alcune bombe: lo spostamento d’aria e alcuni frammenti staccati dal campanile colpirono la copertura e il soffitto della navata principale, coinvolgendo parzialmente anche la Galleria di palazzo Bellomo. La scheda di catalogo del Ministero della Cultura riferisce lo stesso episodio al 1945, quando «una bomba cadde in prossimità della cella campanaria, danneggiando in parte il prospetto e il soffitto della Cattedrale». Le due notizie sembrano riferirsi al medesimo episodio, ma ne riportano date diverse; quella del 1945 è difficilmente sostenibile, perché Siracusa fu occupata dagli Alleati il 10 luglio 1943 e perché le schede ministeriali sui danni di guerra del Duomo furono compilate fra il 1942 e il 1943. La divergenza va segnalata, perché dal catalogo è passata alla letteratura divulgativa. Si concilia per questa via l’affermazione ricorrente secondo cui la cattedrale resistette ai bombardamenti mentre molte chiese minori furono danneggiate: l’edificio non ebbe crolli strutturali, pur riportando danni documentati a copertura, soffitto della navata centrale e campanile. Nel 1944 Agati chiedeva notizie del Seppellimento di santa Lucia di Caravaggio, allora in restauro a Roma.

Il dopoguerra e l’ultimo cantiere documentato

Il 18 settembre 1945 Dillon rilasciava al canonico Concetto Rotondo il nulla osta per il restauro del pavimento della cappella di Santa Lucia, annotando: «Prendo atto con piacere che i lavori saranno diretti dall’ingegnere La Ciura con l’assistenza, per la parte artistica, dell’arch. Prof. Agati». È, allo stato delle ricerche, l’ultimo restauro della cattedrale documentato con data, oggetto e nomi prima degli anni Novanta; estensione ed esito restano sconosciuti, e non è accertato se il pavimento oggi visibile sia quello del 1945. Il 1949 chiuse la stagione: il 1° luglio Dillon lasciò la Sicilia orientale, il 27 novembre morì Agati, che aveva seguito la fabbrica per quarant’anni.

I restauri nel secondo dopoguerra

Per il periodo fra il 1946 e il 1990 le fonti finora esaminate non consentono di ricostruire una successione continua di cantieri con date, responsabili e atti. La datazione dell’adeguamento liturgico postconciliare del presbiterio fra il 1965 e i primi anni Settanta rimane un’ipotesi priva di riscontro documentale puntuale. Restano da ricostruire anche gli eventuali interventi su copertura e soffitto ligneo successivi alla riparazione dei danni bellici e la successione dei soprintendenti dopo Dillon. Il quadro normativo muta con la legge regionale 7 maggio 1976 n. 70, che detta norme speciali per Ortigia e lega al piano particolareggiato i progetti sugli edifici monumentali, e con la legge regionale 1° agosto 1977 n. 80, che istituisce le soprintendenze uniche regionali. Il volume diocesano del 2026 presenta i restauri dal 1917 al 2026; il resoconto della sua presentazione pubblica offre una sintesi e non permette di escludere interventi negli anni meno descritti.

Il terremoto del 13 dicembre 1990

Il sisma che colpì la Sicilia sud-orientale alle 0:24 GMT del 13 dicembre 1990, ricordato come terremoto di Santa Lucia o di Carlentini, ebbe una replica forte il 16 dicembre. I parametri divergono: il Catalogo dei forti terremoti in Italia indica magnitudo equivalente 5,4; il CPTI15, versione 4, assegna magnitudo momento 5,61 con errore di 0,10, mentre alcune ricostruzioni divulgative riportano 5,68. A Siracusa il catalogo assegna intensità fra il sesto e il settimo grado della scala Mercalli, e alla sola Ortigia il quinto, elencando danni in corso Umberto e alla stazione, il crollo di due frontoni di palazzo Capodieci e 60 edifici pubblici gravemente lesionati.La cattedrale in quell’elenco non compare, né compare fra le chiese danneggiate, e nelle fonti finora esaminate non è stato identificato un documento che descriva danni specifici al Duomo nel dicembre 1990 o una sua chiusura al culto. Due errori di attribuzione sono frequenti: i passi del catalogo sismologico che nominano una «Cattedrale» con cornicioni interni crollati e pinnacoli pericolanti appartengono al record di Catania, e il crollo celebre della Chiesa Madre di Noto, nella notte del 13 marzo 1996, riguarda un altro edificio, riaperto al culto nel 2007. Il dossier di candidatura UNESCO del 2004 elenca come particolarmente distruttivi per l’area i terremoti del 1169, 1542, 1693, 1757 e 1846, senza includere il 1990. La relazione inedita dell’Istituto nazionale di geofisica sui danni al patrimonio architettonico, che chiuderebbe la questione, non è consultabile: la mancata menzione della cattedrale negli elenchi consultati non basta quindi a dimostrare che l’edificio non abbia subito danni.Della notte del 1990 resta in cattedrale una traccia devozionale: secondo una credenza popolare il terremoto risparmiò la città per intercessione della patrona, e da allora, nella festa di santa Lucia, i vigili del fuoco danno il cambio ai portatori del simulacro durante la processione dell’ottava, prassi realmente osservata il cui nesso con il sisma non è confermato da fonti primarie. Alla legge 31 dicembre 1991 n. 433, che governò la ricostruzione, lo Stato destinò per il triennio 2004-2006 circa 900 milioni di euro: non risulta che una quota sia arrivata alla cattedrale, né che il Programma URBAN Ortigia abbia finanziato lavori sull’edificio.

La campagna della Soprintendenza e i lavori del nuovo secolo

Il restauro moderno è documentato dalla Soprintendenza in Cattedrale Siracusa. Cronache di un restauro, tre volumi a cura di Mariella Muti pubblicati nel 2009: i titoli, Indagini, Rilievi, Presbiterio, dicono il metodo, diagnostica e conoscenza prima del cantiere. Date, importi e imprese restano da ricavare da quei volumi. Il prospetto barocco fu interessato intorno al 2010-2011 da un restauro che la stampa locale definisce «corposo e riuscito», senza che ne siano noti date, progettista e importo. Dal 2013 l’Arcidiocesi ha introdotto per i turisti un biglietto di 2 euro, «introito modesto ma costante nel tempo» secondo monsignor Sebastiano Amenta, con cui si finanziano progettazione e manutenzione. Nel settembre 2021 furono rafforzati un piedritto della facciata e alcuni elementi lapidei di un capitello, dopo le manutenzioni straordinarie sulle coperture della navata settentrionale e della cappella del Crocifisso; lo stato della facciata fu allora giudicato «più che buono». Nel settembre 2023, sotto un pavimento ligneo posato circa un secolo prima, riemersero in un deposito i gradoni del crepidoma del tempio greco, che Arcidiocesi e Soprintendenza hanno annunciato di voler valorizzare. Fra il 2023 e il 2025 fu restaurata la Sacrestia Torres, presentata il 3 dicembre 2025, con la scoperta in una parete di un affresco del XVII secolo.

Il cantiere PNRR e lo stato attuale

L’intervento strutturale più consistente degli ultimi decenni è stato finanziato dal Piano nazionale di ripresa e resilienza, nella misura sulla sicurezza sismica nei luoghi di culto: 780.000 euro, con l’Arcidiocesi di Siracusa come soggetto attuatore, per il miglioramento sismico del prospetto e del tiburio della cupola, il fissaggio degli elementi lapidei distaccati e la riparazione dei danni di un fulmine caduto sulla cupola, in un anno che le fonti collocano fra il 2022 e il 2023. Progettisti e direttori dei lavori sono l’architetto Luciano Magnano e l’ingegnere Pietro Glorioso, l’impresa esecutrice la Dienne Appalti. La cattedrale è una delle cinque chiese diocesane finanziate dalla stessa misura, con la chiesa dello Spirito Santo, San Giovannello e le chiese della Santissima Assunta e di San Sebastiano ad Augusta. L’allegato ministeriale di assegnazione del 2023 attribuisce a queste cinque chiese complessivamente 3.110.000 euro, importi confermati nell’elenco del 2026: 780.000 euro ciascuno per cattedrale e Spirito Santo, 390.000 per San Giovanni Battista, 620.000 per l’Assunta e 540.000 per San Sebastiano. Il comunicato diocesano del luglio 2025 riassumeva lo stanziamento in tre milioni di euro.Il cantiere ha fatto discutere: le impalcature salirono sulla facciata a metà luglio 2025, in piena stagione turistica, e l’Arcidiocesi dovette assicurare con un comunicato che il culto proseguiva, attribuendo il ritardo di avvio ad adempimenti normativi e a disservizi non suoi. Il comunicato diocesano del 14 luglio 2025 indicava come scadenza il 31 dicembre di quell’anno e auspicava di liberare la facciata per la festa della patrona. Lo smontaggio cominciò il 17 aprile 2026. La scheda finanziaria OpenPNRR, che indica come ultimo aggiornamento il 13 giugno 2026, registra 126.108,96 euro di pagamenti, pari al 16,17 per cento dello stanziamento: la percentuale riguarda la spesa registrata e non misura l’avanzamento fisico delle opere.Alla metà del 2026 la facciata è di nuovo visibile, con entrambi i prospetti sottoposti da anni a monitoraggio per il distacco di frammenti lapidei e con i capitelli protetti da una rete non percepibile a distanza. Alla stagione recente appartengono anche il restauro di alcuni monumenti funebri, interventi nella cappella del Santissimo Sacramento e i lavori sul simulacro argenteo della patrona e sul fonte battesimale con iscrizione greca ritenuta del V secolo. Il bilancio di un secolo di cantieri è raccolto in Cattedrale di Siracusa. Studi, ricerche e restauri, a cura di Paolo Giansiracusa, con prefazione dell’arcivescovo Francesco Lomanto, presentato in cattedrale il 17 giugno 2026. La stampa locale ha più volte segnalato un contrappunto: mentre la cattedrale attraeva finanziamenti, la chiesa del Collegio dei Gesuiti, il più grande edificio religioso di Ortigia, gravemente danneggiata dal terremoto del 1990, è rimasta chiusa per decenni.

Il riconoscimento UNESCO

Dal 2005 la cattedrale fa parte del sito seriale Siracusa e le necropoli rupestri di Pantalica, iscritto nella Lista del Patrimonio Mondiale con il numero di riferimento 1200. Il bene riunisce tre aree: la necropoli di Pantalica, la fascia urbana di Epipole, Acradina, Tiche e Neapolis, e l’isola di Ortigia. Su 898,46 ettari di zona nucleo, la componente di Ortigia ne conta 56,64 e coincide con l’intera isola, sicché il Duomo ricade per intero nell’area di massima tutela.

Le coordinate del sito indicano piazza Duomo

Al punto sulla localizzazione esatta del bene l’Italia depositò due coppie di coordinate, indicando a che cosa corrispondessero: «37°03′ 34″ N – 15°17’35” E (Cathedral Square – Ortygia)» e «37° 09′ 40″ N – 15° 01′ 42″ E (Necropolis of Pantalica)». La prima, quella di Piazza Duomo, venne assunta come riferimento geografico dell’intero sito seriale e compare ancora sulla scheda del World Heritage Centre. Il riferimento geografico depositato per la componente siracusana è dunque piazza Duomo.

L’iscrizione del 2005

Il dossier, nato da un protocollo d’intesa del gennaio 2004 fra Ministero, Regione, Provincia e Comuni, arrivò al World Heritage Centre il 2 febbraio 2004 e un esperto ICOMOS ispezionò Siracusa e Pantalica nel settembre successivo. L’iscrizione fu deliberata a Durban, nella ventinovesima sessione del Comitato del Patrimonio Mondiale, con la decisione 29 COM 8B.41. Sulla data le fonti divergono: i documenti UNESCO e ministeriali del 2005 indicano il 15 luglio, un articolo commemorativo del Comune di Siracusa il 17. I quattro criteri, tradotti dall’inglese, suonano così:
  • (ii) i siti e i monumenti dell’insieme Siracusa/Pantalica costituiscono un accumulo unico, attraverso le epoche e nello stesso spazio, di testimonianze delle culture mediterranee;
  • (iii) l’insieme offre una testimonianza eccezionale dello sviluppo della civiltà nell’arco di circa tre millenni;
  • (iv) il gruppo di monumenti e siti archeologici di Siracusa è il più bell’esempio di creazione architettonica che abbracci aspetti culturali diversi, greco, romano e barocco;
  • (vi) la Siracusa antica fu direttamente collegata a eventi, idee e opere letterarie di eccezionale significato universale.
Il Comitato irrigidì in tre punti la bozza raccomandata da ICOMOS, portando fra l’altro da cinque a tre anni la cadenza del rapporto sulla conservazione richiesto allo Stato Parte. Il criterio (vi), in genere il più contestato, fu difeso come caso eccezionale elencando Pindaro, Eschilo, Platone e Archimede.

Il Duomo come argomento della candidatura

Nella giustificazione del criterio (iv) il dossier mette la cattedrale al primo posto, davanti al Teatro greco e alle catacombe:
«The Cathedral at Syracuse alone represents a complete “living” manual showing the history of architecture.»
La sola cattedrale di Siracusa, traducendo, rappresenta un manuale «vivente» completo di storia dell’architettura; il passo prosegue elencando le stratificazioni visibili, dagli inserimenti bizantini e normanni fino al tardo barocco, ed è ripetuto alla lettera nel piano di gestione. Nell’analisi comparativa lo stesso edificio distingue Siracusa da Agrigento, dove i templi restano isolati: qui il tempio di Apollo apre la serie dorica dell’Occidente greco e il tempio di Atena, voluto da Gelone dopo Imera, si fonde nelle trasformazioni della cattedrale. Anche il corredo iconografico lo conferma: delle cinquanta fotografie depositate le prime sette riguardano la cattedrale o la sua piazza, davanti al Castello Maniace e alle catacombe di San Giovanni.

La prova dell’autenticità

Nel capitolo su autenticità e integrità ICOMOS solleva l’unica obiezione possibile, la genuinità di un centro storico ancora abitato, e la scioglie con il tempio-chiesa:
«After full consideration, it can be stated that the superposition of cultures and the strata of architecture have not changed either the materials or the use of the monuments (the temple becomes a church, for example). Therefore, these monuments meet the authenticity requirement.»
In traduzione: la sovrapposizione delle culture e la stratificazione dell’architettura non hanno mutato né i materiali né l’uso dei monumenti, e l’esempio addotto è il tempio che diventa chiesa.

La motivazione ufficiale e il testo del 2015

Il comunicato ministeriale del 15 luglio 2005, che annunciava Siracusa e Pantalica come quarantesimo sito italiano e quinto siciliano, diffuse una motivazione che fonde la giustificazione dello Stato Parte con la dichiarazione generale di ICOMOS:
«La stratificazione umana, culturale, architettonica ed artistica che caratterizza l’area di Siracusa dimostra come non ci siano esempi analoghi nella storia del Mediterraneo […]: dall’antichità greca al barocco la città è un significativo esempio di un bene di eccezionale valore universale.»
Si tratta di una parafrasi ministeriale e va citata come tale: la decisione del Comitato contiene i soli quattro criteri e tre inviti allo Stato Parte. Il bene fu peraltro iscritto senza dichiarazione formale di valore universale eccezionale, allora non obbligatoria. Il testo retrospettivo, adottato dieci anni dopo a Bonn con la decisione 39 COM 8E, contiene refusi cronologici e datazioni da distinguere criticamente: pone la vittoria di Gelone sui Cartaginesi nel 480 dell’era volgare invece che nel 480 a.C., data la conversione in chiesa al VI secolo, contro il VII indicato dal dossier e da ICOMOS ma in accordo con una parte della letteratura scientifica, dice la cattedrale barocca ricostruita alla fine del Seicento quando la facciata è settecentesca e al 1693 appartiene semmai il terremoto che la rese necessaria, e colloca la fondazione della città nel 743 d.C., invece che nell’VIII secolo a.C. Nella sezione sull’integrità, inoltre, l’elenco degli edifici più importanti del bene nomina Teatro, Anfiteatro, Ara di Ierone II e Orecchio di Dionisio, e tralascia la cattedrale.

Il piano di gestione e il monitoraggio

Il piano di gestione è un volume autonomo rilegato in coda al dossier, con obiettivi di lungo termine fissati al 2035 e tre piani di settore dedicati a conoscenza e conservazione, promozione culturale e sociale, valorizzazione socio-economica. ICOMOS lo giudicò modello del suo genere. Il protocollo allegato ammetteva del resto che l’ordinamento italiano non conosceva ancora uno strumento simile: la lacuna fu colmata dalla legge 20 febbraio 2006, n. 77, sette mesi dopo l’iscrizione.L’attuazione è stata discontinua. Una revisione affidata nel 2019 a Civita Sicilia e coordinata da Aurelio Angelini produsse nell’ottobre 2020 un aggiornamento consultabile in rete, con una sintesi disponibile anche sul portale del sito UNESCO. Il rapporto periodico del 2014 giudicava il sistema di gestione adeguato ma attuato solo in parte; quello del 2024 registra che non viene attuato, che manca un piano annuale di lavoro e che il bilancio è inadeguato. Nell’archivio pubblico del World Heritage Centre non compare alcun rapporto triennale sulla conservazione, quello richiesto dalla decisione del 2005. Nei due cicli di monitoraggio la cattedrale non riceve valutazioni autonome: nelle risposte sulla gestione compare una volta sola, nel 2014, per indicarne la proprietà, che appartiene alla Curia arcivescovile di Siracusa; il rapporto comprende inoltre una voce sugli usi rituali e religiosi. Per il ventennale, nel marzo 2025, il Comune ha allestito nell’ipogeo del Duomo una delle mostre del programma celebrativo.

Il Duomo visto dai viaggiatori

Per i viaggiatori del Grand Tour Siracusa era una tappa dell’itinerario greco, e la cattedrale contava per ciò che teneva dentro: il tempio dorico che l’erudizione, sulla scorta di Cicerone, chiamava tempio di Minerva. Fra il 1767 e il 1875 il giudizio su quell’inglobamento si capovolge, e intanto quelle relazioni restano la fonte più fitta sul monumento prima degli scavi di Paolo Orsi.

Il dubbio di Riedesel e la stroncatura di Brydone

Johann Hermann von Riedesel fu a Siracusa nel 1767 e pubblicò il viaggio in lettere a Winckelmann (Zurigo 1771). Della cattedrale di Ortigia scrive, nella traduzione francese del 1773 (traduzione italiana): «Si pretende, senza alcuna prova, che fosse l’antico tempio di Minerva, così celebre in questa città». Fra le testimonianze qui esaminate, è quella che mette esplicitamente in dubbio l’identificazione con l’Athenaion, nel Settecento già lettura corrente. Contò trentaquattro colonne, notò che soltanto quelle del pronao e del posticum poggiano su una base, e liquidò l’adattamento a chiesa come «cette opération barbare», «in a barbarous taste» nell’inglese.Patrick Brydone datò «Syracuse, June 1», 1° giugno 1770, la dodicesima lettera del suo A Tour through Sicily and Malta, e diede il primo giudizio sulla facciata di Andrea Palma, compiuta da una ventina d’anni (traduzione dall’inglese): «Vi hanno da poco costruito una nuova facciata; ma temo che non abbiano migliorato la semplicità dell’antico. È piena di frontoni spezzati, e a mio parere di cattivo gusto». Nel 1770 il prospetto era dunque ancora una novità. Brydone cercava altro, la Fonte Aretusa, le latomie, l’Orecchio di Dionisio; non trovò locanda, dormì sulla paglia e annotò «We are already completely tired of Syracuse».

Houël, Swinburne e Münter: misure, disegni, ammissioni

Jean-Pierre Houël si fermò a Siracusa più di sei mesi per disegnare le rovine, come attesta Friedrich Münter. Nel terzo tomo del Voyage pittoresque des isles de Sicile, de Malte et de Lipari (1785) la tavola 194 è dedicata al tempio, di cui dà lo schema esatto, sei colonne di fronte e quattordici per lato contando gli angoli, con un’ammissione preziosa (traduzione dal francese): «Gli edifici moderni che avvolgono da ogni parte questa fabbrica non mi hanno permesso di prenderne la misura con esattezza». Le dimensioni le prende da Vincenzo Mirabella, registra la facciata come elemento estraneo, «très-moderne», e a difesa dell’inglobamento ricorda di avere visto smontare i gradini del Teatro Greco per i mulini costruiti sopra.Henry Swinburne, che fra il 1777 e il 1780 alloggiò dal vescovo nel palazzo sulla piazza del Duomo, riportò misure particolareggiate del monumento. Nel secondo volume dei Travels in the two Sicilies (1785) chiama la cattedrale «Our Lady of the Pillar», cioè Santa Maria del Pilero, e la misura: 185 piedi per 75 all’esterno, con colonne di venti scanalature, 6 piedi e 5 pollici di diametro alla base e 32 piedi e 9 pollici di altezza, compresi il capitello e il piccolo zoccolo che egli descrive al posto della base. Sulla facciata il verdetto è severo (traduzione dall’inglese):
«Fu eretta una nuova facciata, che fa poco onore al giudizio o all’abilità dell’architetto: un prospetto d’ordine corinzio, del tutto diverso dallo stile dell’interno, caricato di ornamenti frivoli […] che ogni grandiosità d’effetto, simmetria e gusto ne sono completamente bandite.»
In nota, Swinburne dice «most erroneous» il disegno del tempio dato da Mirabella, e ricorda che il sisma del Cinquecento fu poca cosa accanto a quello del 1693. Münter, in Sicilia nel 1785 e nel 1786, firma la pagina più archeologica (Nachrichten von Neapel und Sicilien, 1790): conferma le trentaquattro colonne, sei in facciata, riprende da Mirabella le misure in canne e palmi, e osserva che dei cinque o sette gradini del tempio l’interro ne lasciava vedere uno o due.

Bartels e Denon: la profanazione e la salvezza

Johann Heinrich Bartels, in città nel 1786, dedica al Duomo le pagine letterariamente più forti dei suoi Briefe über Kalabrien und Sizilien (1791-1792). Le rovine più importanti della Siracusa d’oggi, scrive, sono le colonne del tempio murate dentro la cattedrale; indica una scaletta addossata a un muro laterale, da salire per raggiungere i capitelli, e ne stima l’altezza in circa 33 piedi, come Swinburne. Davanti alle molte decorazioni prive di gusto gli tornò in mente l’arredo saccheggiato da Verre, il dipinto della battaglia di Agatocle e i ritratti dei re. Ne uscì questa immagine (traduzione dal tedesco):
«…ma ora vi trovai una civetta, una matrona imbellettata, là dove speravo di trovare una bella ragazza, capace di avvincere non meno con le sue grazie naturali che col suo gusto.»
All’ingresso, aggiunge, stavano due colonne avvolte di fogliami, misere accanto alla semplicità delle antiche. Annota poi che Santa Lucia aveva preso il posto di Diana come patrona, e che i patrioti siracusani auguravano ad alta voce il ritorno della dea, con i frati pronti a vendere l’assoluzione. In una nota però si corregge: forse ciò che resta si è conservato grazie all’adattamento a chiesa. Le due tesi che percorrono la letteratura sul Duomo, profanazione e salvezza per inglobamento, stanno così nello stesso testo.Dominique Vivant Denon fu in Sicilia nel 1778 con la spedizione di Saint-Non; il suo Voyage en Sicile (Parigi 1788) si cita in traduzione italiana dalla versione inglese del 1789. Giudica la conversione un cambiamento che ha «grandemente sfigurato» l’edificio, nota le due colonne interne più alte delle esterne e d’un solo blocco, e sostiene che il lato occidentale fu demolito per il prospetto. Poi si pone una domanda teorica:
«È difficile stabilire se abbiamo motivo di rammaricarci che questo tempio sia stato guastato dalla conversione in chiesa; si può infatti osservare che, se l’edificio antico è sfigurato dalla fabbrica moderna, tutto lascia credere che senza questa metamorfosi non ne resterebbe quasi un frammento: si veda il tempio di Diana, poco distante, così demolito che, senza ricerche minuziosissime, si potrebbe ben dubitare che sia mai esistito.»

Dove le testimonianze divergono

  • Numero delle colonne. Riedesel e Münter ne contano 34; lo schema di Houël, con sei colonne sui lati brevi e quattordici su quelli lunghi, ne dà invece 36 contando una sola volta gli angoli; Augustus Hare nel 1891 ne vede quattordici sui fianchi; Ferdinand Gregorovius ne vede 22 nel peristilio, tredici a settentrione e nove a meridione, e ne ricostruisce 36. I conteggi devono distinguere le colonne originarie da quelle allora visibili e precisare se comprendono le quattro colonne interne del pronao e dell’opistodomo; resta divergente Denon, che assegna quindici colonne al lato lungo.
  • Chi trasformò il tempio in chiesa. Denon nomina «Agio», decimo vescovo di Siracusa; anche Houël indica il decimo vescovo, con un nome che le stampe settecentesche non restituiscono in forma sicura; Münter sposta tutto al XII secolo, genericamente all’arcivescovo del tempo. Soltanto Hare fa il nome di Zosimo, appoggiandosi all’iscrizione greca del fonte battesimale.
  • I crolli e il fronte occidentale. Houël colloca nel 1100 il crollo della volta, a Pasqua durante la messa, con i fedeli schiacciati e i soli celebranti salvi: tradizione risalente a Mirabella, che ricorre in Münter e in Hare. Münter distingue quel crollo parziale dalla caduta del resto nel terremoto del 1542, a cui Houël attribuisce l’abbattimento del campanile e Denon la perdita della copertura; sul fronte occidentale scomparso, Swinburne e Hare parlano di terremoti, Denon di una demolizione voluta per la facciata.

Il processo alla facciata

Il bersaglio comune dei giudizi negativi è il prospetto di Palma, misurato sul metro neoclassico dell’antico. Richard Colt Hoare, a Siracusa per sei giorni fra il 1789 e il 1791 (A Classical Tour through Italy and Sicily, 1819), vede la semplicità dorica sepolta sotto gli ornamenti dell’architettura siciliana, ma conclude (traduzione dall’inglese): «si può contemplarlo con piacere, e l’occhio distingue facilmente i caratteri originali dalle aggiunte posteriori». Da lui viene anche un dato che gli altri ignorano: le colonne erano imbiancate a calce.Johann Gottfried Seume, arrivato a piedi il 1° aprile 1802, è il più tagliente e il più equanime (Spaziergang nach Syrakus im Jahre 1802; traduzione dal tedesco): «Minerva ha dovuto cedere il posto, nel suo tempio, a santa Lucilia. […] Il frontespizio, nello stile nuovo, è bello e grande, ma accanto all’antica semplicità greca non regge il confronto». Dentro e fuori, aggiunge, restava visibile solo il colonnato greco. Dalla stessa pagina viene un particolare di vita capitolare: un castrato del coro, pagato sessanta piastre l’anno, fu suo commensale all’osteria.William Henry Smyth, idrografo della Royal Navy, condensa la vicenda in una formula di lunga fortuna (Memoir descriptive… of Sicily, 1824; traduzione dall’inglese): «gli intercolunni sono stati murati, è stata aggiunta una facciata sovraccarica, ed è ora divenuto la cattedrale, essendo così stato luogo di culto pubblico per oltre duemilacinquecento anni». La cifra è un’approssimazione retorica: il tempio dorico risale al V secolo a.C.

Gregorovius, Renan e il capovolgimento del giudizio

Gregorovius visitò Siracusa nel 1853 e pubblicò Siciliana nel 1861 (qui dalla versione inglese di Annie Hamilton, 1914, in traduzione italiana): le più belle rovine della Siracusa antica sono per lui quelle del tempio di Minerva, e «la cattedrale, che è costruita dentro di esso, lo ha salvato dalla distruzione»; le ventidue colonne del peristilio, «oggi purtroppo incorporate nei muri di una chiesa ammuffita», fanno ancora una profonda impressione.Il rovesciamento arriva con Ernest Renan, a Siracusa nell’aprile 1875 («Vingt jours en Sicile», nei Mélanges d’histoire et de voyages, 1878). Renan confronta il caso con il Partenone e con Afrodisiade di Caria, e conclude che Siracusa non rientra in nessuno dei due schemi (traduzione dal francese):
«Quale tempio sapientemente restaurato vale questa cattedrale costruita dentro un tempio dorico delle più nobili proporzioni? […] Non conosco altro esempio di questo genere di appropriazione cristiana. […] Qui il muro è stato fatto sul colonnato stesso. L’architrave è conservata; in certi punti i triglifi fanno merlatura sull’architrave. Ho visto pochi effetti d’un pittoresco così compiuto.»
La pagina vale anche come documento: attorno a Renan si formulava il voto di costruire al vescovo una nuova cattedrale e liberare il tempio; lui rispondeva agli archeologi zelanti che «il tempio si vede benissimo com’è, e il vuoto stesso della cattedrale con le sue tre navate fa risaltare la grandezza dell’edificio antico» (traduzione dal francese). Il dibattito fra isolamento e conservazione della stratificazione è così attestato sul posto almeno dal 1875. Hare lo riprodusse in francese nelle sue Cities of southern Italy and Sicily (1891), dove la chiesa è la «Cathedral of S. Maria delle Colonne».

I silenzi

Tre nomi illustri vanno tenuti fuori dall’elenco dei viaggiatori del Duomo. Johann Wolfgang Goethe non venne mai a Siracusa e motiva la rinuncia nell’Italienische Reise, lettera da Girgenti del 27 aprile 1787 (traduzione dal tedesco): «rinunciammo a Siracusa, non ignorando che di quella splendida città non è rimasto molto più del nome magnifico». Guy de Maupassant, in Sicilia nel 1885, in «La Sicile» (La Vie errante, 1890) non nomina la cattedrale né le colonne doriche, e dedica il capitolo siracusano alla Venere Landolina. Alexandre Dumas padre cita «la cathédrale de Syracuse» una sola volta nel Speronare (1842), in una novella incastonata.In poco più di un secolo lo stesso edificio passa dall’«operazione barbara» di Riedesel al «pittoresco così compiuto» di Renan; nel mezzo Denon e Bartels formulano la tesi destinata a prevalere: il tempio è arrivato a noi grazie alla chiesa che lo ha inghiottito.

Il Duomo nell’arte e nella letteratura

La fortuna figurativa della cattedrale è obliqua, e la ragione sta nel titolo che i cataloghi le hanno dato per quasi due secoli: stampe e fotografie ottocentesche la registrano di regola come «Tempio di Minerva», raramente come chiesa, perché il pubblico del Grand Tour comprava antichità greche. Ne è derivato un repertorio sbilanciato, fittissimo sul colonnato inglobato e avaro sulla facciata.

Le immagini mancanti del Duomo normanno

Nessun ritratto della facciata medievale, caduta con il terremoto del 1693, risulta individuato con autore e collocazione verificabili. Documentate sono invece le vedute d’insieme di Ortigia. La più preziosa è la pianta delle fortificazioni riprodotta da Enrico Mauceri in Siracusa e la valle dell’Anapo (1909): nel margine corre un profilo della città vista dal mare, cioè lo skyline dell’isola nell’anno stesso del terremoto, e la firma vi si legge come «Delineato da Pomp. Pich. l’an 1693», il che riporterebbe la carta a Pompeo Picherali: lettura probabile, da confermare su un originale non identificato. Restano non verificate anche le tavole di Vincenzo Mirabella (1613), la lacuna più grave, perché Mirabella misurò il tempio prima del sisma.

Il repertorio inciso

Il monumento entra nel repertorio visivo europeo pochi anni dopo il compimento del prospetto (1728-1753): le vedute settecentesche documentano quindi la facciata nuova. Il nucleo più antico sta al Rijksmuseum: tre fogli del 1778 dall’album Voyage en Italie, en Sicile et à Malte, una veduta del fianco di Abraham-Louis-Rodolphe Ducros e due piante di Louis Mayer, la seconda delle quali porta iscritta a mano la dicitura «Pianta del Tempio di Minerva in Siracusa oggi il Duomo», con la scala in canne siciliane: un titolo che registra in una riga la doppia natura dell’edificio.Nel terzo tomo del Voyage pittoresque des isles de Sicile, de Malte et de Lipari di Jean-Pierre Houël la tavola CXCV è la più antica veduta della piazza individuata con certezza di autore e di data: vi è fissata l’uscita delle confraternite dello Spirito Santo e di San Filippo nell’ottava del Corpus Domini del 1777. Houël dichiara di avervi rappresentato il portale della cattedrale e il palazzo del Vescovo «per far conoscere il gusto dell’architettura oggi regnante in questo paese» (traduzione dal francese). Il disegno originale del fianco è al Musée du Louvre.Dell’Ottocento contano due imprese. La prima è l’acquatinta «à la poupée» in grigio e blu «Vue de la Cathedrale de Syracuse, ancien temple de Minerve», incisa da Franz Hegi su disegno di Louis-François Cassas (Rijksmuseum, databile fra 1812 e 1850), la maggiore stampa d’autore dedicata al fianco della chiesa. La seconda è il corpus grafico del duca di Serradifalco (Le antichità della Sicilia esposte ed illustrate, IV, 1840), quattro tavole litografate su disegno di Francesco Saverio Cavallari, fra cui la veduta del fianco settentrionale e una «Ristaurazione del tempio di Minerva» che è una restituzione ipotetica, da presentare come tale.

La lacuna della pittura

Nei repertori consultati non risulta censito alcun dipinto storico del Duomo o della piazza in una collezione pubblica, e la Galleria Regionale di Palazzo Bellomo resta una pista non battuta. L’acquerello Duomo of Syracuse, Formerly a Temple of Minerva, in commercio a nome di William Leighton Leitch (1804-1883), è privo di data e di collezione dichiarata.

La fotografia

Nella fotografia di veduta la cattedrale entra subito dopo la metà dell’Ottocento, quasi sempre sotto il nome del tempio: la stereoscopia all’albumina di Jean Andrieu, numero 1366; la stampa di Giorgio Sommer con la didascalia tedesca «Dom Santa Maria delle Colonne in Syrakus auf Sizilien»; il numero 0782 del catalogo di Giovanni Crupi, fra il 1882 e il 1899. La campagna meglio documentata è quella delle Edizioni Brogi, che illustra quasi per intero il volume di Mauceri: la facciata di tre quarti da nord-ovest, con il fianco dorico che fugge in profondità, e la veduta d’assieme della piazza.Del Novecento restano la diapositiva della facciata scattata da Leo Wehrli nel 1927, i sei negativi di Rudolf Zinggeler del 1930 e la fotografia dell’esercito statunitense del luglio 1943, con una didascalia da citare per quello che è, propaganda contemporanea all’evento (traduzione dall’inglese): «Un bombardamento accurato ha risparmiato questa cattedrale a Siracusa». Per la fotografia d’autore contemporanea manca documentazione affidabile: nessuna campagna sul Duomo è attribuibile con una scheda editoriale o museale a Ferdinando Scianna, Mimmo Jodice, Gabriele Basilico o Josef Koudelka.

Piazza Duomo come set

La banca dati nazionale Italy for Movies censisce piazza Duomo come location cinematografica, descrivendola «barocca e di forma semiellittica», e vi associa un solo titolo, Malèna. Giuseppe Tornatore vi ambientò nel 2000 la città immaginaria di Castelcutò, e la scheda ne spiega la scelta: la «forma allungata fornisce una passerella ideale per le passeggiate della bellissima protagonista tra gli sguardi lascivi dei paesani».Il secondo caso tocca il monumento più da vicino. Fra il 28 giugno e il 3 luglio 2023 la piazza ha ospitato le riprese della serie Il Gattopardo prodotta per Netflix, e la scheda di produzione descrive l’intervento senza eufemismi: «Donnafugata rinasce nella piazza Duomo di Ortigia, l’isola che costituisce la parte più antica di Siracusa, completamente stravolta da interventi scenografici, con terra battuta stesa sul pavimento stradale». Le cronache aggiungono che la facciata sarebbe stata occultata da grandi pannelli, particolare che manca nella scheda e nell’articolo sul primo ciak; sull’anno le fonti divergono, perché la scheda data la serie al 2024 e l’uscita su Netflix è del 2025.Il terzo caso chiude un percorso lungo più di due secoli: dal 7 all’11 ottobre 2025 Lars Jessen ha girato a Ortigia Spaziergang nach Syrakus, con piazza Duomo fra i luoghi insieme a piazza Minerva e al lungomare presso il Castello Maniace. Il film, ispirato liberamente al racconto di Friedrich Christian Delius Der Spaziergang von Rostock nach Syrakus (1995), ha avuto la prima mondiale il 28 giugno 2026 al Filmfest München ed è uscito nelle sale tedesche il 20 agosto 2026.Una precisazione, perché l’errore è diffuso: in Indiana Jones e il quadrante del destino (2023) la piazza del Duomo che si vede sullo schermo appartiene a Cefalù, mentre a Siracusa fu usato l’Orecchio di Dionisio; la correzione poggia però su repertori di location non istituzionali. Analogamente, dei ventiquattro titoli della categoria «Film girati a Siracusa» quasi tutti riguardano altri luoghi del comune.

Le pagine letterarie e i giudizi sulla facciata

La coda novecentesca del processo al prospetto formula per esteso il programma che l’Ottocento aveva soltanto evocato. Douglas Sladen, in In Sicily 1896-1898-1900 (1901, vol. I, pp. 309-310), scrive (traduzione dall’inglese):
«La cattedrale sfugge a stento all’essere una mostruosità, ma la sua facciata riesce a essere solida anziché orrenda […]. Se venisse un’età della ragione in cui si abbattessero la facciata, i merli e le altre aggiunte, e si tamponassero gli archi tagliati nei muri della cella, si scoprirebbe che Siracusa possiede un tempio greco molto più antico e molto più completo del Partenone stesso.»
Sladen chiama «rinascimentale» un prospetto compiuto nel 1753, errore da segnalare a chi lo citi. Del giudizio contemporaneo circola invece la formula di Paolo Rumiz, «il fantastico duomo, cresciuto dentro le colonne doriche di un tempio a Minerva», riportata senza opera né pagina: il contesto rimanda ad Annibale. Un viaggio (2008), ma il riscontro manca. Augustus Hare, nel 1891, davanti al chiacchiericcio sul sagrato ricordava Prassinoa e Gorgò, le «comari siracusane» di Teocrito.La presenza letteraria più consistente è quella di Elio Vittorini, nato a Siracusa nel 1908, il cui primo romanzo, Il garofano rosso, è ambientato in città: uscì a puntate su «Solaria» fra il 1933 e il 1936, fu colpito dalla censura fascista e arrivò in volume nel 1948. Il Parco Letterario a lui intitolato, aperto il 16 marzo 2003, comprende nel suo «Viaggio Sentimentale» piazza Duomo, il Tempio di Apollo, il liceo classico Gargallo e la chiesa di San Paolo. Allo scrittore la pubblicistica locale attribuisce per la piazza l’immagine del «pozzo di luce», che nella sua opera non è stata individuata: la pagina che la diffonde è in inglese e scrive «a pool of light», sicché l’italiano circolante è una retroversione non dichiarata.Un secondo incrocio con la sua città riguarda la fotografia. La settima edizione di Conversazione in Sicilia, uscita da Bompiani il 10 dicembre 1953, era illustrata con centottantotto fotografie, centosessantanove delle quali di Luigi Crocenzi, e la controversia sulla paternità delle immagini resta un episodio centrale della cultura fotografica italiana del dopoguerra. Che una di quelle fotografie, o una delle sedici illustrazioni disegnate da Renato Guttuso per lo stesso romanzo fra il 1941 e il 1943, ritragga il Duomo resta da verificare.Chiude il quadro la linea tedesca. Johann Gottfried Seume fece di Siracusa la meta dichiarata dello Spaziergang nach Syrakus im Jahre 1802 e ne trasse un giudizio severo; su quella lettura Friedrich Christian Delius costruì nel 1995 il racconto tradotto da Sellerio nel 1998 come La passeggiata da Rostock a Siracusa, da cui è venuto il film girato in piazza nel 2025.

Il Duomo nella vita della città

La cultura popolare depositata su questo edificio è quasi per intero cultura di santa Lucia: chi cerca proverbi riferiti al Duomo come monumento trova pochissimo, chi lo cerca dentro il lessico e il calendario del culto luciano trova moltissimo. Il rischio opposto è la retrodatazione: la pubblicistica locale presenta come antichissime usanze di cui si conosce soltanto la forma odierna.

I nomi dei parlanti

Nel lessico siracusano dell’Ottocento la cattedrale ha un nome proprio: Matrici, la chiesa madre. Sebastiano Macaluso Storaci, nel Saggio di nomenclatura siciliana-italiana (Siracusa 1872, seconda edizione riveduta, quindi con attestazione forse anteriore), allinea «Matrici» a «Duomo, Cattedrale» e «Chianu di la matrici» a «Piazza del Duomo»; le grafie oggi correnti, a Matrici e u chianu dâ Matrici, sono normalizzazioni moderne di quelle forme. Giuseppe Biundi nel 1851 dà matrici come sinonimo siciliano di duomo e a chiànu il solo senso generico di spiazzo: la specializzazione siracusana coincide con il Piano del Duomo degli atti sei-settecenteschi. Nessun soprannome scherzoso o polemico è emerso dalle fonti; «il salotto», oggi frequentissimo, è formula recente della stampa locale.

Modi di dire e lessico della festa

Il modo di dire più notevole è «Quannu a Santa Lucia s’arrubbaru ci ficinu ‘i porti ‘i ferru», che Sebastiano Rizza traduce «dopo che il corpo fu sottratto, provvidero a erigere le porte di ferro»: i rimedi arrivano quando ormai è tardi. La sottrazione da cui nasce riguarda il corpo della Santa nella tomba fuori le mura, e l’aggancio alla cattedrale, corrente nella pubblicistica, manca di appoggio nella fonte. Nei Proverbi siciliani Giuseppe Pitrè etichetta come siracusana la variante locale di «tutte le strade portano a Roma», «Ogni vanedda spèrcia a la chiazza»: l’identificazione con piazza Duomo è tentante, ma Pitrè tace su quale piazza intenda.Il vocabolario del rito, raccolto in gran parte da Rizza nel 1984, è tuttora in uso:
  • a triricina, i tredici giorni di preparazione, e u mastru ‘i Santa, il maestro di cappella che apre la nicchia;
  • u campanellaru, che con la campanella regola marcia e soste;
  • frazzolu, ciascuna delle travi flessibili su cui si porta la vara, e ciliari, i portatori dei ceri, gli unici retribuiti;
  • pari ca balla, l’andatura da passo di danza impressa al simulacro;
  • zippari, il passo che in via della Maestranza si fa pesantissimo.
Il diminutivo Santa Luciuzza è attestato da Pitrè nel 1900 fra i fedeli che dentro la cattedrale attendono le reliquie «di Santa Luciuzza, come la chiamano».

«Sarausana jè» e la questione dell’antichità

Il grido che scandisce i momenti forti della festa di dicembre, dall’apertura della nicchia al rientro del simulacro, è «Sarausana jè», cioè «è siracusana». La prima attestazione reperita è l’articolo di Rizza La Santa di Siracusa, su La Sicilia del 13 dicembre 1984, che lo chiama «l’antico grido». La demologia di un secolo prima documenta però un’altra formula: Pitrè nel 1900 registra un botta e risposta oggi non più udibile, «Saragusani, aviti ancora vuci?», cui la folla rispondeva «Viva Santa Lucia!». Nessuna fonte attesta «Sarausana jè» prima del 1984: la sua antichità resta indimostrata. Rizza annota la circostanza più impressionante: alla sosta davanti al carcere il grido si leva dall’interno, da dietro le inferriate.

Diritti consuetudinari

Attorno alla cattedrale si è stratificato un diritto consuetudinario che stabilisce chi abbia titolo ad aprire, portare e suonare. Pietro Della Valle, a Siracusa nel dicembre 1625, scrive che il simulacro si conserva «in una cappella ben guardata e serrata con molte chiavi»; oggi le chiavi sono cinque, custodite da cinque deputati che il 9 dicembre le consegnano al maestro di cappella. Una custodia distribuita fra più mani, a quattro secoli di distanza, è la forma materiale di una proprietà condivisa. Il privilegio di guidare la vara con la campanella si otteneva invece all’incanto, e Pitrè annota che veniva «aggiudicata, è la frase legale in proposito».Il trasporto del fercolo passò nel 1740 dai bottai ai falegnami e fu poi esteso a chiunque ne facesse domanda scritta, affermando l’appartenenza della patrona a tutta la cittadinanza; i portatori non sono retribuiti. Rizza descrive il sorteggio di due gruppi di quarantotto portatori e l’elezione dei due campanellai, quello di dicembre fra gli anziani e quello di maggio fra i giovani; le fonti recenti spostano il sorteggio a ottobre, con 192 nomi per il 13 dicembre e per l’ottava insieme, e nel 2025 la Deputazione ha istituito un Albo dei Portatori, condizione per indossare il berretto verde. Dal terremoto di Carlentini, che colpì la Sicilia orientale all’una e ventiquattro del 13 dicembre 1990 senza fermare la festa, nasce l’uso per cui i vigili del fuoco, che quell’anno portarono il simulacro, danno il cambio ai portatori il 20 dicembre in corso Gelone.

La piazza come teatro e come luogo del potere

Prima del terremoto del 1693 lo spiazzo era già campo di giostra: Della Valle, testimone oculare nel dicembre 1625, racconta che all’uscita del simulacro un uomo scese a volo su una corda dalla cima del campanile fino in mezzo alla piazza, e che il 15 dodici cavalieri mascherati vi corsero al Saracino e all’anello. Il Senato cittadino aveva deliberato per la solennità del 13 otto giorni di festino con «pubblici spettacoli, fiera e mercato, e sollazzi, e popolari tripudi», e destinava alla Cappella di Santa Lucia i proventi degli spettacoli allestiti nel palazzo comunale: la festa patronale era anche un appuntamento economico fissato dal potere civile, di cui la Carrozza del Senato è il relitto. Del rito serale resta la descrizione che Pitrè fa nel 1900 di ‘a catina, poi scomparsa: una banda muoveva dalla piazza preceduta da una fila di facchini legati per le braccia, e il chiasso cessava quando, tornata la comitiva, si sentiva la campana della cattedrale.Lo stesso spazio è stato teatro del potere e della violenza. Durante la rivolta del colera del 18 luglio 1837 la folla fece portare gli oggetti sospetti di veneficio «con religiosa scrupolosità» nel luogo del tesoro di Santa Lucia, dove restarono sotto chiave in attesa della perizia: mentre l’autorità si dissolveva, la città si scelse come cassaforte il punto più sorvegliato del Duomo. Il 18 agosto, nel piano del Duomo, fu eretto il patibolo per l’avvocato Mario Adorno, per il figlio Carmelo e per Concetto Lanza; alcune ricostruzioni locali vi collocano anche il linciaggio del cosmoramista Giuseppe Schwentzer, che Emmanuele De Benedictis non localizza. Lo stesso autore ricorda che nel piano del Duomo si parlava di politica, e che nel 1860 vi furono schierate truppe e cannoni per una notte intera.

Credenze

La credenza più tenace riguarda il volto del simulacro, che secondo il popolo impallidisce presso la colonna sormontata dalla croce indicata dalla tradizione come luogo del martirio. La registrano tre voci nell’arco di un secolo: Pitrè nel 1900, con distacco; Enrico Mauceri nel 1941, «immaginazione simpatica di fantasia popolare»; Rizza nel 1984, che riferisce di una vecchietta la quale, alla festa del 1983, poco prima che i mortaretti ferissero alcune persone, disse «Santa Lucia, stasira nun mi piaci». Alla cattedrale è ambientata la sola leggenda popolare che vi si svolga dentro: durante una carestia il popolo pregava in Duomo quando entrò una quaglia con una spiga nel becco, ad annunciare l’arrivo di una nave carica di frumento, racconto che spiega il lancio dei volatili della festa di maggio. Altre credenze attribuite al Duomo appartengono ad altri luoghi: il prodigio della sudorazione del 1735 riguarda la statua di Gregorio Tedeschi alla Borgata, e l’immaginazione popolare ha collocato la casa natale della Santa in via Cavour. Che l’appartenenza luciana fosse anche appartenenza di parte lo suggerisce Pitrè, che racconta di un fidanzamento rotto perché la futura suocera, devota della Santa, strappò dal capezzale del promesso sposo un’immagine dello Spirito Santo; l’aneddoto riguarda un caso singolo, e l’estensione all’intera città resta interpretazione.

Percezione odierna

Oggi la piazza è il calendario civile di Siracusa: vi si tengono la festa di fine anno, l’accensione dell’albero di Natale, la Befana dei vigili del fuoco, la cerimonia del 2 giugno. La sera del 12 dicembre, dopo i vespri e l’omaggio dei sindaci della diocesi, gli studenti dell’istituto alberghiero vi distribuiscono la cuccìa, almeno dal 2022; l’Immacolata dell’8 dicembre fa sostare il proprio fercolo al centro della piazza, rivolto verso la facciata. In cattedrale la città celebra anche i lutti collettivi, come il funerale di Enzo Maiorca nel 2016, e per gli emigrati in Italia settentrionale, in Argentina e negli Stati Uniti la festa di dicembre è l’occasione del ritorno annuale. Sul versante ordinario la piazza resta contesa, formalmente interdetta ai veicoli e di fatto percorsa, usata insieme come sagrato, salotto e set fotografico.

La cattedrale nelle fonti erudite

Fra il 1520 e il 1883 la cattedrale è descritta da una catena di eruditi che si leggevano e si correggevano a vicenda: ognuno riprende il precedente, ne smonta un dettaglio e ne consolida dieci. Ogni notizia che viene di lì va datata due volte, alla data del fatto e alla data della fonte. Il loro valore documentario cresce per il fatto che l’edificio descritto in larga parte è scomparso nel terremoto del 1693.

Scobar e Fazello

La catena comincia con Lucio Cristoforo Scobar, canonico siracusano, il cui De rebus praeclaris Syracusanis (Venezia 1520) attinse a un manoscritto oggi perduto detto Archetipo: da lui discendono quel poco che si sa dell’arredo medievale e il catalogo dei vescovi che apre con san Marciano. Del libro non risulta una digitalizzazione libera: si legge attraverso chi l’ha citato.Una descrizione cinquecentesca a stampa si trova nel De rebus Siculis decades duae di Tommaso Fazello, Palermo 1558, che attribuisce alla voce cittadina l’identificazione fra tempio antico e cattedrale: «Templum hoc, illud esse Syracusani praedicant, quod maximum Syracusis est hodie, et Praesulis sedes», i Siracusani affermano che questo tempio è il più grande della città ed è sede del vescovo (traduzione dal latino). Ne conta tredici colonne per fianco. Dalla stessa pagina nascono due equivoci duraturi: lo scudo di Minerva detto di bronzo fuso e dorato, particolari che Ateneo nei Deipnosofisti non riporta, e le porte, dove volto della Gorgone e capo di Medusa figurano come immagini distinte.

Vincenzo Mirabella e il rilievo del 1613

Il testo capitale è quello di Vincenzo Mirabella e Alagona (1570-1624), le Dichiarazioni della pianta dell’antiche Siracuse, Napoli 1613. Procuratore della Cattedrale nel 1608, conosceva l’edificio dall’interno, e la sua novità è il metodo: dichiara di misurare la fabbrica e di ricavarne pianta e alzato «con la misura Siciliana di canna, e palmi», classifica il tempio secondo Vitruvio come periptero, e conta venti scanalature «e non di 24, conforme è la mente di Vitruvio». Dà il fusto delle colonne a 31 palmi, il diametro a 7 palmi e mezzo, la lunghezza complessiva a 27 canne: convertite in metri, le sue misure d’insieme si avvicinano ai circa 55 per 22 m dello stilobate rilevato dall’archeologia moderna, risultato notevole per un lavoro del 1612.Il passo più prezioso descrive l’adattamento cristiano ancora visibile a occhio nudo:
«quella parte che adesso noi chiamiamo Nave, o corpo di Tempio, era serrata […]; ma adesso dette ale son serrate fra colonna e colonna di fabrica, e la Nave è aperta, reggendosi sopra pilastri, i quali si ritagliarono dall’istessa fabrica antica.»
È l’inversione strutturale poi confermata dall’archeologia, descritta da Mirabella sulla struttura ancora riconoscibile ai suoi tempi. Da Mirabella vengono anche il titolo corrente della chiesa, «Santa Maria del Piliero», e la data del terremoto che abbatté il campanile, stampata al 20 dicembre 1542 mentre la sismologia storica indica il 10. Di suo restano due tradizioni prive di verifica: l’«equinozio» del tempio, su cui si tiene sul «parmi aver letto», e la cristianizzazione per opera del vescovo Euscio a spese di «Belisario Capitano dell’Imperador Costantino», dove il patrizio siracusano della tradizione locale diventa un generale imperiale sotto l’imperatore sbagliato.

Giacomo Bonanni e la critica del 1624

Undici anni dopo Giacomo Bonanni e Colonna, duca di Montalbano, pubblica a Messina Dell’antica Siracusa illustrata, e consolida la fortuna di Mirabella riconoscendone il primato: «Sarei soverchio a recarne la descrizione, poiché con singolar diligenza è stata fatta da Don Vincenzo Mirabella». Da lì in avanti il libro è una critica sistematica. Bonanni pone per primo il problema dell’orientamento dell’ingresso e ne ricava la continuità della piazza davanti alla fronte. Soprattutto demolisce la torre con lo scudo:
«io non veggo farsi memoria di torre, di scudo di rame et indorato, se non di semplice scudo su ‘l Tempio. A che proposito fabricare una torre su ‘l Tempio contra le regole dell’Architettura, non per altro se non per imporvi uno Scudo?»
E individua l’origine dell’errore: «Il Mirabella s’indusse a scrivere che lo scudo fusse di rame et indorato dalla relatione che gli prestò il Fazello, però senza fondamento». La verifica moderna del testo di Ateneo gli ha dato ragione contro entrambi. Sulle porte gli rinfaccia che Gorgone e Medusa sono la medesima cosa, con una stoccata sulla «soverchieria e poca diligenza del Fazello nello scrivere». Bonanni adotta inoltre, da un’edizione di Cicerone commentata da Paolo Manuzio, la lezione delle aste di frassino al posto delle «aste di gramigna», lezione che nell’Ottocento Capodieci e Serradifalco rifiuteranno.

Pirri e i due Gaetani

Rocco Pirri (1577-1651), abate di Noto e regio storiografo, dedicò alla Chiesa siracusana la Notitia Ecclesiae Syracusanae della sua Sicilia sacra, apparsa fra il 1630 e il 1633 e riedita nel 1733 da Antonino Mongitore e Vito Maria Amico. La sezione siracusana del primo tomo dell’edizione 1733, alle pp. 598-690, è disponibile nella digitalizzazione pubblica di Google Books e consente di confrontare direttamente il testo con le citazioni degli studi moderni. Il suo contributo decisivo riguarda l’arredo medievale: dopo il 1576 il vescovo Gilberto Isfar rimosse la cattedra musiva di Riccardo Palmer e le transenne marmoree «ad laxanda Cathedralis Templi spatia», per allargare gli spazi della cattedrale (traduzione dal latino), mentre Giovanni Castellano Orosco ricollocò il coro dei canonici nella tribuna. La chiesa che il sisma del 1693 avrebbe colpito aveva dunque già perduto da un secolo il coro avanzato nella navata e le transenne mosaicate. La sorte della cattedra richiede maggiore cautela: la supplica di Nicolò Danieli del 1641 documenta ancora una sedia musiva, forse trasferita o riconfigurata dopo gli interventi cinquecenteschi, che Francesco D’Elia stava allora alterando. Nella Sicilia sacra, nell’edizione accresciuta del 1733, si trovano la doppia intitolazione alla Vergine e a santa Lucia, la tribuna profonda di Francesco D’Elia e Giovanni Antonio Capobianco al posto dell’abside medievale, e la Cappella del Crocifisso in luogo di quella meridionale.Due Gaetani vanno distinti. Ottavio (1566-1620), gesuita e agiografo, nella Isagoge ad historiam sacram Siculam uscita postuma nel 1707 lascia la testimonianza decisiva sul grande cratere marmoreo con iscrizione greca oggi usato come fonte battesimale: apprese dagli anziani che il vaso veniva dalla chiesa di San Giovanni fuori le mura, che un capitano spagnolo di nome Zuñiga lo aveva portato al Castello Maniace e che vi giaceva «sine honore», senza onore. Entrò in cattedrale solo nel 1697. Cesare Gaetani e Gaetani, conte della Torre (1718-1805), della stessa famiglia e Custode del Fonte Aretusa, nella Dissertazione istorica del 1748 colloca l’erezione della chiesa mariana dentro il tempio «circa l’anno 200 di nostra salute», per opera di «Belisario Patrizio Siracusano» e del vescovo Euxio: opera apologetica, scritta per difendere l’origine petrina della Chiesa siracusana, e come tale va usata. La sua fonte più ricca resta inedita, gli Annali di Siracusa dal 1085 al 1800 conservati manoscritti alla Biblioteca Alagoniana.

Capodieci e il passaggio all’archeologia

Giuseppe Maria Capodieci riepiloga e corregge tutta la tradizione precedente negli Antichi monumenti di Siracusa, usciti nel 1813 e in edizione accresciuta nel 1816, con paginazione diversa fra le due tirature. Il capitolo settimo, «Tempio di Minerva, oggi il Duomo», è anche un regolamento di conti con Giuseppe Logoteta e con il principe di Biscari: l’edificio sta «verso il fine» di Ortigia; gli archi aperti nei muri della cella sono otto e non quattro; quel che Mirabella prese per uno zoccolo delle colonne è l’ultimo gradino della gradinata esterna, tagliato quando il tempio fu ridotto a uso sacro. Conta ventiquattro colonne superstiti nel 1815 e data al 1542 il muro di rinforzo del fianco, su prova epigrafica in situ, «come rilevasi dall’iscrizione, incisa in pietra, ivi apposta», contro Logoteta che lo credeva posteriore al 1693: la correzione è oggi acquisita, mentre l’iscrizione non è stata più ritrovata. Suo è anche il primo catalogo cronologico dei lavori, anno per anno dal 1100 al 1811.Capodieci è prezioso anche per ciò che rifiuta. Della fase islamica scrive che «si dubita se i medesimi si fossero serviti per loro Moschea del detto Tempio di Minerva, o pure della Chiesa di S. Giovanni fuori le mura», e chi oggi afferma senza riserve che il tempio fu moschea irrigidisce in certezza una notizia che nel 1813 l’erudizione locale dava per dubbia e sospesa fra due edifici. Dell’«equinozio» ricostruisce la catena, dall’attribuzione ad Archimede avanzata «senza alcun fondamento» dal Cimarelli fino alle osservazioni del 1766, e la demolisce: «il silenzio però degli antichi Scrittori, e specialmente di Cicerone ce ne fa dubitare». Il battesimo di santa Lucia al fonte della cattedrale è per lui «false narrazioni»; la riduzione del tempio a basilica la assegna a san Zosimo nel settimo secolo. La svolta di metodo arriva con i rilievi di Charles Robert Cockerell, a Siracusa fra il dicembre 1812 e il gennaio 1813, che Capodieci fa propri: le loro misure divergono da quelle di Mirabella quasi su ogni voce.

Serradifalco, Privitera, Cavallari e Holm

Il duca di Serradifalco, Domenico Lo Faso Pietrasanta, dedica al monumento le pagine 116-121 del quarto volume delle Antichità della Sicilia esposte ed illustrate (Palermo 1840). Conta trentasei colonne nel peristilio, ventidue ancora incastrate nelle murature, venti scanalature, e registra che manca la cornice, avvertendo con rara onestà che nella tavola di restituzione cornice, frontone e statua di Minerva clipeata sono aggiunte sue. Data la costruzione fra il 596 e il 495 avanti Cristo, prima dunque del governo di Gelone, e formula una tesi di lunga fortuna:
«Questo tempio fu nel settimo secolo convertito da S. Zosimo in chiesa vescovale; la quale circostanza benché ne abbia molto alterate le forme, è appunto quella a cui dobbiamo la conservazione degli ammirandi ruderi, che tuttavia ne rimangono.»
È la stessa idea che Paolo Orsi esprimerà nel 1927, anticipata di ottantasette anni. I disegni del volume si devono peraltro a Francesco Saverio Cavallari, che firmerà nel 1883 la Topografia archeologica di Siracusa: le due serie di tavole sono la stessa mano a quarant’anni di distanza.Serafino Privitera, sacerdote siracusano, firma l’unico studio ottocentesco dedicato per intero all’edificio, le Illustrazioni su l’antico Tempio di Minerva oggi il Duomo di Siracusa (Catania 1863), cui seguì la Storia di Siracusa antica e moderna (Napoli 1878-1879). Per le Illustrazioni del 1863 non è stata individuata una digitalizzazione liberamente consultabile; il secondo volume della Storia, del 1879, è invece disponibile su Google Books. Le due opere tramandano notizie su frammenti scultorei in parte perduti, lastre marmoree presso il fonte battesimale e dati d’archivio sul simulacro argenteo di santa Lucia. Nella Topografia il suo nome non compare mai.Cavallari (1809-1896), direttore delle Antichità di Sicilia, e lo storico tedesco Adolf Holm (1830-1900) introducono nel 1883 una cautela lessicale significativa: usano anche la formula «creduto tempio di Minerva», perché l’identificazione era allora controversa. Julius Schubring aveva proposto di riconoscere nella cattedrale il tempio di Artemide, data la vicinanza dell’Aretusa; i due autori lo confutano osservando che l’edificio sorge «sul punto più elevato dell’Ortigia», dunque nel luogo adatto a reggere lo scudo che i naviganti perdevano di vista al largo. Nel testo restano al sesto secolo, ma in una nota anteriore Cavallari ragiona sulla qualità della pietra e mette per iscritto l’alternativa che l’archeologia del Novecento confermerà:
«Per ammettere però che il tempio ove oggi esiste il Duomo, sia quello dedicato ad Atena, devesi necessariamente supporre che, all’epoca di Gelone o in quella di poco posteriore, quel tempio fu riedificato totalmente con le proporzioni che oggi osserviamo.»
La contraddizione è interna all’opera e va riportata così com’è. Dalla stessa Topografia viene una notizia poco nota: rifacendo il pavimento della cattedrale nel 1881-1882 si rinvennero frammenti marmorei di età romana, fra cui un bassorilievo di 1,80 m con nove giovinetti, oggi di ubicazione ignota.

Che cosa documentano della chiesa perduta nel 1693

Nel loro insieme queste testimonianze restituiscono l’edificio alla vigilia del sisma:
  • la struttura antica era in piedi e leggibile, con le intercolonne del peristilio tamponate e la cella aperta in arcate ricavate tagliando il muro greco;
  • il titolo corrente era Santa Maria del Piliero, sovrapposto a quello della Natività;
  • il campanile, altissimo, era già caduto nel 1542 e rialzato dopo il fulmine del 1581;
  • l’arredo medievale aveva subito ripetuti smantellamenti dalla seconda metà del Cinquecento, mentre una cattedra musiva è ancora documentata nel 1641;
  • l’abside maggiore aveva ceduto il posto a una tribuna più profonda, quella meridionale alla Cappella del Crocifisso.
Il conteggio delle colonne mostra come vadano maneggiate queste cifre: tredici per fianco a vista in Fazello, quaranta in tutto per Mirabella e Capodieci, trentasei nel peristilio più quattro interne per Serradifalco. Mirabella comprende espressamente nel totale anche le due grandi colonne interne, mentre il suo schema esterno è di sei colonne sui lati brevi e quattordici sui lunghi. La pianta di sei per quattordici colonne comporta trentasei sostegni esterni. Capodieci descrive sei colonne per facciata e dodici intermedie per fianco, uno schema che non restituisce le quaranta da lui dichiarate; la ragione della discrepanza resta da chiarire. Nessuna delle tre va data come numero delle colonne del tempio senza dire da dove viene.

La piazza e il complesso episcopale

La cattedrale si osserva da dentro uno spazio che la precede di molti secoli. Piazza Duomo occupa il punto più alto dell’isola di Ortigia, e la candidatura UNESCO del 2005 la dice l’area più sacra della città.

Il Piano del Duomo

Le attestazioni sei e settecentesche qui raccolte parlano del «Piano del Duomo» o del «Piano della Cattedrale»: la denominazione ricorre nel 1688 per un dialogo in musica della confraternita dello Spirito Santo, nel 1714 per i festeggiamenti dell’acclamazione di Vittorio Amedeo a re di Sicilia, finanziati dal Senato con cento scudi a ciascuna confraternita in gara, e nel capitolato d’appalto della nuova facciata del 18 ottobre 1728. Le attestazioni, raccolte da Mariarita Piccione, mostrano uno spazio usato come palcoscenico cerimoniale.A settentrione confina con Piazza Minerva, che le fonti trattano come spazio distinto; a meridione il limite è via Pompeo Picherali, che scende verso la Fonte Aretusa.

Lo strato greco

Gli edifici che fronteggiano la cattedrale non stanno lì per caso. La candidatura UNESCO, riassumendo gli scavi, li dice costruiti in allineamento con una strada greca arcaica che attraversava l’intera Ortigia, allineamento seguito anche dal palazzo del Senato, dalla residenza secentesca dei vescovi e dal muro del giardino arcivescovile. La strada fu intercettata da Giuseppe Voza davanti al palazzo. Sull’orientamento le fonti divergono: il documento UNESCO la dice diretta da nord a sud, mentre Giulio Amara, in una ricerca sull’Athenaion, la descrive orientata da nord ovest a sud est e risalente verso l’area dell’Apollonion.Più impegnativa è l’ipotesi che l’invaso fosse già uno spazio pubblico in età arcaica. Amara la formula con prudenza, per confronto con Megara Iblea: l’area fra le attuali Piazza Minerva e Piazza Duomo avrebbe costituito «uno snodo centrale della città greca arcaica, uno spazio parzialmente libero dotato di aree sacre e circondato da στοαί». La proposta risale a Paola Pelagatti e a Voza e conta altrettanti oppositori; della prima resta l’immagine più efficace: la più antica agorà sarebbe sorta qui, «quasi un terrazzo ben visibile dal mare».

La formazione del fronte barocco

Il terremoto del 1693 non modificò l’impianto urbano, e fu allora che la piazza assunse l’aspetto definitivo. La sequenza degli edifici copre tre secoli:
  • dal 1618 il Palazzo Arcivescovile del vescovo Juan de Torres Osorio;
  • fra 1629 e 1633, secondo altre fonti 1634, il Palazzo del Senato di Giovanni Vermexio, oggi sede del Comune;
  • fra 1695 e 1703, con datazioni che arrivano al 1707, la ricostruzione di Santa Lucia alla Badia, ampliata e girata verso la piazza: la facciata, prima rivolta su via Picherali, divenne una quinta dell’invaso;
  • fra 1728 e 1753 la nuova facciata della cattedrale;
  • fra 1779 e 1788 la ristrutturazione integrale del Palazzo Beneventano del Bosco, opera di Luciano Alì;
  • nell’Ottocento il Palazzo Arezzo della Targia e l’edificio del Museo, che completano la curvatura del lato occidentale.
La concavità del fronte occidentale, avviata secondo la candidatura UNESCO dal Beneventano del Bosco, comincia cinquant’anni dopo la facciata e si chiude nell’Ottocento: Piazza Duomo è un accumulo, e la facciata ne è l’innesco più che il risultato.

Una facciata misurata sull’occhio di chi guarda

La prova che il prospetto fu concepito come fondale di uno spazio preesistente è documentaria. Il capitolo XVIII del capitolato del 18 ottobre 1728, pubblicato da Enrico Mauceri nel saggio Figura ignota di artista siracusano, prescrive:
«La fabrica collaterale della facciata dalla cantonera che forma l’ala dirimpetto alla Casa Senatoria debba seguirsi collo stesso ordine Corintio […] Dall’altra cantonera poi collaterale al palazzo debba farsi la fabrica corrispondente di quel lato che visibilmente si osserverà dal basso del Piano secondo l’altura superiore alla cima del palazzo.»
Il criterio è dichiaratamente ottico: si costruisce quanto l’occhio dello spettatore in piazza percepisce, regolando l’altezza sul colmo dell’edificio confinante. Il capitolo V chiede inoltre l’«intraguardo alle porte della Chiesa», cioè l’allineamento a cannocchiale delle tre porte esterne e delle tre interne: chi sosta in piazza guarda dentro fino alla cella del tempio greco. Alla stessa logica appartiene una rinuncia segnalata da Stefano Piazza: l’idea di una facciata svettante sopra l’abitato fu abbandonata per una soluzione a due ordini, perché l’opera doveva imporsi «non per la sua altezza ma per la modernità delle sue forme».Anche la continuità visiva fra sagrato e lastricato è recente: fino al 1918 la cattedrale aveva una scalinata chiusa da cancellate, poi sostituita dalla gradinata attuale.

Il lastricato

In Piazza Minerva, al tempo degli scavi di Paolo Orsi, il piano di calpestio era un basolato, più alto dell’asfalto steso nel 1914. Secondo Amara, le pavimentazioni successive sembrano avere abbassato la quota, lasciando scoperta un’assisa dello stereobate che negli anni Dieci era interrata; quella del 2010 sembra rispettare approssimativamente il livello successivo agli scavi di Orsi. Anche il rapporto fra le colonne doriche e il suolo risente dunque della storia delle pavimentazioni.La pavimentazione attuale, in lastre di calcare chiaro locale, è la ragione stessa degli scavi di Voza: i lavori resero necessarie le indagini del 1992-1993 e del 1996-1998, che scoprirono l’oikos arcaico. L’opera rientra fra le misure del programma URBAN per Ortigia; nome del progettista e data di ultimazione restano non documentati.Nelle lastre sono intarsiate linee nere in piombo fuso: secondo la scheda del Comune di Siracusa «la linea che corre parallela al Palazzo Arcivescovile indica il tratto di una strada risalente ad epoca greca», mentre dalla scalinata del Duomo se ne vedono altre, in due rettangoli concentrici: il minore segue il perimetro dell’oikos di fine VIII secolo a.C.; il maggiore, per la stessa fonte, il tempio che lo inglobò nel VII secolo a.C., per altre il tempio ionico incompiuto del VI secolo a.C., le cui fondazioni stanno sotto il Palazzo del Senato. In entrambe le letture la piazza contemporanea cita in superficie ciò che ha risepolto sotto.La candidatura UNESCO attribuisce a Elio Vittorini la definizione della piazza come spianata metafisica, senza indicare l’opera, mentre nella divulgazione locale circola l’immagine del pozzo di luce: entrambe restano attribuzioni da verificare.

Il palazzo dei vescovi

Il complesso episcopale è addossato al fianco meridionale della cattedrale e chiude il lato orientale della piazza, con un solo indirizzo, Piazza Duomo 5, per curia, seminario, biblioteca, archivio e museo. Il palazzo si formò per stratificazione, accresciuto da almeno cinque vescovi di Siracusa fra il 1229 e la metà del Quattrocento. Verso la metà del Cinquecento un ammutinamento della guarnigione spagnola provocò un incendio che distrusse l’archivio e, probabilmente, la biblioteca del vescovo Dalmazio Sandionisio; il 10 dicembre 1542 il terremoto danneggiò gravemente l’edificio. La biblioteca del 1780 è quindi la seconda dei vescovi siracusani.Il volto attuale è opera del cantiere di Torres Osorio, fra il 1614 e il 1618, datato da un’iscrizione nel fregio del primo ordine. Giuseppe Agnello, nello studio sull’edificio apparso in Palladio nel 1952, scrive che «gli archivi non ce ne hanno rivelato il nome» dell’architetto; per via stilistica lo assegnò ad Andrea Vermexio, capostipite della famiglia, ipotizzando che il figlio Giovanni, allora giovanissimo, collaborasse senza dirigere i lavori. Altre fonti attribuiscono l’opera direttamente a Giovanni. Divergente è il giudizio di stile: le schede correnti parlano di tardo barocco tendente al neoclassico, mentre Agnello, davanti alle superfici nude del prospetto, sostiene che senza la data lo si assegnerebbe al Quattrocento.L’11 gennaio 1693 il campanile, crollando, sfondò il palazzo, e i pagamenti per la ricostruzione erano ancora in corso l’11 ottobre 1745, cinquantadue anni dopo. Intorno al 1762 il vescovo Requesens fece erigere nel giardino la Casa degli Esercizi Spirituali e affidò all’ingegnere militare Luigi Alessandro Dumontier la sopraelevazione del palazzo, che Agnello giudica «infelice aggiunzione»; la data del 1751, pure circolante, non trova appoggio nelle fonti. Del nucleo medievale restano ambienti al pianterreno di gusto svevo, fra cui la Cappella Sveva che ospita il tesoro della cattedrale: la diocesi ne accosta le volte a crociera a quelle del Castello Maniace e ipotizza, come congettura dichiarata, periodo e maestranze comuni. Nel 1651 il vescovo Capobianco fece costruire in un cortile le carceri vescovili: per secoli la piazza ha ospitato il tribunale civile e quello ecclesiastico, ciascuno con le proprie prigioni.

Seminario, biblioteca, raccolte

Il seminario fu istituito da Giovanni Orosco de Arzés: le fonti danno il 14 gennaio o il 15 aprile 1566 per la fondazione e il 23 ottobre 1570 per l’apertura solenne, data che la diocesi assume oggi come propria. Restò chiuso dal 1848, con i locali requisiti per la guarnigione borbonica, fino alla riapertura del 1° novembre 1854 voluta da Angelo Robino; intorno al 1912 la demolizione del seminario dei Chierici aprì il campo agli scavi di Orsi in via Minerva.La Biblioteca Alagoniana nasce nel 1780 accanto al seminario. Renzo De Felice, nel Dizionario Biografico degli Italiani, scrive che il vescovo Giovan Battista Alagona «nel 1780 fondò, in buona parte a proprie spese, una ricchissima biblioteca annessa al seminario vescovile», dotandola con atti del 12 maggio 1793 e del 15 aprile 1797, e che attorno ad essa si formò «un importante cenacolo letterario, noto in tutto il Regno». La frequentarono Saverio Landolina e Tommaso Gargallo, e nel Novecento Vittorini, la cui firma ricorre nel registro delle presenze. Il patrimonio supera i settantamila volumi, con una ventina di codici manoscritti e una settantina di incunaboli, cifre che le fonti danno con oscillazioni.Nello stesso complesso nacque il primo museo archeologico di Siracusa. La letteratura corrente ne fissa la fondazione al 1780 per iniziativa di Alagona; Giuseppe Maria Capodieci, che di quella raccolta fu tra i formatori, colloca però nell’autunno del 1810 l’ingresso dei pezzi principali in quello che chiama ancora nel 1813 il «nuovo patrio Museo del Seminario vescovile», distinguendolo dalla «pubblica Libreria del Seminario dei Chierici», attiva almeno dal 1789. Fra quei pezzi c’era la Venere Landolina, rinvenuta il 7 gennaio 1804. La raccolta passò al Comune e allo Stato, con sede nell’edificio ottocentesco del fronte occidentale, oggi Soprintendenza, e solo il 16 gennaio 1988 lasciò Ortigia per Villa Landolina: per quasi due secoli l’archeologia siracusana ha avuto casa a pochi passi dalla cattedrale.Dall’8 luglio 2021 un itinerario permanente collega Cappella Sveva, carceri vescovili e biblioteca, aprendo al pubblico ambienti che la diocesi definiva «luoghi e materiali finora quasi del tutto inesplorati»; la sala di rappresentanza è oggi intitolata a San Zosimo, e le fonti non chiariscono se coincida con il Salone Torres.

La visita

La cattedrale occupa il punto più alto di Ortigia, sul lato orientale di piazza Duomo, con la facciata a ovest e l’abside a est. Sul fianco settentrionale, lungo piazza Minerva, le colonne doriche del tempio si vedono all’aperto e gratuitamente. Il prospetto è tornato interamente a vista nell’aprile 2026, chiuso il cantiere di consolidamento antisismico del PNRR.Sull’indirizzo le fonti si dividono: l’Arcidiocesi di Siracusa scrive Piazza Duomo 5 in tre pagine distinte, il Comune indica Piazza Duomo 3 nella scheda del monumento, il gestore della biglietteria non dà alcun civico. Il riferimento più solido resta il 5, recapito della Curia e degli uffici parrocchiali (telefono 0931 65328).La piazza sta dentro la zona a traffico limitato di Ortigia, chiusa alle auto dal lunedì al sabato dalle 11.00 alle 15.30 e dalle 17.00 alle 2.00 e nei festivi dalle 10.00 alle 2.00. Le modalità di accesso per i titolari di contrassegno sono disciplinate dal regolamento comunale allegato alla pagina istituzionale: l’articolo 1, punto 13, dell’ordinanza n. 499 del 2016 prevede la comunicazione entro 48 ore per i titolari non residenti o privi del contrassegno magnetico comunale. La registrazione della targa e le procedure applicabili al singolo accesso vanno verificate con l’Ufficio Gestione ZTL. Fra i parcheggi disponibili è il Talete, a 700-800 metri, a 1,50 euro l’ora, con sosta gratuita negli stalli riservati alle persone con disabilità.

Orari e biglietti alla rilevazione del settembre 2026

I dati che seguono sono stati rilevati il 10 settembre 2026 sul sito di Secret Siracusa, la società che gestisce la biglietteria, e cambiano di stagione in stagione: il gestore avverte che «gli orari potrebbero inoltre subire variazioni o limitazioni in occasione di funzioni religiose, celebrazioni o eventi straordinari». Le fasce della biglietteria sono tre: 9.00-17.30 da gennaio ad aprile, 9.00-18.30 da maggio a settembre, 9.00-17.30 da ottobre a dicembre, sempre con chiusura domenicale. Si aggiungono le chiusure del 1, 13, 23 e 24 gennaio, del 3 e 4 aprile, del 2 maggio e dell’8, 11, 12, 13 e 25 dicembre: l’elenco non dichiara l’anno, ma le date di aprile coincidono con il Venerdì e il Sabato Santo del 2026, e fra le altre si riconoscono il Natale, l’Immacolata e la festa di santa Lucia; l’ottava cade invece il 20 dicembre, data che non compare nell’elenco delle chiusure.L’ingresso costa 2 euro più 1 di fee di servizio; sale a 7 più 1 con l’esperienza in realtà virtuale, a 4 aggiungendo la Secreta Palatii, a 9 con entrambe. Il Siracusa Visitor Pass, che comprende anche le catacombe di San Giovanni e Santa Lucia, costa 25 euro più 2. Il listino pubblica la sola voce «biglietto intero»: la gratuità per le persone con disabilità e per l’accompagnatore va verificata in biglietteria (0931 64694), come quella per i residenti, che all’introduzione del ticket, il 1º agosto 2013, entravano liberamente dietro esibizione di un documento.

Durante le funzioni

La regola pubblicata è netta: «non è possibile visitare la Cattedrale durante lo svolgimento delle funzioni religiose». L’Arcidiocesi indica le messe domenicali e festive alle 8.00, alle 11.30 e alle 19.00; il manifesto delle celebrazioni di Ortigia pubblicato nel novembre 2022 riporta inoltre per la cattedrale le messe feriali delle 8.00 e delle 18.00, orari da riconfermare prima della visita. Nel 2013 la Deputazione della Cappella di Santa Lucia assicurò che «sarà infatti possibile a tutti accedere alla Cappella di Santa Lucia e alla Cappella del Sacramento per pregare»; se quella riserva valga ancora non risulta da fonti recenti. Fra le pagine consultate della parrocchia e del gestore non è stato individuato un regolamento specifico di visita su abbigliamento, fotografie, animali e passeggini: le regole che in rete si attribuiscono al Duomo vengono da una sezione di domande frequenti del sito della biglietteria che descrive monumenti di Perugia e si apre con «Le visite alla Perugia Sotterranea si svolgono solo in forma guidata».

Accessibilità motoria

L’ingresso monumentale si apre in cima alla gradinata di marmo del sagrato, fra le statue di San Pietro e San Paolo, e in carrozzina non è praticabile senza assistenza. L’accesso alternativo passa da una porta secondaria con rampa dentro il cortile dell’Arcivescovado, che immette in chiesa all’altezza della cappella del Battistero: lo documentano il portale Sicilia Accessibile («un accesso con rampa è presente all’interno del cortile dell’Arcivescovado») e l’itinerario accessibile di Village For All. Conviene telefonare alla sagrestia per concordarne l’apertura: più di un visitatore lo ha trovato chiuso e senza personale. Le fonti restano incompatibili: il gestore scrive «accesso facilitato per disabili (nessuna barriera architettonica)», il Comune «il sito è accessibile ai disabili», la scheda OpenStreetMap dell’edificio, verificata il 16 febbraio 2026, riporta un secco wheelchair = no; la gradinata del sagrato smentisce la formula sull’assenza di barriere. Restano ignoti il numero dei gradini, le misure della rampa e la presenza di corrimano, e se l’ingresso laterale di piazza Minerva, che nell’inverno 2022-2023 fu per settimane l’unico in uso, sia a raso o scavalchi il crepidoma antico. All’interno il piano è continuo fino al presbiterio, rialzato di cinque o sei gradini, e il marmo può farsi scivoloso con la pioggia; la piazza è in piano, con accessi a livello da via Cavour e da via Minerva.

Accessibilità per chi non vede

Il presidio principale è la mappa tattile in Braille inaugurata il 29 marzo 2019; la data del 31 marzo che pure circola è quella dell’articolo del Giornale di Sicilia. Riproduce a rilievo la planimetria della chiesa, con legenda numerata, ostacoli, scale e aree di preghiera, e un testo storico in Braille e in caratteri ad alta leggibilità. Fu promossa dall’associazione Sicilia Turismo per Tutti, donata dall’Inner Wheel di Siracusa e realizzata dalla Stamperia Regionale Braille di Catania con l’UICI siracusana; Bernadette Lo Bianco, presidente dell’associazione, la definì «un altro segnale importante e fondamentale per l’abbattimento delle barriere sensoriali», in un percorso che la cronaca del tempo attribuiva all’arcivescovo Salvatore Pappalardo. Il QR code con descrizione audio che le viene spesso attribuito riguarda un diverso progetto di area catanese, e nessuna fonte dice in quale punto della chiesa la mappa sia collocata.Per gli altri servizi mancano conferme aggiornate: il lettore mp3 proposto nel 2013 non compare nell’offerta attuale del gestore, che elenca biglietto, visite guidate in italiano e inglese, visore VR e infopoint, ma questa omissione non basta a stabilire se le audioguide siano ancora disponibili in loco. Non sono stati riscontrati materiali da asporto a rilievo, modellini, calchi o un percorso tattile a terra interno alla chiesa; la loro effettiva disponibilità richiede una verifica diretta. Quello di piazza Duomo, avviato nel 2007, procede per tratti discontinui, in pietra chiara a scarso contrasto e spesso occupata dai dehors, mentre un percorso continuo corre lungo via Picherali verso la Fonte Aretusa, dotata come il Tempio di Apollo di una propria mappa tattile. L’accessibilità dell’esperienza in realtà virtuale non è documentata. Il paliotto dell’Ultima Cena nella Cappella del Santissimo Sacramento sta all’altezza della mensa; la possibilità di esplorarlo al tatto richiede una conferma della sagrestia, poiché le fonti di accessibilità consultate non attestano una modalità di fruizione tattile stabilmente autorizzata. Sui cani guida manca un regolamento pubblicato; per le persone sorde non risultano anelli magnetici né sottotitoli, e l’itinerario pubblicato nel 2021 da Village For All con Sicilia Turismo per Tutti segnala la possibilità di affiancare alle guide un interprete LIS convenzionato con l’ENS di Siracusa, su richiesta. Per il pontificale del 13 dicembre 2025 fu inoltre annunciato un servizio di interpretariato LIS in cattedrale, offerto dall’ENS con Daniela Bella. Queste iniziative documentano servizi su richiesta o legati a singoli eventi; la disponibilità per una visita specifica va concordata.

Questioni aperte

Sul Duomo di Siracusa la distanza fra la versione corrente, quella delle guide e delle pagine istituzionali, e lo stato della ricerca è più ampia che su quasi ogni altro monumento italiano. Le ragioni sono strutturali: la letteratura si distribuisce su filoni che quasi non si parlano fra loro, dall’archeologia dell’Athenaion agli studi sul barocco e alla storia del restauro, e al 2026 manca una monografia scientifica moderna e complessiva sull’edificio. Si attinge a fonti eterogenee, dal discorso di Giuseppe Agnello del 1927 ai volumi di cantiere della Soprintendenza del 2009, e le divergenze si propagano di testo in testo. Paolo Orsi aveva definito il monumento un «prezioso volume palinsesto»: la formula vale anche per la sua bibliografia.

La data del tempio dorico e il nome del committente

La frase che si legge quasi ovunque, «il tempio fu costruito da Gelone nel 480 a.C. per celebrare la vittoria di Imera», non deriva da alcuna fonte antica. Diodoro Siculo, nel libro XI della Biblioteca storica, scrive che Gelone impiegò le spoglie per innalzare templi a Demetra e Kore e per dedicare a Delfi un tripode d’oro, e non nomina un tempio di Atena. Le datazioni proposte dagli studiosi coprono un arco di oltre un secolo e mezzo:
  • 596-495 a.C. per il duca di Serradifalco (1840), che preferiva avvicinare il cantiere al termine più recente dell’intervallo, sulla base di una lettura di Diodoro oggi ritenuta errata;
  • 466-440 a.C. per Robert Koldewey e Otto Puchstein (1899), che vi leggevano la celebrazione della caduta della tirannide, cioè l’opposto della vulgata;
  • 474-460 a.C. per Orsi, che sulla base della stratigrafia riferiva l’edificio alla «casa dei Dinomenidi, dopo le grandi vittorie di Imera e di Cuma»;
  • 480/470 a.C. e Gelone nella linea aperta da Pugliese Carratelli nel 1932 e seguita da studiosi di primo piano come Luraghi, Dieter Mertens e Miles;
  • di nuovo 474-460 a.C. con il ritorno a Orsi di Gianfranco Adornato (2006) e Franco De Angelis (2016);
  • cantiere avviato dopo il 478 a.C. e attribuito a Ierone, secondo dei Dinomenidi, per Giulio Amara (2020-2023), con completamento successivo alla caduta della tirannide nel 466.
L’argomento nuovo è il deposito votivo sigillato dalla colmata sotto il tempio, con anfore panatenaiche attribuite al Pittore di Eucharides, la cui cronologia fissa un termine oltre il quale collocare l’avvio del cantiere. La conclusione è netta: «non sussiste alcuna evidenza materiale o storiografica per ricondurre il momento della sua progettazione a Gelone o alla commemorazione della sua vittoria». Lo stesso Amara segnala però l’elemento che indebolirebbe la ricostruzione, un frammento ateniese da un deposito datato intorno al 450. Fra il 2021 e il 2026 non risultano recensioni o repliche nel merito, e quanto la comunità scientifica abbia accolto la nuova cronologia resta da misurare.Va riscritto anche il rapporto con il tempio ionico incompiuto sotto il Palazzo Senatorio: le indagini di Guzzardi hanno accertato che le fondazioni della sua peristasi tagliano la conduttura dell’Athenaion e gli sono posteriori, sicché l’idea di un cantiere ionico abbandonato da Gelone per costruire il tempio di Atena è una ricostruzione che la stratigrafia contraddice.

Quando il tempio diventò chiesa

La versione corrente vuole che nel 640 il vescovo Zosimo abbia trasferito la cattedra episcopale dalla basilica di San Giovanni all’Athenaion di Ortigia. La data è contraddittoria già in sé, perché Zosimo fu scelto come vescovo da papa Teodoro I, che regnò fra il 642 e il 649. La fonte più antica, la Vita greca di fine VII secolo, gli attribuisce il restauro di una chiesa della Vergine già esistente quando era giovane presbitero, ordinato da un vescovo attestato fra il 595 e il 603. L’attribuzione del trasferimento risale alla cronotassi episcopale pubblicata da Cristoforo Scobar nel 1520 su un manoscritto perduto, e Rizzone avverte che quelle notizie «non sono verificabili». La letteratura scientifica recente, da Giuseppe Michele Agnello ad Amara, colloca la conversione dell’edificio nel VI secolo, un secolo prima di Zosimo.Anche le tre absidi, che tutte le descrizioni danno per bizantine, sono contestate. Santi Luigi Agnello ha ricostruito, sulla base dell’Epistula del monaco Teodosio, una cattedrale bizantina che ne era priva; Giuseppe Michele Agnello ne ipotizza la realizzazione in età normanna, sotto Ruggero II, e dichiara il valore della proposta: «La mia è al momento solo un’ipotesi di lavoro». Allo stesso filone appartiene l’attribuzione della sopraelevazione della navata centrale al vescovo inglese Riccardo Palmer, dopo il sisma del 1169.

La moschea che nessuna fonte nomina

L’affermazione «nell’878 la cattedrale fu trasformata in moschea» compare su Wikipedia, sulla scheda del Comune di Siracusa e su decine di pagine turistiche. Le fonti superstiti finora individuate non documentano specificamente questo uso dell’Athenaion. Ibn ʿIdhārī, nella traduzione italiana di Michele Amari (Biblioteca arabo-sicula), scrive: «I Musulmani di Sicilia aveano assediata questa città per nove mesi e vi rimasero altri due mesi dopo averla espugnata. Indi la smantellarono». Ibn al-Athīr concorda e data al 3 agosto 878 la partenza dell’esercito. Amari propone di collocare attorno al 962 l’insediamento di una colonia musulmana, che avrebbe trovato già una parte della popolazione cristiana; fra il 1038 e il 1040 il generale bizantino Giorgio Maniace riprende la città e, scrive Amari, pare che vi abbia dato opera a «ristorare le fortificazioni, il culto e gli ordini pubblici». Un uso dell’Athenaion come moschea lungo l’intero periodo 878-1085 resta dunque congetturale: le fonti citate non lo documentano e non consentono neppure di escludere che l’edificio sia stato adibito al culto islamico.Il confronto con Palermo è dirimente. Per la cattedrale palermitana la conversione in moschea è attestata da Ibn Ḥawqal e da al-Idrīsī ed è documentata da una colonna con iscrizione coranica reimpiegata nel portico. Lo stesso al-Idrīsī, nel 1154, descrive Siracusa elencandone mercati, caravanserragli, palazzi, bagni e piazze, senza nominare né moschea né chiesa. Goffredo Malaterra, cronista della riconquista normanna e sensibilissimo al tema delle chiese profanate, tace. La scheda storica dell’Arcidiocesi di Siracusa non usa mai la parola moschea. Sul piano materiale, nelle rispettive voci dell’Enciclopedia dell’Arte Medievale del 1999, Giuseppe Michele Agnello scriveva che «nella città non sono stati sinora identificati edifici, mura o strati archeologici di età musulmana», e Ardizzone ricordava che la piccola moschea di Segesta è «l’unico edificio di culto islamico finora riconosciuto nell’isola». Il quadro va confrontato con gli studi successivi: Cacciaguerra e Sacco nel 2022 hanno esaminato contesti ceramici urbani siracusani fra età bizantina e islamica. Queste testimonianze della cultura materiale ampliano la conoscenza della città, senza identificare una moschea nell’Athenaion.Va sciolto anche un equivoco topografico ricorrente: le iscrizioni arabe, note dal 1624 grazie a Giacomo Bonanni duca di Montalbano, e l’ipotesi del mihrab riguardano il tempio di Apollo, altro monumento. Quell’ipotesi è di Aldo Messina (1995), è contestata da Agnello perché l’orientamento del presunto mihrab non corrisponde alla qibla, e Ardizzone ne giudica «deboli» le argomentazioni. Dentro la cattedrale non sono mai state segnalate iscrizioni arabe, nicchie interpretabili come mihrab, resti di minareto o strati di età islamica.Sulla fine del dominio musulmano le date in campo sono cinque: 1085 per Malaterra, 1086 per Amari e per l’Arcidiocesi, 1088 per Lupo Protospatario e Romualdo Salernitano, 23 novembre 1093 come data documentata della ricostituzione della diocesi, 1095 nella letteratura di lingua tedesca. Ricostituzione della diocesi e riconsacrazione dell’edificio dopo un uso islamico restano due fatti distinti, e il secondo non è documentato. La formulazione prudente resta quella di Agnello, che parla di chiese bizantine «quasi tutte presumibilmente adibite a moschee».

Chi disegnò la facciata

L’atto notarile del 18 ottobre 1728, pubblicato da Enrico Mauceri nel 1911, racconta che il vescovo Tommaso Marini fece eseguire più disegni a più architetti, ne scelse uno e lo sottopose al giudizio di periti. Il documento non nomina mai l’autore del disegno prescelto, e da quel silenzio nascono tre attribuzioni successive.
  • Pompeo Picherali, proposto da Mauceri con un argomento fragile: «Nel documento non si fa il nome dell’architetto, ma si è sicuri essere il Picherali, che vi figura come testimone». Picherali firma però la contabilità del 1731 come «Architetto ed Assistente», ruolo di direzione e collaudo del cantiere.
  • Andrea Palma, avanzato da Filippo Meli nel 1938-39 e rilanciato da Rudolf Wittkower in Art and Architecture in Italy 1600-1750, che lo indicava però come probabile e lo diceva palermitano, mentre Treccani lo dice trapanese. La prudenza di Wittkower si perse nella manualistica turistica, dove divenne la certezza del concorso vinto da Palma.
  • Giuseppe Mariani, ipotesi di Marco Rosario Nobile riferita da Stefano Piazza, per il quale «la paternità del progetto, definitivamente decaduta la tradizionale attribuzione all’architetto del senato di Palermo Andrea Palma, costituisce tuttavia una questione ancora aperta». Piazza aggiunge che una provenienza romana resta possibile, dato che il vescovo committente aveva vissuto a Roma; la scheda ministeriale del 2021 ha recepito l’ipotesi Mariani.
Va tenuto fermo, in ogni caso, che Andrea Palma morì nel 1730, due anni dopo l’avvio del cantiere e oltre vent’anni prima del compimento, e non poté seguire l’opera. Restano aperti punti minori: la conclusione dei lavori, 1753 per la letteratura scientifica e 1754 per l’iscrizione in facciata e per Giuseppe Maria Capodieci; la facciata distrutta dal terremoto del 1693, cinque-seicentesca per Marcello Fagiolo e per Piazza, normanna per la vulgata; la sorte del campanile, previsto dal contratto del 1728 insieme al prospetto e mai ricostruito, senza che si conosca un documento sulla rinuncia; il costo dell’opera, di cui è documentata la sola spesa fra l’ottobre 1730 e il settembre 1731, onze 366.28.3.

Che cosa hanno fatto i restauri

Le colonne doriche visibili oggi all’interno sono il risultato di una scelta compiuta fra il 1909 e il 1926, durante gli episcopati di Luigi Bignami e del successore Giacomo Carabelli, con la regia di Orsi: la cattedrale barocca che quella scelta ha rimosso è perduta. Il cantiere fu discusso mentre si svolgeva. Ci fu chi proponeva di salvare il solo tempio greco sacrificando il resto, e Orsi vi si oppose recisamente; Sebastiano Agati voleva smontare il peristilio settentrionale, e l’operazione non si fece; in quegli anni si affacciò perfino l’ipotesi di sconsacrare l’edificio per destinarlo a museo.La lettura critica più netta è di Maria Rosaria Vitale, che nello studio del 2022 definisce il Duomo attuale una «re-invenzione»: ritrovamento delle strutture sotto gli stucchi e insieme ricreazione di una coesistenza di fasi mai esistita nella realtà storica. La stessa autrice registra che il consolidamento delle pilastrature della navata centrale ne smussò «improvvidamente» le angolate, fragilizzando una compagine muraria già problematica, e che la cornice della sopraelevazione normanna fu soppressa. Il giudizio contrario è di Santi Luigi Agnello, che nel 1996 definiva l’intervento un modello di restauro condotto con chiara coscienza storicistica. Nella pubblicistica locale circola una terza posizione, che riconosce il merito della ripulitura e rimprovera al cantiere di avere cancellato la fase barocca degli interni.

Cantieri, biglietto, gestione

Il restauro finanziato dal PNRR sul prospetto e sul tiburio della cupola ha prodotto le uniche polemiche pubbliche documentate degli ultimi anni. Le impalcature furono montate in pieno luglio 2025, con sorpresa di visitatori e di sposi; l’Arcidiocesi spiegò che i ritardi erano dovuti «agli adempimenti normativi e a disservizi non imputabili all’Arcidiocesi, che agisce in qualità di stazione appaltante», senza indicare i responsabili. L’obiettivo dichiarato era liberare la facciata entro dicembre, per la festa di Santa Lucia; il comunicato diocesano del 14 luglio 2025 indicava la scadenza del 31 dicembre. Lo smontaggio cominciò il 17 aprile 2026. La scheda OpenPNRR, che indica come ultimo aggiornamento il 13 giugno 2026, registra pagamenti pari al 16,17 per cento dello stanziamento, una percentuale finanziaria che non quantifica lo stato materiale dei lavori. Servì anche un comunicato per assicurare che il culto proseguisse.Il biglietto d’ingresso per i turisti, due euro, è attivo dal 1° agosto 2013, con accesso gratuito per i residenti dietro esibizione di un documento. Secondo monsignor Sebastiano Amenta si tratta di un «introito modesto ma costante nel tempo» che ha permesso di finanziare progettazione, restauri e manutenzione. L’accesso a pagamento ai luoghi di culto alimenta un dibattito generale, ma non risulta documentata una polemica specifica sul biglietto della cattedrale siracusana. Un contrappunto viene semmai da Paolo Giansiracusa, curatore del volume sui restauri presentato in cattedrale nel giugno 2026 con la prefazione dell’arcivescovo Francesco Lomanto, che nel 2022 denunciava come la chiesa del Collegio, «la chiesa più imponente della diocesi aretusea», resti «sottratta all’utilizzo religioso, alla funzione culturale, al ruolo storico e sociale».Fra gli strumenti di ricerca figura la tesi di Rosalia Giangreco, Templum Majus. Identità culturale e memoria storica di Siracusa attraverso la lettura delle trasformazioni della sua Cattedrale, discussa all’Università di Catania il 9 dicembre 2013 e disponibile ad accesso aperto nell’archivio istituzionale dell’ateneo. Resta da completare la ricognizione dei contributi dispersi nell’«Archivio Storico Siracusano» e della loro disponibilità digitale. Il lacerto di crepidoma individuato nel 2023 in un locale di servizio, oggetto di un progetto di valorizzazione concordato con la Soprintendenza, ricorda che anche il dato materiale può ancora cambiare.

Galleria fotografica

Le immagini che seguono percorrono la cattedrale nello stesso ordine in cui la incontra chi arriva in piazza Duomo: prima il prospetto settecentesco e i fianchi, dove le colonne del tempio di Atena restano in vista dentro la muratura, poi le navate e il presbiterio, quindi le cappelle con le loro sculture e i loro arredi, e infine due vedute d'epoca che mostrano come il monumento appariva ai viaggiatori del Settecento e dell'Ottocento. Per ogni scatto sono indicati autore e licenza.

L'esterno e la piazza

La facciata barocca del Duomo di Siracusa vista di tre quarti da piazza Duomo: due ordini sovrapposti di colonne in pietra chiara con capitelli corinzi, portale centrale incorniciato da colonne binate, statue sul sagrato e sul coronamento, a destra il lungo fianco del Palazzo Arcivescovile.
La facciata tradizionalmente attribuita ad Andrea Palma, costruita fra il 1728 e il 1753, affiancata a destra dal Palazzo Arcivescovile. Foto di Alessandro Calabrò.
Scorcio ravvicinato della facciata barocca del Duomo di Siracusa ripresa dal basso nella luce dorata del tramonto: quattro colonne in pietra calcarea con capitelli corinzi a foglie d'acanto e volute, e in primo piano la statua marmorea di San Paolo con il braccio destro sollevato e l'ampio panneggio mosso.
La statua di San Paolo di Ignazio Marabitti davanti alle colonne corinzie della facciata. Foto di Julian Lupyan, Wikimedia Commons, CC0.
Veduta panoramica di piazza Duomo a Ortigia: al centro la facciata barocca della Cattedrale con la scalinata e il sagrato chiuso da una cancellata, a sinistra il Palazzo del Senato con il portico ad arcate, a destra il lungo prospetto del Palazzo Arcivescovile, tutto attorno la piazza lastricata in pietra bianca sotto un cielo azzurro.
Piazza Duomo con la Cattedrale al centro, il Palazzo del Senato a sinistra e il Palazzo Arcivescovile a destra. Foto di pjt56, Wikimedia Commons, CC BY-SA 3.0.
Statua in pietra di San Marciano sul coronamento della facciata del Duomo di Siracusa, stagliata contro il cielo azzurro: il vescovo in piedi con mitra e pastorale ricurvo, il volto barbuto e l'ampio piviale, su un alto piedistallo accanto alle colonne e alle volute del secondo ordine.
San Marciano, tradizionalmente considerato il primo vescovo di Siracusa, nella statua di Ignazio Marabitti collocata sulla facciata nel 1757. Foto di Giovanni Dall'Orto, 2008.
Il fianco del Duomo di Siracusa ripreso dal basso contro il cielo: parete in grandi conci di pietra chiara con nicchie e finestre strette, coronata da una fila di merli arrotondati di epoca normanna; sulla destra emergono il volume chiaro della cupola e la cella campanaria ad arco sormontata dal quadrante dell'orologio.
La merlatura normanna del fianco e, sulla destra, la cella campanaria con l'orologio. Foto di Carmelovunque, Wikimedia Commons, CC0.
Il lungo fianco settentrionale del Duomo di Siracusa visto da piazza Duomo: muraglia in blocchi di calcare chiaro con piccole finestre rettangolari, coronamento a merli arrotondati e, sullo sfondo, il corpo bianco della cupola; in primo piano la piazza lastricata con alcuni passanti e i tavolini di un bar.
Il fianco nord della cattedrale, con la muratura antica e la merlatura normanna. Foto di Zde, Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0.
Dettaglio ravvicinato del muro esterno del Duomo di Siracusa: due capitelli dorici del tempio di Atena, con larghi echini a cuscino sotto abachi quadrati, emergono dalla muratura in conci di pietra che li ha inglobati; fra le colonne si aprono due strette finestre ad arco e in alto a destra si intravede la decorazione barocca della facciata.
I capitelli dorici del tempio di Atena, del V secolo a.C., inglobati nel muro del fianco insieme agli architravi originali. Foto di Zde, Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0.
Veduta di via Minerva a Ortigia con il fianco del Duomo di Siracusa sulla sinistra: muro in conci di pietra chiara con coronamento a merli, la cupola chiara che emerge dietro il tetto e la strada lastricata in pietra bianca che scende verso piazza Duomo, con un lampione in ghisa e alcune bandiere sulla destra.
Il fianco della cattedrale lungo via Minerva. Foto di sailko, Wikimedia Commons, CC BY 2.5.

L'interno

La navata centrale del Duomo di Siracusa vista dall'ingresso verso l'altare maggiore: due file di arcate a tutto sesto aperte nel muro di pietra antica, lampade pensili in ferro battuto, un'iscrizione latina a grandi lettere che corre sopra le arcate, il soffitto ligneo scuro con travi a vista, pannelli dipinti e decorazioni dorate e, in fondo, l'altare barocco bianco illuminato.
La navata centrale verso il presbiterio: le arcate ricavate nel muro di cella del tempio greco e il soffitto ligneo con travi a vista e decorazioni dorate. Foto di ErwinMeier, Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0.
Interno in penombra del Duomo di Siracusa ripreso da una navata laterale: massicci pilastri in pietra grezza ricavati nel muro di cella del tempio greco, arcate profonde con lampade a sospensione, banchi di legno con alcuni fedeli seduti e, in fondo, un altare barocco bianco sotto un arco con iscrizione latina.
I pilastri ricavati nel muro di cella del tempio di Atena, con le arcate aperte in età bizantina. Foto di Julian Lupyan, Wikimedia Commons, CC0.
Navata laterale sinistra del Duomo di Siracusa: le colonne doriche del tempio greco di Atena, del quinto secolo avanti Cristo, sono inglobate nella parete e ne sporgono per metà con i loro capitelli; lungo il muro si aprono nicchie con statue di santi e il pavimento è in marmi policromi a disegno geometrico.
Le colonne doriche del tempio inglobate nel muro della navata sinistra. Foto di Alessandro Calabrò.
Interno di una navata laterale del Duomo di Siracusa: i fusti massicci delle colonne doriche del tempio di Atena emergono per metà dalla parete e salgono fino ai capitelli, sopra i quali corre la copertura a volta chiara; in basso una statua marmorea di santa su un piedistallo contro la parete.
Le colonne doriche del V secolo a.C. viste dall'interno della navata. Foto di Zde, Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0.
Il presbiterio del Duomo di Siracusa: un grande arco a tutto sesto con iscrizione latina dedicata alla Vergine Maria, un oculo circolare sopra l'arco, un lampadario in ferro battuto appeso al centro, l'altare maggiore barocco in marmo chiaro con colonne e pala dipinta, il coro ligneo ai lati e in alto il soffitto a cassettoni con rosoni dorati.
Il presbiterio con l'altare maggiore e l'iscrizione dedicatoria alla Vergine. Foto di Zde, Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0.
Dettaglio del soffitto ligneo del Duomo di Siracusa: una cornice a stella racchiude uno stemma ecclesiastico dipinto, ornato da mitra, cappello con nappe e decorazioni dorate. Lo scudo raffigura il Sacro Cuore nella parte alta e una barca a vela sul mare sotto una stella in quella bassa; un cartiglio reca un motto latino.
Uno stemma ecclesiastico dipinto e dorato inserito nel soffitto ligneo. Foto di ErwinMeier, Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0.
Il pavimento del Duomo di Siracusa ripreso dall'alto in una navata laterale: grandi lastre di marmo bianco, grigio e rosso composte in un disegno geometrico di cerchi e quarti di cerchio, attraversato da una fascia diritta più chiara; a destra la base sagomata di un pilastro in pietra antica e in basso una lastra sepolcrale intarsiata con uno stemma.
Il pavimento marmoreo a disegni geometrici e una lastra sepolcrale intarsiata, alla base di un pilastro del tempio greco. Foto di sailko, Wikimedia Commons, CC BY 2.5.

Le cappelle, le sculture e gli arredi

L'altare della Cappella di Santa Lucia nel Duomo di Siracusa: una nicchia chiusa da una grande porta metallica scura a due battenti, sormontata da un timpano marmoreo riccamente intagliato, con appeso un dipinto a olio della santa in veste rossa; sopra si apre una lunetta con vetrata colorata, ai lati due statuette entro nicchie, davanti l'altare rivestito di un paliotto rosso e oro con due vasi di fiori bianchi e un crocifisso.
L'altare della Cappella di Santa Lucia, attribuito a Pompeo Picherali: dietro i battenti si custodisce il simulacro argenteo. Foto di sailko, Wikimedia Commons, CC BY 2.5.
Il simulacro argenteo di Santa Lucia inquadrato nel portale della Cattedrale di Siracusa, sotto un arco di fiori gialli e bianchi: la santa in piedi, con la corona sul capo, regge la palma del martirio nella sinistra e un piattino dorato nella destra, posata sulla cassa argentea sbalzata che i portatori con i berretti verdi sollevano sulle spalle.
Il simulacro di Pietro Rizzo, 1599, esce dalla Cattedrale per la processione del 13 dicembre 2024. Foto di Alessandro Calabrò.
Statua marmorea di Santa Lucia ripresa dal basso su una parete color sabbia: lunghi capelli ondulati scendono sulle spalle, il volto è rivolto verso l'alto, un ampio panneggio avvolge il corpo, la mano sinistra regge una coppa e la destra è accostata al petto.
La Santa Lucia di Antonello Gagini, nella navata della cattedrale. Foto di Julian Lupyan, Wikimedia Commons, CC0.
Scorcio della Cappella del Crocifisso del Duomo di Siracusa rivolto verso la volta e la parete laterale: medaglioni affrescati con figure di santi, finestre alte, monumenti funebri marmorei e stazioni della Via Crucis. In fondo si vede una tribuna con tre aperture ad arco.
La volta affrescata della Cappella del Crocifisso, datata al 1778 e voluta dal vescovo Alagona, con i monumenti funerari della parete laterale. Foto di Alessandro Calabrò.
Altare maggiore della Cappella del Crocifisso nel Duomo di Siracusa: un grande Crocifisso ligneo dipinto di scuola bizantina campeggia entro una nicchia di fondo azzurro, fiancheggiata da colonne con capitelli corinzi e sormontata da una trabeazione modanata; sotto, la mensa dell'altare con candelieri.
Il Crocifisso ligneo dipinto di scuola bizantina, proveniente dalla chiesa di San Giovanni alle Catacombe. Foto di Alessandro Calabrò.
Volta affrescata della Cappella del Santissimo Sacramento del Duomo di Siracusa vista dal basso: cinque riquadri con scene dell'Antico Testamento disposti attorno al centro, dove tre angeli sostengono il Santissimo Sacramento; nei pennacchi le figure allegoriche della Fede e della Speranza, entro cornici in stucco.
La volta dipinta da Agostino Scilla fra il gennaio 1657 e l'ottobre 1658. Foto di Alessandro Calabrò.
Vista frontale dell'altare maggiore della Cappella del Santissimo Sacramento del Duomo di Siracusa: al centro il ciborio a forma di tempietto in legno dorato con colonnine e cupolino, sotto il paliotto marmoreo con il bassorilievo dell'Ultima Cena, ai lati due piccole mense sorrette da figure scolpite e, in primo piano, una cassetta per le offerte.
Il ciborio a tempietto di Luigi Vanvitelli, 1752, sopra il paliotto di Filippo Della Valle. Foto di Alessandro Calabrò.
Dettaglio del paliotto marmoreo dell'altare della Cappella del Santissimo Sacramento: un bassorilievo in marmo bianco raffigura l'Ultima Cena, con Cristo al centro della tavola e gli apostoli disposti attorno in atteggiamenti diversi, entro una cornice sagomata.
Il paliotto con l'Ultima Cena, scolpito da Filippo Della Valle nel 1762. Foto di Alessandro Calabrò.
Vista d'insieme della Cappella della Madonna della Neve nel Duomo di Siracusa: le pareti in conci di pietra a vista, al centro la statua marmorea della Vergine col Bambino sotto un baldacchino ligneo, ai lati candelabri in ferro battuto, davanti panche di legno e lampade votive.
La Cappella della Madonna della Neve nell’abside settentrionale, ricomposta durante i restauri del primo Novecento. Foto di Alessandro Calabrò.
Vista frontale della statua marmorea della Madonna della Neve nel Duomo di Siracusa: la Vergine in piedi, con lungo panneggio scolpito a pieghe morbide, regge il Bambino sul braccio; la statua è collocata sotto un baldacchino ligneo dorato, con lampade laterali in ferro battuto.
La Madonna della Neve, tradizionalmente attribuita ad Antonello Gagini e datata al 1512; il censimento diocesano la assegna a bottega italiana del XVI secolo. Foto di Alessandro Calabrò.
Il fonte battesimale del Duomo di Siracusa su una predella di pietra a gradini: grande vasca monolitica emisferica in marmo chiaro con due anse laterali e bordo ligneo, sorretta da leoncini bronzei scuri disposti attorno a un basamento circolare scolpito a foglie; sullo sfondo una bussola lignea con vetri e una porta di legno chiodata.
Il fonte battesimale: la vasca, di datazione discussa fra età ellenistica ed età normanna, poggia su leoncini bronzei che il censimento diocesano assegna al XIII secolo; Capodieci ne registra la sistemazione nel 1697. Foto di sailko, Wikimedia Commons, CC BY 2.5.

Vedute storiche

Tavola incisa in bianco e nero divisa in due riquadri. Nel riquadro superiore, intitolato Restes du Temple de Minerve a Syracuse, il fianco della cattedrale con la fila di colonne doriche inglobate nel muro e il coronamento a merli, con piccole figure di passanti in primo piano. Nel riquadro inferiore, intitolato Vue de la fontaine d'Arethuse, la fonte Aretusa con lavandaie e teli stesi ad asciugare.
Tavola di Jean Claude Richard de Saint Non, 1786: in alto il fianco della cattedrale con le colonne del tempio, in basso la fonte Aretusa. Pubblico dominio.
Fotografia d'epoca in tonalità seppia della facciata del Duomo di Siracusa vista frontalmente: due ordini di colonne, portale centrale chiuso da una cancellata in ferro battuto, statua della Vergine nella nicchia del secondo ordine, statue sulle balaustre laterali, croce in ferro sul coronamento e davanti la gradinata vuota con la cancellata del sagrato. In basso a sinistra la didascalia stampata 1802. Siracusa. Cattedrale.
La facciata fotografata da Robert e Julius Rive fra gli anni sessanta e ottanta dell'Ottocento. Bibliothèque nationale de France, pubblico dominio.

Cronologia

Le voci che seguono ricostruiscono la storia del sito e del monumento, dalle prime frequentazioni dell’altura di Ortigia al cantiere concluso nel 2026. Dove la ricerca recente contraddice la tradizione storiografica locale sono riportate entrambe le posizioni; le date prive di appoggio documentario sono dichiarate come tradizione.

Prima del tempio dorico

  • XIX-XIII secolo a.C.: frequentazione dell’altura in età del bronzo, con la facies di Castelluccio prima e la cultura di Thapsos poi, documentata da capanne circolari e ceramiche negli scavi di Piazza Minerva, di Piazza Duomo e dell’area del tempio ionico.
  • VIII secolo a.C.: sul punto più alto dell’isola (16,6 m sul livello del mare) si insedia un luogo di culto con altare monolitico centrale. Nei taccuini del 14-15 gennaio 1913 Paolo Orsi riconosce «tre fasi successive cultuali ed architettoniche: a) quella del pilastro, cippo ad altare monolito, centrale isolato (VIII secolo); b) poi stroncato e circondato di un muro di pietre da taglio regolare (VII-VI secolo); c) infine sopraelevato colle metope ed i triglifi (V secolo)».
  • prima metà del VII secolo a.C.: a sud-ovest dell’attuale facciata sorge un oikos con zoccolo in pietrame e alzato in legno e mattoni crudi, individuato negli scavi di Giuseppe Voza; sarà poi inglobato da un edificio sacro maggiore.
  • 580-550 a.C.: secondo la datazione proposta da Giulio Amara nel 2021 sulla base del profilo del capitello si costruisce il «tempio A», edificio dorico aptero distilo in antis con pronao, di dimensioni modeste. Orsi lo collocava invece nel VI secolo avanzato, giudicandolo «dei tempi del buon arcaismo, ma non arcaicissimo».
  • fine VI secolo – 480 a.C.: nell’area di Palazzo Vermexio viene eretto il piccolo «tempio E», di circa 6,5 per 17 metri, forse prostilo ionico, che secondo Amara coesiste con il tempio A.
  • 480 a.C.: sotto la tirannide di Gelone (485-478) si combatte la battaglia di Imera. Erodoto (VII, 166) la sincronizza con Salamina, Diodoro Siculo (XI, 24, 1) con le Termopili. Diodoro (XI, 26, 7) riferisce che con le spoglie Gelone costruì templi a Demetra e Kore e dedicò a Delfi un tripode d’oro, senza nominare alcun tempio di Atena.
  • 478 a.C.: le Grandi Panatenee di Atene forniscono il terminus post quem per la vendita e il trasporto in Occidente delle anfore panatenaiche del Pittore di Eucharides, undici frammenti delle quali furono trovati nel deposito sigillato sotto il tempio. Nello stesso anno comincia la tirannide di Ierone, cui appartiene la vittoria navale di Cuma sugli Etruschi del 474/473.
  • 475-460 a.C. circa: livellamento dell’area sacra con la cosiddetta colmata dinomenide, smantellamento del tempio A e avvio del cantiere del grande periptero dorico, l’Athenaion. La datazione è controversa: 596-495 per Domenico Lo Faso Pietrasanta duca di Serradifalco (1840), che preferiva avvicinare il cantiere al limite più recente; 466-440 per Robert Koldewey e Otto Puchstein (1899); 474-460 per Orsi (1918), che lo attribuisce «per opera della casa dei Dinomenidi, dopo le grandi vittorie di Imera e di Cuma»; 480/470 e Gelone per la vulgata affermatasi da Giovanni Pugliese Carratelli (1932) in poi; avvio dopo il 478 e attribuzione a Ierone per Amara (2020-2023), che colloca il completamento dell’opera dopo la caduta della tirannide dinomenide nel 466/465.
  • fine V – inizio IV secolo a.C.: al tempio E viene aggiunta la peristasi ionica. Lo scavo di Lorenzo Guzzardi ha accertato che le fondazioni della peristasi tagliano la cloaca dell’Athenaion, e quindi che il tempio ionico è posteriore al dorico.
  • fine IV – inizio III secolo a.C.: le pareti interne della cella vengono rivestite con le tavole dipinte raffiguranti la battaglia equestre del re Agatocle, ricordate da Cicerone come la cosa più degna di essere vista a Siracusa.
  • 212 a.C.: Marco Claudio Marcello espugna Siracusa. Secondo Cicerone lascia intatto il tempio di Minerva, «quam plenam atque ornatam reliquit» (in italiano: «che lasciò pieno e ornato»); Livio e Plutarco danno invece notizia di spoliazioni sistematiche.
  • II secolo a.C. circa: Polemone di Ilio, citato da Ateneo nei Deipnosofisti (XI, 462b), descrive il rito della coppa gettata in mare dalle navi in partenza «finché lo scudo sul tempio di Atena non diventa invisibile» (traduzione italiana dal testo greco). È l’unica fonte antica sullo scudo; la descrizione dello scudo di rame dorato posto sul frontone risale a Tommaso Fazello, nel Cinquecento.
  • 73-70 a.C.: durante la propretura di Gaio Verre il tempio viene spogliato delle tavole di Agatocle, dei ventisette ritratti dei re e tiranni di Sicilia, delle borchie d’oro e degli ornamenti d’avorio delle porte. Nel 70 a.C. le Verrine (II, 4, 117-125) ne danno la descrizione antica più ampia che possediamo.

Dalla chiesa cristiana alla conquista araba

  • 391-392 d.C.: provvedimenti imperiali contro i culti pagani, conservati nel Codice Teodosiano (XVI 10, 10-12); costituiscono il contesto della cessazione del culto antico, senza documentare la data precisa dell’abbandono dell’Athenaion; con la riconquista giustinianea del 535 la Sicilia rientra nell’Impero.
  • metà del VI secolo: secondo Giuseppe Michele Agnello l’Athenaion viene trasformato in chiesa cristiana a tre navate, con il tamponamento degli intercolumni del peristilio, il taglio di otto archi per lato nei muri della cella e il rovesciamento del verso liturgico, con ingresso a ovest. Alla stessa stagione si datano la cripta di san Marciano e la basilica di San Giovanni, sede tradizionale della prima cattedrale fuori le mura. Il Catalogo generale dei Beni Culturali data la conversione «tra il VI e il VII sec. d.C.»; la divulgazione la assegna al VII secolo.
  • 595-603: sotto il vescovo Giovanni, documentato dall’epistolario di Gregorio Magno, Zosimo è ordinato presbitero «sanctae Ecclesiae semper Virginis et gloriosae Dei Genitricis Mariae». La chiesa della Vergine esiste dunque già alla fine del VI secolo.
  • 642-649 (i Bollandisti discutono un’elezione sul finire del 648): Zosimo è creato vescovo sotto papa Teodoro I. La data del 640, che risale a Rocco Pirri e circola ancora nella divulgazione, è incompatibile con il pontificato di Teodoro, iniziato il 24 novembre 642.
  • 646-654 circa: nell’ottantaduesimo anno di età e nel quinto di episcopato Zosimo «renovavit ac celeberrime dedicavit» il tempio della Vergine (in italiano: «rinnovò e solennissimamente dedicò»). La Vita S. Zosimi parla di rinnovamento e ridedicazione, e non nomina mai il tempio pagano. Nel 649 Zosimo non compare fra i sottoscrittori del Concilio Lateranense.
  • 655-662: morte di Zosimo dopo tredici anni di episcopato; gli succede Elia.
  • 663: Costante II giunge a Siracusa e vi fissa la residenza imperiale. Il Liber Pontificalis registra che i «vasa sacrata vel cymilia sanctarum Dei ecclesiarum» furono requisiti (in italiano: «i vasi sacri e i tesori delle sante chiese di Dio»).
  • 668: il 15 luglio, o il 15 settembre secondo un’altra ricostruzione della data, Costante II è ucciso nel bagno da Andrea figlio di Troilo; in Sicilia viene proclamato imperatore Mizizio. Fra il 668 e il 669 il vescovo Giorgio muore nel corso di un’incursione musulmana.
  • 680-820: al sinodo romano di papa Agatone del 680 il vescovo Teodosio II sottoscrive come «exiguus episcopus sanctae ecclesiae syracusanae», primo fra i vescovi siciliani. Il passaggio della Sicilia al patriarcato di Costantinopoli è tradizionalmente collocato intorno al 732; la promozione metropolitana di Siracusa è collegata da una ricostruzione a Leone III e Marciano II, mentre BeWeB la pone fra il 790 e l’820; il sigillo dell’arcivescovo Marciano II è il primo in greco della serie; nel 787 il vescovo Stefano II è rappresentato al Concilio di Nicea II dal presbitero Galatone.
  • seconda metà dell’VIII secolo: secondo Scobar, la cui opera De rebus praeclaris Syracusanis esce a Venezia nel 1520, viene costruita una torre campanaria.
  • 21 maggio 878: dopo un assedio di nove mesi Siracusa cade in mano all’emiro Ǧaʿfar ibn Muḥammad. Il monaco Teodosio, testimone oculare, racconta il saccheggio della cattedrale, da cui furono asportate cinquemila libbre di metalli preziosi.
  • 878, inizio di agosto: dopo due mesi di permanenza i musulmani smantellano la città e se ne vanno. L’affermazione corrente secondo cui la cattedrale fu allora trasformata in moschea non trova riscontro nelle fonti superstiti qui esaminate, arabe o cristiane, senza che ciò ne escluda l’eventualità; le iscrizioni arabe e l’ipotesi di mihrab riguardano il tempio di Apollo.
  • 962 circa: data alla quale Amari propone di collocare l’insediamento di una colonia musulmana sulle rovine di Ortigia e Acradina, dove ritiene fosse già presente una parte della popolazione cristiana.

Età normanna e Medioevo

  • ottobre 1085: secondo Goffredo Malaterra la città si arrende a patti («foedere composito») al gran conte Ruggero. Michele Amari e il Dizionario Biografico degli Italiani spostano l’evento all’ottobre 1086. Nel 1092 Siracusa è signoria di Giordano, figlio del gran conte, e Malaterra vi registra una comunità musulmana ancora consistente.
  • 23 novembre 1093: ricostituzione della diocesi, non più metropolitana e immediatamente soggetta alla Santa Sede. Primo vescovo è Ruggero, decano del capitolo di Troina e «in Provincia ortum», cioè nato in Provenza. Il Dizionario Biografico degli Italiani data l’erezione al 1090-1092.
  • 5 luglio 1098: con bolla data a Salerno Urbano II concede a Ruggero I la legazia apostolica ereditaria, che per un secolo farà dei vescovi siracusani uomini del sovrano.
  • 1104-1115: il conte Tancredi conferma al vescovo Ruggero la giurisdizione sul monastero di Santa Lucia; un atto del vescovo Guglielmo mostra il capitolo latino della cattedrale composto da cantore, arcidiacono e sette canonici.
  • 1128 circa: a questa data gli specialisti riconducono la notizia del crollo della chiesa maggiore durante la messa domenicale, con la strage dei fedeli e la salvezza dei celebranti, tramandata da Riccardo di Cluny e diffusa attraverso Matteo Palmieri e Bartolomeo Platina con le date del 1100, del 1125 e del 1140. Il repertorio del Gruppo Nazionale per la Difesa dai Terremoti classifica l’evento del 1128 come «molto dubbio» e quello del 1° febbraio 1140 come «falso evento», e lo ritiene un riflesso deformato del sisma del 1169.
  • 4 febbraio 1169: violento terremoto nella Sicilia orientale (intensità epicentrale 10 MCS, magnitudo momento stimata 6,5). Ugo Falcando e Romualdo Salernitano ricordano per Siracusa il crollo del castello e l’intorbidamento della fonte Aretusa; i passi qui richiamati non menzionano danni alla cattedrale, ricostruiti dagli studiosi sulla base dell’analisi muraria.
  • 28 aprile 1169: pochi mesi dopo il sisma l’inglese Riccardo Palmer, eletto vescovo verso il 1155 e rimasto per oltre un decennio senza consacrazione perché la corte lo voleva a Palermo, riceve il pallio e la conferma della soggezione immediata a Roma.
  • dopo il 1169: cantiere di Palmer, il più importante dell’età normanna, con la sopraelevazione del muro della navata centrale, l’apertura di quattordici finestre strombate, l’ampliamento della zona absidale oltre il perimetro del tempio greco, gli affreschi sulle pareti, i mosaici sulla cattedra e nel coro, i vetri alle finestre. Al periodo si assegnano anche le merlature che inglobano i triglifi sul fianco settentrionale. Prima del 9 febbraio 1183 Palmer è trasferito all’arcivescovado di Messina, dove porta con sé il reliquiario argenteo di san Marciano.
  • 1188: la diocesi di Siracusa diventa suffraganea dell’arcidiocesi di Monreale.
  • 1204-1221: i Pisani che occupano la città cacciano il vescovo e il capitolo; il genovese Alamanno Costa li reinsedia e governa col titolo di comes Syracusae, finché nel 1221 Federico II lo depone e riporta Siracusa al demanio regio.
  • 1225-1229: l’insediamento dei Francescani a Siracusa è collocato verso il 1225 da Enrico Pispisa, che riferisce a un momento successivo l’acquisizione della chiesa di Sant’Andrea dal capitolo della cattedrale; il Catalogo generale dei Beni Culturali data invece al 1225 la sede in quella chiesa; nel 1229 il vescovo Gregorio II «ornò l’episcopio e l’aumentò con nuovo edifizio», secondo la sintesi di Gaetano Moroni sulla Sicilia sacra di Pirri.
  • 2 agosto 1335: muore l’eremita Federico Campisano; per volontà del vescovo Pietro Moncada il corpo è traslato in cattedrale e sepolto presso la controfacciata, in un’arca marmorea corredata da una tavola agiografica oggi perduta. Un diploma di Ludovico d’Aragona, datato al 1348 da Giuseppe Agnello e al 1344 da Adriano Napoli, provvede a una cassa d’argento per le reliquie di santa Lucia, anch’essa perduta.
  • 1419-1443: episcopato di Ruggero Bellomo, di famiglia catalana. Secondo Scobar fa rifare la pavimentazione «ante portam maiorem atque planiciem» e colloca un organo sopra un pulpito, che Napoli identifica ipoteticamente con l’ambone normanno. La tradizione locale che data al 1444 il pavimento dell’intera navata centrale estende indebitamente una notizia molto più circoscritta.
  • 1420-1536: Siracusa è capitale della Camera Reginale. Il decreto del 1437 sugli espropri dei terreni confinanti apre la stagione del gotico catalano in città. Nel 1436 Nicolò Speciale iunior attesta che la statua del re Federico «apud vestras Syracusas in Maiori Templo conspicitur», cioè si vede nel Tempio Maggiore; sarà rimossa intorno al 1530 e perduta.
  • 1448: i Giurati e il vescovo Paolo Santafé erigono «iuxta Cathedrale» la chiesetta di San Sebastianello, con portale sormontato da arco inflesso; i pezzi del portale passeranno alla Galleria di Palazzo Bellomo nel 1940.
  • 1477-1489: un atto notarile ricorda la porta che regolava il passaggio fra il coro e la navata; nel 1489 il coro riceve nuovi stalli lignei. Fino al tardo Cinquecento resterà davanti all’altare, al centro della navata maggiore.
  • 1513-1518: due candelabri in bronzo fuso di bottega romana, alti oltre due metri (1513); riparazione del tetto «che stava per vacillare stante i tremuoti seguiti» (1517), secondo il catalogo dei lavori compilato da Giuseppe Maria Capodieci; soffitto ligneo della navata centrale, datato da un’iscrizione («VI – INDI – 1518»), che altre fonti assegnano al 1528.
  • 1518-1540: episcopato di Ludovico Platamone. Un incendio e la rivolta del 1540 distruggono la quasi totalità della documentazione curiale anteriore.
  • 1520: esce a Venezia il De rebus praeclaris Syracusanis di Scobar, indicato nelle fonti ora come Cristoforo ora come Cataldo: è la principale testimonianza cinquecentesca sull’assetto medievale della cattedrale.
  • 1526-1527: Antonello Gagini scolpisce la statua marmorea di Santa Lucia con la base istoriata, firmata e datata 1527.

Dai terremoti del 1542 e del 1693 alla facciata nuova

  • 10 dicembre 1542: terremoto degli Iblei, magnitudo equivalente 6,8, intensità VIII MCS a Siracusa. Crolla l’altissimo campanile, che serviva anche da torre di avvistamento; gravi danni al palazzo vescovile; nove morti in città. Alcune colonne del tempio escono dal proprio asse, con uno spostamento tuttora misurabile in circa 70 centimetri, e per rimediare al dissesto si costruisce lungo il fianco settentrionale la poderosa muratura di rinforzo che ingloba il colonnato dorico lasciando sporgere solo parte dei capitelli. La data del 10 agosto, corrente nell’erudizione siracusana, è ricondotta a un errore di lettura nella Sicilia sacra di Rocco Pirri, citata nell’edizione accresciuta del 1733.
  • 1543-1547: quattro atti del fondo Senato dell’Archivio di Stato di Siracusa documentano la ricostruzione del campanile, finanziata trattenendo per tre anni, poi sei, metà dello stipendio dei funzionari municipali; l’argomento decisivo addotto fu il rischio di infiltrazioni d’acqua nelle murature della chiesa. Nel 1545 la torre risulta ristorata al tempo del vescovo Girolamo Beccadelli di Bologna, con iscrizione commemorativa in marmo.
  • 1574-1579: il vescovo Gilberto Isfar y Corillas interviene sulla torre campanaria, «perfezionata» nel 1578, e vieta la sepoltura in sarcofagi fuori terra in applicazione della bolla Cum primum di Pio V (1566). Al 1578 risale anche lo schizzo con cui Tiburzio Spannocchi documenta la facciata-torre, unica testimonianza grafica nota del prospetto perduto.
  • 1581: il campanile è rovinato da un fulmine e rifatto dal vescovo Giovanni Castellano Orosco. Il 12 ottobre dello stesso anno Orosco abbatte i muri frapposti fra le colonne, trasferisce i sepolcri dei vescovi Ruggero, Dentice, Bellomo e Platamone e quello del beato Federico Campisano nella cappella della Vergine del Piliere e riorganizza gli altari; nel 1590 sposta il coro dietro l’altare, «in secretiori sacello, quod vulgo dicimus tribunam». Le sepolture medievali del Duomo scompaiono per effetto della riforma postridentina prima ancora che per i terremoti.
  • 1598-1600: Pietro Rizzo esegue il simulacro argenteo di santa Lucia, consegnato il 12 dicembre 1600.
  • 1614-1618: il vescovo Juan de Torres Osorio fa costruire il Palazzo Arcivescovile su progetto di Andrea Vermexio; l’iscrizione nel fregio porta la data 1618.
  • 1616-1625: atto di fondazione della Cappella del Santissimo Sacramento, voluta e dotata da Torres. Le fonti divergono sull’architetto e collocano il cantiere fra il 1616 e il 1653. Nel dicembre 1625 Pietro Della Valle, di passaggio a Siracusa, descrive la cappella di Santa Lucia «ben guardata e serrata con molte chiavi» e assiste a un uomo che si cala su una corda dalla cima del campanile.
  • 1640-1645: il vescovo Francesco Elia y Rueda avvia e compie nel 1643 la nuova tribuna, demolendo l’abside medievale per ospitare gli stalli corali; nel 1644 trasporta in cattedrale, destinandolo ad acquasantiera, il grande vaso marmoreo con iscrizione greca proveniente dal Castello Maniace. Al 1645 la tradizione locale assegna gli stemmi delle famiglie nobili aggiunti alla travatura.
  • 1650-1663: il vescovo Giovanni Antonio Capobianco porta a termine la Cappella del Sacramento, la cui volta è dipinta da Agostino Scilla per quattrocento onze; nel 1659 rifà il muro della tribuna, dividendola fra cappellone e aula capitolare, e con essa distrugge il presunto «Equinozio» ricordato dagli eruditi. Al 1663 si data la pala della Natività di Maria dell’altare maggiore, attribuita a Giacinto Brandi e in passato anche a Scilla e a Charles Le Brun.
  • 1676-1693: il vescovo Francesco Fortezza compie il cimitero e la Cappella del Crocifisso, ricavata demolendo il lato meridionale dell’edificio. Le fonti divergono sull’entità della demolizione, riferita ora a tre colonne del pronao ora all’abside minore.
  • 9 gennaio 1693: prima scossa della sequenza del Val di Noto, intensità VII MCS a Siracusa, con quattro morti in città e alcune decine nelle campagne.
  • 11 gennaio 1693: il terremoto più forte della sismicità storica italiana, magnitudo momento stimata 7,3, IX MCS a Siracusa. Muoiono 3.500 persone su circa 15.400 abitanti. La cattedrale perde la facciata, la torre campanaria e parte della copertura; cade un intero blocco della trabeazione del tempio greco e si rompe l’antico fonte battesimale. Il campanile, crollando, sfonda il palazzo vescovile. L’ossatura dorica regge, e nessuna fonte documenta il crollo delle navate.
  • 1693-1695: il 17 febbraio si paga una baracca adibita a ospedale per i feriti; il 27 febbraio Fortezza riferisce al cardinale Carpegna sui danni della diocesi; il 18 marzo ordina ai vicari foranei di ricostruire prima di tutto le chiese matrici; il 24 marzo si appalta lo sgombero delle macerie del campanile, prima operazione documentata sul Duomo dopo il sisma; il 25 maggio una circolare chiede «precise relazioni sullo stato degli edifici di proprietà ecclesiastica», cioè le perizie. Nell’ottobre 1695 il Ristretto delle relationi havute per reparare le Chiese distrutte dall’ultimo Terremoto mette in cifre il costo della ricostruzione per le diocesi di Siracusa e Catania.
  • 1697-1712: il vescovo Asdrubale Termini sostituisce il fonte battesimale rotto con il vaso marmoreo, posto su zoccolo di pietra e su sei leoncini di bronzo recanti il suo stemma (1697); consacra l’altare maggiore, la cui mensa è il masso monolitico dell’architrave del tempio caduto nel 1693 (1701); porta a termine la cappella di Santa Lucia (1712).
  • 1727-1728: il vescovo Tommaso Marini fa eseguire più progetti a più architetti per il nuovo prospetto e ne sceglie uno, sottoponendolo al giudizio di periti; l’atto non nomina l’autore del disegno vincitore. Il 12 ottobre 1728, da Augusta, Marini dà mandato di stipulare dichiarando in spagnolo «hemos ya convenido Yo y el Calabres» (in italiano: «ci siamo già accordati io e il Calabrese»).
  • 18 ottobre 1728: stipula dei Capitoli della fabrica del frontispicio della Cattedrale di Siracusa col suo Campanile con il capomastro calabrese Giuseppe Ferrara. L’ordine corinzio viene imposto al posto dello ionico previsto dal disegno e l’appalto è limitato al primo ordine fino all’architrave. La torre campanaria prevista dai Capitoli non sarà mai costruita.
  • 1730-1731: il 2 maggio 1730 muore Marini e l’opera resta interrotta; seguono gli appalti dell’architrave (10 ottobre 1730), del fregio e del cornicione (22 novembre 1730) e delle tre volte dell’esonartece (25 aprile 1731). Il 9 settembre 1731 Pompeo Picherali firma come «Architetto ed Assistente» la distinta delle spese per onze 366.28.3, un rendiconto della prima campagna del cantiere. I contratti successivi documentano altri prezzi, fra cui quelli delle statue affidate a Marabitti nel 1753.
  • 1732-1747: durante l’episcopato di Matteo Trigona il cantiere della facciata resta fermo all’altezza del cornicione. Fra il 1742 e il 1744 si eseguono gli stucchi della navata centrale e la doratura del tetto, opera di Giuseppe Blanco di Licodia sotto la direzione di Picherali, che muore nel 1743; saranno rimossi nei restauri del Novecento.
  • 1746-1747: Ignazio Marabitti e Giovan Battista Marino eseguono la balaustra e il pavimento della Cappella del Sacramento, prime opere documentate della carriera di Marabitti.
  • 1748-1753: il vescovo Francesco Testa riprende e porta a compimento la facciata; la direzione dei lavori di questa seconda fase è attribuita a Giovan Battista Alminara.
  • 17 aprile 1753: Marabitti si impegna a eseguire le cinque statue destinate al prospetto e alla gradinata, cioè l’Immacolata, san Marziano, santa Lucia, san Pietro e san Paolo. Fra il 1753 e il 1754 realizza i modelli preparatori in terracotta dorata: quattro sono oggi nel palazzo arcivescovile di Monreale, dove Testa li portò con sé, e quello dell’Immacolata è perduto.
  • 1754: il Collegio dei Canonici pone in facciata l’iscrizione che ricorda i vescovi Marini e Testa; giunge da Roma l’altare di marmo e si compie il paliotto d’argento dell’altare maggiore. Il 22 aprile Testa è trasferito arcivescovo di Monreale.
  • 1757: collocazione delle cinque statue di Marabitti e dell’aquila di pietra posta in facciata dal vescovo Giuseppe Antonio de Requesens in segno di regio padronato; al 1762 risale il paliotto marmoreo con l’Ultima Cena di Filippo Della Valle.
  • 1771-1773: rifacimento della cupola attribuito a Luciano Alì, con divergenze fra le fonti sulla data; pavimento marmoreo della cappella di Santa Lucia a spese di Requesens (1772) e rifacimento del tetto (1773).
  • 1779-1811: si costruisce di fronte al Duomo Palazzo Beneventano del Bosco (1779-1788), che avvia la curvatura del lato occidentale della piazza completata nell’Ottocento; nel 1780 nasce presso il Seminario la Biblioteca Alagoniana. In cattedrale si susseguono la cancellata di marmo del coro (1791), le due acquasantiere di Puglisi (1802), i pavimenti del coro, del cappellone e della sagrestia (1803), le fonti dell’acqua benedetta (1806) e le tre porte di ferro (1811).

Dall’Ottocento a oggi

  • 1813: Capodieci pubblica gli Antichi monumenti di Siracusa, con il primo catalogo cronologico dei lavori del Duomo. Sulla scorta dell’iscrizione lapidea in situ dimostra che il muro di rinforzo del fianco è successivo al 1542 e non al 1693, correggendo il canonico Logoteta.
  • 5 e 18 agosto 1837: durante la rivolta del colera la folla lapida sul Piano del Duomo alcuni sospetti untori; il 18 agosto davanti alla Cattedrale sono fucilati Mario Adorno e il figlio Carmelo.
  • 20 maggio 1844: con la bolla In suprema militantis Ecclesiae specula Gregorio XVI eleva Siracusa a sede metropolitana, assegnandole per suffraganee Caltagirone, Piazza Armerina e Noto; una tradizione erudita di metà Ottocento, da Moroni a Cappelletti, dà invece la data del 17 febbraio 1844. Michele Manzo, consacrato a Roma il 1° maggio 1845, è il primo arcivescovo metropolita nella serie dei vescovi di Siracusa.
  • 1869-1886: lavori di sistemazione della piazza fra l’Arcivescovado e Santa Lucia alla Badia, che portano alla riscoperta della cava sotterranea (1869); nel 1886 il Museo Archeologico Nazionale viene inaugurato nella sede di piazza Duomo.
  • 1906-1909: nel giugno 1906 la cattedrale è chiusa al culto per le condizioni precarie del soffitto ligneo cinquecentesco; nel 1907 Giuseppe Rao redige il progetto di consolidamento del tetto della navata centrale. Nel suo resoconto del 1917 Paolo Orsi data l’istituzione della Soprintendenza ai monumenti di Siracusa alla fine del 1908 e l’inizio della sua regolare attività al 1909.
  • 1909-1911: prima campagna di restauro, condotta con l’arcivescovo Luigi Bignami e l’architetto Sebastiano Agati. Le monofore normanne tamponate vengono riaperte e ricostruite, l’absidiola sinistra è ricomposta; la chiesa riapre alla fine del 1911.
  • 1910-1917: campagne di scavo di Orsi in Piazza Minerva, nel cortile dell’Arcivescovado e dentro il tempio, pubblicate nel 1918 con il titolo Gli scavi intorno a l’Athenaion di Siracusa negli anni 1912-1917, dove il monumento è definito «prezioso volume palinsesto». Chiusi e reinterrati gli scavi, nel 1914 Piazza Minerva viene asfaltata.
  • 1917-1918: furto di parte del tesoro nel Palazzo Vescovile (1917); smantellamento della vecchia scalinata chiusa da cancellate e costruzione della gradinata attuale (1918).
  • 1923-1926: seconda campagna di restauro, diretta dall’arcivescovo Giacomo Carabelli. Si estende il denudamento delle pareti della cella, si demolisce la volta del coro e si esegue il nuovo cassettonato disegnato da Agati, si sopprime la cornice che segnava la sopraelevazione normanna; la ricerca di cicli decorativi medievali dà esito deludente. Nel 1926 Mario Albertella affresca la cupola della cappella di Santa Lucia.
  • 1924-1926: nel maggio 1924 Mussolini dona due bocche di cannone austriache, circa quaranta quintali di bronzo, per la fusione delle campane; la tradizione locale colloca la costruzione della cella campanaria attuale in questi anni, mentre è documentata la fusione presso la ditta Brighenti di Bologna di sei campane, che arrivano alla stazione di Siracusa il 27 giugno 1926 e recano i nomi di circa trecento siracusani caduti nella Grande guerra.
  • 9 e 14 gennaio 1927: riapertura al culto. Orsi scrive che «nessuna [cattedrale], che io ricordi, si è installata ed è rimasta per secoli entro un tempio greco, contribuendo così al suo salvataggio», e ricorda di essersi opposto a chi consigliava di salvare il solo tempio greco sacrificando tutto il resto. Il 14 gennaio, nel Salone Torres del Palazzo Arcivescovile, Giuseppe Agnello legge Il Duomo di Siracusa ed i suoi restauri.
  • 1938: grande restauro del simulacro argenteo di santa Lucia, promosso dall’arcivescovo Ettore Baranzini.
  • dicembre 1942 – giugno 1943: il simulacro e il tesoro di santa Lucia sono nascosti in casse di zinco nell’ipogeo di piazza Duomo; il 23 giugno 1943 il Soprintendente segnala al Ministero i danni provocati da bombe alla copertura, al soffitto e al campanile. La scheda del Catalogo generale dei Beni Culturali colloca l’episodio bellico nel 1945.
  • 1943: l’ipogeo di piazza Duomo funziona da ricovero antiaereo. Le vittime ricordate all’ingresso sono riferite al 19 giugno dalla notizia del 2021 sulla targa commemorativa e al 19 luglio dai testi sull’intitolazione del percorso; la divergenza resta aperta. Il 18 settembre 1945 il soprintendente Armando Dillon rilascia il nulla osta per il restauro del pavimento della cappella di Santa Lucia.
  • 1960-1976: durante i lavori per il nuovo corpo del municipio Gino Vinicio Gentili individua lungo il lato nord-ovest di Piazza Minerva i resti del grande tempio ionico, che attribuisce ad Artemide (1960); fra il 1963 e il 1976 le campagne di Paola Pelagatti vi riconoscono capanne sicule, case monocellulari protocoloniali e una stipe votiva di inizio VI secolo a.C.
  • 1988: il 16 gennaio il Museo Archeologico lascia piazza Duomo per Villa Landolina; il 13 dicembre il patriarca di Venezia Marco Cè dona alla Chiesa siracusana un omero di santa Lucia, custodito in teca argentea nella cappella omonima.
  • 13 dicembre 1990: terremoto della Sicilia sud-orientale, magnitudo equivalente 5,4, intensità VI-VII MCS a Siracusa. Nel record del catalogo dei forti terremoti italiani la Cattedrale non compare, e nelle fonti qui esaminate non sono stati individuati danni specifici all’edificio o una sua chiusura; l’omissione non dimostra che la cattedrale sia rimasta indenne.
  • 1992-1999: due campagne di scavo di Giuseppe Voza, davanti al Palazzo Arcivescovile e poi estese a tutta la piazza, rivelano la plateia arcaica, l’oikos del VII secolo a.C. e una continuità di frequentazione che risale al Neolitico; i risultati escono nel 1999. Negli stessi anni il programma URBAN Ortigia realizza la nuova pavimentazione della piazza e il rifacimento dell’illuminazione pubblica.
  • 7 maggio 1994: l’arcivescovo Giuseppe Costanzo inaugura il Centro Espositivo Luciano della Cattedrale.
  • 15 luglio 2005: alla 29ª sessione del Comitato del Patrimonio Mondiale, a Durban, la decisione 29 COM 8B.41 iscrive Siracusa e le necropoli rupestri di Pantalica nella Lista UNESCO. Nella valutazione ICOMOS il Duomo è l’argomento con cui si dimostra l’autenticità di Ortigia: «the temple becomes a church, for example» (in italiano: «il tempio diventa chiesa, per esempio»).
  • 2006-2011: apertura al pubblico dell’ipogeo di piazza Duomo e scoprimento della targa UNESCO da parte del presidente Carlo Azeglio Ciampi (2006); tre campagne di scavo della Soprintendenza, l’ultima in Piazza Minerva diretta da Lorenzo Guzzardi, da cui discende la revisione del rapporto cronologico fra Athenaion e tempio ionico (2006-2010); nuova pavimentazione di Piazza Minerva (2010) e restauro del prospetto barocco (2010-2011 circa). Nel 2009 esce, a cura di Mariella Muti, Cattedrale Siracusa. Cronache di un restauro, in tre volumi dedicati alle indagini, ai rilievi e al presbiterio.
  • 2012-2013: restauro del sistema campanario, finanziato con i fondi risparmiati sui fuochi d’artificio della festa di santa Lucia (dicembre 2012); dal 1° agosto 2013 entra in vigore il biglietto di due euro per i turisti, con ingresso libero per i residenti, il cui introito finanzia da allora la manutenzione ordinaria e la progettazione dei restauri.
  • 2019-2021: inaugurazione della mappa tattile in Braille con la planimetria della Cattedrale (29 marzo 2019); restauro scientifico del simulacro di santa Lucia affidato alla Scuola Beato Angelico di Milano e presentato il 25 aprile 2020. Nel 2021 Sebastiano Amenta descrive la nuova sepoltura delle reliquie del beato Federico Campisano nella Cappella della Madonna della Neve, dopo una ricognizione disposta da Salvatore Pappalardo, e ricorda il ritrovamento degli atti del processo nel maggio 2020.
  • 2021-2022: apertura dell’itinerario permanente che collega Cappella Sveva, carceri vescovili e Biblioteca Alagoniana nel Palazzo Arcivescovile (8 luglio 2021); manutenzione straordinaria delle coperture della navata settentrionale e della Cappella del Crocifisso e consolidamento di un piedritto della facciata (settembre 2021); intorno al 2022 un fulmine caduto durante un temporale danneggia il tiburio della cupola.
  • settembre 2023: in un locale di servizio, sotto un pavimento ligneo posato circa un secolo prima, riemergono i resti del crepidoma del tempio greco.
  • luglio 2025 – aprile 2026: cantiere di miglioramento sismico del prospetto e della cupola, finanziato con 780.000 euro del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e attuato dall’Arcidiocesi come stazione appaltante. Le impalcature cominciano a essere smontate il 17 aprile 2026, dopo la scadenza del 31 dicembre 2025 indicata nel comunicato diocesano del precedente 14 luglio.
  • 3 dicembre 2025: presentazione della Sacrestia Torres restaurata, con la scoperta di un affresco seicentesco fino allora ignoto.
  • 17 giugno 2026: nella navata centrale l’arcivescovo Francesco Lomanto presenta il volume Cattedrale di Siracusa. Studi, ricerche e restauri, che raccoglie documenti e apparati iconografici dei lavori eseguiti fra il 1917 e il 2026.

Lacune documentarie

La mole di pagine dedicate al Duomo dal Cinquecento a oggi non corrisponde a un’analoga solidità documentaria. Molti dati che circolano nelle guide e nelle schede istituzionali risalgono per citazione a pochi lavori novecenteschi mai ristampati, e alcuni non risalgono a nulla di verificabile. Pesano la perdita di parte degli archivi ecclesiastici, la mancata digitalizzazione dell’«Archivio Storico Siracusano» e la dispersione degli studi moderni sull’edificio cristiano fra monografie, tesi universitarie, volumi collettanei e contributi in rivista.

La datazione del tempio

La cronologia dell’Athenaion resta in movimento. La versione manualistica lo assegna al secondo quarto del V secolo a.C. e lo lega alla vittoria di Gelone a Imera (480 a.C.); la ricerca di Giulio Amara sui depositi votivi, discussa alla Scuola Normale Superiore nel 2021 ed edita nel 2023, propone una ricostruzione diversa. Fra il 2021 e il 2026 non sono state reperite recensioni o repliche che ne discutano il merito, sicché resta impossibile dire quanto la proposta sia stata accolta.Il confronto metrologico richiede di distinguere il peristilio originario dalle colonne ancora visibili nelle diverse epoche, e lo stilobate dalle dimensioni complessive dell’edificio. La relazione di Paolo Orsi, Gli scavi intorno a l’Athenaion di Siracusa negli anni 1912-1917, è pubblicata nel volume XXV dei «Monumenti Antichi», datato 1918, colonne 353-762, e conservata anche nella biblioteca digitale di Heidelberg. Le differenze fra i conteggi degli eruditi e fra le misure in palmi e quelle in metri richiedono un confronto fra piante, punti di misura e stato di conservazione; il solo numero delle colonne non permette di equiparare descrizioni che comprendono sostegni diversi.

La data della conversione in chiesa

La formula corrente, che attribuisce al vescovo Zosimo la conversione del tempio nel 640, contrasta con la cronologia episcopale e travisa la fonte: la Vita Zosimi usa il verbo «renovavit» («rinnovò»), che presuppone una chiesa già officiata. Le datazioni proposte oscillano fra la metà del VI e il VII secolo, e nessuna poggia su evidenza stratigrafica pubblicata. La Vita non identifica esplicitamente la «chiesa della sempre Vergine Maria» con l’edificio di Ortigia; il collegamento richiede un confronto con la documentazione archeologica e monumentale, distinto dall’analisi del racconto agiografico. Alla stessa incertezza appartiene la paternità delle tre absidi, dette bizantine dalla divulgazione e ricondotte all’età normanna da Santi Luigi Agnello e Giuseppe Michele Agnello; quella sinistra fu peraltro ricomposta nel 1911.

La fase araba e le sue prove

La trasformazione della cattedrale in moschea dopo la presa della città nel maggio 878 è frequentemente ripetuta nella divulgazione, ma non è documentata dalle fonti superstiti finora individuate né da evidenze archeologiche riconosciute nell’edificio. Questo limite documentario lascia aperta la questione e non consente di escludere che tale uso vi sia stato. Documentati sono il saccheggio riferito dalla lettera di Teodosio Monaco e lo smantellamento della città; le notizie sulla ripresa urbana intorno al 962 vanno confrontate con i materiali archeologici, senza dedurne un completo vuoto insediativo nei decenni precedenti. Le fonti arabe registrano invece puntualmente la conversione della cattedrale di Palermo, il che rende significativo il silenzio su Siracusa. La discussione sugli edifici di culto islamici riguarda anche il tempio di Apollo, spesso confuso con l’Athenaion: due iscrizioni arabe segnalate da Giacomo Bonanni nel 1624, di cui manca una lettura verificabile, e i resti di moschea proposti da Aldo Messina nel 1995, ipotesi contestata da Giuseppe Michele Agnello per la mancata corrispondenza della qibla. Ignoto resta quale chiesa officiassero i cristiani siracusani nei due secoli islamici. Gli studi di Giuseppe Cacciaguerra del 2020 e il confronto con Palermo condotto con Viva Sacco nel 2022 hanno ampliato la conoscenza dei contesti ceramici siracusani fra età bizantina e islamica. La scheda e l’abstract del contributo del 2022 sono pubblici nel deposito del CNR, mentre il PDF lì depositato ha accesso ristretto; i risultati riassunti non identificano una moschea nell’Athenaion.

L’attribuzione della facciata

Il contratto del 18 ottobre 1728, edito da Enrico Mauceri nel 1911, descrive una selezione fra disegni concorrenti senza nominare l’autore del progetto prescelto: il vescovo Tommaso Marini, vi si legge, «invenerit unum ex illis iam factis» («trovò uno fra quelli già eseguiti», traduzione nostra). Pompeo Picherali risulta «Architetto ed Assistente» del cantiere nel 1730-31, ruolo che non prova la paternità del disegno né la esclude. L’attribuzione ad Andrea Palma nasce da un articolo di Filippo Meli del 1938-39 mai reperito, e passò nel 1958 alla manualistica internazionale tramite Rudolf Wittkower. Stefano Piazza lascia aperta la questione: «La paternità del progetto, definitivamente decaduta la tradizionale attribuzione […] costituisce tuttavia una questione ancora aperta». L’unica alternativa, il nome di Giuseppe Mariani, è attribuita a Marco Rosario Nobile senza che sia stata individuata la pubblicazione in cui compare. Restano da precisare il costo complessivo e la rinuncia al campanile previsto in facciata; per la seconda fase sono noti anche i contratti scultorei del 1752-1753 discussi da Borsano. Della facciata anteriore al terremoto del 1693, detta ora cinque-seicentesca ora normanna, non esiste raffigurazione attendibile.

I buchi documentari dei restauri

Il cantiere promosso dall’arcivescovo Luigi Bignami e concluso nel gennaio 1927 dispone di studi specifici. Per il quarantennio 1950-1990 resta da ricostruire una successione continua di interventi datati, responsabili e atti; anche l’adeguamento liturgico postconciliare del presbiterio richiede una datazione documentata. Le schede ICCD «Danni di guerra» richiedono una collazione integrale con il carteggio bellico già studiato. Sul terremoto del 13 dicembre 1990 nessuna fonte consultata dichiara danni alla cattedrale, e nessuna li esclude: il rapporto dell’Istituto Nazionale di Geofisica sui danni al patrimonio architettonico (1991) è rimasto inedito. Il confronto metrico deve ricorrere ai rilievi pubblicati, fra cui il secondo volume di Cattedrale Siracusa. Cronache di un restauro, dedicato ai Rilievi, e lo studio di Silvia Sgariglia sull’elevato. Le quote di navata, facciata e campanile richiedono un rimando alle singole tavole e ai punti misurati.

Le attribuzioni artistiche contestate

Buona parte degli arredi porta nomi e date che nessun documento accessibile sostiene. La Madonna della Neve, tradizionalmente attribuita ad Antonello Gagini, nella cappella omonima, è datata al 1512 dalla tradizione locale, mentre il censimento diocesano la assegna a bottega italiana del XVI secolo senza un anno preciso: la voce di catalogo va cercata nella monografia di Hanno-Walter Kruft sui Gagini (1980). Il San Zosimo della cappella del Crocifisso, avvicinato al giovane Antonello da Messina, poggia su una catena di rimandi da controllare uno per uno; nella stessa cappella la datazione del crocifisso ligneo al XIII secolo dipende da una sola fonte turistica. La Natività di Maria dell’abside è assegnata ad Agostino Scilla dalla tradizione corrente e a Giacinto Brandi dall’inventario diocesano, che attribuisce gli altari maggiori a Michelangelo Bonamici e a Gaetano Vermexio senza riscontro altrove. Per le cinque statue di Ignazio Marabitti il contratto del 17 aprile 1753, rogato da Innorta, documenta prezzi per complessive 375 onze e misure distinte per i due gruppi; rimangono da verificare i pagamenti effettivi.

Gli archivi e le biblioteche fuori portata

Quasi tutte queste lacune hanno lo stesso indirizzo. L’archivio vescovile medievale risulta perduto in un incendio, il che spiega l’assenza di documenti di cantiere quattrocenteschi e di epitaffi episcopali medievali nella serie dei vescovi di Siracusa. Quanto sopravvive è in buona parte inedito e conservato in piazza Duomo: alla Biblioteca Alagoniana i sedici volumi manoscritti degli Annali di Siracusa di Giuseppe Maria Capodieci e i tre di Cesare Gaetani della Torre, mai spogliati per la cattedrale; all’Archivio Storico Diocesano l’atto di fondazione della cappella del Sacramento del 1616 e la denuncia del furto del tesoro del 1917; all’Archivio di Stato gli atti notarili sul campanile e sulle macerie del 1693. Una sproporzione è essa stessa un dato: il tempio dorico ha una bibliografia internazionale ampia, mentre sull’edificio cristiano la letteratura non italiana è quasi inesistente. La tesi Templum Majus di Rosalia Giangreco, discussa a Catania il 9 dicembre 2013, è disponibile integralmente nel deposito istituzionale dell’Università e offre una lettura delle trasformazioni della cattedrale e del suo rapporto con l’identità cittadina.Tre titoli chiuderebbero gran parte di queste lacune: i tre volumi Cattedrale Siracusa. Cronache di un restauro curati da M. Muti (2009-2010), la lettura stratigrafica di Silvia Sgariglia (2009, ristampa 2011) e il numero speciale dei «Quaderni del Mediterraneo», con prefazione dell’arcivescovo Francesco Lomanto, presentato il 17 giugno 2026. La consultazione integrale di questi titoli, insieme ai documenti d’archivio cui rimandano, è necessaria per valutare quali lacune siano ancora effettive e quali dipendano dalla dispersione della bibliografia.

Voci collegate

Le voci elencate di seguito trattano edifici, persone, oggetti e ricorrenze che entrano direttamente nella storia della cattedrale, nella vita del complesso episcopale di piazza Duomo o nel culto che vi si celebra. Per ciascuna è indicato il rapporto documentato con il monumento.

Il tempio di Atena e l’età greca

  • Gelone I, il tiranno al quale la tradizione storiografica attribuisce il tempio dorico di Atena dopo la vittoria di Imera del 480 a.C.; l’attribuzione è discussa dalla ricerca recente, mentre i resti del colonnato greco costituiscono tuttora parte dell’ossatura della cattedrale
  • Agatocle, la cui battaglia equestre era dipinta sulle tavole che ornavano l’Athenaion, descritte da Cicerone nelle Verrine e asportate da Verre insieme ai ritratti dei re e dei tiranni di Sicilia
  • Tempio di Apollo, l’altro grande santuario dorico di Ortigia, collegato all’area dell’Athenaion dal decumano maggiore ricalcato dall’attuale via Dione
  • Porta Urbica di Siracusa, l’accesso monumentale all’isola che guardava verso il tempio di Atena, oggi inglobato nella struttura della cattedrale

Le cappelle della cattedrale

  • Cappella del Santissimo Sacramento (Duomo di Siracusa), fondata nel 1616 dal vescovo Juan de Torres Osorio, con gli affreschi di Agostino Scilla (1657-1658), il ciborio di Luigi Vanvitelli (1752) e il paliotto di Filippo Della Valle (1762)
  • Cappella del Crocifisso (Duomo di Siracusa), in fondo alla navata destra, ricavata nel 1691 demolendo le ultime colonne del pronao greco, con il crocifisso ligneo bizantino, la tavola di San Zosimo riferita ad Antonello da Messina e gran parte delle sepolture episcopali
  • Cappella della Madonna della Neve (Duomo di Siracusa), ricavata nell’abside minore settentrionale, ricomposta nei restauri del primo Novecento, con la statua marmorea tradizionalmente attribuita ad Antonello Gagini; la datazione e l’attribuzione dell’opera richiedono il confronto fra inventario diocesano e tradizione storico-artistica

La piazza e il complesso episcopale

  • Piazza Duomo di Siracusa, l’invaso su cui la facciata settecentesca, tradizionalmente attribuita ad Andrea Palma, fu progettata come quinta scenografica, e insieme lo spazio liturgico delle processioni cittadine
  • Isola di Ortigia, il nucleo originario della città, il cui punto più alto ospita luoghi di culto almeno dall’VIII secolo a.C., come attesta l’altare arcaico rinvenuto negli scavi sotto la cattedrale
  • Palazzo Beneventano del Bosco, il fronte occidentale della piazza, ricostruito da Luciano Alì fra il 1779 e il 1788 e affacciato sulla scalinata del Duomo
  • Giovanni Vermexio, autore del Palazzo del Senato (1629-1633) sul lato settentrionale della piazza, al quale una parte della letteratura riferisce anche l’altare maggiore della cattedrale
  • Carrozza del Senato, la berlina cerimoniale ordinata nel 1763, che alcune fonti collocano nell’atrio della cattedrale e altre nelle sale di Palazzo Vermexio

Vescovi e arcivescovi

  • Elenco dei Vescovi di Siracusa, la cronotassi completa dei titolari della cattedra custodita nella cattedrale
  • San Zosimo, il vescovo cui la tradizione attribuisce il trasferimento della cattedra episcopale nell’Athenaion e la dedicazione alla Natività di Maria, titolare di un altare nella Cappella del Crocifisso
  • Gregorio Asbesta, vescovo del IX secolo coinvolto nelle controversie fra Roma e Costantinopoli, la cui sede era la basilica ricavata nel tempio greco
  • Juan de Torres Osorio, fondatore e dotatore della Cappella del Santissimo Sacramento l’8 aprile 1616, ritratto postumo nel medaglione dipinto da Scilla
  • Giuseppe Saladino, vescovo dal 1604 al 1611, sepolto nella cattedrale e venerato per oltre un secolo presso la sua tomba senza che il culto fosse mai riconosciuto
  • Luigi Bignami, che promosse la campagna di restauro avviata nel 1909 e destinata a riportare in vista le colonne doriche, e il cui monumento sepolcrale, attribuito a Sebastiano Agati, si trova nella Cappella del Sacramento
  • Giacomo Carabelli, che riprese la campagna di restauro nel settembre 1922 fino alla riapertura del 9 gennaio 1927, commemorato dalla statua bronzea di Pasquale Sgandurra nella Cappella del Crocifisso
  • Ettore Baranzini, arcivescovo dal 1933, sepolto nella Cappella del Crocifisso sotto il monumento di Biagio Tommaso Poidimani inaugurato il 4 marzo 1971
  • Francesco Lomanto, arcivescovo in carica, autore della prefazione al volume dei Quaderni del Mediterraneo dedicato agli studi e ai restauri della cattedrale, la cui presentazione fu annunciata per il 17 giugno 2026

Il culto di Santa Lucia e le reliquie

  • Santa Lucia, patrona della città, il cui simulacro argenteo di Pietro Rizzo è custodito nella cappella a lei intitolata della navata destra
  • Corpo di Santa Lucia, conservato a Venezia, del quale la cattedrale custodisce le porzioni restituite alla città e ostese ogni 13 dicembre
  • Reliquie di santa Lucia a Siracusa, dall’omero donato dal patriarca Marco Cè nel 1988 ai frammenti di cannella nel reliquiario voluto da Carabelli nel 1931, fino a veste, velo e scarpette nella cassetta d’argento del 1651
  • Festa di Santa Lucia di Siracusa, 13 dicembre, che ha nella cattedrale il punto di partenza della processione verso il Sepolcro e il luogo della cerimonia delle cinque chiavi
  • Festa del Patrocinio di Santa Lucia (Festa delle Quaglie), istituita dopo il miracolo del grano del 13 maggio 1646 avvenuto durante una messa in cattedrale, con la «Sciuta» che attraversa la piazza fino a Santa Lucia alla Badia
  • San Marciano I, primo vescovo della città secondo la tradizione, effigiato da Ignazio Marabitti sul secondo ordine della facciata e da una tavola di scuola antonelliana nella Cappella del Crocifisso
  • Seppellimento di Santa Lucia, la pala dipinta da Caravaggio nel 1608, cui si ispira il pannello maggiore della cassa argentea processionale e che fra il 2009 e il 2020 fu esposta a pochi metri dal Duomo, in Santa Lucia alla Badia
  • Edicola votiva di Santa Lucia (Via Roma 125), sosta della processione di rientro del Patrocinio, il cui dipinto settecentesco originale è esposto nel Centro Espositivo allestito nella cattedrale

Chiese e santuari in rapporto con la cattedrale

Terremoti, eruditi e vicende civili

  • Terremoto del 1693, che abbatté la facciata anteriore, il campanile e parte della copertura, lasciando in piedi la peristasi greca e imponendo la ricostruzione barocca
  • Paolo Orsi, autore degli scavi dentro e intorno alla cattedrale del 1910 e della campagna del 1912-1917, sulla quale poggia ogni discussione successiva sul tempio di Atena
  • Vincenzo Mirabella, procuratore della Cattedrale nel 1608 e autore di una misurazione proporzionale delle colonne del tempio secondo le norme vitruviane
  • Giuseppe Maria Capodieci, che negli Antichi monumenti di Siracusa descrisse il «tempio di Minerva» inglobato nella cattedrale e ne discusse scanalature e pianta contro Giuseppe Logoteta
  • Mario Adorno, fucilato in piazza Duomo il 18 agosto 1837 insieme al figlio Carmelo: per il sangue versato davanti alla facciata la cattedrale fu interdetta al culto

Fonti e bibliografia

La letteratura sulla cattedrale della Natività di Maria Santissima si è formata per stratificazione e per polemica, e conserva i segni di questa genesi. Sei filoni di studio si occupano dell’edificio senza quasi incontrarsi: l’archeologia dell’Athenaion, che parte dagli scavi di Paolo Orsi e arriva alla revisione di Giulio Amara; la medievistica, da Giuseppe Agnello al nipote Giuseppe Michele Agnello e ad Adriano Napoli; gli studi sul barocco, riuniti attorno al Centro Internazionale di Studi sul Barocco di Siracusa e ai nomi di Lucia Trigilia, Marcello Fagiolo, Marco Rosario Nobile e Stefano Piazza; la storia del restauro e della tutela, oggi rappresentata soprattutto da Maria Rosaria Vitale; lo studio degli arredi e delle arti decorative, che fa capo alla scuola palermitana di Maria Concetta Di Natale; e un filone ingegneristico e strutturale nato dopo il sisma del 1990, poco frequentato dagli storici dell’arte.La conoscenza del monumento è distribuita fra studi archeologici, architettonici e storico-artistici con oggetti e metodi diversi. Per una lettura complessiva occorre confrontare un discorso del 1927 riedito nel 1996 (Giuseppe Agnello), un saggio d’archivio del 1991 (Salvatore Russo), una guida diocesana del 1990 (Pasquale Magnano), i tre volumi di cantiere curati da Mariella Muti nel 2009, la lettura stratigrafica dell’elevato di Silvia Sgariglia, la tesi dottorale ad accesso aperto di Rosalia Giangreco e il volume curato da Paolo Giansiracusa presentato nella navata centrale il 17 giugno 2026. Da questa dispersione nascono le divergenze bibliografiche elencate più avanti, che si propagano di testo in testo.Una seconda caratteristica della bibliografia va dichiarata subito: il tempio dorico ha una letteratura internazionale ampia, da Koldewey e Puchstein a Mertens e Miles, mentre l’edificio cristiano è studiato quasi esclusivamente in italiano, e in buona parte in riviste locali non digitalizzate. La sproporzione è essa stessa un dato storiografico.

Avvertenze sulle citazioni

Tre studiosi omonimi ricorrono con la stessa sigla e vanno tenuti distinti: Giuseppe Agnello (1888-1976), archeologo cristiano e studioso dell’architettura bizantina e sveva; Santi Luigi Agnello, suo figlio, archeologo cristiano e studioso del barocco siracusano, curatore dell’edizione 1996 del discorso paterno; Giuseppe Michele Agnello, contemporaneo, storico dell’età normanna e reginale. Analoga cautela richiedono i «Russo» della bibliografia siracusana: Salvatore Russo (storia locale), Marina Russo (statua e cassa di santa Lucia), Paolo Russo (scultura lignea e voce Marabitti del Dizionario Biografico degli Italiani), Maria Antonietta Russo (storia medievale) ed Eugenio Russo (scultura bizantina).I punti su cui le fonti divergono e sui quali occorre citare entrambe le versioni sono i seguenti:
  • Agnello 1927 e Agnello 1996 sono lo stesso testo in due edizioni con paginazione diversa (pp. 3-40 nella rivista, numerazione autonoma nell’edizione Ediprint). La bibliografia del dossier UNESCO registra l’edizione 1996 sotto il curatore, spostando erroneamente la paternità sul figlio.
  • Orsi 1918: l’estensione della memoria è data come coll. 353-762 oppure coll. 353-754; l’anno oscilla fra 1918 (data del volume) e 1919 (data di distribuzione). La scheda del dossier UNESCO che cita «L’Athenaion di Siracusa, in Monumenti Antichi dei Lincei, XIX, 1925, c. 353 ss.» è un errore di compilazione.
  • Sgariglia: il nome esatto è Silvia (così il catalogo, l’editore e la bibliografia di Napoli 2023-2024), non Simona; la prima edizione è del 2009, con ristampa o seconda edizione 2011; il sottotitolo è dato come «tra storia e segni» e come «fra storia e segni»; le pagine come 159 o 156.
  • Vitale: il frontespizio di Tempo e racconto dà Maria Rosa, mentre il catalogo di LetteraVentidue per Armando Dillon usa Maria Rosaria. I riferimenti alle singole pubblicazioni seguono le rispettive forme autoriali.
  • Trigilia 2000, Siracusa. La piazza e la città: il record di catalogo dà Catania, Domenico Sanfilippo Editore; la bibliografia UNESCO e i testi che la seguono danno Napoli.
  • Voza in Muti 2009: pp. 19-27 oppure pp. 19-24. Fagiolo 1996: pp. 43-57 oppure pp. 42-57. Nobile 2004 in «Casabella»: pp. 82-89 oppure pp. 83-88.
  • Giuseppe Michele Agnello 2014: pp. 1-33, 1-34 o 1-39; la voce Siracusa dell’Enciclopedia dell’Arte Medievale è citata al vol. X e al vol. XI.
  • Frasca 1983: la forma corretta è «MEFRA» 95, pp. 565-598; la variante «MEFRA 56, 2» rinvia a un volume del 1939. Gentili 1967: «Palladio» 16 oppure 17. Guzzardi sul Tempio Ionico: «Archivio Storico Siracusano» 47 (2012) oppure 48, s. IV (2015).
  • Capodieci: l’edizione 1813 e l’emissione accresciuta del 1816 hanno paginazione diversa, e la letteratura scientifica cita di norma la seconda. Occorre dichiarare quale esemplare si usa.
  • Cavallari e Holm 1883: l’editore è indicato come Tipografia del giornale «Lo Statuto» e come Tipografia del Giornale di Sicilia.
  • Le città tardobarocche del Val di Noto: il colophon e i dati CIP danno dicembre 2008, la scheda ICCD che ne ospita il PDF dà 2016.
  • Santi Luigi Agnello 1952: il titolo circola come Architetti, capimaestri e scalpellini e come Architetti, capimastri, scalpellini; il volume del 2001 come Una metropoli ed una città siciliane fra Roma e Bisanzio, …tra Roma e Bisanzio e Una metropoli e una città siciliana….

Fonti antiche

Nessuna fonte antica descrive l’edificio: le testimonianze superstiti riguardano il tempio di Atena, i suoi arredi e il suo saccheggio. Di seguito i passi che la letteratura cita, con l’indicazione di ciò che ciascuno attesta.
  • Cicerone, In Verrem (actio secunda), orazione del 70 a.C. Il libro IV contiene la descrizione più ampia: al § 118 la topografia di Ortigia con i due templi che «superano di gran lunga gli altri», quello di Diana e quello di Minerva; al § 122 il ciclo pittorico su tavole con la battaglia equestre del re Agatocle che rivestiva le pareti interne, risparmiato da Marcello e asportato da Verre; al § 123 le ventisette tavole dipinte con le immagini dei re e dei tiranni della Sicilia (non «di Siracusa», come spesso si legge); al § 124 le porte d’oro e d’avorio (ex auro atque ebore), con le scene figurate eburnee, il volto di Gorgone cinto di serpenti e le borchie d’oro; al § 125 le discusse gramineae hastae; al § 140 i registri pubblici siracusani custoditi nell’aerarium sanctius, che elencavano quanto mancava ex aede Minervae. Al libro V, § 184, la formula riassuntiva: a Siracusa Verre «portò via tutto tranne il tetto e le pareti» (traduzione dal latino). Edizioni di riferimento: W. Peterson, Oxford 1917, con apparato critico.
  • Ateneo di Naucrati, Deipnosofisti XI 462b-c, che cita Polemone di Ilio, Perì tou Morýchou. È l’unica fonte antica sullo scudo: i naviganti in partenza portavano la coppa rituale «finché lo scudo che sta sul tempio di Atena non diventa invisibile» (traduzione dal greco). Il testo non dice che lo scudo fosse d’oro, di bronzo o collocato sul frontone: quei particolari entrano nella tradizione con Fazello nel 1558.
  • Suda, s.v. Μωρότερος Μωρύχου (mu 1343), da Polemone (fr. 73 Preller): la statua di Dioniso Mòrycho posta «fuori del tempio, all’aperto, accanto all’ingresso» (traduzione dal greco). Il tempio non è nominato.
  • Diodoro Siculo, Bibliotheca historica XI 25, 1 e XI 26, 7: dopo Imera Gelone destina le spoglie migliori all’ornamento dei templi siracusani e costruisce templi di Demetra e Kore. Questi passi non attribuiscono a Gelone un tempio di Atena. Il frammento VIII 11 narra invece di un Agatocle incaricato della costruzione di un tempio della dea, racconto che Serradifalco riferì al santuario siracusano. Utile anche XVI 83, 2, sul bilancio edilizio della città.
  • Livio, Ab Urbe condita XXV 31 e XXV 40, 1-2 (il bottino di Marcello e l’inizio della «licenza» di spogliare il sacro); XXVI 30, 9 (i legati siciliani in Senato lamentano santuari «scassinati e spogliati», nella traduzione dal latino); XXVI 31, 9 (l’ammissione di Marcello). Le notizie descrivono spoliazioni su scala cittadina e vanno confrontate con l’eccezione riferita da Cicerone per il tempio di Minerva.
  • Plutarco, Vita di Marcello 19; 21, 1 (Marcello rimosse «la maggior parte e i più belli» degli oggetti votivi siracusani, nella traduzione dal greco); 30, 6 (opere siracusane dedicate a Samotracia e a Lindo, nel santuario di Atena).
  • Strabone, Geografia VI 2, 4: descrive Ortigia e la Fonte Aretusa e non nomina il tempio. Controllo negativo utile.
  • Silio Italico, Punica XIV: Ortigia e Aretusa compaiono in contesto geografico, senza menzione del tempio di Minerva.
  • Platone: l’attribuzione di una testimonianza sul culto di Atena a Ortigia, diffusa in rete e in alcune voci enciclopediche, è priva di riferimento puntuale e non trova riscontro nel testo delle Epistole né nella letteratura specialistica. Va segnalata come non verificata.

Fonti erudite dal Cinquecento all’Ottocento

Fra il 1520 e il 1883 la descrizione del monumento si costruisce per catene di citazioni e di correzioni reciproche. Ogni notizia trasmessa da questi autori va datata due volte: la data del fatto e la data della fonte che lo riporta.
  • Lucio Cristoforo Scobar, De rebus praeclaris Syracusanis, Venezia, Bernardino Benali, 1520 (cc. XIVr-XVIr). Canonico siracusano; attinge a un manoscritto perduto detto Archetipo ed è la fonte di quasi tutto ciò che si sa dell’arredo medievale e della cronotassi episcopale antica. Nessuna digitalizzazione libera reperita.
  • Claudio Mario Arezzo, De situ insulae Siciliae libellus, Messina 1537. Citato da Vincenzo Mirabella (nella forma corrotta «Mario Erizzi») per la tradizione del crollo della volta nel 1100. Il testo fu ristampato nella raccolta Rerum Sicularum scriptores ex recentioribus praecipui, Francoforte sul Meno, Andreas Wechel, 1579, oggi consultabile in una digitalizzazione pubblica. L’edizione della raccolta va distinta da quella messinese del 1537.
  • Tommaso Fazello, De rebus Siculis decades duae, Palermo 1558 (ed. consultabile Palermo 1560), Deca I, libro IV, pp. 84-85. Prima descrizione a stampa, con l’identificazione attribuita ai Siracusani stessi («Syracusani praedicant») e il conteggio di tredici colonne per fianco. Introduce a stampa i dettagli dello scudo «di bronzo fuso» e «dorato» che Ateneo non riporta. Digitalizzazione: archive.org. Traduzione italiana di Remigio Fiorentino, Della storia di Sicilia deche due, Palermo 1817, pp. 228-229: archive.org.
  • Vincenzo Mirabella e Alagona, Dichiarazioni della pianta dell’antiche Siracuse, Napoli, Lazzaro Scorriggio, 1613; tavole incise da Francesco Lomia, datate 1612. Il tempio è la voce n. 12 della Tavola Prima, pp. 26-29. Contiene il primo rilievo misurato del monumento, con pianta e alzato, e la descrizione dello stato dell’edificio prima del sisma del 1693, con l’inversione fra cella e ali del peristilio. Digitalizzazione: archive.org.
  • Giacomo Bonanni e Colonna, duca di Montalbano, Dell’antica Siracusa illustrata, Messina, Pietro Brea, 1624, libro I, sezione «Ortigia», pp. 17-21. Critica sistematica di Fazello e di Mirabella: demolisce l’ipotesi della torre con lo scudo dorato, corregge l’identificazione fra Gorgone e Medusa e propone la lezione fraxineas in luogo di gramineas sulla scorta di Paolo Manuzio. Digitalizzazione: archive.org.
  • Delle antiche Siracuse, 2 voll., Palermo, Stamperia di Giovan Battista Aiccardo, 1717: ristampa congiunta di Bonanni (vol. I) e Mirabella (vol. II), dedicata ad Anna Maria regina di Sicilia. Stampa più nitida e paginazione differente da quelle delle prime edizioni. Digitalizzazioni: vol. I e vol. II.
  • Rocco Pirri, Sicilia sacra disquisitionibus et notitiis illustrata, I ed. Palermo 1630-1633; II ed. ampliata Palermo 1644-1647; III ed. a cura di Antonino Mongitore e Vito Maria Amico, 2 voll., Palermo, apud haeredes Petri Coppulae, 1733. La Notitia Ecclesiae Syracusanae occupa il tomo I dell’edizione 1733, pp. 598-690. Per la cronotassi episcopale, Rizzone rinvia alle pp. 123-144: questa numerazione va distinta da quella della Notitia nell’esemplare digitalizzato del 1733. Le edizioni seicentesche testimoniano la cattedrale prima del terremoto del 1693 e documentano lo smantellamento cinquecentesco dell’arredo normanno; l’edizione ampliata del 1733 comprende anche notizie posteriori al sisma. La sezione siracusana del tomo I è consultabile nella digitalizzazione pubblica di Google Books; per le citazioni occorre indicare l’edizione e distinguere i passi dell’autore dalle aggiunte dei curatori.
  • Georg Walther (Gualtherus), Siciliae, obiacentium insularum et Bruttiorum antiquae tabulae, I ed. Palermo 1620, ed. Messina, Pietro Brea, 1624, p. 13, n. 98: prima edizione dell’epigrafe greca del cratere marmoreo.
  • Ottavio Gaetani (1566-1620), gesuita: Idea operis de vitis Siculorum sanctorum, Palermo 1617; Vitae sanctorum Siculorum, 2 voll., Palermo 1657; Isagoge ad historiam sacram Siculam, Palermo 1707, p. 135, con la testimonianza diretta sul cratere antico conservato senza onore nella cappella del Castello Maniace prima del trasferimento in cattedrale.
  • Cesare Gaetani e Gaetani, conte della Torre (1718-1805), Dissertazione istorica apologetica critica intorno all’origine e fondazione della Chiesa siracusana dal principe degli apostoli s. Pietro, Roma, Stamperia Salvioni, 1748 (pp. 187-188 sulla cristianizzazione del tempio; pp. 242-244, nota b, sul fonte battesimale). Opera dichiaratamente apologetica, da usare come documento della cultura erudita settecentesca. Digitalizzazione: archive.org.
  • Cesare Gaetani, Gli atti sinceri di S. Lucia, 1753 (cap. 11, p. 34), e Pescagioni, 1797.
  • Paolo Maria Paciaudi, De sacris Christianorum balneis liber singularis, Roma 1758, cap. XVI, pp. 160 e 167: confuta la tradizione che identificava il fonte battesimale con quello di san Marciano.
  • Gabriele Lancillotto Castelli, principe di Torremuzza, Siciliae et objacentium insularum veterum inscriptionum nova collectio, I ed. Palermo 1769, ed. Palermo, Typis regiis, 1784, Classis XVII, pp. 254-256, n. 1. Digitalizzazione: archive.org.
  • Ignazio Paternò Castello, principe di Biscari, Viaggio per tutte le antichità della Sicilia, Napoli 1781: bersaglio polemico di Capodieci sul numero degli archi ricavati nei muri della cella.
  • Giuseppe Logoteta, Le Siracuse antiche, Catania, presso Francesco Pastore, 1788, pp. 137-139; Opuscoletto degli antichi monumenti di Siracusa, § 11, p. 8. Altro bersaglio polemico di Capodieci, sulla posizione del tempio e sulla datazione del muro di rinforzo.
  • Giuseppe Maria Capodieci, Antichi monumenti di Siracusa, I ed. Siracusa, presso D. Francesco M. Pulejo, 1813; ed. accresciuta, 2 voll., ivi, 1816. Il capitolo è il § 7, «Tempio di Minerva, oggi il Duomo», tomo I, pp. 55-76, con il § 25 sul vaso marmoreo divenuto fonte battesimale (pp. 121-123) e il § 26 sulle colonne di marmo. Contiene la prima cronologia anno per anno del cantiere, la datazione al 1542 del muro di contenimento sulla base di prova epigrafica in opera, la confutazione della leggenda dell’«Equinozio» e le misure rilevate nel dicembre 1812 e nel gennaio 1813 insieme all’architetto londinese che l’autore chiama «Roberto Cockerell». Digitalizzazioni: tomo I e tomo II; copia anche nella biblioteca di Aretusapedia, Capodieci 1813.
  • Domenico Lo Faso Pietrasanta, duca di Serradifalco, Le antichità della Sicilia esposte ed illustrate, vol. IV, Palermo, Reale Stamperia, 1840, pp. 116-121 e tavv. V-VIII. Conta trentasei colonne nella peristasi e ventidue ancora visibili (nove a sud, tredici a nord), data il tempio fra il 596 e il 495 a.C. e dichiara con precisione quali elementi della tavola di «ristaurazione» (cornice, frontone e statua di Minerva clipeata) sono congettura sua. I disegni sono di Francesco Saverio Cavallari. Digitalizzazione: archive.org.
  • Antonino Mongitore, Sopra un passo di Cicerone delle aste di gramigna, in Raccolta d’opuscoli scientifici e filologici, vol. 22, Venezia 1740: dissertazione cui rinviano sia Capodieci sia Serradifalco.
  • Alessio Narbone, Istoria della letteratura siciliana, 12 voll., 1852-1859, VIII (1858), p. 221; Salvatore Lanza, Guida del viaggiatore in Sicilia, Palermo, Fratelli Pedone Lauriel, 1859, p. 80: prime attestazioni delle lastre marmoree presso il fonte battesimale.
  • Serafino Privitera, Illustrazioni su l’antico Tempio di Minerva oggi il Duomo di Siracusa, Catania, Tipografia La Fenice di Musumeci, 1863. È l’unico studio ottocentesco interamente dedicato all’edificio; registra frammenti scultorei oggi in parte perduti (p. 36) e le lastre presso il fonte (p. 39). Non digitalizzato.
  • Serafino Privitera, Storia di Siracusa antica e moderna, 2 voll., Napoli, Tipografia già del Fibreno, 1878-1879. Rinvii puntuali al vol. II: p. 120 (San Sebastiano), p. 133 nota 1 (porta piccola del fianco nord), pp. 144-145 (l’operato del vescovo Ludovico Platamone), pp. 145 e 150 (perdita della documentazione curiale), p. 192 (il simulacro argenteo di santa Lucia), p. 197 (vescovi seicenteschi), p. 228 (iscrizione del vaso battesimale), pp. 231-235 e 507-510 (cappella musicale). Ristampe anastatiche Forni, Sala Bolognese e Bologna, 1971, 1975, 1979 e 1986; riedizione CMD in 2 voll. Il secondo volume è consultabile nella digitalizzazione pubblica di Google Books; la pagina 228 permette, fra l’altro, di leggere la notizia sul fonte battesimale e sugli interventi del vescovo Termini.
  • Francesco Saverio Cavallari e Adolf Holm, Topografia archeologica di Siracusa, Palermo, Tipografia del giornale «Lo Statuto», 1883, con atlante di tavole. Passi utili: p. 19 e tav. I, n. 2 (il «tempio creduto di Minerva» sul punto culminante dell’isola); pp. 42-43, in nota, l’ipotesi che l’edificio sia stato riedificato integralmente «all’epoca di Gelone o in quella di poco posteriore»; pp. 175-178, la datazione al VI secolo nel testo principale e la confutazione di Julius Schubring, che aveva proposto di riconoscervi il tempio di Artemide; pp. 382-383, i frammenti marmorei rinvenuti rifacendo il pavimento della cattedrale nel 1881-1882, fra cui un rilievo con nove figure di giovinetti lungo 1,80 m. Digitalizzazione: archive.org; copia anche nella biblioteca di Aretusapedia, Cavallari e Holm 1883.
  • Giovanni Angelo de Ciocchis, Sacrae Regiae Visitationis per Siciliam… acta decretaque omnia, volume Vallis Neti, Palermo 1836 (visita del 1741-1743). Contiene il Catalogus Sacrarum Reliquiarum, l’inventario degli argenti e degli arredi e la sezione sui Jocalia della cappella di Santa Lucia. Digitalizzazione: archive.org.
  • Gaetano Moroni, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, vol. 66, 1854, voce Siracusa, pp. 300-315; Giuseppe Cappelletti, Le Chiese d’Italia, vol. XXI, Venezia 1870, pp. 611-628; Vincenzio d’Avino, Cenni storici sulle chiese arcivescovili, vescovili e prelatizie del Regno delle Due Sicilie, Napoli 1848, pp. 634-638. Repertori ottocenteschi utili per la serie dei vescovi di Siracusa, spesso divergenti fra loro.
  • Domenico Gaspare Lancia di Brolo, Storia della Chiesa in Sicilia nei dieci primi secoli del cristianesimo, vol. II, Palermo 1884, pp. 28-34.

Relazioni di viaggio

Il Grand Tour è la fonte che documenta lo stato del monumento fra il 1767 e il 1891, e insieme il rovesciamento del giudizio critico: dalla condanna illuminista della «operazione barbara» al riconoscimento che l’inglobamento nella chiesa ha salvato il tempio.
  • Johann Hermann von Riedesel, Reise durch Sicilien und Grossgriechenland, Zurigo 1771; trad. inglese di J. R. Forster, Londra 1773, pp. 71-72 (archive.org); trad. francese, Losanna 1773, pp. 84-85.
  • Patrick Brydone, A Tour through Sicily and Malta, Londra, Strahan e Cadell, prima edizione 1773; esemplare digitalizzato: Glasgow, R. Chapman, 1817, vol. I, lettera XII, p. 219 (visita del 1° giugno 1770): la facciata giudicata «in a bad style». archive.org.
  • Jean-Pierre Houël, Voyage pittoresque des isles de Sicile, de Malte et de Lipari, t. III, Parigi 1785, planche CXCIV, pp. 99-100: la descrizione tecnica più accurata fra quelle dei viaggiatori, con il conteggio di sei colonne di fronte e quattordici per fianco. archive.org.
  • Henry Swinburne, Travels in the two Sicilies, vol. II, Londra, P. Elmsly, 1785, pp. 328-330: misure e stroncatura dell’architetto della facciata. archive.org.
  • Dominique Vivant Denon, Voyage en Sicile, Parigi 1788; trad. inglese Travels in Sicily and Malta, Londra 1789, pp. 312-316. Formula per primo, insieme a Bartels, la tesi che l’inglobamento abbia salvato il tempio. archive.org.
  • Friedrich Münter, Nachrichten von Neapel und Sicilien, Copenaghen, Proft, 1790, pp. 326-332. archive.org.
  • Johann Heinrich Bartels, Briefe über Kalabrien und Sizilien, vol. III, Gottinga, Dieterich, 1791-1792, pp. 181-187. archive.org.
  • Johann Gottfried Seume, Spaziergang nach Syrakus im Jahre 1802, Braunschweig e Lipsia 1803, capitolo «Syrakus».
  • Richard Colt Hoare, A Classical Tour through Italy and Sicily, Londra 1819, pp. 400-401 (soggiorno del 1789-1791). archive.org.
  • William Henry Smyth, Memoir descriptive of the resources, inhabitants and hydrography of Sicily and its islands, Londra 1824, pp. 170-171. archive.org.
  • Ferdinand Gregorovius, Siciliana. Wanderungen in Neapel und Sicilien, Lipsia, Brockhaus, 1861 (viaggio del 1853); trad. inglese di Annie Hamilton, 1914, p. 258.
  • Ernest Renan, Vingt jours en Sicile, in Mélanges d’histoire et de voyages, Parigi 1878, pp. 108-109 (viaggio dell’aprile 1875): la difesa più esplicita della chiesa dentro il tempio e il rifiuto del progetto di «liberare» il colonnato. archive.org.
  • Augustus J. C. Hare, Cities of southern Italy and Sicily, Londra 1891, pp. 427-428. archive.org.

Pubblicazioni archeologiche

  • Paolo Orsi, Scoperte archeologico-epigrafiche nella città e nella provincia di Siracusa, in «Notizie degli Scavi di Antichità», 1889, pp. 368-390 (altra numerazione 369-390).
  • Paolo Orsi, Siracusa. Nuove scoperte di antichità siracusane, in «Notizie degli Scavi di Antichità», 1891, pp. 369-416.
  • Paolo Orsi, Esplorazioni dentro ed intorno al tempio di Athena in Siracusa, in «Notizie degli Scavi di Antichità», 1910, pp. 519-541 (il pavimento normanno alle pp. 538-539; il frammento sotto il Palazzo Arcivescovile a p. 521).
  • Paolo Orsi, Siracusa. Scoperte in Ortygia, in «Notizie degli Scavi di Antichità», 1912, pp. 290-292.
  • Paolo Orsi, Siracusa. Scavi di piazza Minerva, in «Notizie degli Scavi di Antichità», 1915, pp. 175-208.
  • Paolo Orsi, R. Soprintendenza dei Monumenti in Siracusa, in «Cronaca delle Belle Arti», supplemento al «Bollettino d’Arte», 5-7, 1917, pp. 44-45.
  • Paolo Orsi, Gli scavi intorno a l’Athenaion di Siracusa negli anni 1912-1917, in «Monumenti Antichi dei Lincei», XXV, 1918, coll. 353-762. È la pubblicazione fondativa: 410 colonne di testo e tavole, con la documentazione delle fondazioni, dei depositi votivi e delle strutture precedenti il tempio dorico. Digitalizzazione integrale presso la Universitätsbibliothek Heidelberg, monant1918, DOI 10.11588/diglit.9138.
  • Paolo Orsi, Riaprendosi la Cattedrale di Siracusa, in «La Siciliana», X, 2, febbraio 1927, pp. 21-22: la formulazione più citata sul rapporto fra chiesa e tempio.
  • Giuseppe Cultrera, Gli antichi ruderi di via del Littorio, in «Notizie degli Scavi di Antichità», 1940, pp. 199-224; Siracusa. Scoperte nel Giardino Spagna, ivi, 1943, pp. 33-126; L’Apollonion-Artemision di Ortigia in Siracusa, in «Monumenti Antichi dei Lincei», XLI, 1951, coll. 701-860.
  • Luigi Bernabò Brea, Siracusa. Athenaion, in «Notizie degli Scavi di Antichità», 1947, p. 194: prima notizia archeologica sull’area dopo Orsi.
  • Gino Vinicio Gentili, Il grande tempio ionico di Siracusa. I dati topografici e gli elementi architettonici raccolti fino al 1960, in «Palladio», 1967, pp. 61-84; Incunaboli coroplastici di stile ionico dalla nésos siracusana, in «Bollettino d’Arte», 5, 1, 1973, pp. 3-8.
  • Paola Pelagatti, Ricerche in Ortigia, in P. Pelagatti e G. Voza (a cura di), Archeologia nella Sicilia sud-orientale, Napoli e Siracusa 1973, pp. 73-80; Siracusa. Elementi dell’abitato di Ortigia nell’VIII e nel VII secolo a.C., in «Cronache di Archeologia e di Storia dell’Arte», XVII, 1978, pp. 119-133; Siracusa Ortigia. Area della Prefettura, in «Kokalos», 26-27, 1980-1981, pp. 707-711; Siracusa: le ultime ricerche in Ortigia, in «Annuario della Scuola Archeologica di Atene», XLIV, 1982, pp. 117-162.
  • Massimo Frasca, Una nuova capanna «sicula» a Siracusa, in Ortigia: tipologia dei materiali, in «Mélanges de l’École française de Rome. Antiquité», 95, 1983, pp. 565-598.
  • Paul Auberson, Le temple ionique de Syracuse. Architecture et problèmes urbaines, Zurigo 1979; L’architettura del tempio ionico di Siracusa, in Atti della III riunione scientifica della Scuola di Perfezionamento in Archeologia Classica dell’Università di Catania, Catania 1994, pp. 207-208.
  • Giuseppe Voza, Bilancio degli scavi a Siracusa sulla terraferma, in «Annuario della Scuola Archeologica di Atene», XLIV, 1982, pp. 165-168; Attività archeologica della Soprintendenza di Siracusa e Ragusa, in «Kokalos», XXXIX-XL, 1993-1994, pp. 1281-1294.
  • Giuseppe Voza (a cura di), Siracusa 1999. Lo scavo archeologico di Piazza Duomo, Siracusa (secondo altre schede Palermo) 1999. Pubblicazione dello scavo condotto sotto la piazza Duomo, con i contributi di C. Ciurcina e R. Amato sui materiali dai pozzi votivi (pp. 36-41), di A. Crispino sui materiali dall’età preistorica all’ellenistica e di P. Pelagatti sull’oinochoe di Artemide.
  • Giuseppe Voza, Nel segno dell’antico. Archeologia nel territorio di Siracusa, Palermo e Siracusa, Arnaldo Lombardi Editore, 1999; Primi risultati dello scavo in piazza Duomo a Siracusa, in Un ponte fra l’Italia e la Grecia. Atti del simposio in onore di Antonino Di Vita, Padova 2000, pp. 131-137; Siracusa. Problemi di topografia archeologica, in «Journal of Ancient Topography», XXVII, 2017, pp. 21-56.
  • Giuseppe Voza (a cura di), Il Tempio Ionico di Siracusa, Siracusa 2013, con il saggio dello stesso Voza Piazza Duomo e piazza Minerva, pp. 6-27.
  • Lorenzo Guzzardi, Un secolo dopo Orsi. I nuovi scavi nel Tempio Ionico, in Voza 2013, pp. 28-49; Le recenti esplorazioni di scavo presso il Tempio Ionico in Ortigia, in Siracusa greca. Atti del Convegno (Siracusa, 18-19 maggio 2012), «Archivio Storico Siracusano», 48, s. IV, 2015, pp. 131-176.
  • Beatrice Basile, La città greca. Nuovi dati, vecchi problemi, in Siracusa greca, «Archivio Storico Siracusano», 48, s. IV, 2015, pp. 177-224; Siracusa. Indagini archeologiche nel biennio 2000-2001: il cortile del Palazzo della Prefettura in Ortigia, in Pagani e Cristiani in Sicilia (secc. II-V), «Kokalos», 47-48, II, pp. 765-782.
  • Concetta Ciurcina, Notizie preliminari delle ricerche archeologiche nel cortile della Prefettura a Siracusa (anni 1996-1998), in Damarato. Studi di antichità offerti a Paola Pelagatti, Roma 2000, pp. 86-91.
  • Sandro Chilardi, Spazzatura sacra? I resti animali da pozzi connessi con strutture ad uso cultuale: il caso del pozzo US 103 di piazza Duomo in Siracusa, in Uomini, piante e animali nella dimensione del sacro, Bari 2008, pp. 27-37.
  • Salvatore Arturo Alberti, Il restauro dell’Athenaion di Siracusa ad opera e cura di P. Orsi (1926-30), in «Scienza e Beni culturali», XXIX, 2013, pp. 329-339.
  • Daria Di Giovanni, «Vari tipi di cassette» dall’Athenaion di Siracusa, in Deliciae Fictiles V. Networks and Workshops, Oxford, Oxbow Books, 2019, pp. 131-135, DOI 10.2307/j.ctvpmw48c.19.
  • Giulio Amara, Monuments to the Tyrannies. The Athenaion of Syracuse Reconsidered: Sources, Materials, Contexts, in Innovations and Inventions in Athens c. 530 to 470 BCE, Vienna, Phoibos Verlag, 2020, pp. 231-251; Quanti templi per la vittoria di Himera? Nuove evidenze dall’Athenaion di Siracusa, in M. Jonasch (a cura di), The Fight for Greek Sicily, Oxford e Filadelfia, Oxbow Books, 2020, pp. 213-241, DOI 10.2307/j.ctv13pk674.19; Le armi dall’Athenaion arcaico di Siracusa, in Armi votive in Sicilia, Magonza, RGZM, 2022, pp. 41-62.
  • Giulio Amara, Archeologia del culto a Siracusa. Depositi votivi e pratiche rituali intorno all’Athenaion di Ortigia, Milano, LED Edizioni Universitarie, 2023, ISBN 978-88-5513-119-3, DOI 10.7359/1193-2023-amara-siracusa. È la revisione integrale degli scavi Orsi e il lavoro che ha riaperto la questione della datazione del tempio. La versione preliminare è la tesi di perfezionamento della Scuola Normale Superiore di Pisa (XXXII ciclo, a.a. 2020-2021, 649 pp.), ad accesso aperto.
  • Robert Koldewey e Otto Puchstein, Die griechischen Tempel in Unteritalien und Sicilien, Berlino 1899, pp. 68-70 e 233; William Bell Dinsmoor, The Architecture of Ancient Greece, 1950, pp. 44-45 e 108; Jos A. de Waele, La progettazione dei templi dorici di Himera, Segesta, Siracusa, 1982; Dieter Mertens, Città e monumenti dei Greci d’Occidente, Roma 2006, in particolare pp. 268-273 e 315; Enzo Lippolis, Monica Livadiotti e Giorgio Rocco, Architettura greca, Milano 2007, pp. 839-843.
  • Gianfranco Adornato, Monumenti per una vittoria. Agrigento e Siracusa tra alleanze e rivalità, in Atti delle V Giornate di Studi sull’Area Elima, II, Pisa 2006, pp. 447-460 (altra numerazione 447-450).
  • Daniele Zirone, Siracusa. Storia della ricerca archeologica, in Bibliografia Topografica della Colonizzazione Greca in Italia e nelle Isole Tirreniche, vol. XIX, Pisa e Roma 2005, pp. 145-386: il repertorio storiografico più completo sulla ricerca archeologica siracusana.
  • Carmine Ampolo (a cura di), Siracusa. Immagine e storia di una città, Pisa 2011; Fabrizio Nicoletti (a cura di), Siracusa antica. Nuove prospettive di ricerca, Palermo, Regione Siciliana, 2022, ISBN 978-88-6164-541-7, con i contributi di P. D. Scirpo (pp. 199-212), G. Cacciaguerra (pp. 457-478) e P. Militello (pp. 479-509).
  • Maria Amalia Mastelloni, Cave e materiali utilizzati in alcuni monumenti di Siracusa, in Jacopo Bonetto, Stefano Camporeale e Antonio Pizzo (a cura di), Arqueología de la construcción IV. Las canteras en el mundo antiguo: sistemas de explotación y procesos productivos, atti del convegno di Padova, 22-24 novembre 2012, Anejos de «Archivo Español de Arqueología», LXIX, Mérida, CSIC, 2014, pp. 211-238. Comprende l’appendice di Angela Baldanza, Giuseppe Sabatino e Marcella Di Bella, Le pietre dei luoghi di culto, pp. 234-238; testo consultabile. L’estratto reca nelle testatine il numero LXIV, mentre il frontespizio del volume e il catalogo editoriale indicano LXIX.
  • Hans-Peter Drögemüller, Syrakus. Zur Topographie und Geschichte einer griechischen Stadt, Heidelberg 1969; trad. it. Siracusa. Topografia e storia di una città greca, Siracusa 2018.

Studi moderni di storia dell’arte e dell’architettura

  • Enrico Mauceri, La facciata della Cattedrale di Siracusa, in «L’Arte», a. X, fasc. 5, 1907; Il tesoro del duomo di Siracusa, ivi, 1907, pp. 382-384; Figura ignota di artista siracusano. Pompeo Picherali, architetto del secolo XVIII, in «Archivio Storico per la Sicilia Orientale», VIII, 1911, pp. 227-241, con i documenti alle pp. 235-241; Stalli corali in Sicilia, in «L’Arte», XIV, 1911, pp. 129-138 (Siracusa alle pp. 132-134); Pompeo Picherali e la facciata del Duomo di Siracusa, in «Brutium», n. 6, novembre-dicembre 1938, cui seguì nel gennaio 1939 la risposta di Giuseppe Agnello. I contributi di Mauceri restano la base documentaria di tutta la discussione successiva sulla paternità del prospetto.
  • Enrico Mauceri, Siracusa e la valle dell’Anapo, Bergamo, Istituto Italiano d’Arti Grafiche, 1909, p. 92 e tav. p. 111. archive.org.
  • Giuseppe Rao, Progetto dei lavori occorrenti pel consolidamento del tetto della navata centrale della Cattedrale di Siracusa e per dare un migliore assetto degli avanzi del tempio greco in essa esistenti, Palermo 1907: il documento che apre il cantiere novecentesco.
  • Giuseppe Agnello, Il Duomo di Siracusa ed i suoi restauri, in «Per l’Arte Sacra», IV, 1927, 1-2, pp. 3-40; nuova edizione con il sottotitolo Discorso letto il 14 gennaio 1927 nel Salone Torres del Palazzo Arcivescovile di Siracusa, a cura di Santi Luigi Agnello, Siracusa, Ediprint, 1996, con introduzione del curatore alle pp. 11-21. Resta la trattazione più citata sui restauri di primo Novecento.
  • Giuseppe Agnello, Siracusa medievale. Monumenti inediti, Catania, Muglia, 1926; Un vescovo umanista: Luigi Bignami, Siracusa, Società tipografica, 1925; Guida del Duomo di Siracusa, Milano, Lucini, 1928 (con successive edizioni, l’ultima Siracusa 1964); Capolavori ignorati del Vanvitelli e del Valle nella Cattedrale di Siracusa, in «Per l’Arte sacra», IV, 5, 1927, pp. 3-15.
  • Giuseppe Agnello, Il Duomo di Siracusa, in «Arte Cristiana», XXX, 1942, pp. 141-149; L’architettura bizantina in Sicilia, Firenze, La Nuova Italia, 1952, pp. 37-52; I monumenti bizantini della Sicilia, ivi, 1951; Le arti figurative nella Sicilia bizantina, Palermo, Istituto Siciliano di Studi Bizantini e Neoellenici, 1962; Siracusa nel Medioevo e nel Rinascimento, Caltanissetta e Roma, Salvatore Sciascia, 1964.
  • Giuseppe Agnello, Nuovi contributi all’illustrazione del Duomo di Siracusa e delle sue opere, in «Archivio Storico Siracusano», V-VI, 1959-1960, pp. 82-98: il ritorno dell’autore sull’edificio a trent’anni dal discorso del 1927.
  • Giuseppe Agnello, i quattro saggi su Pompeo Picherali: Pompeo Picherali architetto siracusano del secolo XVIII alla luce di nuovi documenti, in «Archivio Storico per la Sicilia», II-III, 1936-1937, pp. 271-347; Su Pompeo Picherali ed il prospetto del Duomo siracusano, in «Brutium», XVIII, 1939, pp. 12-14; Nuove notizie sull’architetto siracusano Pompeo Picherali, in «Archivio Storico per la Sicilia Orientale», VI, 1940, pp. 185-238; Nuovi documenti sull’architetto Pompeo Picherali, in «Archivio Storico Siciliano», II, 1947, pp. 281-315.
  • Giuseppe Agnello, gli scritti sulle arti decorative della cattedrale: Un capolavoro dell’oreficeria siciliana del secolo XVI, in «Per l’Arte sacra», V, 4-5, 1928, pp. 2-15; Argentieri e argenterie del Settecento, ivi, VI, 1, 1929, pp. 12-25 e VI, 6, 1929, pp. 151-165; Un maestro del ferro battuto. Domenico Ruggeri, ivi, VI, 1929, pp. 72-78; Cimeli d’arte nella Cattedrale di Siracusa. Il calice d’ambra del sec. XVI, ivi, X, 4, 1933, pp. 99-104; I tessuti e i ricami d’arte della Cattedrale di Siracusa, in «Arte sacra», III, 1933, pp. 211-216; La statua ed il Tesoro di S. Lucia a Siracusa, in «Archivio Storico Siracusano», XI, 1965, pp. 5-26.
  • Amelia Crisantino, Magnificenza e decoro. L’arcivescovo di Monreale Francesco Testa, l’architettura e le arti (1748-1773), Palermo, Associazione Mediterranea, 2012, appendice documentaria, doc. 1, pp. 103-105. Edizione digitale integrale.
  • Luigi Borsano, La facciata della Cattedrale di Siracusa e le sculture minori, in «Notizie degli Archivi di Stato», II, n. 3, luglio-settembre 1942, pp. 181-183. Annata digitalizzata dalla Direzione generale Archivi.
  • Giuseppe Agnello, Il prospetto della cattedrale di Siracusa e l’opera dello scultore palermitano Ignazio Marabitti, in «Archivi», serie II, IV, 1937, pp. 63-74 e 127-143; L’opera dello scultore Ignazio Marabitti nella cappella del Ss. Sacramento nella cattedrale di Siracusa, Siracusa 1940.
  • Santi Luigi Agnello, Bibliografia degli scritti di Giuseppe Agnello, Siracusa, Società siracusana di storia patria, 1978: strumento indispensabile, poiché la produzione del padre è dispersa in decine di riviste locali. Dello stesso, Giuseppe Agnello, Siracusa, Flaccavento, 1993, ISBN 88-86209-01-0.
  • Santi Luigi Agnello, Preliminari alla storia dell’Architettura Barocca a Siracusa, in «Archivio Storico per la Sicilia Orientale», XI-XII, 1946-1947, pp. 76-90; La rinascita edilizia a Siracusa dopo il terremoto del 1693, in «Archivio Storico Siciliano», IV, 1950-1951, pp. 449-475 e V, 1952-1953, pp. 109-138; Architetti, capimaestri e scalpellini a Siracusa nei secc. XVII e XVIII, in «Archivi», 19, 1952, pp. 102-120; Rinnovamento edilizio e distruzione dei monumenti classici a Siracusa, ivi, 24, 1957, pp. 59-73; Il terremoto del 1693 a Siracusa: invito ad una ricerca, in «Archivio Storico Siracusano», s. III, I, 1983, pp. 57-64.
  • Santi Luigi Agnello, Chiese siracusane del VI secolo, in «Archivio Storico Siracusano», n.s., V, 1978-1979, pp. 115-136; Argenterie di Siracusa, ivi, n.s., II, 1972-1973; Una metropoli ed una città siciliane fra Roma e Bisanzio, Siracusa, Fondazione Giuseppe e Santi Luigi Agnello, 2001, pp. 50-51, dove si sostiene che le tre absidi appartengano all’età normanna e non a quella bizantina.
  • Giuseppe Michele Agnello, L’architettura normanna a Siracusa. Una proposta d’interpretazione, in Il bagno ebraico di Siracusa e la sacralità delle acque nelle culture mediterranee, a cura di G. Musotto e L. Pepi, Palermo, Officina di Studi Medievali, 2014, pp. 1-33. È il contributo moderno più importante sulla fabbrica medievale. PDF ad accesso libero.
  • Giuseppe Michele Agnello, voce Siracusa, in Enciclopedia dell’Arte Medievale, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 1999, vol. X, pp. 701-704; Il terremoto del 1169 in Sicilia tra miti storiografici e cognizione storica, in La Sicilia dei terremoti, a cura di G. Giarrizzo, Catania, Maimone, 1996, pp. 101-127; Siracusa in età normanna (1085-1194), in «Qui si trova la chiave per comprendere il tutto», Viagrande, Algra, 2017, pp. 49-63; Storia delle chiese e dei monasteri di Santa Lucia a Siracusa nel Medioevo, in Siracusa città di luce, a cura di S. Gatto e L. Trigilia, Siracusa, LetteraVentidue, 2022, pp. 63-91.
  • Salvatore Russo, La Cattedrale di Siracusa, in «Archivio Storico Siracusano», III serie, V, 1991, pp. 35-62. È il saggio che pubblica i documenti d’archivio sul cantiere: i restauri del pavimento alle pp. 51-52 con i documenti I-II alle pp. 58-59, l’abside alle pp. 45-46 con il documento III a p. 59.
  • Pasquale Magnano, La Cattedrale di Siracusa, Siracusa, Edizioni dell’Archivio Storico della Curia Arcivescovile, 1990; Inventario inedito del tesoro della Cattedrale di Siracusa, in «Archivio Storico Siracusano», n.s., IV, 1975-1976, pp. 107-136, che pubblica il manoscritto delle Visitatio Ecclesiarum del vescovo Asdrubale Termini; Syracusana Ecclesia I. Appunti di storia sulla Chiesa siracusana, Siracusa 1992, con l’edizione delle relazioni ad limina.
  • Mariella Muti (a cura di), Cattedrale Siracusa. Cronache di un restauro, 3 voll., Siracusa, Lombardi Editori, 2009, collana «Quaderni dei restauri della Soprintendenza BB.CC.AA. di Siracusa»: vol. I Indagini (ISBN 978-88-7260-184-6), vol. II Rilievi (978-88-7260-185-3), vol. III Presbiterio (978-88-7260-186-0), cofanetto 2010. Contiene M. Muti, La Cattedrale di Siracusa, I, pp. 17-46; G. Voza, Il Duomo e le sue vicende costruttive, II, pp. 19-27; L. Gazzè, Parlano gli archivi, III, pp. 25-53.
  • Silvia Sgariglia, L’Athenaion di Siracusa. Una lettura stratigrafica tra storia e segni, Siracusa, LetteraVentidue, 2009 (ristampa 2011), ISBN 978-88-6242-012-9, edizione italiana e inglese (The Athenaion at Syracuse. A Stratigraphic Analysis). Unico studio che applica all’elevato il metodo stratigrafico.
  • Rosalia Giangreco, Templum Majus. Identità culturale e memoria storica di Siracusa attraverso la lettura delle trasformazioni della sua Cattedrale, tesi di dottorato, Università degli Studi di Catania, discussa il 9 dicembre 2013: ricerca interamente dedicata alla cattedrale, alle sue trasformazioni e al suo ruolo nell’identità urbana. Il testo integrale è disponibile ad accesso aperto nel deposito istituzionale dell’ateneo.
  • Adriano Napoli, L’arredo liturgico fisso nelle cattedrali normanne di Sicilia, tesi di perfezionamento in Storia dell’Arte, Scuola Normale Superiore di Pisa, XXXV ciclo, relatore Francesco Caglioti, a.a. 2023-2024; cap. IV La Cattedrale di Siracusa, pp. 142-159. Collaziona Scobar, Pirri, i due Gaetani, Capodieci e le visite pastorali inedite, e la sua bibliografia è oggi lo strumento migliore per l’edificio medievale. PDF ad accesso libero.
  • Paolo Giansiracusa (a cura di), Cattedrale di Siracusa. Studi, ricerche e restauri, numero speciale de «I Quaderni del Mediterraneo», nn. 26-27, anno XXXIV, 2026, 400 pp., prefazione dell’arcivescovo Francesco Lomanto, saggi di Sebastiano Amenta, Paolo Giansiracusa, Andrea La Rosa e Luigi Lombardo. Presentato nella navata centrale il 17 giugno 2026, raccoglie documentazione inedita sui restauri eseguiti dal 1917 al 2026 e sulla ricostruzione settecentesca del prospetto.
  • Maria Rosa Vitale, Tempo e racconto: i restauri della cattedrale di Siracusa nel primo Novecento, in «Lexicon. Storie e architettura in Sicilia e nel Mediterraneo», n. 35, 2022, pp. 49-59, DOI 10.17401/lexicon.35.2022-vitale. Contributo ad accesso aperto, il più solido sul cantiere promosso dall’arcivescovo Luigi Bignami e concluso nel 1927 con la riapertura curata da Giacomo Carabelli. PDF.
  • Maria Rosaria Vitale e Giuseppe Scaturro, Armando Dillon. La guerra e il «travaglio» della ricostruzione in Sicilia (1941-1955), Siracusa, LetteraVentidue, 2019, ISBN 978-88-6242-328-1.
  • Sebastiano Agati, L’opera di restauro della Soprintendenza di Siracusa, in «Archivio Storico per la Calabria e la Lucania», V, 1935, 3-4, pp. 309-315; Zaira Barone (a cura di), Custodire il passato. I Soprintendenti e le radici del Restauro in Italia e nel Novecento, «Lexicon. Speciale», n. 4, Palermo, Edizioni Caracol, 2024; Federico Fazio, Un progetto di Sebastiano Agati per Siracusa: I Propilei della Vittoria (1922-1932), in «Agorà», n. 50, 2014, pp. 36-41.
  • Beatrice Basile e Anita Crispino, Giuseppe Cultrera e l’archeologia a Siracusa fra Paolo Orsi e Luigi Bernabò Brea, in Archeologia in Sicilia fra le due Guerre, Modica 2017, pp. 57-73.
  • Francesco Muscolino, Giuseppe Cultrera soprintendente in Sicilia: politica, scavi e restauri (1931-1941), in Archeologia e politica nella prima metà del XX secolo, Napoli, Naus, 2017, pp. 167-180.
  • Marcello Fagiolo, Il modello originario delle facciate a torre del barocco ibleo: la facciata cinque-seicentesca della Cattedrale di Siracusa e il suo significato, in «Annali del Barocco in Sicilia», 3, 1996, pp. 43-57: il saggio più direttamente pertinente al prospetto perduto.
  • Marcello Fagiolo e Lucia Trigilia (a cura di), Il Barocco in Sicilia tra conoscenza e conservazione, Siracusa, Ediprint, 1987, che contiene alle pp. 125-143 M. Russo, La statua e la cassa di S. Lucia.
  • Lucia Trigilia, Siracusa. La piazza e la città. L’ambiente urbano di Piazza Duomo attraverso la storia, Catania, Domenico Sanfilippo Editore, 2000, ISBN 978-88-85127-26-5, 189 pp.: unico studio monografico sulla piazza e sul suo rapporto con il prospetto.
  • Lucia Trigilia (a cura di), Siracusa. Quattro edifici religiosi, Siracusa 1990; Siracusa. Distruzioni e trasformazioni urbane dal 1693 al 1942, Roma 1985; 1693, Iliade funesta, Siracusa, Arnaldo Lombardi, 1994; Studi sulla ricostruzione del Val di Noto, Roma, Gangemi, 1994 («Annali del Barocco in Sicilia», 1); Pompeo Picherali. Architettura e città tra Sei e Settecento, ivi, 1997 («Annali del Barocco in Sicilia», 4); La Festa Barocca in Sicilia, Catania, Sanfilippo, 2012; Rosario Gagliardi, Roma, Gangemi, 2014.
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  • Simona Gatto e Lucia Trigilia, Itinerari d’architettura e d’arte nell’antica corona d’Aragona. Siracusa tra ’400 e ’500, Siracusa, LetteraVentidue, 2019; Siracusa città di luce. I luoghi di Santa Lucia: percorsi d’arte e spettacolarità barocca, ivi, 2022.
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  • Maria Concetta Di Natale, Santa Lucia Patrona di Siracusa: il suo simulacro, la sua «vara», il suo tesoro, in «Arte Cristiana», fasc. 921, vol. CVIII, novembre-dicembre 2020, pp. 429-443: il contributo più aggiornato sul simulacro argenteo e sul tesoro. PDF. Della stessa autrice, Il tesoro di Santa Lucia a Siracusa, in Sul carro di Tespi. Studi di Storia dell’arte per Maurizio Calvesi, Roma 2004, pp. 185-199, e la curatela di Arti decorative in Sicilia. Dizionario biografico, 2 voll., Palermo 2014.
  • Arturo Anzelmo, La statua argentea di Santa Lucia di Siracusa: «inventio et opus» di Pietro Rizzo di Palermo (documenti 1598-1600), in Manierismo siciliano, Palermo 2010, vol. I, pp. 479-502: pubblicazione dei documenti notarili originali sul simulacro.
  • Giampaolo Distefano, Il Tesoro della Cattedrale di Siracusa nel XVI secolo. Note e documenti, in Estudios de platería. San Eloy 2010, Murcia, Universidad de Murcia, 2010, pp. 291-303.
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  • Maria Accascina, Oreficeria di Sicilia dal XII al XIX secolo, Palermo 1974; I marchi delle argenterie e oreficerie siciliane, Busto Arsizio 1976; Silvano Barraja, I marchi degli argentieri e orafi di Palermo, Milano 1996 e 2010. Strumenti per la lettura dei punzoni del tesoro.
  • Paolo Russo, La scultura in legno del Rinascimento in Sicilia. Continuità e rinnovamento, Palermo, Kalós, 2009, p. 30; Francesco Gandolfo, La scultura nella Sicilia normanna, 2 voll., Tivoli, Edizioni Tored, 2019; Vladimir Zorić, L’arredo liturgico fisso nelle chiese di età normanna, 2009, pp. 122-124.
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  • Lorenzo Lazzarini, I marmi e le pietre romane d’importazione e il loro riuso a Siracusa, in «Marmora», III, 2007, pp. 107-131 (la cattedrale a p. 115).
  • Michael Milojevic, Retrofit Ecclesia: a Non-Conforming Building Type, in «Byzantinische Forschungen», XXIV, 1997, pp. 343-366: quadro concettuale sulla conversione dei templi antichi in chiese come tipo edilizio.
  • Fabiola Ardizzone, voce Sicilia, sezione Epoca islamica, in Enciclopedia dell’Arte Medievale, Roma 1999: rileva che l’unico edificio di culto islamico finora riconosciuto nell’isola è la piccola moschea di Segesta, dato che impone prudenza sulla fase islamica dell’edificio. Si vedano anche Aldo Messina, Resti di una moschea nell’area dell’Apollonion di Siracusa, in Scavi medievali in Italia, Roma 1995, pp. 92-94, relativo al tempio di Apollo, e Giuseppe Cacciaguerra, Siracusa bizantina e islamica: una città al centro della periferia, in Nicoletti 2022, pp. 457-478. Per il confronto dei contesti ceramici: Giuseppe Cacciaguerra e Viva Sacco, Due “Capitali”, due storie? Siracusa e Palermo: Storia e cultura materiale tra IX e XI secolo, «Mélanges de l’École française de Rome. Moyen Âge», 134/1, 2022, pp. 27-66; scheda e abstract nel deposito istituzionale del CNR.
  • Augusta Acconcia Longo, La «Vita» di Zosimo vescovo di Siracusa: un esempio di «agiografia storica», in «Rivista di Studi Bizantini e Neoellenici», n.s., XXXVI, 1999, pp. 5-17, e Mario Re, La «Vita» di s. Zosimo vescovo di Siracusa: qualche osservazione, ivi, XXXVII, 2000, pp. 29-42: i due studi che fondano la discussione critica sulla figura di san Zosimo e sulla data della conversione del tempio.
  • Vittorio Giovanni Rizzone, L’apporto dell’epigrafia, della sfragistica e dell’archeologia alla cronotassi dei vescovi di Siracusa, in Vescovi, Sicilia, Mediterraneo nella tarda antichità, Caltanissetta e Roma 2012, pp. 303-333; I vescovi di Siracusa tra VIII e IX secolo e la diffusione dell’Iconoclasmo in Sicilia, in Dialoghi con Bisanzio, Spoleto, CISAM, 2019, pp. 925-941; Un’inedita iscrizione siracusana in greco di età normanna, in «Jahrbuch der Österreichischen Byzantinistik», 61, 2011, pp. 179-184.
  • Norbert Kamp, Kirche und Monarchie im staufischen Königreich Sizilien, vol. 3, Monaco 1975, pp. 1233-1250 (prosopografia dei vescovi siracusani); Ottavio Garana, I vescovi di Siracusa, Siracusa, Società Tipografica, 1969 (ristampa 1994); Konrad Eubel, Hierarchia Catholica Medii Aevi, voll. 1-6.
  • Caterina Orlando, Una città per le regine. Istituzioni e società a Siracusa tra XIII e XV secolo, Caltanissetta, Sciascia, 2011; Il vescovo Eneco de Alemania e il riordino degli ospedali di Siracusa nel 1374, in Memoria, storia e identità. Scritti per Laura Sciascia, Palermo 2011, II, pp. 613-628.
  • Giuseppe Michele Agnello, Urbs fidelissima. Il governo di Siracusa durante la Camera reginale (1282-1536), tesi di dottorato, Università degli Studi di Catania, XXIV ciclo, 2010-2011, ad accesso aperto sul repository IRIS dell’ateneo.
  • Mariarita Piccione, La Musica a Siracusa nel Settecento. Fonti e documenti, tesi di dottorato, Università di Catania, XXIV ciclo, a.a. 2010-2011: la ricerca che ricostruisce la cappella musicale della cattedrale attraverso i fondi dell’Archivio di Stato. Ad accesso aperto su IRIS. Si veda anche Alessandro Loreto, I libretti musicali della Biblioteca Alagoniana di Siracusa, Lucca, Libreria Musicale Italiana, 2006, ISBN 978-88-7096-447-9, e Giuseppe Dispensa Zaccaria, Organi e organari in Sicilia dal ’400 al ’900, Palermo, Accademia Nazionale di Scienze Lettere e Arti, 1988.
  • Enzo Boschi, Emanuela Guidoboni e Dante Mariotti, Seismic effects of the strongest historical earthquakes in the Syracuse area, in «Annali di Geofisica», XXXVIII, 2, maggio 1995, pp. 223-253, DOI 10.4401/ag-4121: la ricostruzione scientifica degli effetti dei sismi del 1542 e del 1693 sull’edificio. Degli stessi autori, I terremoti dell’area siracusana e i loro effetti in Ortigia, in Sicurezza e conservazione dei centri storici. Il caso Ortigia, a cura di A. Giuffrè, Roma e Bari, Laterza, 1993, pp. 15-36.
  • Maria Serafina Barbano e altri, Stato delle conoscenze sui terremoti siciliani dall’anno 1000 al 1880: schede sintetiche, CNR-GNDT, Catania 1996, con l’appendice sui «terremoti dubbi e falsi» che riguarda le tradizioni sui crolli medievali.
  • Siro Casolo e Carlo Alberto Sanjust, Seismic investigation on the cathedral of Syracuse by finite elements and by a specific rigid body and spring model, in «WIT Transactions on The Built Environment», vol. 95, I, 2007, pp. 535-544, DOI 10.2495/str070501: studio che combina un modello tridimensionale a elementi finiti e un modello bidimensionale a corpi rigidi e molle per la risposta sismica della cattedrale.
  • Alberto Carpinteri, Giuseppe Lacidogna, Stefano Invernizzi, Amedeo Manuello e Luigia Binda, Stability of the vertical bearing structures of the Syracuse Cathedral: experimental and numerical evaluation, «Materials and Structures», 42, 2009, pp. 877-888, DOI 10.1617/s11527-008-9429-z, pubblicato online il 27 settembre 2008: testo integrale. Per il monitoraggio a emissione acustica si veda inoltre Giuseppe Lacidogna, Amedeo Manuello, Gianni Niccolini e Alberto Carpinteri, Acoustic emission monitoring of Italian historical buildings and the case study of the Athena temple in Syracuse, «Architectural Science Review», 58/4, 2015, pp. 290-299, DOI 10.1080/00038628.2012.720246, pubblicato online il 5 settembre 2012. I due lavori presentano analisi strumentali e numeriche di elementi portanti della cattedrale; il riferimento generico alla campagna di monitoraggio del 2007-2009 va distinto da questi contributi scientifici identificabili.
  • Federico Fazio, La liberazione dell’Apollonion di Siracusa (1858-1942) tra storia urbana e tutela, tesi di dottorato, Università degli Studi di Palermo, XXVI ciclo, 2016: utile per confronto con le scelte di isolamento e di messa in luce adottate in cattedrale.
  • Francesca Campagna Cicala, Galleria Regionale di Palazzo Bellomo. Guida, Milano, Electa, 2019: per i pezzi della cattedrale confluiti nella Galleria Regionale di Palazzo Bellomo.
  • Kalle Korhonen, Erudite Forgeries or Families Seeking Distinction? Cesare Gaetani’s Inscriptions from Syracuse, in «Zeitschrift für Papyrologie und Epigraphik», 161, 2007, pp. 291-298; Antonio Ferrua, Nuovi studi nelle catacombe di Siracusa, in «Rivista di Archeologia Cristiana», XVII, 1940, pp. 43-81 (il cratere alle pp. 74-81). Riferimenti indispensabili per non riprodurre letture epigrafiche superate.

Documenti e archivi

La documentazione originale sulla fabbrica è dispersa in cinque sedi principali, e in gran parte inedita. Gli incendi e le rivolte del Cinquecento, e poi il sisma del 1693, hanno causato la perdita di buona parte della documentazione curiale anteriore.
  • Archivio di Stato di Siracusa, fondo Notarile. Notaio Pietro Spucces, vol. 1692-1693, c. 324: contratto d’appalto per lo sgombero delle macerie del campanile crollato, 24 marzo 1693. Notaio Giulio Xibilia, vol. 1693-1694, c. 149: cancellata della cappella del Crocifisso, 6 novembre 1693. Notaio Domenico Serafino, vol. 1728-1729, f. 169: atto del 18 ottobre 1728 con la lettera del vescovo Marini e i ventisette Capitoli della fabrica del frontispicio della Cattedrale di Siracusa col suo Campanile, testimoni Pompeo Picherali e Antonino Tarantello. Notaio Mario Scalzo, vol. 1731-1732: relazione di spesa del 9 settembre 1731, firmata «Io Sac. D. Pompeo Picharali Architetto». Notaio Sebastiano Innorta, vol. 1745-1746, c. 166: pagamenti per il palazzo vescovile sfondato dal crollo del campanile. I due atti del 1728 e del 1731 sono editi in Mauceri 1911, docc. III-IV, pp. 235-241.
  • Archivio di Stato di Siracusa, fondo Senato di Siracusa: vol. 1, c. 544 (18 aprile 1543); vol. 2, cc. 22, 38 e 59 (1545-1547), sulla ricostruzione del campanile dopo il terremoto del 1542. Inoltre Atti del Senato, vol. 78, con la relazione del sindaco Benedetto Ximenes del 19 maggio 1696, e i fondi Consigli, Bandi, Lettere e Mandati spogliati per la storia della cappella musicale.
  • Archivio Storico Diocesano di Siracusa, Visite pastorali, voll. 1, 2, 3, 7, 10, 11, 12, 13, 23 e 39 (Beccadelli 1542 e 1551; Orosco de Arzés 1563, 1566-1567, 1569, 1570; Isfar 1578; Saladino 1605; Capobianco 1649). Vi si conserva l’atto di fondazione della cappella del Santissimo Sacramento, datato 8 aprile 1616.
  • Archivio Apostolico Vaticano, Congregazione del Concilio, Relationes dioecesium, 775 A: relazioni ad limina di Castellano Orosco (1596, c. 12r, che documenta l’intitolazione della cattedrale), Saladino (1610), D’Elia (1643) e Capobianco (1662). Nel Fondo Carpegna, vol. 55 ter, la relazione del vescovo Francesco Fortezza al cardinale Carpegna del 27 febbraio 1693 sui danni del sisma.
  • Archivio Capitolare della Cattedrale: documentazione sugli affreschi e sugli arredi, segnalata dalla letteratura e non ancora sistematicamente esplorata.
  • Biblioteca Arcivescovile Alagoniana, in piazza Duomo. Conserva i manoscritti inediti che costituiscono la fonte settecentesca e ottocentesca più ricca sulla fabbrica: Cesare Gaetani della Torre, Annali di Siracusa dal 1085 al 1800 scritti dal conte della Torre… e cavati non men dalle Storie di Sicilia che dagli archivi siracusani, 3 voll. (entro il 1805), e Giuseppe Maria Capodieci, Annali di Siracusa dalla fondazione di essa sino all’anno 1810, 16 voll. (entro il 1828), con le Miscellanee. La biblioteca conserva inoltre 65 incunaboli, 21 codici manoscritti latini, greci e arabi, e il fondo di libretti musicali dal 1685 al 1833; il registro delle presenze reca più volte la firma di Elio Vittorini.
  • Archivio di Stato di Palermo: Conservatoria di registro, voll. 1305, 1310 e 1330; Real Cancelleria, vol. 327; Protonotaro e Real Segreteria. Nell’archivio dei notai defunti, notaio Geronimo Corraccino, reg. 3481, ff. 50v-52, il contratto gaginiano del 1526 edito da Di Marzo.
  • Archivo General de Simancas, Secretaría de Estado, Negociación de Sicilia, legajos 1116-1118 (per il 1542) e 3507 (per il 1693); Secretarías Provinciales, Sicilia, legajo 1225: Ristretto delle Relationi havute per reparare le Chiese distrutte… nelli Vescovati di Siracusa, e Catania, Palermo, ottobre 1695.
  • Archivio della Soprintendenza di Siracusa e Archivio del Museo Bellomo: corrispondenza sulla protezione antiaerea del monumento e dei suoi arredi fra il 1938 e il 1949, con le lettere del 23 giugno 1943 e del 18 settembre 1945 fra le più citate. Presso l’ICCD si conservano le schede «Danni di guerra» della cattedrale compilate fra il 1942 e il 1943.
  • Archivio del Museo Archeologico Regionale «Paolo Orsi»: i taccuini di Orsi nn. 81 (28 marzo 1911), 88, 121 (5 gennaio 1923) e 136 (9 gennaio 1927), citati dalla letteratura sui restauri.
  • Fonti epigrafiche: Corpus Inscriptionum Graecarum, IV, n. 8886, pp. 386-387; Inscriptiones Graecae, XIV, a cura di G. Kaibel, Berlino 1890, nn. 45 e 59a; il progetto I.Sicily diretto da Jonathan Prag, schede ISic000862 e ISic003409; la scheda preliminare ISic002128 sul cratere usato come fonte battesimale, redatta il 2 marzo 2026 sulla lettura di Ferrua, che segnala la necessità di un nuovo esame diretto. Restano irreperite le due iscrizioni che Capodieci dice relative al 1542-1545, una in pietra sul muro di rinforzo del fianco e una in marmo allora conservata «nel patrio Museo».
  • Fonti sinodali a stampa: Synodales Constitutiones Syracusanae Ecclesiae, Palermo 1555; Synodus dioecesana Syracusana prima… Capiblanco, Catania 1651; Synodus prima… Thoma Marino, Palermo 1727; Synodus dioecesana Syracusis… Hectore Baranzini, Siracusa 1939.

Collegamenti esterni

  • UNESCO, Syracuse and the Rocky Necropolis of Pantalica, scheda ufficiale del sito n. 1200: whc.unesco.org/en/list/1200.
  • UNESCO, dossier di candidatura completo, dicembre 2004, 501 pp., con la cattedrale alle pp. 71-72 e 78-83 e la bibliografia alle pp. 241-249: 1200.pdf.
  • ICOMOS, Syracuse (Italy) No 1200, valutazione dell’aprile 2005: documento di valutazione. Decisione 29 COM 8B.41 della 29ª sessione del Comitato (Durban, 2005): whc.unesco.org/en/decisions/506.
  • Ufficio UNESCO del Ministero della Cultura, scheda Siracusa e le necropoli rupestri di Pantalica: unesco.cultura.gov.it.
  • Margherita Recupero, scheda Siracusa. Cattedrale della Natività di Maria Santissima, Catalogo Generale dei Beni Culturali (ICCD), 7 luglio 2021: catalogo.beniculturali.it. Della stessa autrice e nella stessa data, la scheda Siracusa. Piazza Duomo.
  • BeWeB, Beni ecclesiastici in web (Conferenza Episcopale Italiana), scheda della cattedrale e Inventario dei beni storici e artistici della diocesi di Siracusa, schede ID 320586-320711 e 2004788, pubblicate il 14 marzo 2018 e il 14 gennaio 2019, licenza CC BY-NC-SA 4.0: beweb.chiesacattolica.it.
  • Arcidiocesi di Siracusa, pagina Chiesa Cattedrale: arcidiocesi.siracusa.it; pagina Archivio Storico Diocesano e pagina Biblioteca Alagoniana, con i recapiti per la consultazione.
  • Comune di Siracusa, scheda Cattedrale Metropolitana della Natività di Maria Santissima: comune.siracusa.it; scheda Tempio di Atena (Athenaion), dalla stessa sezione.
  • Paolo Orsi, Gli scavi intorno a l’Athenaion di Siracusa, 1918, digitalizzazione integrale della Universitätsbibliothek Heidelberg: digi.ub.uni-heidelberg.de, con manifest IIIF e PDF scaricabile del solo capitolo.
  • Giulio Amara, Archeologia del Culto a Siracusa, tesi di perfezionamento della Scuola Normale Superiore, testo integrale: ricerca.sns.it. Scheda dell’edizione a stampa LED: ledonline.it.
  • Adriano Napoli, L’arredo liturgico fisso nelle cattedrali normanne di Sicilia, testo integrale: ricerca.sns.it.
  • Maria Rosa Vitale, Tempo e racconto, 2022, ad accesso aperto: dialnet.unirioja.es.
  • Giuseppe Michele Agnello, L’architettura normanna a Siracusa, 2014, ad accesso aperto: rmoa.unina.it.
  • Soprintendenza BB.CC.AA. di Siracusa, Le città tardobarocche del Val di Noto nella World Heritage List dell’UNESCO, 2008, PDF integrale: catalogo.beniculturali.it.
  • INGV, CFTI5Med. Catalogo dei Forti Terremoti in Italia, DOI 10.6092/ingv.it-cfti5, con le schede dei sismi del 10 dicembre 1542, del 9 e 11 gennaio 1693 e del 13 dicembre 1990: emidius.mi.ingv.it.
  • Digitalizzazioni delle fonti erudite su Internet Archive: Fazello 1558-1560, Mirabella 1613, Bonanni 1624, Delle antiche Siracuse 1717, Cesare Gaetani 1748, Torremuzza 1784, Capodieci 1813, de Ciocchis 1836, Serradifalco 1840, Di Marzo 1880-1883, Cavallari e Holm 1883, Mauceri 1909, oltre alle relazioni di viaggio citate nella sezione dedicata.
  • Ministero della Cultura, PNRR, sicurezza sismica nei luoghi di culto: decreto n. 27 del 6 febbraio 2023, allegato B, con le assegnazioni alle cinque chiese dell’Arcidiocesi di Siracusa; elenco ministeriale degli interventi del 2026, nn. 208-209 e 213-215. Per la cattedrale, CUP F36J22000190006, scheda finanziaria OpenPNRR, con ultimo aggiornamento indicato al 13 giugno 2026. La scadenza annunciata e la continuità del culto sono documentate nel comunicato diocesano del 14 luglio 2025.
  • Secret Siracusa, Info e orari e Biglietti, consultati nel settembre 2026. Per gli accessi: Comune di Siracusa, ZTL, Zona a Traffico Limitato, con ordinanze allegate, e tariffe dei parcheggi comunali. Per l’accessibilità: itinerario di Village For All e Sicilia Turismo per Tutti, pubblicato in Turisti per Caso Slow Tour, ottobre 2021; Arcidiocesi, inaugurazione della mappa tattile, 29 marzo 2019.
  • Tour virtuale tridimensionale della cattedrale realizzato per l’Arcidiocesi: my.matterport.com.
Fra i titoli elencati, la monografia di Privitera del 1863, le annate dell’«Archivio Storico Siracusano» che ospitano Russo 1991 e Giuseppe Agnello 1959-1960, e gli Annali manoscritti di Cesare Gaetani e di Capodieci richiedono un confronto con gli esemplari conservati nelle biblioteche e negli archivi. La loro presenza nella bibliografia va distinta dall’effettiva disponibilità di un testo integrale in rete. Per la tesi di Giangreco il deposito istituzionale dell’Università di Catania offre invece il PDF completo, che consente la consultazione diretta delle argomentazioni e dei riferimenti documentari.

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Indirizzo
Piazza Duomo, 96100 Siracusa (Ortigia).
Quartiere / Zona
Ortigia
Epoca / Secolo
Tempio dorico di Atena, primo quarto del V secolo a.C.; trasformazione in chiesa, VII secolo d.C.; rifacimento normanno, XII secolo; facciata barocca, 1728-1753.
Accessibilità
🦽 Motoria, Ingresso principale dal sagrato di Piazza Duomo con scalinata in pietra non praticabile in sedia a rotelle; ingresso accessibile in carrozzina dal cortile dell’Arcivescovado, da concordare con la sagrestia (0931 65328) per garantire la presenza del custode; interno in piano sul pavimento marmoreo, eventuale scivolosità in caso di pioggia; cappelle laterali e navate raggiungibili, sotterranei e campanile non accessibili.
👁️ Visiva, Mappa tattile in Braille della Cattedrale dal 31 marzo 2019 (associazione Sicilia Turismo per Tutti, Inner Wheel, UICI, Stamperia Regionale Braille di Catania); audioguide in più lingue; le colonne doriche inglobate nei muri sono percepibili al tatto lungo la navata sinistra; ammessi cani guida.
👂 Uditiva, Nessun loop induttivo o visita in LIS attestata in modo strutturale; visite guidate per non udenti possibili tramite associazione Sicilia Turismo per Tutti; pannelli e didascalie scritti bilingui.
🧠 Cognitiva, Pannelli informativi bilingui italiano/inglese con immagine, testo essenziale e codice cuffie; audioguida sintetica; percorso lineare a navata unica facile da seguire.
Orari o note pratiche

Orari di apertura (2026): maggio-settembre 9:00-18:30 (luglio-agosto fino alle 19:00); ottobre-aprile 9:00-17:30; domenica e festivi chiuso alle visite turistiche, aperto solo per le funzioni religiose; chiusure 1° gennaio, 8 dicembre, 25 dicembre e altre festività liturgiche; non visitabile durante le funzioni.

Biglietti: intero 2,00 € (+1,00 € fee servizio); cumulativo Cattedrale + Secreta Palatii 4,00 €; esperienza VR 7,00 €; biglietto completo VR + Secreta 9,00 €. Persone con disabilità + accompagnatore: ingresso gratuito.

Contatti: sagrestia Cattedrale 0931 65328, cattedrale.siracusa@alice.it; biglietteria Secret Siracusa 0931 64694, info@secretsiracusa.it; gestione visite WhatsApp +39 347 5815794; Arcidiocesi di Siracusa 0931 66571, protocollo@arcidiocesi.siracusa.it.

Come arrivare: parcheggio Talete (Lungomare di Levante, 1,50 €/h, 15 € giornata, posti riservati disabili, distanza ~700-800 m a piedi); bus navetta Ortigia 24h (SAIS, fermate Riva della Posta, Largo Amedeo di Savoia, Largo della Gancia; biglietto 1,20 € o 1,50 € a bordo, giornaliero 3,00 €); Linea Verde gratuita 20:00-02:00. ZTL Ortigia: titolari di contrassegno disabili accedono senza pass, con obbligo di comunicare l’ingresso entro 48 ore al numero verde 800 632 328 (0931 451174).